CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN ITALIA

Per poterne fare un elenco differenziato e il più possibile aggiornato, bisogna distinguere i vari periodi in cui i Campi vennero istituiti.
Furono istituiti anche Campi di concentramento per l'internamento civile, ed erano sottoposti alla giurisdizione del Ministero dell'Interno (Decreto 4 settembre 1940), che, per garantire l'applicazione delle disposizioni prevista per l'internamento, aveva nominato cinque "Ispettori Generali di Pubblica sicurezza" . Talvolta, però la Direzione è affidata al Podestà (Sindaco) del Comune.
Dei "futuri Campi", segnalati nelle relazioni degli Ispettori, ne furono istituiti, nel 1940, circa 40. I Campi erano dislocati nelle province centro meridionali istituiti in genere in strutture private prese in affitto dal Ministero dell’Interno, compresi Monasteri e fabbriche dismesse .
La vigilanza è in genere affidata ai Carabinieri della locale Stazione, che installano un posto fisso di guardia all’interno del Campo o nelle immediate vicinanze. Talvolta, vi sono anche Poliziotti, che svolgono in genere funzioni amministrative.
Con un apposito Regolamento è disciplinata l’attività degli internati e i loro diritti e doveri. Possono svolgere alcuni lavori, conformi al loro rango, ricevendo un equo compenso, determinato dal Ministero dell’Interno. Devono essere trattati con umanità e devono essere protetti contro ogni offesa o violenza e non possono essere destinati in località esposte al fuoco nemico (vicino al Fronte di guerra) o insalubri.
Hanno diritto alla libertà di religione e di culto e conservano gli effetti e gli oggetti di uso personale. Normalmente, di giorno, possono circolare nei dintorni del Campo e nel Paese vicino, ma non possono interessarsi di argomenti politici o militari.
Le spese per il loro mantenimento sono a carico dello Stato, salva rivalsa sui loro beni o sul compenso da essi percepito per il loro lavoro. Se il Campo non ha la mensa,mangiano presso trattorie pagando con il sussidio del Ministero dell’Interno.
Non possono spedire o ricevere corrispondenza postale o telegrafica o pacchi se non tramite l’Autorità di P. S. che ha la vigilanza su di loro. Non possono detenere titoli, gioielli ed oggetti di valore, che devono essere depositati in cassette di sicurezza presso una Banca, e neppure somme di denaro superiori ai bisogni ordinari,che devono essere depositate presso una Banca locale o l’Ufficio postale, con un libretto intestato, dal quale però possono ritirarle liberamente.
All'assistenza sanitaria provvede il Medico Condotto o l’Ufficiale Sanitario del Comune. In caso di necessità e per le visite specialistiche, sono accompagnati dai Carabinieri in ospedale o in città.
Le condizioni igieniche dei Campi sono spesso precarie per il sovraffollamento e per la mancanza di acqua corrente e di adeguati locali adibiti a bagno. Le condizioni di vita degli internati sono in genere accettabili solo per i sudditi nemici che ricevono dalla Croce Rossa Internazionale (CRI) pacchi con generi di conforto, comprese le sigarette .
Dobbiamo qui fare una premessa nel precisare che la realtà vissuta nei Campi di detenzione italiani , era ben differente da quella dei Campi di concentramento nazisti. I Campi italiani erano si , luoghi di internamento , ma non vigeva il terrore dello sterminio sistematico come nei Lager ubicati in Polonia. La vita al suo interno, era abbastanza dignitosa e le punizioni non facevano parte della quotidianità , e in certi periodi l'alimentazione era piuttosto sufficiente.
Solo nei Campi gestiti dalle milizie naziste come , Fossoli di Carpi , Bolzano Gries e la Risiera di San Sabba le condizioni di vita erano peggiori, sempre lontane dalle realtà dai Campi di Dachau, Buchenwald e altri. Nella Risiera di San Sabba esisteva un forno crematorio e celle di punizione. Nei Campi di concentramento e nei luoghi di detenzione fascisti e del Ministero non esistevano strumenti di tortura e di morte.
Cos'è
il confino? lo sanno davvero in pochi.
