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Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei ministri, Roma 2001. In formato Pdf da stampare.
Con la presentazione di questo Rapporto, la Commissione conclude i propri lavori. Pur consapevole che molti ancora potrebbero essere gli ambiti di approfondimento, la Commissione ha inteso comunque concludere evitando di protrarre nel tempo una risposta che ritenevo e ritengo di dover dare con la massima, possibile tempestività. E ciò, tenendo conto delle aspettative del Governo; delle giuste attese di quanti, direttamente o nelle persone dei loro parenti, ebbero a soffrire a causa della triste e profondamente ingiusta vicenda delle spoliazioni; della necessità di avviare una educazione conoscitiva permanente - specialmente da parte delle giovani generazioni - su uno spaccato della storia del nostro Paese rispetto al quale le risultanze della indagine condotta dalla Commissione vogliono costituire un richiamo ed una sollecitazione forte.
Presidenza del Consiglio dei ministri, Palazzo Chigi, Piazza Colonna 370 00187 Roma. Sito ufficiale http://www.governo.it .
LA NORMATIVA ANTIEBRAICA DEL 1938-1943 SUI BENI E SUL LAVORO
In questo capitolo sono riepilogate le misure e le altre vicende disposte o avvenute ai danni dei beni delle persone classificate “di razza ebraica”, nel territorio del Regno d’Italia secondo i confini del 1938, ad opera del regime fascista, dal 1938 al primo semestre 1943.
Sono presi in considerazione gli ambiti dei beni mobili e immobili, comprese le attività imprenditoriali nonché gli ambiti del lavoro dipendente e autonomo e dell’assistenza, per via dei loro riflessi quasi automatici sull’ambito dei beni. Tra le misure persecutorie qui non descritte, la principale fu quella che definì giuridicamente e amministrativamente la “razza ebraica” (rdl 1728/1938), mentre la più attinente agli ambiti qui trattati fu quella che dispose il lavoro obbligatorio (primavera 1942); per il quadro complessivo della normativa persecutoria si rimanda a M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista.
Vicende, identità, persecuzione, Torino 2000.
Il riepilogo qui proposto non può essere considerato esaustivo. Per alcune delle misure e vicende riepilogate vengono segnalati casi esemplificativi e quantificazioni. In alcuni casi, le misure qui riepilogate e i loro effetti concreti sono descritti con maggiore analiticità e completezza in altri capitoli del Rapporto.
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LA NORMATIVA ANTIEBRAICA DEL 1943-1945 SULLA SPOLIAZIONE DEI BENI
In questo capitolo sono riepilogate le misure e le altre vicende disposte o avvenute ai danni dei beni delle persone classificate “di razza ebraica” nel territorio italiano posto sotto il controllo del governo e della struttura amministrativa dello Stato infine denominatosi Repubblica sociale italiana e della struttura militare, di polizia e amministrativa del Terzo Reich, dall’8 settembre 1943 alla fine di aprile 1945. Detto territorio corrisponde sostanzialmente alle regioni centrali e settentrionali della penisola, poiché le regioni dell’Italia meridionale e insulare vennero liberate entro la fine di settembre 1943 senza che vi fossero state introdotte nuove misure persecutorie.
Sono presi in considerazione gli ambiti dei beni mobili e immobili, senza dedicare attenzione particolare a quelli delle attività lavorative e dell’assistenza, divenuti ormai secondari. Va tenuto presente che la condizione degli ebrei in quei mesi fu determinata soprattutto dalla persecuzione delle loro vite e che la definizione giuridica di ebreo e altri aspetti della persecuzione continuavano a essere regolati dalla normativa del 1938; per il quadro complessivo della deportazione e della normativa persecutoria si rimanda a L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945).
Ricerca del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano 1991; M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino 2000. Il riepilogo qui proposto non può essere considerato esaustivo. Per alcune delle misure e vicende riepilogate vengono segnalati casi esemplificativi e quantificazioni. In alcuni casi, le misure qui riepilogate e i loro effetti concreti sono descritti con maggiore analiticità e completezza in altri capitoli del Rapporto.
