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 "Storia e Memoria" raccoglie gli anniversari dei Caduti della Resystenza durante la Seconda guerra mondiale e gli internati nei lager nazisti sopravvissuti e non alla barbarie nazifascista.
ISMAELE SABATINI Santa Sofia (Forlì), 07 ottobre 1904 - Gusen, 16 dicembre 1944
Con altri due compagni di lavoro antifascisti (Ferrer Francini e Primo Stoppioni), dopo l'armistizio fu incaricato di occuparsi della costruzione della base partigiana di Valdellachiara, nella vallata del Bidente.
Concluso il suo lavoro, continuò a collaborare con la Resistenza, tanto che il Comando dell'VIII Brigata Garibaldi, nel marzo del 1944, lo incaricò di raggiungere Firenze per svolgervi una delicata missione.
Fermato dai fascisti e identificato come ebreo, il muratore fu consegnato ai tedeschi, che ne decisero la deportazione.
Durante il viaggio verso il campo di sterminio, Sabatini lanciò dal treno un suo documento, che un anonimo riuscì a far pervenire, il 9 marzo 1944, ai genitori del muratore.
Di Ismaele Sabatini i familiari non seppero più nulla, tranne (a guerra finita), che era morto a Gusen, sottocampo di Mauthausen.
GIOVANNI PALATUCCI Montella, 31 maggio 1909 - Dachau, 10 febbraio 1945
Giovanni Palatucci partecipò al 14° corso di Polizia e fu inviato a Genova come vicecommissario di Ps. Dal novembre 1937, quando fu assegnato all'ufficio stranieri della Questura di Fiume, si prodigò nell'aiutare migliaia di perseguitati, specie ebrei, assicurando permessi speciali, azioni di depistaggio, la fuga all'estero e l'instradamento nei centri italiani meno esposti alle leggi razziali. Come al campo per internati civili di guerra ubicato a Campagna, dove era vescovo suo zio, monsignor Giuseppe Maria Palatucci. In tal modo, il martire testimoniò gli ideali in cui fermamente credeva; vi restò fedele fino ad essere deportato nel campo di sterminio di Dachau (dove divenne il numero di matricola 117.826) e, a soli 36 anni, compì il suo olocausto. Nel 1995 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli ha conferito la medaglia d'oro al merito civile, mentre la Chiesa cattolica lo considera venerabile. Da parte sua, Israele lo ha proclamato “giusto fra le nazioni”.
Sostanzialmente dimenticato per tanti anni, dal punto di vista postale, Giovanni Palatucci avrà il suo francobollo rievocativo: uscirà il 29 maggio, per il centenario dalla nascita. Propone la figura e la firma del questore, quell'autografo che permise a tanti sventurati di salvarsi.
Fonte : Vaccari News su segnalazione di Ferruccio Calegari .
BRUNO LONGHI Parma 7 agosto 1909 - Parma 15 febbraio 1945
Figlio di Ciro. Impiegato contabile presso la ditta Balestrieri di Parma, già nel 1930 aderì alla lotta cospirativa. Nel 1932 venne denunciato al Tribunale speciale per attività sovversiva. Fu prosciolto per amnistia, nel decennale della rivoluzione fascista. Coraggioso, riservato, molto intelligente, conobbe diverse lingue.
Nel movimento clandestino comunista seppe guadagnarsi la stima generale, tanto da essere considerato uno dei protagonisti se non addirittura il principale dirigente di quegli anni. Svolse incarichi delicati e importanti. Già nel 1941 estese i contatti con le province vicine: promosse una rete di distribuzione della stampa clandestina e di organizzazione politica nelle officine Caproni Reggiane di Reggio Emilia, affidata al meccanico parmense Alceste Bucci, che vi lavorava come pendolare.
Dopo il 1940 contribuì a sviluppare rapporti riservati con uomini rappresentativi di varie tendenze democratiche. Nel 1943 diventò responsabile parmense per la stampa e propaganda. Nello stesso anno fondò La riscossa, unica voce locale di opposizione e di lotta clandestina. Anche in campo giovanile, l’influenza del Longhi fu determinante: contribuì alla formazione politica e organizzativa del Fronte della gioventù a Parma, avvenuta verso la fine del 1943.
Nella primavera del 1944 riuscì a organizzare una stamperia clandestina in strada dei Farnese, pubblicando L’Unità e altro materiale propagandistico. Per la sua partecipazione al gruppo di villa Braga, nel febbraio 1945 venne catturato, torturato e ucciso. Per nascondere l’assassinio, i fascisti ne fecero poi scomparire il corpo.
Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Dava vita ai primi nuclei di combattimento e, durante un lungo periodo di dura lotta partigiana, svolgeva una intensa attività clandestina. Pur a conoscenza di essere ricercato, proseguiva imperterrito nel suo arduo compito. Arrestato durante una rischiosa missione, resisteva stoicamente alle più inumane torture senza svelare alcuna notizia che potesse compromettere il movimento di Liberazione. Piuttosto che tradire i suoi commilitoni, accelerava la sua morte insultando i carnefici, finché, ridotto agli stremi, si abbatteva esanime al suolo. Esempio magnifico di eroismo e di completa dedizione alla causa di libertà”.
Fonte : Bibl.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, III, 1976, 405-406; T.Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 362.
LUIGI LONGHI Parma 8 marzo 1925 - Uberlingen 8 marzo 1945
Indagando come bisogno di comprendere tutta la valenza tragica dei fatti, la storia di Bruno Longhi è diventata anche la storia di Luigi che parte da Parma attraversa Bolzano e da qui a Dachau. Luigi Longhi ,figlio di Ciro , nato a Parma l’otto marzo del 1925 , appartenne al Comando provinciale SAP di Parma , fu arrestato e deportato a Bolzano qui sostò per un periodo nel lager di Via Resia a Gries. Trasferito in treno a Dachau perse la vita il 7 marzo 1945 ad Uberlungen a soli 19 anni, il giorno precedente il suo compleanno. Dal luglio 1944 il campo di concentramento di Fossoli a Carpi (Modena) fu dismesso e le deportazioni continuarono verso Bolzano, uno dei quattro campi esistenti in Italia. Progettato per 1500 prigionieri raggiunse la capienza di ben 4000 presenze. Il campo era gestito dalle SS di Verona e segnalato per le pessime condizioni di vita. Luciano Happacher (studioso e ricercatore) stima che furono almeno 11.116 le persone che transitarono da questo campo, tra cui il giovane Luigi. Nel libro di Dario Venegoni “Uomini, donne e bambini nel Lager di Bolzano” sono riportati i dati di Luigi, arrivo e partenza, decesso. La scoperta si deve ad Italo Tibaldi ex deportato di Mauthausen che per tutta la vita ha raccolto le liste dei deportati da Bolzano a Dachau. Liste che gli stessi Alleati entrati nel campo di concentramento riuscirono a sottrarre alla distruzione da parte delle stesse SS. Sono 4075 nominativi, un numero parziale poiché all’elenco mancano almeno altri 5000. Luigi c’è il suo nome arriva perfino a Washington dove esiste copia dell’elenco. Il fratello Giovanni partito in bicicletta da Parma per cercarlo a Bolzano non lo rivide mai più in vita. La sua presenza nel Polizeiliches Durchgangslager Bozen era stata notata da altri partigiani di Parma. Se si scorre l’elenco dei 4000 sono centinaia i nominativi di prigionieri nativi delle provincie di Parma e Reggio Emilia. Adorni, Affanni, Agazzi, Annigoni, Ascoli, Azzali, Baccarini, Barbieri, Barezzi, Bedogni, Beltramini, Benati, Bertani, Bertoli, Bertolini, Bianchi, Bocchi sono solo poche decine ferme alla lettera B. Per arrivare in fondo all’alfabeto si devono scorrere altre centinaia di pagine. La storia di Bruno e Luigi vive grazie alla testimonianza dolorosa delle sorelle Giacomina e Maria (quest’ultima ancora vivente) e straordinariamente partecipe nell’aver raccontato quanta disperazione abbia vissuto la sua famiglia.
Fonte : Bibl.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, III, 1976, 405-406; T.Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 362.
L'ECCIDIO AL CORNOCCHIO
Il 2 maggio 1944 un bombardiere americano centrò un rifugio antiaereo al Cornocchio, dove avevano cercato protezione 150 persone - 61 vittime .
I bombardieri americani del gruppo Bombardieri 454 tornarono a Parma il 2 maggio, a una settimana di distanza dalla devastante incursione del 25 aprile, che aveva messo in ginocchio la città. Era la loro seconda "visita". Il primo bombardamento, quello della sera del 23 aprile, fu infatti ad opera dei bombardieri inglesi della Raf. Questa volta l'incursione non colpì a tappeto la città, ma causò un eccidio al Cornocchio di Golese. Prendendo come obiettivo il comparto ferroviario, un bombardiere americano centrò un bersaglio non previsto: un rifugio antiaereo, dove avevano cercato riparo 150 persone, tra abitanti della zona e viaggiatori, scesi frettolosamente da un treno subito dopo l'allarme. Il rifugio fu sfortunatamentre centrato e vi persero la vita 61 persone. Sul luogo è stato eretto un cippo, davanti al quale ogni anno viene ricordato l'eccidio dalle autorità cittadine. Durante la stessa incursione area fu colpita la Ferrovia, che era l'obiettivo primario, e poi viale Fratti e la Ghiaia.