Il confino era un provvedimento di pubblica sicurezza consistente nell'obbligo di dimorare in un comune della repubblica italiana diverso dalla residenza del confinato o in una colonia agricola, per un periodo da uno a cinque anni, con l'obbligo del lavoro e con l'osservanza delle prescrizioni stabilite dalla legge e dall'autorità competente. Nel codice penale Zanardelli, il confino era considerato una pena, mentre la legislazione vigente, abolendolo come tale, l'ha mutato in misura di prevenzione contro le persone socialmente pericolose, cioè, gli ammoniti che perseverino nella loro condotta contraria all'ordine pubblico,e le persone diffidate, ovvero quelle che siano tenute in particolare cattiva reputazione quali sospetti autori di azioni delittuose. Durante il fascismo, il confino fu quasi esclusivamente applicato alle persone ritenute svolgenti attività contraria alla politica del regime. L'istituto del confino è stato profondamente mutato, con la legge 27dicembre 1956, n. 1423, al fine di dargli una disciplina coerente con la Costituzione.


Campo di Ferramonti di Tarsia
Video-documentario prodotto della Rai . Il Campo nell'aspetto esteriore ricordava a lunghe linee un lager nazista, costituito da lunghi capannoni e posto nell'immediata vicinanza della linea ferroviaria Sibari-Cosenza.

Fascist Legacy - "L'eredità del fascismo"
E' un documentario in due parti sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato e mandato in onda nei giorni 1 ed 8 novembre 1989 dalla BBC.


Indice in ordine alfabetico dei Campi

Alatri (Frosinone), Campo di concentramento . Vedi Le Fraschett ;
Agnone (Isernia), Agnone è un paesino montano del Molise, fra Isernia e Campobasso . Durante il fascismo, in base a un ordine del settembre 1940 venne allestiro un “Luogo di detenzione” in cui, per il tempo della sua esistenza , dal 1940 al 1943 furono imprigionati specialmente rom e sinti di varie nazionalità rastrellati nei loro accampamenti.
L'edificio , ex convento di S. Bernardino da Siena, di proprietà della Diocesi di Trivento (abbandonato per un lungo periodo, era stato adibito dal 1931 a Seminario estivo) , diviso in 7 camere grandi e 9 piccole , era ubicato in una zona isolata fuori dal paese, a più di 850 metri d'altezza, grstito prima dai frati . Si calcola che siano stati rinchiusi circa 250 persone fra donne, uomini e bambini . Pochi fra essi percepivano un sussidio in denaro . Era stata allestita una scuola “rieducativa”per bambini . Scarsa alimentazione , freddo , Non c'erano stufe - pidocchi e miseria regnavano in questo luogo .
Diretto dal Commissario Giuseppe Cecere e dalla direttrice Amalia Vacalucci . La vigilanza è affidata ai Carabinieri, che allestiscono un posto fisso nell’edificio.
La libertà di movimento è notevolmente ristretta, mettendo anche delle inferriate alle finestre, in quanto i rom attuano vari tentativi di evasione e spesso venivano alle mani tra di loro, causando risse. Però, quando la CRI effettua una ispezione, il 21 giugno 1943, sia l’alimentazione che le condizioni igienico-sanitarie sono migliorate. Infatti, i rom coltivano l’orto, possono lavarsi con acqua calda tre volte al mese ed un medico effettua periodicamente delle visite. I malati più gravi sono trasferiti all’ospedale di Isernia.
Con l'armistizio e l'invasione tedesca dell'italia , il luogo fu sgomberato e liberato i suoi abitanti . Dopo la guerra si insediarono di nuovo i frati . Oera è una casa di riposo per anziani;
Alberobello (Bari), Campo di concentramento ; Alberobello fu sede di un complesso concentrazionario per prigionieri civili (una ex scuola agraria denominata Casa Rossa) aperto dal regime fascista all'indomani dell'entrata in Guerra dell'Italia (10.6.1940); esso restò in funzione dal 1940 al 1950. Sino al 1943 furono deportati civili britannici, italiani ritenuti politicamente pericolosi, deportati dalla Jugoslavia occupata, Ebrei provenienti da Germania, Polonia. All'indomani dell'armistizio tra Italia e Alleati (8.9.1943), furono altresì deportati esponenti del decaduto regime fascista, italiani accusati di crimini di guerra, militari della Decima MAS. Dal 1947 Alberobello fu Campo di raccolta per ex collaborazionisti, disertori, ecc.
