Il massacro di Jedwabne - All rights reserved.www.lager.it 22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"
TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALEHome
Il massacro di JEDWABNE (Polonia)

Dopo il 1990 l’Istituto polacco per la memoria nazionale ha iniziato ad occuparsi del periodo della seconda guerra mondiale con maggiore obiettività e a studiare fatti inquietanti che la Polonia comunista aveva preferito liquidare velocemente.
Uno di questi è il massacro di Jedwabne .
Per oltre 50 anni il massacro è stato attribuito ai nazisti . Nel lontano 10 luglio 1941 , a Jedwabne, cittadina polacca di 2.200 abitanti, di cui il 60% ebrei, situata a 100 chilometri nord-est di Varsavia verso il confine con la Prussia orientale, 1.000 ebrei furono spinti all'interno di un granaio che fu dato alle fiamme con l'ausilio del cherosene. Altri 600 che si trovavano per strada furono uccisi a colpi di scure, decapitati, annegati.
Come andarono precisamente le cose ?
Quando la città, il 23 giugno 1941, venne occupata dall’esercito tedesco, subito si scatenò un pogrom antiebraico ad opera di abitanti del luogo, che andavano a razziare le case e, probabilmente ubriachi, si abbandonarono a terribili eccessi.
Intervenne il parroco del paese a ricordare che c’erano già i tedeschi ad occuparsi delle questioni ebraiche e il pogrom si fermò. Però nel frattempo i negozianti del paese, di propria iniziativa, non vendettero più niente agli ebrei. In una società impoverita come quella polacca durante la 2° guerra mondiale, poter individuare un capro espiatorio che non ha possibilità di difendersi, può portare un grande sollievo. E il fatale amalgama di un antisemitismo religioso con un antisemitismo razziale, forniva ampie giustificazioni per chiunque si abbandonasse anche ai crimini più efferati. Per molti la rappresaglia antiebraica costituiva un’occasione d’oro per procurarsi una casa o qualche bene, altrimenti irrangiungibili. Non da ultimo si accusava gli ebrei di aver accolto con favore i precedenti occupanti russi. Non bisogna dimenticare che, in base all’accordo Molotov-Ribbentrop, circa metà della Polonia era caduta sotto il governo russo per quasi due anni, fino alla linea tracciata approssimativamente dai fiumi Narew, Vistola, e San.
Il 10 luglio arriva l’ordine tedesco di eliminare gli ebrei. Ne discute col sindaco un piccolo gruppo della gestapo . Il sindaco Marian Karolak assicura la più entusiasta collaborazione. Il disaccordo riguarda solo l’entità del massacro: i tedeschi propongono di tenere in vita una famiglia per ogni professione, ma il sindaco insiste che ci sono già sufficienti artigiani polacchi. Nell’operazione non ci sarà bisogno di impegnare alcun soldato tedesco. I maschi adulti della zona, infatti, vengono convocati davanti al municipio, accorrono contadini dai dintorni. Vengono forniti di fruste e mazze dalla gendarmeria. L’ordine è di raccogliere tutti gli ebrei in piazza. Parte la caccia all’uomo. Il paese viene circondato e per le campagne girano ronde di volontari di modo che la fuga risulti impossibile, tranne che per coloro che, annusata la situazione, si erano messi in salvo nei giorni precedenti. Pochissimi. Gli ebrei di ogni sesso ed età vengono fatti convergere nella piazza principale del paese. Ad alcuni di loro è dato l’ordine di rimuovere un pesantissimo busto di Lenin collocato lì dai sovietici. Partono i primi massacri. Chi ha rimosso la statua deve poi seppellirla e seguirla nella fossa. Alcune donne che assistono terrorizzate al massacro corrono, con i figli piccoli in braccio, ad annegarsi in uno stagno vicino.