Domenica 8 maggio Cerimonia per ricordare l’Anniversario dei bombardamenti sulla Città di Parma -
La cerimonia in ricordo dei bombardamenti su Parma e delle vittime civili si svolgerà domenica 8 maggio alle ore 10.00 presso il cippo collocato in strada Cornocchio (con ingresso da strada Baganzola), cippo che nel 2005 è stato oggetto di un intervento di restauro e riqualificazione da parte del Comune di Parma. La cerimonia è organizzata dall’Amministrazione comunale in collaborazione con l'Associazione nazionale Vittime civili di Guerra, presieduta dal cavaliere Alfredo Isetti, dopo la scomparsa di Invenzio Urangi, per decenni presidente dell’Anvcg.
Fonti : articolo pubblicato su pramzanblog, giovedì 23 aprile 2009 (65 anni dopo i bombardamenti -3a puntata)
PAOLO PETRUCCI Trieste 10 agosto 1917-Roma 24 marzo 1944 .
Si era da poco laureato in Lettere antiche quando, nel 1941, fu chiamato alle armi e spedito in Africa come ufficiale di complemento dei Granatieri di Sardegna. Rimpatriato per malattia, Petrucci al momento dell’armistizio si trovava a Roma. Partecipò così ai combattimenti contro i tedeschi a Palidoro. Quando i nazisti occuparono la Capitale, il giovane granatiere decise di passare in clandestinità. Con gli amici Paolo Buffa e Aldo Sanna, "Pietro Paolucci" - questo il nome di copertura - partì verso il Sud con lo scopo di promuovere la costituzione di un corpo di "Volontari per la liberta". Non fu possibile realizzare il progetto, per cui Petrucci, con Buffa e Giaime Pintor (che avevano incontrato nell’Italia già liberata), decisero di tornare a Roma per organizzare gruppi di partigiani nel Lazio.
Nel tentativo di ripassare le linee lungo il Garigliano, i giovani antifascisti finirono su un campo minato. Pintor saltò in aria su una mina e gli altri decisero di tornare indietro. Addestrati dagli Alleati, dopo due settimane "Paolucci" e Buffa furono paracadutati su Monte Rotondo, di dove poi raggiunsero, a Roma, la casa della comunista Enrica Filippini che li ospitò, consentendogli di organizzare azioni di propaganda antinazista, che raggiunsero il culmine con le manifestazioni degli studenti romani.
L’attività di Petrucci e dei suoi durò giusto un mese. Il 14 febbraio 1944 le SS irruppero nell’abitazione della Filippini e vi arrestarono la padrona di casa, Cornelio e Vera Michelin-Salomon, Paolo Buffa e "Pietro Paolucci". Per tutti la solita trafila in via Tasso e poi il processo, nel corso del quale Petrucci, forse grazie al suo nome di copertura, fu assolto. Ciò non impedì ai tedeschi di farlo rinchiudere nel terzo braccio di Regina Coeli, dal quale uscì soltanto per essere trucidato alle Fosse Ardeatine.
Fonti : Tratto dal sito dell'A.N.P.I. - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia .
ALBERTELLI PILO Parma 30 settembre 1907-Roma 24 marzo 1944
Figlio di Guido, deputato socialista. Trasferitosi a Roma con il padre, che aveva potuto sottrarsi a stento alla violenza dei fascisti parmensi, fu discepolo di G. Calogero, laureandosi in lettere e filosofia nel 1929 con la tesi Problemi di gnoseologia platonica. Insegnò filosofia e storia, dal 1935, nel liceo Umberto I di Roma, che ora porta il suo nome. Nel 1939 conseguì la libera docenza in storia della filosofia antica. La sua tesi rimase inedita, ma dei suoi studi platonici è valida testimonianza il saggio sul problema morale nella filosofia di Platone. Più sicura orma l’Albertelli comunque segnò nel campo degli studi sull’eleatismo. La versione dei frammenti degli Eleati, che egli curò per la collezione laterziana dei classici del pensiero antico, costituì un eccellente contributo alla loro interpretazione. Nella sua interpretazione dei filosofi eleatici l’Albertelli subì in certa misura l’influenza delle ricerche del Calogero, ma in molti casi il suo giudizio critico manifestò spiccata indipendenza e originalità, come per esempio nella discussione del problema fondamentale della genesi del pensiero parmenideo, a cui egli dedicò anche un saggio specifico. Sin dal 1928 arrestato a Milano per antifascismo, l’Albertelli fu condannato a cinque anni di confino, commutati in tre di vigilanza speciale. Partecipò poi sempre più attivamente alla resistenza al fascismo, prima con il gruppo liberalsocialista, poi con il Partito d’Azione, di cui fu, nei primi mesi del 1942, uno dei fondatori a Roma, divenendo collaboratore dell’Italia libera clandestina. L’8 e il 9 settembre 1943 l’Albertelli prese parte ai tentativi di difesa di Roma. Divenuto subito dopo membro del comitato militare romano del Partito d’Azione, assunse la responsabilità diretta della zona di San Giovanni e poi dell’Ostiense, e fu infine chiamato a sostituire il comandante militare del partito per l’intera città, Giovanni Ricci, che era riuscito a sfuggire, gravemente ferito, a un’imboscata. Il 1° marzo 1944 l’Albertelli fu arrestato. Torturato, salvò con il silenzio numerosi compagni di lotta, e, volendo sottrarre la moglie e i figli alle rappresaglie, tentò due volte il suicidio. Il 24 marzo fu ucciso alle Fosse Ardeatine. Alla sua memoria venne conferita, nel 1947, la medaglia d’oro. Scritti principali: La dottrina parmenidea dell’essere, in Annali della Regia Scuola normale superiore di Pisa, 2, IV (1935), 327-334; Gli Eleati, testimonianze e frammenti, Bari, 1939 (collezione Filosofi antichi e medievali di Laterza); Il problema morale nella filosofia di Platone, Roma, 1939; Le antinomie dell’educazione, in Cultura magistrale, Enciclopedia dei maestri, Milano, 1939. Lasciò inoltre alcuni lavori inediti.
Fonti : Scritti di L. Albertelli, G. Calogero, M. Del Viscovo, C. Bandi, T. Carini, nel volume Pilo Albertelli, Roma, 1945, a cura del Partito d’azione, nel primo anniversario della morte; Pilo Albertelli, in Aurea Parma XXXVIII (1954), 37-38; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 11; Dizionario Biografico degli Italiani, I, 1960, 674-675.
ROLANDO VIGEVANI nasce il 28 giugno 1903 - 26 marzo 1971
Laureatosi in legge, esercita a Parma l'attività di avvocato; dal 1938 è connotato "di razza ebraica". Si occupa a lungo della DELASEM (Delegazione Assistenza Emigranti dell'Unione Comunità Israelitiche Italiane) per incarico dell'avvocato Valobra di Genova, delegato nazionale; si prende cura dei profughi ebrei italiani e iugoslavi rifugiatisi nella provincia di Parma. Dopo l'8 settembre, dopo una "visita" dei nazisti nella sua casa di campagna, si nasconde con la moglie Enrica, incinta di quattro mesi, il figlioletto Tullo, la cognata Luciana Amar, presso amici fidati cambiando spesso abitazione.
Il 30 settembre, con l'aiuto di Pellegrino Riccardi, pretore di Fornovo, e dell'avvocato Candian ottiene per sé e i familiari documenti falsi e lettere di presentazione che gli permettono di lasciare Parma e trovare accoglienza e aiuto a Milano. Qui, infatti, i fuggiaschi fanno sosta e si mettono in contatto con amici dell'avvocato Candian, i quali troveranno il modo di far raggiungere la Svizzera a Vigevani, alla moglie e alla cognata.
Il piccolo Tullo rimane affidato alle cure di Pellegrino Riccardi e famiglia finchè giungerà il momento opportuno per il suo espatrio. Il 3 ottobre i tre riparano in Svizzera dove si fermeranno, raggiunti fortunosamente dal piccolo Tullo dopo quattro mesi, fino alla Liberazione.
In seguito la famiglia Vigevani si trasferisce in Brasile, e qui rimane per anni, fino al ritorno a Parma, dove Rolando diventa presidente della locale Comunità israelitica.
Fonti : Il materiale documentario è stato donato dalla signora Enrica Amar, vedova di Rolando Vigevani, a Carla Cavazzi, il 20 novembre 2000, perché venisse archiviato presso l'Istituto storico della Resistenza e della storia contemporanea di Parma. Il materiale, autentico o in fotocopia, è stato inviato anche a Yad Vashem, Museo della Memoria di Gerusalemme. Il fondo, composto di 37 documenti, è stato ordinato e inventariato dalla prof. Carla Cavazzi nel giugno 2001, e inserito nella busta "Fondo Rolando Vigevani". Il fondo racchiude la descrizione di due storie: quella della famiglia Vigevani, che nel 1943, dopo essere sfuggita alla caccia dei nazifascisti, lasciò Parma riparando in Svizzera, e quella di "un giusto fra le nazioni", Pellegrino Riccardi, un giudice che approfittò della sua carica per salvare degli ebrei a rischio della propria vita.