Anghiari Renicci (Arezzo), Campo di concentramento. Nel luglio del 1942 l’Impresa Arch. G. Berni & Figli di Firenze venne incaricata dal Genio Militare di Firenze della costruzione urgente di un nuovo "Campo di concentramento”. Istituito nell'ottobre 1942 (al settembre 1943) era ubicato nella località La Motina, nel comune di Anghiari, provincia di Arezzo. Inizialmente nato come Campo militare per prigionieri di guerra n. 97, in seguito, per disporre l'internamento di civili lontano dal confine jugoslavo, fu scelto il Campo più sicuro di Renicci. Con l'invasione e l'annessione delle regioni annesse all'Italia (Slovenia e in particolare dalla provincia di Lubiana), furono internati per lo più sloveni, croati. Si aggiunsero a partire dal '43, albanesi, montenegrini (di cui una parte ufficiali e sottoufficiali dell’ex esercito jugoslavo), italiani trasferiti dai Campi di Ustica (171), Ventotene (800) e Ponza (541).
I primi internati giunsero dal Campo di Gonars il 7 ottobre 1942, quando ancora non era pronto, e si sistemarono in tende da 15-20 persone (solo nella primavera le precarie baracche furono allestite). Si stima che alla fine dello stesso mese ospitasse già oltre 1.300 persone per arrivare a fine dicembre a 3.884 (Cfr. in C.S Capogreco) fra uomini, ragazzi e bambini. Era gestito dalle Autorità militari e comandato dal Colonnello di Fanteria Giuseppe Pistone. Suddiviso in tre settori (il terzo mai completato, poi si voleva costruire anche un quarto per una capienza complessiva di 10.000 persone) di forma quadrata, ognuna separata da doppio filo spinato e torrette di guardia. I settori erano ulteriormente divisi da un corridoio centrale dove si trovava una cappella per le funzioni religiose e una camera di disinfestazione. Ogni settore era composto di 12 baracche-dormitorio e comprendevano molti altri servizi fra cui: baracca- convegno, spaccio di distribuzione, camera di punizione, edificio per attività di barbiere, sarto e calzolaio, cucina e dispensa, infermeria e infine i bagni. Tutto chiaramente semplice e precario. Adiacenti il terzo settore, si trovavano un magazzino, le due baracche per la guarnigione, l’edificio per il comando del settore ed un altro adibito a residenza dell’ufficiale di picchetto, la cucina e il corpo di guardia. Molte strutture dell'amministrazione, ancora oggi visibili, si trovano lungo la strada che da Anghiari porta al Campo: la villa del comandante, l’infermeria, gli alloggi degli ufficiali e quello per il nucleo di carabinieri. Fra gli edifici ancora visibili vi sono anche la camera mortuaria ed il magazzino automezzi, ora integrati con le abitazioni private. Nel Campo imperversavano malattie, sporcizia favorendo così lo svilupparsi di pulci e pidocchi. Una costante era sopratutto la fame e i prigionieri morivano facilmente di dissenteria e a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie. Inoltre gli internati furono utilizzati come manodopera per la costruzione e l’ingrandimento del Campo stesso e poi, dopo il marzo del 1943, anche per la sistemazione idraulica dell’alveo del Tevere in una zona distante sei chilometri nel comune di Pieve Santo Stefano.
Dopo l'armistizio dell'otto settembre i prigionieri non furono liberati, ma il 14 settembre ci fu una fuga in massa dal Campo perchè lasciato incustodito dai guardiani che si erano spaventati all'arrivo di un gruppo di tedeschi. I prigionieri si dispersero per le campagne e alcuni furono ospitati dalle famiglie dei contadini e poi si diressero verso le Marche, per raggiungere infine la Jugoslavia, alcuni (quelli più politicizzati) si unirono alla Resistenza italiana, ma formarono anche un battaglione autonomo di soli slavi che operava nella zona, il battaglione Dusan.