I massacratori si rendono conto che uccidere centinaia di persone a mazzate è impresa quasi disperata, allora decidono di rinchiuderli tutti in un granaio fuori dal paese, messo a disposizione a tal fine, e di dar loro fuoco. Gli ebrei sono messi in fila e costretti a marciare. A questo proposito le testimonianze non concordano: alcuni sostengono che sfilano trascinando ancora il busto di Lenin e alzando un cartello “La causa della guerra siamo noi, la guerra si fa per noi”. Altri sostengono che semplicemente sventolavano una bandiera rossa. In questo momento, sotto l’occupazione tedesca, l’identificazione ebrei-comunisti è estremamente funzionale all’eccitamento dell’odio popolare. Più tardi arriverà l’accusa di essere spie dell’Occidente.
La cosa certa è che allora il granaio venne cosparso di cherosene e gli ebrei furono tutti arsi vivi. A rogo ultimato vengono utilizzate mazze e picconi per districare un corpo dall’altro e poter procedere ad una qualsiasi sepoltura. Dopo il 10 luglio i tedeschi finalmente ristabilirono l’ordine. Quella riguardante gli ebrei tornò ad essere una questione esclusivamente loro. I pochi superstiti, fecero rientro in paese dove rimasero qualche tempo, fino al trasferimento nel ghetto di Łomźa. Alla guerra sopravvissero in dodici. Sette di questi erano stati nascosti dalla famiglia polacca Wyrzykowski in un villaggio vicino.
Certamente, se non ci fosse stata l’occupazione tedesca, l’ostilità dei vicini polacchi sarebbe rimasta latente, ma questo non riduce la responsabilità di chi ha commesso delitti così atroci. Tanto meno di chi ha contribuito a creare un clima culturale che rende possibile lo scatenarsi degli istinti più bassi.
Per mezzo secolo, lì c' è stata una lapide: «In memoria di 1.600 ebrei uccisi dai nazisti». L' hanno tolta a marzo 2001 . Il 10 luglio dello stesso anno , il presidente della Repubblica Alexandr Kwasniewski ha inaugurato una lapide nuova, senza nazisti. Perché non furono i nazisti a compiere la strage: loro scattarono le foto. A uccidere furono i vicini di casa non ebrei. Almeno novanta persone.
I resti di quei 1.600 ebrei saranno riesumati e i medici legali li catalogheranno. Le fosse nuove si aggiungeranno a quella cicatrice fresca nel campo dove c' era il granaio.
Questo lo ha scritto Jan T. Gross, ebreo polacco emigrato negli Usa nel ' 69, professore alla New York University, in un libro che s' intitola appunto «Neighbours», vicini di casa: 261 pagine che hanno aperto un buco al posto della lapide e una voragine nella coscienza dei polacchi. Soltanto in un mese, la Gazeta Wyborcza, il più autorevole quotidiano del Paese, ha pubblicato 70 articoli su Jedwabne. In pochi contestano la ricostruzione del libro: nel 1949, 22 persone furono processate per il massacro. Dieci prosciolti, dodici liberati in anticipo. Poi, mezzo secolo di silenzio. Cinque anni fa, per caso, Gross trovò in un archivio i documenti del processo. All' uscita di «Vicini di casa», alcuni storici polacchi hanno voluto «contestualizzare». C' è chi ha ricordato che gli ebrei del paese nel ' 39 applaudirono l' arrivo degli invasori sovietici. Gross ha trovato una sola testimonianza a riguardo, tre famiglie ebree che accolsero l' Armata Rossa con pane e sale. La fonte: la figlia del padrone del granaio della morte. Dal presidente della Repubblica come dal primate della Chiesa cattolica, cardinale Jozef Glemp, sono arrivate le scuse alla comunità ebraica. E' d' accordo il 40% dei polacchi, secondo un sondaggio del Warsaw Voice. Il governo ha chiesto il permesso di dissotterrare i morti per stabilire esattamente il loro numero.


TOP PAGETop Page
All rights reserved.www.lager.it 22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"