PRIMO LEVI Torino 31 luglio 1919 - Torino 11 aprile 1987
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FRANCA TRENTIN Venezia 13 dic. 1919 - Venezia 28 nov. 2010
Franca era nata a Venezia il 13 dicembre 1919 (l'anno scorso l'Istituto Storico veneziano, di cui era presidente onoraria, le fece una grande festa per i 90 anni), però nel febbraio del '26 fu costretta ed emigrare in Francia con la famiglia perché il padre Silvio, docente di diritto a Ca' Foscari, si rifiutò di giurare fedeltà al fascismo. A Tolosa, dove si laureò in lingue, partecipò alla Resistenza nel movimento fondato dal padre Libérer et Fédérer. Raggiunse la famiglia, nel frattempo rimpatriata in Italia dopo l'8 settembre '43 per partecipare alla Resistenza, solamente a guerra finita nel maggio del '45. Torna poi in Francia nel '46 per stabilirsi poi definitivamente a Venezia nel 1966, dove svolse l'attività di lettrice all'Università di Ca' Foscari. L'Anpi di Venezia da anni le conferiva la tessera ad honorem.
L'ultimo saluto a Franca è previsto con cerimonia laica il 2 dicembre alle ore 11.00 a Ca'Farsetti.
ANNA FRANK Frankfurt am Main (Germania) 12 giugno 1929 - Bergen Belsen (Germania) 31 marzo 1945
Il 31 marzo ricorre l'anniversario della morte di Anneliese Marie Frank, conosciuta come Anna, che si spense nel 1945, all'eta' di 16 anni, nel Campo di concentramento di Bergen Belsen in Germania. Famosa per il suo 'Diario', scritto durante i 2 anni in cui visse nascosta con la sua famiglia in un piccolo appartamento sopra gli uffici della ditta 'Gies e co' ad Amsterdam e pubblicato dal padre , unico sopravvissuto, dopo la liberazione. Anna e' oggi uno dei simboli della Shoah.
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BEATI ANTONI JULIAN NOWOWIEJSKI E COMPAGNI MARTIRI DEI NAZISTI (Libiene (Oparow) Polonia, 11 febbraio 1858 - Dzialdowo, 28 maggio 1941)
Nella città di Działdowo in Polonia, beato Antonio Giuliano Nowowiejski, vescovo di Płock, che, nel medesimo periodo, recluso dai nemici in un campo di prigionia, sfinito dalla fame e da crudeli torture migrò al Signore.
Papa Giovanni Paolo II ha beatificato il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia, 108 martiri vittime della persecuzione contro la Chiesa polacca, scaturita durante l’occupazione nazista tedesca, dal 1939 al 1945. L’odio razziale operato dal nazismo, provocò più di cinque milioni di vittime tra la popolazione civile polacca, fra cui molti religiosi, sacerdoti, vescovi e laici impegnati cattolici. Fra i tanti si è potuto, in base alle notizie raccolte ed alle testimonianze, istruire vari processi per la beatificazione di 108 martiri, il primo processo fu aperto il 26 gennaio 1992 dal vescovo di Wloclawek, dove il maggior numero di vittime subì il martirio; in questo processo confluirono poi altri e il numero dei Servi di Dio, inizialmente di 92 arrivò man mano a 108. Diamo qualche notizia numerica di essi, non potendo riportare in questa scheda tutti i 108 nomi. Il numeroso gruppo di martiri è composto da quattro gruppi principali, distinti secondo gli stati di vita: vescovi, clero diocesano, famiglie religiose maschili e femminili e laici; appartennero a 18 diocesi, all’Ordinariato Militare ed a 22 famiglie religiose. Tre sono vescovi, 52 sono sacerdoti diocesani, 3 seminaristi, 26 sacerdoti religiosi, 7 fratelli professi, 8 religiose, 9 laici. Subirono torture, maltrattamenti, imprigionati, quasi tutti finirono i loro giorni nei campi di concentramento, tristemente famosi di Dachau, Auschwitz, Sutthof, Ravensbrück, Sachsenhausen; subirono a seconda dei casi, la camera a gas, la decapitazione, la fucilazione, l’impiccagione o massacrati di botte dalle guardie dei campi. La loro celebrazione religiosa è singola, secondo il giorno della morte di ognuno.
Fra loro ci fu il vescovo Antoni Julian Nowowiejski, nato a Libienie presso Oparow nella Polonia Meridionale, l’11 febbraio 1858; a sedici anni entrò nel Seminario diocesano di Plock; fu ordinato sacerdote a Plock il 10 luglio 1881 e l’anno seguente conseguì la laurea in teologia all’Accademia di Pietroburgo, proseguì nella sua meritata carriera divenendo in seguito Rettore del Seminario Diocesano e dal 1902 Vicario Generale della diocesi; il 12 giugno 1908 venne nominato vescovo di Plock che governò a lungo; nel 1930 papa Pio XI gli conferì il titolo di arcivescovo. Il suo fu un episcopato esemplare, vescovo di profonda spiritualità e grande spirito di preghiera, fu in pari tempo un grande promotore di ricerche teologiche. Durante l’occupazione nazista, venne arrestato il 28 febbraio 1940 insieme ad un gruppo di sacerdoti, fu internato prima a Slupno e poi rinchiuso nel campo di concentramento di Dzialdowo. Rifiutò l’aiuto offertagli per salvarsi, dicendo: “ Come può un pastore abbandonare le proprie pecore?”. E di nascosto benché sofferente, impartiva la benedizione ai torturati e moribondi; nonostante l’età avanzata, fu maltrattato con particolare accanimento; indebolito per il crudele regime del campo, completamente consumato dalle torture e dalla fame, morì il 28 maggio 1941 ad 83 anni e dopo tre mesi d’internamento a Dzialdowo. Il suo corpo, denudato, fu portato via su un carro e sepolto in un luogo sconosciuto.
Questo l'elenco completo dei 108 martiri:
- Adam Bargielski - Aleksy Sobaszek - Alfons Maria Mazurek - Alicja Maria Jadwiga Kotowska - Alojzy Liguda - Anastazy Jakub Pankiewicz - Anicet Koplinski - Antoni Beszta-Borowski - Antoni Julian Nowowiejski - Antoni Leszczewicz - Antoni Rewera - Antoni Swiadek - Antoni Zawistowski , sacerdote (1882-1942 KL Dachau) - Boleslaw Strzelecki , sacerdote (1896-1941, Germania Auschwitz) - Bronislaw Komorowski , sacerdote (1889-22.3.1940 KL Stutthof) - Bronislaw Kostkowski , studente (1915-1942 KL Dachau) - Brunon Zembol , religioso (1905-1922 KL Dachau) - Czeslaw Jozwiak (1919-1942 prigione Dresden), - Dominik Jedrzejewski , sacerdote (1886-1942 KL Dachau) - Edward Detkens , sacerdote (1885-1942 KL Dachau) - Edward Grzymala , sacerdote (1906-1942 KL Dachau) - Edward Kazmierski (1919-1942 prigione in Dresden), - Edward Klinik (1919-1942 prigione in Dresden), - Emil Szramek, sacerdote (1887-1942 KL Dachau) - Ewa Noiszewska, religiosa (1885-1942, Góra Pietrelewicka in Slonim) - Fidelis Chojnacki, religioso (1906-1942 KL Dachau) - Florian Stepniak, religioso, sacerdote (1912-1942 KL Dachau) - Franciszek Dachtera, sacerdote (1910-23.8.1942 KL Dachau) - Franciszek Drzewiecki, religioso, sacerdote (1908-1942 KL Dachau)- Franciszek Kesy (1920-1942 prigione in Dresden), - Franciszek Rogaczewski, sacerdote (1892-11.1.1940) - Franciszek Roslaniec, sacerdote (1889-1942 KL Dachau) - Franciszek Stryjas, padre di famiglia, (1882-31.7.1944 prigione Kalisz) - Grzegorz Boleslaw Frackowiak, religioso (1911-1943 ucciso in Dresden) - Henryk Hlebowicz, sacerdote (1904-1941 Borysewo) - Henryk Kaczorowski, sacerdote (1888-1942 KL Dachau) - Henryk Krzysztofik, religioso, sacerdote (1908-1942 KL Dachau) - Hilary Pawel Januszewski, religioso, sacerdote (1907-1945 KL Dachau)- Jan Antonin Bajewski, religioso, sacerdote (1915-1941 KL Auschwitz)- Jan Nepomucen Chrzan, sacerdote (1885-1942 KL Dachau) - Jarogniew Wojciechowski (1922-1942 prigione in Dresden). - Jerzy Kaszyra, religioso,sacerdote (1910-1943, in Rosica), - Jozef Achilles Puchala, religioso, sacerdote (1911-1943) - Jozef