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LA LEGISLAZIONE RAZZIALE E GLI IMPRENDITORI
All’interno della legislazione razziale anti-ebraica, emanata dal regime fascista a partire dal 1938, trovano collocazione alcune disposizioni tendenti ad eliminare o comunque a limitare fortemente il ruolo degli imprenditori cosiddetti di “razza ebraica” nell’economia. Anche attraverso il sistema dell’auto-denuncia, cui erano obbligati gli imprenditori in questione, il regime effettuava il controllo delle attività economiche svolte dai cittadini di “razza ebraica”, vietando nella maggior parte dei casi l’ulteriore svolgimento di dette attività e consentendolo solo a determinate condizioni.
A fronte di una popolazione nazionale attestata a circa 40 milioni di individui negli anni presi in esame, la comunità ebraica italiana contava circa 40.000 unità (lo 0,1 per cento del totale).1 Come meglio si dirà in seguito i cittadini classificati di “razza ebraica” svolgenti attività economiche sono risultati non meno di 4.298 unità (circa il 10,74 per cento della comunità ebraica).
Questo dato fornisce da solo la prova di quanta rilevanza le persecuzioni razziali abbiano avuto, anche nel settore economico, a detrimento dei soggetti imprenditori ebrei, sia a titolo di danno emergente, relativo alle ablazioni dei beni costituenti l’azienda, sia a titolo di lucro cessante per i mancati guadagni determinati dall’impossibilità di proseguire l’attività economica. Viene da chiedersi se le discriminazioni razziali concernenti l’economia fossero solo un aspetto particolare del più generale sistema persecutorio antiebraico adottato dal fascismo in detto periodo, tanto da poter collocare tali discriminazioni sullo stesso piano qualitativo delle altre restrizioni civili, politiche ecc., ovvero se esse fossero la reazione del regime a quella che comunemente era ritenuta una forte influenza dell’elemento ebraico nella vita economica.
Sia perché tutte le misure di cui si discute furono emanate contemporaneamente e contestualmente con lo stesso provvedimento e sia, soprattutto, perché, nella realtà, la presenza ebraica nei settori economici era minore di quanto correntemente ritenuto, si propende a favore della prima delle soluzioni sopra prospettate.
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I BENI INDUSTRIALI E COMMERCIALI
Nell’impossibilità concreta di seguire e giustificare nel dettaglio le vicende di ogni singola proprietà commerciale e industriale sottratta alla comunità ebraica, la ricerca qui intrapresa ha tentato di definire alcuni punti fermi all’interno di un argomento che si è rivelato arduo da circoscrivere e da organizzare.
Nelle pagine seguenti si è cercato soprattutto di evidenziare il continuo e progressivo incremento del livello di attenzione burocratica nei riguardi della “questione dei beni ebraici”, atteggiamento che forse costituisce l’elemento più evidente delle intenzioni di fondo del regime, e che rivela la volontà di “stringere il cerchio” intorno alla Comunità, privandola in modo sistematico, con il trascorrere dei mesi, di ogni potenzialità economica.
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FURTI E SACCHEGGI
Se le disposizioni del rdl 9 febbraio 1939, n. 126 (“Norme di attuazione ed integrazione delle disposizioni di cui all’art. 10 del Regio Decreto legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728 relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini italiani di razza ebraica”) ebbero una non secondaria incidenza per indebolire il patrimonio degli ebrei nei settori indicati, l’ordinanza di polizia n. 5 del 30 novembre 1943 che imponeva l’internamento immediato e il sequestro dei beni ma, ancor più, il d lg 4 gennaio 1944, n. 2 (“Nuove disposizioni concernenti i beni posseduti dai cittadini di razza ebraica”) misero in moto un complesso meccanismo di sequestri e confische gestito
in prima persona dalle prefetture, con esiti diversi nelle varie province: in alcuni casi vennero costituiti appositi Uffici addetti alla gestione degli “affari ebraici”, in altri fu l’Egeli ad assumere quel compito attraverso gli istituti di credito fondiario cui furono delegati i vari compiti operativi di presa di possesso, di amministrazione e di vendita.