Le spoglie di 446 caduti jugoslavi sono state raccolte in un sacrario a San Sepolcro. Di questi soltanto 106 sono morti a Renicci e una quarantina negli ospedali vicini; gli altri sono partigiani jugoslavi uccisi dopo l’8 settembre che erano stati internati in gran parte a Renicci, ma anche in altri Campi dell'Italia centrale.
Ariano Irpino (Avellino), dove erano internati italiani maschi: era istituito nelle case antisismiche e nel villino Mazza, aveva una capienza di 130 posti ed era diretto dal Commissario Vito Pirozzi;
Arona (Novara), Campo di concentrament ;
Bagno a Ripoli (Firenze), dove erano internati sudditi nemici maschi. Istituito nella villa la Selva e nella villa La Colombaia, aveva una capienza di 200 posti ed era diretto dal Commissario Pasquale De Pasquale e da Marianna Conti;
Berra (Ferrara), campo di transito. Questo luogo rappresentò un punto di transito per carovane di Rom e Sinti di cittadinanza straniera arrestati nella provincia di Ferrara; si riservò loro una striscia di terra dove vennero trattenuti forzatamente. Successivamente saranno inviati verso il Campo di concentramento di Agnone;
Boiano (Campobasso), Il Campo di concentramento di Boiano , allestito, nell’estate 1940 , era composto di quattro grandi costruzioni di un ex tabacchificio, di proprietà della società Saim, di fronte alla linea ferroviaria, circondate da un reticolato alto due metri. Secondo i dati ufficiali, il campo di concentramento di Boiano poteva accogliere “250 internati normali” oppure “300 zingari”. A Boiano vennero imprigionati 58 zingari, trasferiti dopo il 15 agosto 1941, nel campo di Agnone, che già ne aveva avuti in carico altri 57, dal luglio 1940. Nel settembre 1941, risultavano essere 76 gli zingari internati in questo campo, di nazionalità italiana, spagnola, croata, francese. Era diretto dal Commissario Mario Contardi . Il primo ottobre 1940 l'Ispettore di P.S DI P.S Panariello , disse su questo Campo : Gli zingari destinati al detto campo, dovrebbero, prima di accedervi, essere sottoposti ad una doccia o bagno di pulizia,e ciò per evitare il propagarsi di insetti, e per evitare infezioni.
Il servizio di disinfezione dovrebbe poi essere abbondante e continuativo. Per il servizio d'ordine sarà necessario portare a 10 il numero dei carabinieri, compreso un graduato, e, quando il campo sarà completo, aumentare anche il numero degli agenti. Ciò perché trattandosi di gente capace di qualsiasi cattiva azione, amante della vita randagia e quindi proclive a fuggire, sarà necessario di stabilire vari servizi continuativi di vigilanza all'interno ed all'esterno del campo, anche per la guardia del materiale rotabile.
Nelle suesposte considerazioni è di accordo con me il Comm. Rovelli, Questore di Campobasso, il quale, per ora, ha già fatto fermare venti capi famiglia di zingari.
Le condizioni di vita sono alquanto precarie, tanto che il 3 febbraio 1941 un rappresentante degli internati si lamenta con l’Ispettore del Ministero dell’Interno per le condizioni antigieniche dei locali e per la qualità e la quantità del vitto.
Iniziano quindi i lavori di ristrutturazione dei capannoni, in cui ci sono anche infiltrazioni di acqua piovana, ma poi si decide, anche su parere dell’Ispettore Generale del Ministero (Rosati) di chiudere il Campo; così, il 15 luglio 1941 i 58 Rom presenti sono trasferiti ad Agnone.
Borgomanero (Novara), Campo di concentramento;
Busseto (Parma), campo di Concentramento per sottoufficiali e ufficiali ex esercito jugoslavo;
Campagna (Salerno), dove erano internati, prevalentemente, ebrei maschi di varie nazionalità. Istituito nell'ex caserma S. Bartolomeo e nell'ex caserma Concezione, aveva una capienza di 650 posti ed era diretto dal Commissario Eugeni De Paoli .
Oltre ai campi di concentramento e luoghi di detenzione di nuova istituzione vennero utilizzate le colonie di confino di Lipari, Ponza, Ventotene, Ustica, S. Domino (Tremiti), Nuoro, Pisticci e Castel del Guido, dove vi si internarono, in prevalenza, gli italiani ritenuti più pericolosi.