Cebula, religioso, sacerdote (1902-1941 KL Mauthausen) - Jozef Czempiel, sacerdote (1883-1942 KL Mauthausen) - Jozef Innocenty Guz, religioso, sacerdote (1890-1940 KL Sachsenhausen) - Jozef Jankowski, religioso,sacerdote, (1910 -16.10.1941, Auschwitz) - Jozef Kowalski - Jozef Kurzawa, sacerdote (1910-1940) - Jozef Kut, sacerdote (1905-1942 KL Dachau) - Jozef Pawlowski, sacerdote (1890-9.1.1942 KL Dachau) - Jozef Stanek, religioso, sacerdote (1916-23.9.1944, morto a seguito delle torture in Varsavia) - Jozef Straszewski, sacerdote (1885-1942 KL Dachau) - Jozef Zaplata, religioso (1904-1945 KL Dachau) - Julia Rodzinska, religiosa (1899-20.2.1945 Stutthof); - Karol Herman Stepien, religioso, sacerdote (1910-1943) - Katarzyna Celestyna Faron, religiosa (1913-1944 KL Auschwitz)- Kazimierz Gostynski, sacerdote (1884-1942 KL Dachau) - Kazimierz Grelewski, sacerdote (1907-1942 KL Dachau) - Kazimierz Sykulski, sacerdote (1882-1942 KL Auschwitz) - Krystyn Gondek, religioso, sacerdote (1909-1942) - Leon Nowakowski, sacerdote (1913-1939) - Leon Wetmanski(1886-1941, Dzialdowo), vescovo - Ludwik Gietyngier - Ludwik Mzyk, religioso, sacerdote (1905-1940) - Ludwik Pius Bartosik, religioso, sacerdote (1909-1941 KL Auschwitz)- Maksymilian Binkiewicz, sacerdote (1913-24.7.1942, Dachau) - Marcin Oprzadek, religioso (1884-1942 KL Dachau) - Maria Antonina Kratochwil, religiosa (1881-1942) - Maria Klemensa Staszewska, religiosa (1890-1943 KL Auschwitz) - Marian Gorecki, sacerdote (1903-22.3.1940 KL Stutthof) - Marian Konopinski, sacerdote (1907-1.1.1943 KL Dachau) - Marian Skrzypczak, sacerdote (1909-1939 in Plonkowo) - Marianna Biernacka (1888-1943), - Marta Wolowska, religiosa (1879-1942, Góra Pietrelewicka in Slonim) - Michal Czartoryski, religioso, sacerdote (1897-1944) - Michal Ozieblowski, sacerdote (1900-1942 KL Dachau) - Michal Piaszczynski, sacerdote (1885-1940 KL Sachsenhausen) - Michal Wozniak, sacerdote (1875-1942 KL Dachau) - Mieczyslaw Bohatkiewicz, sacerdote (1904-4.3.1942 shot in Berezwecz) - Mieczyslawa Kowalska, religiosa (1902-1941 KL Dzialdowo) - Narcyz Putz, sacerdote (1877-1942 KL Dachau) - Narcyz Turchan, religioso, sacerdote (1879-1942 KL Dachau) - Natalia Tulasiewicz (1906-31.3.1945 Ravensbrück), - Piotr Bonifacy Z|ukowski, religioso (1913-1942 KL Auschwitz) - Piotr Edward Dankowski, sacerdote (1908-3.4.1942 KL Auschwitz) - Roman Archutowski, sacerdote (1882-1943 KL Majdanek) - Roman Sitko, sacerdote (1880-1942 KL Auschwitz) - Stanislaw Kubista, religioso, sacerdote (1898-1940 KL Sachsenhausen) - Stanislaw Kubski, religioso, sacerdote (1876-1942 KL Dachau) - Stanislaw Mysakowski, sacerdote (1896-1942 KL Dachau) - Stanislaw Pyrtek, sacerdote (1913-4.3.1942 Berezwecz) - Stanislaw Starowieyski, padre di famiglia (1895-13.4.1940/1 KL Dachau) - Stanislaw Tymoteusz Trojanowski, religioso (1908-1942 KL Auschwitz) - Stefan Grelewski, sacerdote (1899-1941 KL Dachau) - Symforian Ducki, religioso (1888-1942 KL Auschwiitz) - Tadeusz Dulny, seminarita (1914-1942 KL Dachau) - Wincenty Matuszewski, sacerdote (1869-1940) - Wladyslaw Bladzinski, religioso, sacerdote (1908-1944) - Wladyslaw Demski, sacerdote (1884-28.5.1940, Sachsenhausen) - Wladyslaw Goral,(1898-1945 KL Sachsenhausen), vescovo - Wladyslaw Mackowiak, sacerdote (1910-4.3.1942 Berezwecz) - Wladyslaw Maczkowski, sacerdote (1911-20.8.1942 KL Dachau) - Wladyslaw Miegon, sacerdote, (1892-1942 KL Dachau) - Wlodzimierz Laskowski, sacerdote (1886-1940 KL Gusen) - Wojciech Nierychlewski, religioso, sacerdote (1903-1942 KL Auschwitz) - Zygmunt Pisarski, sacerdote (1902-1943) - Zygmunt Sajna, sacerdote (1897-1940 Palmiry)
Storia e Memoria. 28 Maggio 2009. (Thanks to: Antonio Borrelli, Santi e Beati)
GAETANO FERRETTI Reggio Emilia 04 ottobre 1887-Parma 23 giugno 1969 (Diario)
Gaetano Ferretti è nato a Reggio Emilia ma risiedeva a Parma in Borgo delle Colonne n. 8. Dal 25 luglio 1943 era Comandante del Presidio di Merano e l’8 settembre 1943 ascoltò l’inaspettato comunicato radio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio che annunciava l’avvenuta firma dell’armistizio con le forze anglo-americane. Subito diede ordine di rientrare in caserma ai soldati in quel momento in libera uscita per appostarsi a difesa del territorio. Purtroppo però, le truppe tedesche a differenza delle truppe italiane erano state messe precedentemente in pre-allarme e così si trovarono preparate a fronteggiare questa nuova realtà: “Da alleati, ... a nemici”. Così dopo una breve resistenza alla sera del 9 settembre 1943 ci fu la resa e la consegna delle armi.
Il Generale Gaetano Ferretti così terminava il suo diario di prigionia:
Purtroppo pochi hanno compreso l’animo degli ex-internati e valutato l’apporto da essi profuso nella liberazione della Patria. Non il Paese, poco il Governo, assillato da molti e gravi problemi, e tanto meno le Potenze vittoriose che non dimenticarono le steppe del Don e le sabbie dell'Africa, anche se le colpe di uomini politici e di dirigenti non dovrebbero offuscare il valore dei combattenti che, travolti poi senza loro colpa ed internati nei Lager, hanno saputo dare così degna prova di alta spiritualità.
Il nemico ha distrutto ogni principio di gerarchia, anzi ha indicato ai soldati come il loro miserabile stato sia dovuto agli ufficiali, ma ciò nonostante il loro contegno è stato mirabilmente fermo e coraggioso e non solo hanno cercato di prestar il minor contributo possibile, ma buttandosi allo sbaraglio e sabotando con ogni mezzo le disposizioni emanate dai tedeschi.
Qui le virtù civili degli italiani brillano del più puro splendore. Gli ex internati al ritorno trovano un alone di pietà al racconto delle loro traversie, una pena per i morti e per i sopravvissuti tarati nel fisico. Ciò è umano, ma non è quanto gli ex internati desiderano.
E' invece la stima per chi ha compiuto il proprio dovere con purezza di fede e non si è mai piegato, sorretto dalla forza interiore dello spirito. Potevano gli internati sottrarsi al loro supplizio? Certamente: bastava apporre la propria firma in calce alla formula di adesione ed il gioco era fatto. Ma era il gioco della propria coscienza avvilita, era il giuramento tradito, l'onore spento. E' la vittoria dello spirito sulla fragilità del fisico, è il combattente senz'armi che scaglia contro il nemico l'unica forza di cui ancora può disporre: il rifiuto a qualsiasi collaborazione a qualunque costo. Il contegno e la vicenda dell'internato si sintetizza in quel «NO! » gridato a tutti i propagandisti di ogni specie, grido che esprime l'angoscia della Patria, che rievoca l'abbominio di Cefalonia e di Lero, che ripete il Credo dei compagni fatti morire di fame e di sevizie. E quel « NO! » lo ripetono fra di loro come un incitamento, lo inseriscono nelle coscienze come l'amore alla Madre, lo sussurrano nel pensiero dei loro cari come un giuramento, lo invocano nelle preci come una promessa e ne conseguono forza e fierezza nel cuore. Il partigiano sfida il pericolo nel sole e nel gelo della montagna con l'arma in pugno, seppure tanto modesta rispetto a quella nemica. L'internato è in balia dell'avversario; ha una sola arma: la sua fede; con quella combatte. Sono due soldati dello stesso ideale che per venti mesi hanno sa- puto tenere alto il prestigio della Patria. E con pacata e serena obiettività si può considerare che il sacrificio non è stato vano.