Versione completa in formato Pdf stampabile prima parte
Prospetto esemplificativo di danni materiali subiti dagli ebrei nel periodo 1938 - 1945. Testimonianze, denunce, documenti.
Versione completa in formato Pdf stampabile seconda parte
ASPORTAZIONE DI BENI ARTISTICI, CULTURALI E RELIGIOSI
Fin dall’inizio della propria attività, la Commissione ha ritenuto di porre particolare attenzione a questo settore. Era sollecitata a ciò dalla normativa specifica emanata a suo tempo, dalla attività esercitata da collezionisti ebrei nell’arco di tempo della persecuzione razziale, da dubbi ed incertezze sulla destinazione di alcune opere.
Per raggiungere ogni possibile elemento di chiarezza, essa ha avviato, pertanto, una capillare attività di ricerca presso i competenti uffici centrali e periferici del Ministero per i beni e le attività culturali e del Ministero dell’interno, ha promosso incontri con la Commissione interministeriale per il recupero delle opere d’arte e con l’apposito nucleo dei Carabinieri preposto alla tutela del patrimonio artistico, ha sviluppato una corrispondenza e avviato ricerche presso l’Unione delle comunità ebraiche e singole Comunità ebraiche, con il Centro di documentazione ebraica contemporanea.
A testimonianza dell’impegno posto dalla Commissione all’approfondimento di questo tema, si rinvia anche al “Resoconto sintetico del lavoro della Commissione” (punti 5.1 e 6.3).
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RECUPERO DEL PATRIMONIO BIBLIOGRAFICO DELLA COMUNITA’ EBRAICA DI ROMA, RAZZIATO NEL 1943
La Commissione per il recupero del patrimonio bibliografico della Comunità ebraica di Roma razziato nel 1943 è stata istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con decreto del 26 novembre 2002.
Il problema del ritrovamento di quell’insostituibile patrimonio, molto sentito dalla Comunità ebraica romana che quel problema aveva sollevato più volte, era stato autorevolmente riproposto da una precedente Commissione, quella istituita dal Governo italiano nel 1998, con il mandato di fornire un quadro conoscitivo delle spoliazioni perpetrate a danno di cittadini ebrei durante il periodo della persecuzione nazifascista (conosciuta come “Commissione Anselmi”). Quella Commissione, nell’articolato Rapporto generale presentato al termine dei suoi lavori, aveva infatti ritenuto che, per la speciale natura dei beni sottratti, la razzia delle Biblioteche della Comunità ebraica di Roma e del Collegio Rabbinico Italiano meritasse una particolare menzione, sottolineando come, specialmente nella biblioteca della Comunità di Roma, fossero custoditi manoscritti, incunaboli, soncinati, opere cinquecentesche stampate da Bomberg, Bragadin, Giustiniani, nonché altre, stampate all’inizio del cinquecento a Costantinopoli, unitamente a testi secenteschi e settecenteschi provenienti da Venezia e Livorno.
Dopo la presentazione di quel Rapporto, e sulla base di quanto vi veniva raccomandato nelle considerazioni conclusive, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane consegnò al Presidente del Consiglio dei Ministri del tempo un promemoria in cui formulava talune richieste. Tra queste, vi era la sollecitazione a un rinnovato impegno dello Stato nella ricerca sistematica della Biblioteca della Comunità Ebraica di Roma, ponendosi in evidenza come il materiale razziato avesse, al di là del suo mero valore venale, anche, e soprattutto, un alto valore culturale e come la sua ricerca fosse anche nell’interesse generale del patrimonio culturale del Paese.
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LE SPOLIAZIONI NELLA ZONA D'OPERAZIONE PREALPI: BOLZANO, TRENTO E BELLUNO
La ricerca ha come ambito geografico le tre province di Bolzano, Trento e Belluno, territori che, a seguito di un’ordinanza di Hitler del 10 settembre 1943, vennero unificati dando luogo alla Zona d’operazione Prealpi.