Tra la fine del 1940 e il 1943 alcuni campi di concentramento in funzione vennero chiusi, come il campo di Gioia del Colle , di Boiano (Campobasso) e quello di Chieti. Altri campi vennero istituiti come il campo di Sassoferrato (Ancona), Renicci di Anghiari (Arezzo), Fraschette d'Alatri (Frosinone), Farfa Sabina (Rieti), Petriolo (Macerata).
Oltre ai campi citati poc'anzi , dal 1941, vennero istituiti dei campi di concentramento anche dalle autorità militari. Erano dislocati, sia nelle zone di occupazione, Jugoslavia, Albania e nelle isole Greche, che in territorio italiano. Anche alcuni dei campi, che all'inizio erano di giurisdizione del Ministero dell'Interno, nel corso della guerra, passarono sotto la dipendenza dello "Stato Maggiore dell'Esercito Ufficio prigionieri di guerra".
Casacalenda (Campobasso), È allestito nelle’estate 1940 nell’ex Convitto della Fondazione Caradonio-Di Blasio,ubicato vicino ad un Ginansio-Liceo, nel centro storico. L’edificio dispone di 3 stanze grandi e 9 piccole, con circa 160 posti. La mensa è autogestita.
Vi sono internate solo donne, appartenenti alle categorie dei sudditi nemici (inglesi), degli ebrei stranieri (tedesche e polacche) e degli ex Jugoslavi (soprattutto dal 1942).
La Direzione è affidata ad un Commissario di Polizia Giuseppe Martone coadiuvato da una Direttrice Ezia Calogero, mentre la vigilanza è affidata ad alcuni Carabinieri e Poliziotti . All’assistenza sanitaria provvede un medico del paese e per le visite mediche specialistiche le internate si recano a Campobasso, con la scorta dei Carabinieri Le internate hanno 3 ore al giorno di libera uscita, nelle vicinanze del Campo.
Il 22 giugno 1943, c’è una visita della CRI. Sono presenti 49 internate e quelle provenienti dalla ex Jugoslavia protestano per non poter ricevere pacchi viveri e di altri generi di conforto. La CRI invia al Ministero dell’Interno una copia del rapporto degli Ispettori, chiede maggiore omogeneità di trattamento tra le diverse categorie di internate e versa un assegno di 1.600 lire, da dare alle internate ex Jugoslave affinchè possano acquistare indumenti e supplementi di viveri.
Dopo l’8 settembre, le internate straniere vengono liberate, in base alle disposizioni dell’Armistizio, in attuazione delle quali il Capo della Polizia emana il 10 settembre una Circolare;
Casalbordino (Chieti), fabbricato di proprietà del sig. Germano Sanese, con 350 posti;
Caserme Rosse (Bologna), era un lager di transito ubicato in via corticella 147 , composto da sei edifici a forma di U . Gli internati , a migliaia , tra militari di ogni arma , sorvegliati dalla milizia nazista erano in attesa della deportazione in un campo di concentramento o di sterminio . Il bombardamento aereo alleato del 12 ottobre 1944 , cinque dei sei imponenti fabbricati a forma di U, le palazzine comando, altri fabbricati minori, sotto il peso distruttivo di 750 ordigni da 100 libbre sganciati durante l'attacco aereo del 47° Bomb Wing dell'Air Force americana che avvenne dalle ore 12 alle ore 14, come si è appreso dall'apertura avvenuta qualche anno fa degli archivi dei servizi segreti americani riguardo i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, furono rasi al suolo;
Casoli (Chieti), Campo di concentramento;
Castel di Guido (Roma), Campo di concentramento e centro di lavoro;
Castell'Arquato (Piacenza), Campo di concentramento;
Castello Sereni (Umbria), Campo di concentramento;
Castanevica (Gorizia), Campo di concentramento;
Ceprano (Frosinone), Campo di concentramento;
Chiesanuova (Padova),Chiesanuova è un sobborgo di Padova (oggi integrato al resto della città) vicino al cimitero Maggiore, in direzione di Vicenza. Alla fine di giugno del 1942, vi fu aperto un Campo di concentramento per internati civili jugoslavi, principalmente sloveni, allestito nei locali dell’attuale caserma Romagnoli.