Per gli ex internati si può meglio considerare e valutare ora quali gravi conseguenze avrebbe avuto sullo sviluppo della lotta, se fosse avvenuta, un'adesione al Reich. Sarebbe sempre stato il peso di un'aliquota di quei 700 mila uomini che avrebbe giocato sulla bilancia della guerra un ruolo, anche morale, pregiudizievole per il Paese. Il sacrificio degli ex internati sarà forse compreso appieno solo quando la storia avrà espresso il suo sereno giudizio. Ma essi hanno il diritto di dire la loro parola con la fierezza della Fede mai doma, nel nome dei vivi piagati nel fisico e dei Morti, che dalla terra straniera innalzavano verso il cielo della Patria la fiamma della resurrezione. Fa, o Signore, che sulle tombe del loro riposo, con il bacio di una Madre o di una Sposa, aleggi perenne il nostro ricordo!
Dal diario di Gaetano Ferretti
Il mattino del 10 settembre 1943 venimmo trasferiti a Maia Bassa nella Caserma del 33° Reggimento Artiglieria, scortati da militari armati dove il giorno successivo ci venne chiesto di collaborare con i tedeschi. Rifiutò quasi la totalità degli ufficiali e così venimmo portati a Bolzano con un autocarro e il giorno successivo ad Innsbruck dove riuscii a consegnare ad un crocerossina un biglietto da far pervenire ai miei famigliari per informarli che ero stato fatto prigioniero.
Lì ebbi le prive avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto in seguito nei vari lager: mi venne riferito che “il giorno prima un Ufficiale italiano, trattenuto su di un autocarro, venne avvicinato dalla moglie che lo voleva salutare. Una guardia gli urlò di staccarsi ma non avendo avuto ascolto, uccise l’ufficiale sotto gli occhi della moglie”. Ad Innsbruck venni fatto entrare in una caserma quasi deserta e sistemato in una camerata e dovetti dormire, come tutti gli altri, sul nudo pavimento. Il mattino successivo accusavo febbre e dolore al torace sinistro e così venni ricoverato nell’infermeria insieme ad alcuni soldati tedeschi ammalati o feriti. Venuto poi a conoscenza che i miei compagni stavano per essere trasferiti, mi rivestìi e li raggiunsi. Venimmo quindi condotti in una stazione distante circa 10 Km. e fatti salire su carri bestiame sigillato dall’esterno. Iniziò così il viaggio verso una ignota destinazione. Fu un viaggio interminabile dove ho subìto sofferenze e umiliazioni sotto la continua minaccia delle armi. Ogni tanto il treno si fermava per dare la precedenza ad altri convogli e alcune volte invertiva la rotta come se non sapessero dove portarci. Attraversammo tutta le Germania poi il treno si fermò a Stablack nella Prussia Orientale.
Stablack (Prussia Orientale) - dal 18 al 27 settembre 1943 -
Scesi dal treno, percorremmo circa 20 Km. e arrivammo a Konigsberg sede del Campo di Concentramento Stablack A, dove ci si presentò davanti una grande distesa di baracche scure in legno, circondate da una doppia cinta di filo spinato e torrette di sorveglianza. Venimmo alloggiati in queste baracche senza distinzione di grado e di età e costretti a riposare in luridi giacigli a castello a tre piani infestati di parassiti e senza coperte. Il vitto, somministrato una volta al giorno, consisteva in una brodaglia contenente patate non sbucciate e sporche di terra. Dopo due giorni i Generali vennero trasferiti in un altro campo. Essendo io il Colonnello più anziano, venni nominato Capo Campo. Con questa mia responsabilità feci presente al comandante tedesco che dovevano essere rispettate le norme della Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra ma mi fu risposto che noi non eravamo prigionieri ma dei traditori e quindi internati militari. Poi, in una giornata piovosa fummo radunati tutti (malati compresi) per un appello dove ci venne chiesto di aderire alla Repubblica di Salò e collaborare con i tedeschi. Nessuno accettò, tranne un Sottotenente e tre soldati. Nelle baracche, la promiscuità era mal tollerata dai più anziani e specialmente per la latrina in comune, posta su un’unica pertica orizzontale, che fungeva da sedile e che costituiva un equilibrio instabile sulle maleodoranti fosse nere che si stendevano minacciose al di sotto. Fummo quindi immatricolati e muniti di un piastrino da tenere al collo. Il mio numero era 5802 - I - A. Il 27 settembre 1943 chiusi in carri bestiame partimmo per destinazione ignota.
Deblin-Irena (Polonia) lager 307 - dal 29 settembre 1943 al 27 novembre 1943 -
Arrivammo dopo due giorni di viaggio a Deblin-Irena - lager 307 (un’antica Fortezza in muratura) era il 29 settembre. Lì vi trovammo altri ufficiali italiani prelevati dalle più svariate località. La vita nel campo si svolgeva abbastanza regolarmente, le spesse mura della caserma ci riparavano dal freddo e le stufe erano sufficientemente fornite di legna e carbone. La mancanza di una adeguata alimentazione però fece si che chi era più debole ed ammalato dovette soccombere. Avevamo qualche radio nascosta nei Blocchi, con le quali ricevevamo qualche notizia, ma i tedeschi di guardia, avvertiti da spie, piombavano a colpo sicuro e le sequestravano. Riuscimmo a salvarne solo una “radio Caterina” che la tenevamo nascosta nella cucina da noi gestita e che riuscì a seguirci nei vari trasferimenti. Anche in questo campo, come anziano, organizzai una infermeria la cui direzione venne data ad un ufficiale medico di provato valore, il Capitano Bonfiglioli. Le medicine venivano cedute spontaneamente dai militari che ne erano in possesso e in parte ci venivano fornite dai tedeschi. Da qui ebbi la possibilità di scrivere per la prima volta alla famiglia e di richiedere i pacchi-viveri. Un giorno venne nel campo una commissione italiana per propagandare la collaborazione con i tedeschi. Vi aderirono circa 180 elementi di cui molti erano indotti da malattia. il 27 novembre 1943, venni caricato nuovamente su carri bestiame per una destinazione ignota.
Cestokowa (Polonia) Stammlager 367 - dal 29 novembre 1943 al 9 agosto 1944
il treno si fermò a Cestokowa, dove venimmo condotti in una caserma che sul frontone dell’ingresso portava la dicitura “Nord-Kaserne”. Entrati, ci chiusero nel locale bagno dove vi restammo per parecchie ore poi subimmo l’ennesima perquisizione del bagaglio. Finalmente venni portato in un locale formato da due camerette dove vi erano 59 ufficiali venuti come me da Deblin-Irena considerati indesiderabili o ammalati.
Il nuovo campo era diviso in 7 Blocchi che contenevano 2.005 ufficiali e inoltre separatamente da noi vi erano dei prigionieri russi. La vita in questo lager non era diversa da quelli visitati in precedenza: sbobba due volte a giorno contenente poche patate e rape, il pane nero che veniva sezionato e diviso equamente mediante dosatura con una bilancina di precisione.
- Ricordo il triste spettacolo del trattamento poliziesco riservato al colonnello Luigi de Micheli che venne tenuto in cella per aver fatto prestare giuramento ad un gruppo di giovani Sottotenenti che ancora non avevano fatto la cerimonia ufficiale di fedeltà alla Patria.
- Ricordo che un giorno (ai primi di novembre 1943) il colonnello Pietro Lombardo e il colonnello Giorgio de Blasio, passando davanti alla prigione del campo, un prigioniero russo chiese loro una sigaretta che naturalmente loro non negarono e quindi gliela gettarono. Questa manovra venne notata da ufficiali tedeschi che spararono al prigioniero il quale di accasciò, poi condussero i due ufficiali italiani presso il comando tedesco e vennero puniti.
- Come ricordo infausto rimase memorabile la giornata del 29 marzo 1944, quando nella zona imperversò una tremenda bufera di neve e vento, con temperatura scesa improvvisamente a meno di 10°C sotto zero. Gruppi di SS., formidabilmente armati come per un assalto, irruppero improvvisamente nella caserma nelle prime ore del mattino.
Gli Ufficiali fatti scendere dagli accantonamenti senza alcun preavviso ed un adeguato riparo. Furono chiusi nei piazzali recintati dai reticolati, vigilati da sentinelle. Contemporaneamente alcuni civili (Agenti della Gestapo) sorvegliavano dalle finestre le mosse di ciascuno perché nessun oggetto potesse essere occultato. Mentre gli Ufficiali si aggiravano nei piazzali pieni di neve, come anime in pena sotto la bufera ghiacciata (compresi gli ammalati dell'infermeria), gli sgherri tedeschi passavano una perquisizione o meglio provvedevano ad una requisizione della roba conservata dagli internati nelle camerate, asportando e confiscando tutto quello che trovarono. Denaro, borse di pelle, vestiti, scarpe, impermeabili, accendisigari e quant'altro bramava la cupidigia di costoro, fu tutto incamerato. Solo dopo sette interminabili ore la perquisizione ebbe fine. Il giorno 9 agosto 1944 venimmo nuovamente trasferiti e così attraversammo la città per raggiungere la stazione distante circa 5 km. dove venimmo nuovamente caricati su carri bestiame e sempre con destinazione ignota, il treno si mosse alle ore 0,10. Il viaggio fu come al solito duro, con gravi disagi e per alcuni arrivò anche la morte.