La consistenza numerica degli ebrei nella zona si presentava, negli anni fra il 1938 ed il 1945, estremamente differenziata: in Trentino e nella provincia veneta vivevano all’epoca poche decine di ebrei, per lo più di recente stanziamento, mentre decisamente più numeroso era il totale degli ebrei residenti o semplicemente domiciliati in Alto Adige. I dati resi noti dalla stampa italiana nell’ottobre 1938, relativi ai risultati parziali del censimento degli ebrei effettuato nell’agosto di quell’anno, indicano 938 censiti in Alto Adige, 51 in Trentino e 29 nel Bellunese.
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LE SPOLIAZIONI NELLA ZONA D’OPERAZIONE LITORALE ADRIATICO: UDINE, GORIZIA, TRIESTE, POLA, FIUME E LUBIANA
Analogamente a quanto fatto per le province di Bolzano, Trento e Belluno, area territoriale corrispondente alla Zona d’operazione Prealpi (Operationszone Alpervorland), si è ritenuto opportuno dedicare uno studio monografico anche alle province che costituivano la Zona d’operazione Litorale adriatico (Adriatisches Küstenland). La particolare attenzione rivolta a questa area trova d’altra parte giustificazione
in una serie di altre motivazioni ed in particolare: nella consistenza e nella rappresentatività della Comunità ebraica di Trieste (la terza dopo Roma e Milano) e di Fiume (la nona); la presenza degli ebrei nella economia e, più in generale, nella vita cittadina, particolarmente a Trieste; l’attività del Porto e degli spedizionieri triestini ai quali furono affidati numerosi beni da parte di ebrei italiani e stranieri emigrati o intenzionati a farlo.
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RISVOLTI PATRIMONIALI DELLA FUGA VERSO LA SVIZZERA
Alla caduta del regime fascista, il 25 luglio 1943, secondo gli studi più recenti si sarebbero trovati in Italia circa 45.000 persone che per la Direzione generale demografia e razza del Ministero dell’interno si potevano definire di “razza ebraica”; circa 6.500 erano stranieri o apolidi. Alla proclamazione della resa la sera dell’8 settembre 1943 sarebbero stati nel paese circa 43.000 “ebrei”, dei quali circa 35.000 italiani e 8.000 stranieri e apolidi1. Di questi 43.000 si salveranno in Italia, nella clandestinità, circa 29.000; mentre risulteranno deportati dall’Italia occupata dai tedeschi e governata dalla RSI circa 8.000, dei quali oltre 6.000 vennero uccisi. Degli altri, circa 500 riuscirono a rifugiarsi nell’Italia liberata ed oltre 6.000 in Svizzera.
Circa 6.200 (4.500 italiani e 1.700 stranieri) riuscirono dunque a espatriare nella Confederazione elvetica, l’unico paese libero e neutrale confinante con la parte d’Italia sotto l’occupazione germanica e il governo neofascista. Almeno 600 circa sarebbero stati invece respinti alla frontiera, anche se la cifra è approssimativa, dato che una valutazione più precisa è assai difficile da stabilire. Risulta difatti che parecchi “ebrei” non sarebbero in realtà nemmeno riusciti a raggiungere il confine di Stato. Di questi 600 refoulés “ebrei” accertati, la maggior parte avrebbe ritrovato un nascondiglio in Italia e sarebbe riuscita nonostante tutte le circostanze drammatiche a salvarsi; numerose persone sarebbero state catturate all’atto del rimpatrio da reparti tedeschi o neofascisti, incarcerate, deportate e uccise ad Auschwitz.
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L'ENTE DI GESTIONE E LIQUIDAZIONE IMMOBILIARE
Quando nel dicembre 1957, al termine del suo mandato semestrale di commissario liquidatore dell’Egeli, l’avv. Ercole Marazza scriveva che nessuna fondata previsione poteva avanzarsi circa l’epoca in cui si sarebbe potuta effettuare la chiusura, date le caratteristiche del tutto particolari dei compiti che risultavano ancora da ultimare1, sicuramente non avrebbe immaginato che sarebbero stati necessari quattro decenni per arrivare al dicembre 1997 a porre fine all’esistenza dell’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (dm 29 dicembre 1997).