Comandato dal tenente colonnello Dante Caporali, il Campo disponeva di sei grandi padiglioni in muratura, di dieci locali minori, ed era circondato da un muro perimetrale di quattro metri d’altezza, intervallato ai quattro angoli da garitte per le sentinelle. Ognuno dei sei padiglioni - sottoposto al comando di un ufficiale - costituiva un settore autonomo. Ciascun settore, a sua volta, era costituito da due «file» (o reparti), ognuna delle quali comprendeva sei cameroni, comunicanti l’uno con l’altro senza sbarramenti di sorta. Al di là dell’ultimo camerone vi erano le latrine e un grande lavatoio collettivo.
I primi internati - 1.429, tutti di sesso maschile e originari, per la gran parte, della «Provincia di Lubiana» - giunsero a Chiesanuova il 14 agosto 1942 per trasferimento da Monigo. A un mese dall’apertura del Campo, il numero dei reclusi raggiungeva le 2.129 presenze; ma, tra ottobre e novembre, circa 1.500 internati venivano trasferiti nei Campi di Renicci e di Arbe. Al loro posto, quindi, subentravano la maggior parte degli «internati militari» jugoslavi precedentemente reclusi nel «Campo minore» di Gonars. Successivamente, a partire dal gennaio ‘43, giungevano diversi altri trasporti che, in estate, avrebbero portato il totale degli internati a 3.410 unità. I più significativi provenivano dai Campi di Zlarino (186), Arbe (300) e Ustica (500).
Le condizioni di vita furono molto dure. Sul piazzale del Campo era stato installato il palo delle punizioni, una specie di gogna, al quale venivano legati i responsabili di infrazioni mentre nei sotterranei erano state predisposte le celle per le pene di tipo detentivo. Il vitto giornaliero garantiva al massimo 700 calorie, per cui - stretti dai morsi della fame - i reclusi ricorrevano ai familiari e agli amici rimasti liberi, sollecitando l’invio urgente di viveri. Ma i pacchi con cibarie e generi di conforto vi poterono arrivare regolarmente soltanto dall’autunno del 1942.
Durante l’inverno, gli internati trascorrevano le giornate nei cameroni, rannicchiati l’uno accanto all’altro sui letti a castello, per difendersi dal freddo. Dal punto d vista abitativo, tuttavia, le solide strutture in cemento della caserma, di per sé, davano un relativo conforto e un certo senso di sicurezza rispetto alle tende e alle baracche di molti Campi «per slavi». Migliori, rispetto a quelle dei civili, furono le condizioni di vita degli «internati militari». Essi, generalmente, conducevano vita piuttosto riservata, isolandosi nei propri reparti, in quanto - per via della resa ingloriosa dell’esercito jugoslavo del 1941 - non godevano di molte simpatie tra i loro connazionali.
Tra gli internati di Chiesanuova vi erano molti medici che - malgrado la scarsità di mezzi a disposizione - si prodigarono attivamente, più dei sanitari ufficiali, per la salute dei reclusi. Nonostante ciò, nell’intero periodo di attività del Campo (poco più di dodici mesi) vi persero la vita 70 internati.
Significativo è stato il sostegno materiale e spirituale portato agli internati dal religioso padovano don Placido Cortese, originario di Cherso, sostenuto da alcune studentesse slovene che frequentavano l’Università di Padova.
I soldati di guardia, inizialmente tennero un atteggiamento distaccato e ostile nei confronti degli internati, ma col tempo i rapporti migliorarono fino al punto che, tra guardiani e reclusi, si sviluppò un fiorentissimo mercato nero. Tanto che - secondo quanto denunciato il 1° marzo 1943 dal colonnello Bruno Licini - chi aveva disponibilità di denaro, a prezzi esorbitanti, poteva comprarsi pressoché ogni cosa. Per una pagnotta di pane, ad esempio, venivano richieste 20 lire e per una sigaretta 4 lire. Su commissione di alcuni ex ufficiali della marina militare jugoslava, una guardia introdusse nel Campo persino le componenti di una radioricevente. La radio venne poi montata e messa in funzione clandestinamente; cosicché le notizie delle vittorie degli Alleati rimbalzavano per le camerate, alimentando l’azione propagandistica degli antifascisti.