Norimberga (Germania) - Oflag 73, Langwasser XIII B - dal 12 agosto 1944 al 3 febbraio 1945 -
Alle ore 6,15 del 12 agosto 1944 il treno si fermò alla periferia di Norimberga. Ci mettono in colonna come al solito per cinque e ci avviano al Campo che si intravede lontano, con le innumerevoli altane e un reticolato di cui non si percepisce la fine sullo sfondo cupo di un bosco immenso. E' il grande Campo di Norimberga che raggiungiamo poco dopo. Dopo l'arrivo si passa la solita rivista, nella quale ci spogliano di quel poco che ancora avevamo potuto salvare poi, incolonnati nuovamente, veniamo inviati nelle baracche vuote che sono state approntate. Si costituiscono col nostro arrivo prima due, poi tre nuovi Blocchi. Vengo assegnato al 6°, Baracca n. 95, con la maggior parte dei Colonnelli. Si vedono i resti anneriti di alcune baracche che sono state incendiate dalle bombe. Non è una prospettiva delle più liete. Verremo poi a conoscere dagli altri, che già si trovavano sul posto, che i bombardamenti sulla città di Norimberga sono frequenti, sia di giorno che di notte. Intanto ci orientiamo nel nuovo Campo. Anche in questo campo il trattamento e la vita si svolgevano come nei campi precedenti con due appelli, due ranci caldi di 3/4 di litro sempre peggio dei precedenti. Specialmente non si dimenticano quelli con i funghi avariati in cui i vermi coprivano tutta la superficie della gavetta o dell’utensile che ne faceva le veci. Durante le ore del coprifuoco, cioè dalle 20 alle 6, era vietata l’uscita dalle baracche ed i prigionieri dovevano, per le necessità fisiologiche, servirsi di un o due bidoni situati nell’atrio delle baracche stesse.
Il 12 agosto 1944 vediamo giungere il Maggiore del 47° Fanteria, Trombetta, il quale appena giunto è stato messo in stato di arresto e rinchiuso nella prigione del campo perché condannato a morire da un tribunale di guerra italiano, senza che conoscesse la motivazione della sentenza della quale, fra l’altro, egli non aveva sentore alcuno non avendo commesso reati di sorta. L’ufficiale venne rilasciato solo il 20 settembre, dopo che gli fu comunicato che si trattava di un errore dell’ufficiale italiano di Berlino. Quasi 40 giorni di tortura! Nella notte dell'8 ottobre 1944 il Colonnello Attilio Riva, già Comandante del Distretto Militare di Balzano, mentre si trovava nell'infermeria, uscì dalla baracca per recarsi alla latrina (abort) che era a pochi passi. La sentinella, che era sull'altana Io vide uscire dalla baracca, ma non fece alcuna osservazione. Dopo pochi minuti, erano le 1.30, il Riva uscì per rientrare nell'infermeria, ma una fucilata della sentinella (che si chiamava Wilhelm Schinthelm) lo stese a terra gravemente ferito al basso ventre. Il Dottore, che dormiva paco distante ed il Cappellano si precipitarono per soccorrere, ma la sentinella li fermò sulla porta sotto la minaccia dell'arma, intimando loro di non muoversi. In tal modo passò circa mezz'ora ed il ferito rimase a terra comprimendosi il ventre ed invocando inutilmente soccorso, finché, giunta sul posto, la guardia tedesca consentì di raccogliere il ferito e trasportarlo all'Ospedale, dove moriva alle 3.30 assistito dal Cappellano. Il Riva, a detta dei medici, avrebbe potuto salvarsi se fosse stato subito soccorso mentre la sentinella ebbe un premio dal Comando Tedesco. Il 3 febbraio 1945 partenza per una nuova destinazione. Alle ore 6 adunata nel grande viale prospiciente l’uscita e suddivisione per vagoni (gruppi di 40 ufficiali). Lunga attesa e finalmente partenza per la stazione dove arriviamo alle ore 10. Intanto alle ore 11 si viene a sapere che la partenza è stata sospesa e perciò si rientra la campo. Alle 9 del giorno successivo si parte e si lascia definitivamente il campo dove tanto penammo. Un’ora dopo siamo alla stazione e restiamo sul piano caricatore in attesa del treno che arriva alle ore 18. Alle ore 21 il treno parte per un’altra destinazione ignota. (Grimmental-Meiningen-Gustangen-Rheine-Lingen-Ems e Meppen dove dopo una lunga attesa si scende. Dopo una marcia di 14 km. si arriva al Campo di Gross-Hesepe.
Gross-Hesepe (Germania) lager n.308 - dal 6 febbraio 1945 al 5 aprile 1945 -
E' stato questo il vero Campo della fame. Si ritiene che il numero delle calorie giornaliere non superasse le 800-1.000 calorie, nominali s'intende, perchè anche qui bisogna avanzare una doverosa riserva sulla scadentissima qualità, che ne diminuiva sensibilmente il rendimento. Gli Ufficiali non furono più che larve di uomini di cui anche i più resistenti non si reggevano in piedi e presentavano i sintomi di sfinimento e deperimento massimo. Alcuni morti letteralmente di fame, come il Colonnello Francesco Nicoletti di Roma, il Capitano Giuseppe Martelli di Firenze e vari altri. Si può asserire senza tema di smentita che nessuno dei prigionieri avrebbe potuto resistere ancora per due mesi, come limite massimo per i più forti, a simile trattamento. Intanto il cannone lontano faceva ormai sentire il suo brontolio e nel cielo passavano immense formazioni aeree alleate che con balenii d'argento ne punteggiavano tutta la volta luminosa e gli avvenimenti incalzavano. Dal Campo nostro si dipartiva una decauville che faceva i trasporti di materiali e viveri nei vicini campi di Versen e Fullen. Un giorno si abbassò un velivolo e incominciò a mitragliare la macchina che era ferma sui binari causando la precipitosa fuga del personale tedesco ivi addetto. Ogni momento suonava il corno del “gross-alarm” ed il campo si vuotava come per incanto. Tutti dovevano correre dentro le baracche ed il personale di guardia, composto di inabili e di vecchi, ne riportava una tremenda paura. Tanta che ad un certo momento, sentendo avvicinarsi il combattimento, il Comandante tedesco dispose per l'evacuazione del Campo e mise due mitragliatrici in posizione al di fuori del reticolato, rivolte verso le nostre baracche per reprimere ogni eventuale ribellione e col proposito di soffocarla nel sangue. Furono, intanto, eseguite tutte le operazioni necessarie per una partenza immediata. Ma gli eventi precipitarono. La voce del cannone era ormai vicina al Lager. II vento ancora freddo ed umido dei primi di aprile ci portava talvolta oltre al rombo delle artiglierie anche lo sgranare delle armi automatiche e la sera del 4 aprile 1945 già si accennava all'abbandono del Campo. Reparti di punta Canadesi con due carri armati erano giunti in prossimità della nostra zona ed un Battaglione di tedeschi che occupava il vicino paese di Gross-Hesepe si ritirò su Meppen. Durante la notte gli abitanti del villaggio esposero le bandiere bianche in segno di resa ed allora i tedeschi, vedendo che gli avversari non avanzavano (né potevano farlo perchè isolati), ripresero contatto con Gross-Hesepe catturando il Borgomastro che solo più tardi fu liberato. Intanto, avanzate le truppe canadesi, il Comando tedesco del nostro Campo, alle ore 17,45 del 5 aprile 1945, inalberò sull'altana dell'ingresso del Campo la bandiera bianca con la Croce Rossa e tutta il personale di guardia sgombrò velocemente su Meppel. Il Campo era libero: la nostra prigionia finita!
4 Settembre 1945
Finalmente dopo tanti mesi di attesa giunge anche per noi il momento del rientro in Patria. Il Campo è tutto un tramestio di casse, cassette militari, valigie, fagotti e l'ingombro di quelle mille cose inutili eppure tanto care, ma che in buona parte si perderanno attraverso le vicissitudini del viaggio. Caricati gli autocarri, finalmente si parte alle 10.30, lasciando quel reticolato entro il quale la morte ci ha tante volte sfìorato. Sembra un sogno! Lasciati i paesi di Gross-Hesepe e Klein-Hesepe, la cittadina di Meppen e le varie piccole località, sbocchiamo nella grande autostrada di Berlino che ci porta ad Hannover. Raggiungiamo Braunschweig dove ci alloggiano in una grande caserma, tanto zeppa di uomini e di sudiciume che non si sa dove porre il piede. L'organizzazione è dovuta ad un Comando italiano, che ci fa sapere a mezzo di altoparlante che non eravamo affatto aspettati, perciò non avremmo potuto trovare una conveniente sistemazione. Siamo poi avvertiti che sono tollerati solo 25 kg. di bagaglio, non un grammo di più; cioè quello che ogni individuo può portare disinvoltamente con se. Molta roba viene quindi abbandonata. lo mi porto carte, fotografie, appunti, note, diario, raccolte di giornali, schizzi, ecc., il materiale che poi mi servirà per scrivere con dati di fatto precisi la storia della nostra prigionia. Finalmente, dopo varie alternative, verso le 7 si incomincia a partire per scaglioni di trenta uomini alla volta, raggiungendo la stazione che si trova a circa 600 metri. Il mio vagone è il 2044 ed è quello che mi porterà in Italia. Si parte alle 8.40 e dopo Woltenbutten si distribuiscono i viveri per la giornata. Transitiamo per Northeim, Gottingen, Bebra, Meklar.