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L'ABROGAZIONE DELLE LEGGI RAZZIALI: L’EGELI E LE RESTITUZIONI
Alle origini del processo di abrogazione delle leggi razziali emanate dal fascismo e di reintegrazione nei diritti dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati appartenenti alla “razza” ebraica1 vanno posti il rdl 20 gennaio 1944, n. 25 “Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica” e il rdl 20 gennaio 1944, n. 26, contenente disposizioni per la reintegrazione nei diritti patrimoniali dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati o considerati di “razza ebraica”. Questi due decreti posero le basi per l'elaborazione di una normativa sui temi dell’attività restitutoria, risarcitoria e riparatoria2, destinata a svilupparsi, articolarsi e definirsi nell’arco di un cinquantennio.
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L'INDAGINE NEL SETTORE DELLE ASSICURAZIONI
Specifica attenzione la Commissione ha riservato al fenomeno di acquisizione forzosa dei beni ebraici nel settore delle assicurazioni, tenuto anche conto del notevole risalto che a questo particolare aspetto della questione è stato spesso accordato dall’opinione pubblica internazionale.
Di tale attenzione costituisce segno tangibile la composizione stessa della Commissione, che ha visto fin dall’origine la presenza al suo interno di un qualificato esponente dell’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, in rappresentanza dell’intero mercato assicurativo italiano.
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L'INDAGINE NELL'ARCHIVIO STORICO DELLA BANCA D'ITALIA
I paragrafi seguenti rappresentano una sorta di guida alle fonti presenti negli archivi della Banca d’Italia sulle vicende dei beni ebraici nel periodo in cui furono in vigore le norme antisemite nel nostro paese. La documentazione rinvenuta, anche per il ruolo particolare rivestito dall’Istituto nell’ambito del sistema economico italiano, riguarda non solo la funzione da esso avuta nella vicenda, ma consente anche di fare luce su alcuni particolari aspetti dell’attività di altri enti (ministeri, Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, Confederazione fascista del credito e dell’assicurazione, ecc.), altrimenti poco documentabile.
Le carte rintracciate consentono di delineare un quadro molto frammentario degli avvenimenti; particolarmente carenti sono le informazioni riguardanti la restituzione agli aventi diritto dei beni sequestrati e dei depositi di beni ebraici aperti su iniziativa di istituzioni statali (prefetture, questure, guardia nazionale repubblicana, commissariati di polizia, ecc.) presso alcune filiali della Banca. Tali informazioni sono state fornite ove siano disponibili nella documentazione d’archivio esaminata.
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L'INDAGINE NEL SETTORE BANCARIO
Gli specifici compiti di ricerca storica sulle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati - secondo quanto previsto dal decreto istitutivo della Commissione - hanno reso particolarmente rilevante il ruolo delle banche nel contesto dei lavori della Commissione.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - BANCA DI ROMA
La documentazione relativa ai beni ebraici attualmente conservata presso l’Archivio storico della Banca di Roma1 permette di ricostruire prevalentemente le vicende che caratterizzarono il periodo della Repubblica sociale italiana (8 settembre 1943-25 aprile 1945). Non vi sono tracce di fatti relativi al periodo precedente (1938-1943), mentre per quel che riguarda gli anni immediatamente successivi alla Liberazione, si possono ricostruire parzialmente solo alcuni casi di restituzione di beni sequestrati a seguito di vertenze intercorse tra clienti ebrei e Banco di Roma: i casi di Elda Ravà di Venezia, Lidia Errera e Arturo e Luisa Perugia di Firenze. Vi è poi un fascicolo riguardante la reintegrazione dei dipendenti ebrei licenziati per effetto del rdl del 17 novembre 1938, che risale al 1950.
Attraverso le carte del Banco di Roma e soprattutto dall’esame della fitta corrispondenza intercorsa tra la Direzione centrale e le singole filiali, emerge la questione del sequestro dei beni mobili degli ebrei così come avvenne nelle varie sedi locali dell’Istituto, dislocate nelle diverse province dell’Italia centro-settentrionale.