Poi Newkirchen, Burghaun, Hunfeld dai grandi boschi, Marbech e finalmente Fulda, per ripartire alle 21.50. Arriviamo a Bemberg, grande centro ferroviario. Incrociamo un treno che trasporta ora Ufficiali tedeschi prigionieri fra i quali alcuni Generali, male in arnese anche loro ed in carro bestiame. “Una volta per uno” è il commento. Si riparte alle 11 proseguendo per Norimberga. La grande stazione ferroviaria è quasi demolita totalmente e solo le tettoie sono ancora in piedi, ma hanno subìto gravissimi danni. Nell'interno una grande aquila di bronzo caduta dall'alto giace ora a terra stroncata e deturpata, quasi a rappresentare la caduta del pazzesco sogno di Hitler, infranto per sempre dagli Alleati. Qui Sono rinchiusi in carcere i principali Capi tedeschi che verranno poi giudicati come criminali di guerra. Si riparte alle ore 17,55. Poi il treno si ferma di nuovo per riprendere infine la corsa ed il mattino siamo a Ratisbona, nel quarto giorno della nostra partenza da Gross-Hesepe. Dopo Monaco il treno si ferma a Mittenwald nella valle dell’Iser dove veniamo portati in una grande caserma. Veniamo rifocillati con una leggera minestrina per non appesantire lo stomaco. Poi il mattino dopo veniamo riuniti in un grande padiglione dove nuvole di DDT ci viene spruzzato ovunque. Poi di nuovo alla stazione. Dopo Innsbruck si riparte. Il treno è tutto un fremito di attesa e finalmente un grido: il Brennero! Viva l’Italia! Poi Bolzano, ... Pescantina. E’ questa la località stabilita per lo smistamento dei reduci e dove sono situati i padiglioni disposti dalla “Assistenza Post-Bellica” per l’ulteriore inoltro alle varie destinazioni.
Su un terreno viscido per le recenti piogge pervengo al Padiglione di Parma, ove sento, dopo anni, la parlata della mia terra e la commozione mi vince. Partiamo in autocarro e raggiungiamo finalmente la nostra Parma: 12 settembre 1945.
Fonte : “I.M.I. Internati Militari Italiani e Politici Italiani internati nei lager” - L’incontro con la Storia per non dimenticare (testimonianze). Raccolta a cura di Fausto Catelli
Grazie a:Museo della Memoria “Finzi-Musafia” Gramignazzo di Sissa (Parma)
Dedicato a: “La Shoah del popolo ebraico e la deportazione dei militari e politici italiani nei campi nazisti” .
Don GIUSEPPE CAVALLI Berceto (Pr) 8 ottobre 1898 Berceto (Pr) 23 luglio 1973
Giuseppe Cavalli nasce l’8 ottobre 1898 a Berceto, quarto e ultimo figlio di Guerrino e Angela Barbuti. La madre è una donna con una profonda fede religiosa che dovrà provvedere alla formazione dei tre figli maschi, dopo che l’unica femmina muore a soli nove mesi e dopo la scomparsa anche del marito. Per ciò che riguarda l’infanzia si sa poco; probabilmente, come i due fratelli Crispino e Gaetano, Giuseppe frequenta l’asilo di Berceto, affidato alla comunità delle salesiane Figlie di Maria Ausiliatrice, mentre a capo della parrocchia è don Carlo Orsi, una figura sacerdotale molto diversa da quella che diverrà don Cavalli, descritto come estremamente colto, dai modi eleganti, sempre aggiornato, ricercato per la sua capacità di discutere ed affrontare anche i temi più attuali.
Dopo le elementari, i cinque anni di ginnasio (corrispondenti alle medie e ai primi due anni di superiori) li frequenta al seminario di Berceto. Nel 1915 inizia gli studi liceali al seminario di Parma. L’anno successivo, però, l’edificio è usato come Ospedale militare e, quindi, continua gli studi al seminario di Cogneto di Modena, dove scopre la propria vocazione religiosa. Tornato a Parma, termina gli studi teologici e conosce don Giovanni Del Monte, docente del seminario e direttore del settimanale diocesano “Vita Nuova”.
Il 15 aprile 1922 è monsignor Guido Maria Conforti a conferirgli il diaconato e, il 29 giugno, a consacrarlo presbitero. Pochi giorni dopo, il 15 luglio viene assegnato alla parrocchia di Noceto, dove è arciprete don Ormisda Pellegri. Qui, il giovane don Cavalli rafforza l’oratorio e le attività parrocchiali occupandosi del coro, delle preghiere, degli studi, della formazione dei più giovani che grazie a lui si interessano alla cultura.
Desideroso di riscoprire alla vita del capoluogo, il vescovo Conforti gli assegna l’insegnamento di religione presso l’Istituto tecnico “Macedonio Melloni” nel novembre 1931. L’anno successivo passa al Liceo-ginnasio “Gian Domenico Romagnosi”, grazie agli studi teologici e alla stesura di un testo di religione, Gli orizzonti della fede. L’attività di insegnante nelle scuole cittadine toglie molto tempo alla parrocchia di Noceto e per questo don Pellegri fa arrivare le sue lamentele al nuovo vescovo, monsignor Evasio Colli, che sistema la situazione pensando ad una trasferimento di don Cavalli presso la Chiesa magistrale della Steccata.
Nel 1936, infatti, don Cavalli diventa cappellano della Steccata con l’incarico di assistere il prefetto-sagrista don Nestore Pelicelli: personalità rigorosa che non ammette deroghe o superficialità nell’amministrazione e nello svolgimento degli impegni. Don Cavalli invece, oltre ad essere impegnato a scuola, è continuamente invitato a conferenze e incontri cui non riesce a rinunciare e che, fin dall’inizio, lo mettono in disaccordo con don Pelicelli. Tanto che, nell’agosto del 1937, quest’ultimo chiede al presidente della Giunta amministratrice dell’Ordine Costantiniano il licenziamento del cappellano, a causa “dei persistenti ritardi e delle continue assenze”. Il 27 settembre 1937, però, don Pelicelli muore e il vescovo Colli nomina come suo sostituto don Pellegri. Questa decisione, che inizialmente non vede favorevole don Cavalli, si rivela una buona occasione per riallacciare un rapporto che si era incrinato per alcune incomprensioni.
Presso la Steccata il sacerdote continua a studiare opere che contribuiranno a renderlo in grado di saper confrontarsi e dialogare tanto con i giovani quanto con gli adulti. Nel 1938 è a capo del Segretariato moralità e continua a tenere conferenze su temi e dibattiti incentrati sul cristianesimo, la concezione dello Stato, il bene dell’uomo. È attivo nel Movimento laureati cattolici e nel Centro di cultura religiosa, grazie ai quali riesce ad approfondire il suo interesse per quella letteratura straniera che gli permette uno spirito aperto e vivace.
Per la sua distanza e avversione verso l’ideologia fascista, il sacerdote diventa con la crisi del regime punto di riferimento per i suoi alunni: giovani con la volontà di non accontentarsi, motivati, pronti a conoscere e ad essere partecipi del loro tempo. Ma don Cavalli non è solo questo: sarà tra i componenti del gruppo che a Bardi deciderà di dare inizio alla lotta partigiana; sarà sostenitore e amico degli studenti liceali che daranno vita ad un’associazione segreta con l’intento di combattere quel tipo di insegnamento che li spinge ad essere conformisti e remissivi; sarà vicino a chi deciderà di aderire al Comitato antifascista e, infine, sarà responsabile dell’ufficio stampa e propaganda della Democrazia cristiana. Un impegno che don Cavalli sente come doveroso, una lotta che intraprende come atto di fede nei confronti degli ideali e dei valori che sono il cardine della sua vita. Ma tutte queste attività clandestine, non rimangono del tutto sconosciute alla polizia fascista che, alla fine dell’aprile 1944, lo arresta.
Durante i giorni passati nel carcere di San Francesco, il sacerdote conosce gli ammiragli Inigo Campioni e a Luigi Mascherpa e li assiste durante il processo e la condanna alla fucilazione, avvenuta il 24 maggio 1944 al poligono cittadino. Un incontro che segna profondamente il sacerdote, tanto da scriverne in una lucida testimonianza dieci anni dopo (Il Calvario dei due ammiragli, edito dall’Associazione partigiani cristiani). Il 13 giugno 1944, in seguito ad un bombardamento alleato che colpisce anche San Francesco, molti detenuti riescono ad evadere. Tra questi vi è lo stesso don Cavalli che, una volta libero, riprende la sua attività antifascista fino alla Liberazione.
Con la fine della guerra, egli riprende l’insegnamento e gli impegni alla chiesa della Steccata e al Centro di cultura religiosa. A questi se ne aggiungono altri: come la responsabilità di direttore del settimanale “Vita Nuova” (fino al 1950), le conferenze e gli incontri del Movimento laureati cattolici, dei gruppi della Gioventù studentesca, dell’Associazione medici cattolici italiani e dell’Unione cattolica imprenditori dirigenti. Inoltre, con Enrico Mattei, è tra gli animatori dell’Associazione partigiani cristiani (di cui diventa presidente provinciale nel 1954) e, dal 1965 alla morte, dirige l’Istituto storico della Resistenza per la provincia di Parma.