Preliminarmente è necessario fare una distinzione tra sequestri di beni ebraici compiuti dalle autorità tedesche e quelli eseguiti in conseguenza delle disposizioni riguardanti i patrimoni dei cittadini israeliti, emanate prima dai capi provincia in seguito dell’ordine di polizia n. 5 del 1 dicembre 1943, poi stabilite per legge dal nuovo governo di Mussolini con il decreto del 4 gennaio 1944. A causa dell’eccessiva frammentarietà della documentazione non è possibile determinare con precisione il totale complessivo reale dei beni bloccati, confiscati e poi realmente sequestrati ai clienti ebrei del Banco di Roma.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - BANCA NAZIONALE DEL LAVORO
L’articolo 10 del rdl 17 novembre 1938, n.1728, “Provvedimenti per la difesa della razza italiana” recitava tra l’altro che i cittadini italiani di razza ebraica non possono:
- essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione […] e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione, né assumervi comunque l’ufficio di amministratore o di sindaco;
- essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a L. 5.000;
- essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a L. 20.000. Per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare […]. Il rdl 9 febbraio 1939, n. 126, precisava: le limitazioni della proprietà immobiliare, stabilite dall’art 10 del rdl 17 novembre 1938, “si determinano cumulando separatamente i terreni ed i fabbricati urbani siti nei territori del Regno e costituenti il patrimonio immobiliare dei cittadini italiani di razza ebraica alla data di entrata in vigore del presente decreto”.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - CASSA DI RISPARMIO DELLE PROVINCIE LOMBARDE
In base al rdl 9 febbraio 1939, n. 126, la quota dei beni ebraici considerata “eccedente” andava trasferita all’Egeli, ente incaricato di “provvedere all’acquisto, alla gestione e alla vendita” di tali beni; il Credito fondiario della Cassa di risparmio delle provincie lombarde1 fu uno degli Istituti delegati con decreto 9 giugno 1939 a gestire i beni immobili attribuiti all’Ente, precisamente quelli situati nella regione lombarda. A quanto risulta dal verbale della seduta del 27 dicembre 1938 della Commissione centrale di beneficenza, amministratrice di Cariplo, il presidente della Cassa, Giuseppe De Capitani d’Arzago, senatore dal 1929, aveva in data precedente già proposto al Governo che della gestione di tali beni fossero incaricate le casse di risparmio; la richiesta, riporta il verbale, non poté essere accolta: tuttavia, “grazie anche all’intervento benevolo dello stesso capo del Governo”, il presidente della Cariplo ebbe “affidamento che detti stabili [sarebbero stati] affidati per la gestione agli Istituti di credito fondiario, che hanno uffici particolarmente attrezzati allo scopo e che danno affidamento di amministrare un così ingente patrimonio immobiliare con la più scrupolosa rettitudine e tenendo ben presente gli interessi dell’Erario”.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - CASSA DI RISPARMIO DI VENEZIA
Presso l’Archivio storico della Cassa1, una sola busta, la n. 23, raccoglie i documenti riguardanti il problema della spoliazione dei beni ebraici e problematiche affini dal 1938 al 1945. La busta è suddivisa in fascicoli, distinti per lettere dell’alfabeto e i documenti recano un numero in successione. La circostanza oggettiva che, per motivi imputabili al tempo e a devastazioni prodotte dall’acqua alta, manchino i documenti sulla contabilità e siano andati persi anche i copialettere, le relazioni e ogni tipo di documento di carattere generale, hanno ridotto la possibilità concreta di rispondere a tutte le questioni proposte dalla Commissione.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - COMPAGNIA DI SAN PAOLO
Il fondo Egeli conservato presso l’Archivio storico della Compagnia di San Paolo di Torino risulta molto ricco e consistente. La documentazione contenuta, in fase di riordinamento e conseguentemente di non sempre facile consultazione, concerne non solamente i beni ebraici, ma anche la gestione dei beni nemici (in seguito divenuti alleati), di beni germanici e di beni nemici situati nei territori francesi occupati.
Per quanto concerne i “beni ebraici”, oltre alla rilevante documentazione di carattere generale, sono conservate 374 cartelle nominative della serie Gestione ebraici sequestrati (GES), 155 fascicoli nominativi serie Gestione ebraici confiscati (GEC) e 850 cartelline denominate Cartelline contabilità.
Ad un primo sommario esame effettuato da responsabili dell’Archivio storico della Compagnia di San Paolo, queste ultime hanno mostrato di contenere, oltre ad ordini di pagamento, quietanze e rendiconti, anche notizie su titoli azionari confiscati. Nella impossibilità di effettuare una analisi puntuale ed esaustiva di tutte le carte, ci si è limitati a visionare: materiale documentario di carattere generale; pratiche relative a beni eccedenti; alcune pratiche GEC.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - MONTE DEI PASCHI DI SIENA
Il coinvolgimento del Monte dei paschi2 con la politica razziale del regime ebbe inizio nell’autunno 1938, con una lettera inviata al presidente dell’Istituto senese dal governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini. Azzolini chiedeva che gli fossero segnalati “personalmente, per mia esclusiva notizia, ritiri notevoli (superiori al mezzo milione per ciascun caso) di depositi in contante o in titoli da parte di ebrei”.3 Il 30 novembre successivo, una circolare della Confederazione fascista delle aziende di credito, indirizzata a tutti gli istituti bancari, ricordava che “in previsione della scadenza del termine concesso dalla legge agli ebrei stranieri residenti in Italia, si rendono necessarie alcune misure intese ad evitare che detti ebrei lascino insolute pendenze verso aziende di credito italiane.[...] Ciò posto, l’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito,[...] ha fatto presente la necessità che le aziende di credito gli rimettano con tutta urgenza, in triplice esemplare, tramite la Banca d’Italia, la distinta dei crediti di qualsiasi natura che vantano verso clienti di razza ebraica con cittadinanza straniera”.
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RELAZIONI SULLE BANCHE - RISPARMIO POSTALE
Diversamente dal settore bancario e dal settore assicurativo che hanno espresso autorevoli rappresentanti in seno alla Commissione consentendo una serie di approfondimenti di cui si ha ampia traccia nel Rapporto (specialmente nel settore bancario), la questione del risparmio postale non ha potuto avere una parallela, adeguata trattazione.
Senza entrare nel merito di valutazioni impegnative per quanto riguarda la percentuale di italiani che nel periodo considerato optavano per il risparmio postale, non vi è dubbio che questa forma di risparmio aveva certo dimensioni consistenti, sia per il carattere notoriamente assai capillare del sistema postale, sia per il minore sviluppo che aveva all'epoca il sistema bancario. Sta di fatto che, scorrendo anche sommariamente e in via campionaria i decreti di confisca, si rileva che non pochi di essi comprendevano anche la confisca di libretti postali.
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LE FONTI ARCHIVISTICE: Le vicende dell’Italia nel corso della seconda guerra mondiale determinano una situazione istituzionale particolarmente complessa, che si riflette direttamente e indirettamente sullo stato attuale delle fonti archivistiche. Dopo l’8 settembre del 1943, il sovrano con il governo legittimo lasciano la capitale e si trasferiscono a Brindisi e poi a Salerno, mentre al nord con la creazione della Repubblica sociale italiana si ricostituiva un governo fascista. La Presidenza del consiglio e i ministeri, la Segreteria particolare del duce e tutto l’apparato centrale dello Stato e del Partito nazionale fascista che aveva sede a Roma vengono trasferiti al nord e dislocati in diverse località: viene organizzato un massiccio trasferimento degli archivi di questi organismi nelle nuove sedi. L’ordinamento della Repubblica sociale italiana introduce delle sostanziali modifiche nell’apparato amministrativo e militare, in particolare per quanto attiene alla costituzione della Guardia nazionale repubblicana, ai servizi di polizia, agli organismi del partito, alla costituzione di bande e formazioni para-istituzionali con il compito di contrastare i partigiani e svolgere funzioni di ordine pubblico. Ai prefetti, ora denominati capi provincia, subentrano persone estranee alla carriera e anche questori e funzionari di polizia vengono, almeno in parte, sostituiti con persone di provata fede fascista. Per vari organismi centrali dello Stato, tuttavia, le funzioni permangono sostanzialmente inalterate e, pertanto, si rileva nelle carte conservate una sostanziale continuità.
L’invasione dei tedeschi nell’Italia settentrionale comporta la presenza di uffici e organismi militari tedeschi nel territorio nazionale e un diverso ordinamento amministrativo nella zona del Litorale adriatico e nelle province di Trento, Bolzano e Belluno.