Don Giuseppe Cavalli si spegne il 23 luglio 1973; nell’abbraccio della città, imponenti sono i funerali che si svolgono nella chiesa della Steccata e in piazzale della Pace, davanti al monumento al Partigiano.
Fonte : Per un approfondimento cfr. Pietro Bonardi, Giuseppe Cavalli. Un ribelle per fede e per amore, Centro Ambrosiano, Milano 2004.
PELLEGRINO RICCARDI Cattabiano di Langhirano (PR) 12 dicembre 1905 - Cattabiano di Langhirano (PR) novembre 1945
Laureatosi in legge, dopo qualche anno di pratica forense, entra in magistratura nel 1931; diventa pretore e, dopo alcuni trasferimenti, passa a Fornovo Taro (PR), dove rimane fino al 1949.
Nel 1928, praticante nello studio dell'avvocato Isi, conosce l'avvocato Rolando Vigevani col quale instaura un rapporto di fraterna amicizia, che non si interrompe, anzi cresce e si rafforza, dopo l'emanazione delle leggi razziali e dopo l'8 settembre 1943. E' proprio dopo questa data che Riccardi dà prova della sua amicizia: aiuta la famiglia Vigevani ad espatriare, con il valido contributo dell'avvocato professor Aurelio Candian, docente all'università di Milano, anch'egli antifascista. Anche altri ebrei di Parma e provincia hanno usufruito dell'aiuto disinteressato di Riccardi, che ha continuato a mettere a rischio la propria vita per i suoi ideali politici e umanitari.
Nell'agosto del 1944 entra a far parte del CLN provinciale di Parma; dopo la fine della guerra abbandona la politica per dedicarsi all'attività giudiziaria a Parma, in tribunale, prima come giudice della sezione penale e poi come presidente della stessa. Per un anno fu anche a Milano come giudice di Corte d’appello.
Nel 1970 Riccardi andò in pensione lasciando la magistratura ordinaria.
Nel dicembre del 1988 Pellegrino Riccardi, grazie all'impegno della signora Enrica Vigevani, che ricostruì gli eventi attraverso i documenti personali del marito, è stato insignito dallo Yad Vashem del titolo di Giusto tra le nazioni. Dal Novembre 1995 riposa nel piccolo cimitero di Cattabiano, vicino a Langhirano.
Fonti : Il materiale documentario sulla vita di P.R. è stato donato dalla signora Enrica Amar, vedova di Rolando Vigevani, a Carla Cavazzi, il 20 novembre 2000, perché venisse archiviato presso l'Istituto storico della Resistenza e della storia contemporanea di Parma.
SAMUELE SIMONE SPRITZMAN B13735
Samuele Simone Spritzman nacque nel 1904 a Kishinev o Chisinau, in Bessarabia, dove agli ebrei erano negati molti diritti, e nel 1923 giunse in Italia, a Parma, dove viveva una zia e dove frequentò il biennio di ingegneria; si trasferì, poi, a Torino, dove completò gli studi. Data la sua conoscenza della lingua russa, fu assunto prima alla Riv-Fiat come capo dell’Ufficio relazioni con l’Urss1, ufficio in cui rimase sette anni, e in seguito alla Magneti Marelli dalla quale fu licenziato per motivi razziali nell’aprile del 1939. In quell’anno cominciarono per Spritzman, perseguitato politico e razziale, le persecuzioni che continuarono in Italia e poi nell’Europa nazista fino alla fine della guerra.
Spritzman dimostrò subito di essere dotato di grande forza di carattere: solo all’ultimo infatti, il 2 marzo 1939, sottoscrisse la dichiarazione di appartenenza alla “razza ebraica”. Come prima conseguenza fu licenziato dalla Marelli che gli comunicò la cessazione del rapporto di lavoro per motivi razziali.
Simone Spritzman fu giudicato subito persona da tenere sotto sorveglianza e custodia, come possiamo ricavare dall’analisi dei documenti a disposizione: nel giugno del 1940 fu arrestato a Parma e imprigionato nel carcere cittadino di S. Francesco; venne poi mandato a Nepi, in provincia di Viterbo, come internato libero; da lì poté andarsene in seguito alle pressioni dell’ambasciata sovietica che lo assunse come impiegato fino al momento dell’attacco tedesco all’Urss, il 21 giugno 1941. Arrestato il 27 giugno, Spritzman fu rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli, poi inviato nel campo di concentramento di Corropoli, in provincia di Teramo, allestito soprattutto per prigionieri politici più che per ebrei stranieri. In seguito, per vari motivi, egli arrivò a Parma come internato e, in quanto tale, dovette sottostare al regolamento di polizia e sottoporsi ai previsti controlli. Dopo l’8 settembre 1943 ricominciò per lui, con più tragiche conseguenze, l’odissea di perseguitato.
Fu arrestato, secondo quello che egli stesso scrive, per espressa richiesta tedesca, e di nuovo passò dalle carceri di S. Francesco prima di essere mandato, il 18 novembre, nel campo di concentramento di Scipione nel comune di Salsomaggiore, in provincia di Parma.
Invece di subire il destino degli altri ebrei che da Scipione, passando per Fossoli, furono deportati ad Auschwitz nell’aprile 1944, col convoglio n. 9, Spritzman fu, nel campo, interrogato dalle SS il 15 gennaio 1944; in seguito fu portato, il 21 febbraio, a Bologna nella sede della Gestapo in via Saragozza, dove fu accusato di aver sobillato i compagni nei campi di detenzione e di essere un agente sovietico. La vedova (sig.ra Ada Tedeschi) racconta che fu ridotto in pessime condizioni fisiche dagli “interrogatori” di Bologna. Alla fine di aprile fu inviato a Verona per la prosecuzione dell’istruttoria e, nel contempo, gli fu imposto di lavorare in una squadra speciale destinata alla ricerca di bombe inesplose. Spritzman fu poi mandato al Lager di Bolzano e in ottobre, con tanti compagni, a bordo dei tristemente famosi vagoni piombati, partì per Auschwitz. Fu destinato al campo di sterminio di Birkenau dove gli venne tatuato sul braccio il numero B13735 e fu sottoposto a lavori pesanti. Lasciamo a lui il racconto conclusivo del suo viaggio nell’inferno dell’universo concentrazionario nazista:
qui fui adibito al gruppo smontaggio mitraglie di bordo. Insieme ai compagni fidati russi abbiamo rovinato centinaia di mitraglie ancora in buono stato[…] e il giorno 7 dicembre 1944 inviato per l’istruttoria all’edificio N° 11 della Gestapo (Gestapo Block Elf) nel campo di concentramento adiacente di Auschwitz.[…] Non mi sono mosso dalla mia posizione per un mese circa malgrado le sevizie ed altri sistemi speciali di interrogatorio come per esempio quello di assistere in qualità di spettatore alle impiccagioni dei propri compagni. Verso un certo periodo del gennaio 1945, avvicinandosi le truppe russe verso Auschwitz fui trasferito per continuare l’istruttoria nell’interno della Germania alla prigione militare di Breslau. Qui rimasi pochi giorni perché mancando il posto per continue evacuazioni delle prigioni delle città dell’est non era possibile occuparsi delle cause analoghe a quelle del sottoscritto. Per ciò fui trasferito al noto campo di annientamento delle SS di Gross Rosen. Dopo un paio di settimane di permanenza nel Transport-Block N° 17 di Gross Rosen fui trasferito in un comandos (distaccamento) di Gross Rosen in città di Landeshut ove essenzialmente, in gravissime condizioni morali e fisiche, fui adibito ai lavori di scavo delle trincee anticarro sino al giorno 9 maggio 1945, cioè ultimo giorno di guerra. Liberato dai russi fui portato dopo pochi giorni verso Odessa ma ammalato gravemente fui trasportato all’ospedale di Budapest dove rimasi per diversi mesi fino alla seconda metà dell’agosto 1945. Trasportato in Italia con una colonna di autopullman della Croce Rossa di Ginevra.
Liliana Picciotto nel suo volume Il libro della memoria scrive:
Spritzman Simon Samuele, nato a Chisinau in Romania il 24.04.1904, figlio di Elia e Faiman Adelaide. Ultima residenza nota: Parma. Arrestato a Parma nel 1944 da italiani. Detenuto a Parma carcere, Scipione campo, Bologna carcere, Verona, Bolzano campo. Deportato da Bolzano il 24.10.1944 ad Auschwitz. Matricola n. B-13735. Liberato nel circondario di Gross Rosen il 09.05.1945. Fonte 1a, convoglio 18.
Dario Venegoni, nel suo libro-elenco sui prigionieri di Bolzano scrive:
Sprizman Simon Samuele. Nato a Chisinau (Romania) il 24/4/1904. Arrestato a Parma (PR). Deportato da Verona (VR). Deportato da Bolzano il 24/10/1944 a Auschwitz. Liberato a Gross Rosen. Fonti: 4,10. Note10, pag. 605: Arrestato nel 1944.
Profilo storico redatto grazie a Carla Cavazzi - Ricercatrice Istituto Studi Storici sulla Resistenza di Parma .
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