Nell’Italia meridionale, in gran parte occupata dalle potenze alleate, opera il Governo militare alleato (AMG) che garantisce un ruolo formale al governo del Regno del sud. Con la liberazione di Roma, il 4 giugno del 1944, il governo dell’Italia libera torna nella capitale, ove riprende regolarmente l’attività della Presidenza del consiglio, dei ministeri e degli altri organi centrali dello Stato. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, manca la documentazione che costituisce i precedenti amministrativi perché trasferita nella RSI; di ciò risente anche l’immediato avvio delle restituzioni dei beni ai cittadini ebrei, come si evince dai verbali del commissario dell’Egeli. Il progressivo avanzament al nord della linea del fronte porta, in coincidenza della data di liberazione delle diverse città italiane, all’estensione del governo di Roma e dell’Amministrazione militare alleata, mentre nelle città a nord della linea gotica i capi provincia, prima della fine delle ostilità, venivano sostituiti da prefetti politici scelti dai Comitati di liberazione nazionale; dopo la fine della guerra si ebbe il ripristino generale dei prefetti di carriera: le istituzioni locali avevano di massima mantenuto le stesse denominazioni e le stesse funzioni, ma ora vengono sostituite le persone preposte ai vari uffici. Per quanto attiene alla gestione dei beni ebraici, l’avanzamento della linea del fronte comporta il trasferimento di beni e pratiche di gestione presso istituti che si trovino in località della RSI.
Alla fine della guerra, dopo il 25 aprile del 1945, le operazioni di recupero degli archivi degli organi centrali dello Stato sono variamente fortunose: basti pensare che va disperso l’archivio del Gabinetto del Ministero dell’interno, mentre un nucleo di fascicoli relativi alla discriminazione degli ebrei è stato in anni recenti ritrovato nella zona di Merano, andando così a integrare la parte più consistente già acquisita dall’Archivio centrale dello Stato. I documenti più rilevanti degli organi centrali dello Stato, recuperati al nord, restano a disposizione delle autorità angloamericane che ne microfilmano le parti ritenute di maggiore interesse. Un archivista di Stato fa da tramite, per l’utilizzazione di questi documenti da parte degli uffici italiani, tra i ministeri e le autorità angloamericane che li detengono. Solo nel 1947, con la firma del trattato di pace, il governo italiano riprende il pieno possesso dei propri archivi. Contrariamente a quanto sembrava deciso in un primo momento, gli archivi della Commissione alleata di controllo non vengono lasciati in Italia, ma vengono portati a Washington. L’amministrazione archivistica italiana ne sta completando l’acquisto in microfilm per l’Archivio centrale dello Stato: della cospicua parte già acquisita è in corso l’elaborazione di uno strumento di ricerca informatico. Versione completa in Pdf .
RESOCONTO SINTETICO DEL LAVORO DELLA COMMISSIONE: Con le pagine che seguono ci si propone di offrire una essenziale “storia” del lavoro della Commissione, segnalando ad un tempo le scelte adottate in relazione a talune particolari problematiche emerse e la metodologia seguita nella acquisizione della documentazione conoscitiva. Versione completa in Pdf .
RAPPORTO GENERALE: Con la presentazione di questo Rapporto, la Commissione conclude i propri lavori.
Pur consapevole che molti ancora potrebbero essere gli ambiti di approfondimento, la Commissione ha inteso comunque concludere evitando di protrarre nel tempo una risposta che ritenevo e ritengo di dover dare con la massima, possibile tempestività. E ciò, tenendo conto delle aspettative del Governo; delle giuste attese di quanti, direttamente o nelle persone dei loro parenti, ebbero a soffrire a causa della triste e profondamente ingiusta vicenda delle spoliazioni; della necessità di avviare una educazione conoscitiva permanente - specialmente da parte delle giovani generazioni - su uno spaccato della storia del nostro Paese rispetto al quale le risultanze della indagine condotta dalla Commissione vogliono costituire un richiamo ed una sollecitazione forte. Versione completa in Pdf .
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