Anche nel campo di Chiesanuova gli internati organizzarono una certa attività socio-culturale. Tra l’altro, funzionava un «comitato di assistenza» che si adoperò con successo perché parte del contenuto dei pacchi ricevuti venisse devoluto ad un «fondo comune» riservato ai più bisognosi. Di tanto in tanto vennero organizzati concerti e incontri di studio; e vennero «pubblicati» anche quattro numeri di una sorta di notiziario interno il cui titolo, «La giusta verità per gli internati», era la parodia di un foglio propagandistico fascista («La giusta verità per gli sloveni») ampiamente diffuso dagli italiani nella «Provincia di Lubiana».
In seguito all’annuncio dell’armistizio, gli internati più politicizzati predisposero un piano - non riuscito - con l’obiettivo di impossessarsi delle armi dei soldati ed assumere il controllo del Campo. Il 10 settembre 1943, la struttura venne occupata dai tedeschi che - con due convogli ferroviari - trasferirono i prigionieri a Zagabria, via Brennero-Vienna. Nella capitale croata alcuni di essi vennero arruolati in formazioni collaborazioniste slovene; molti altri invece, vennero rilasciati.
Da Carlo Spartaco Capogreco;
Chieti, Campo di concentramento nell'asilo infantile "Principessa di Piemonte" di proprietà del comune con 30 posti;
Città S.Angelo (Pescara), dal giugno 1940 all' 8 settembre 1943 : qui erano internati civili Yugoslavi;
Civitella della Chiana (Arezzo) dal luglio 1940 al giugno 1944: dove erano internati sudditi nemici maschi , inglesi deportati dalla Libia , istituito nella villa Oliveto, aveva una capienza di 200 posti ed era diretto dal Commissario Amedeo Mascio ufficiale di pubblica sicurezza;
Civitella del Tronto (Teramo), Campo di concentramento nella città fortezza di Civitella del Tronto , Teramo (Abruzzo) dal settembre 1940 al maggio 1944 : qui erano internati civili greci, "sudditi nemici" britannici, belga, cinesi , aveva una capienza di 200 posti ed era diretto da Mario Gagliardi funzionario di pubblica sicurezza;
Colfiorito (Perugia), Campo di concentramento: si trovava presso la caserma di un ex poligono militare, nella frazione di Colfiorito, comune di Foligno a 750 metri sl. del mare.
Istituito nell'agosto del 1939 come Campo per prigionieri di guerra nr. 64, vengono “confinati” i primi prigionieri, 9 albanesi che nel giro di pochi mesi saliranno a 23, arrestati in seguito all’occupazione italiana dell’Albania.
Data la precarietà del Campo e a scanso della diffusione di epidemie alla popolazione locale, a fine gennaio 1941 viene temporaneamente sgombrato e gli internati trasferiti in altri Campi.
In seguito il Ministero della Guerra lo riserva ai prigionieri di guerra britannici, australiani e neo-zelandesi(100 prigionieri).
Come in altre situazioni, a breve divenne un Campo per internati civili. Nel gennaio del 1943 arrivano circa 700 montenegrini. Nel giro di poco tempo dai Campi albanesi di Kavaja e Clos vengono deportati molti prigionieri e il Campo arriva a circa 1.500 (300 ad aprile, 300 a giugno e 200 ad agosto). Si costruiscono delle nuove baracche in legno per alloggiare i nuovi arrivati.
Il 21 settembre 1943 giungono a Colfiorito due carri armati tedeschi in ricognizione. La notte del 22 settembre più di mille prigionieri scappano dal Campo e molti si uniscono alle bande partigiane della zona: la Brigata Spartaco, distaccamento Mancini con sede a Cotogna, al Gruppo 207 di Sefro, al Gruppo di Massa e alla Brigata Garibaldi. A Zoran Kompanjiet, noto col nome di Tenente Nicola, viene assegnato il comando del Gruppo 205 che raccoglie molti degli ex-prigionieri slavi sbandati nelle campagne. Molti si disperdono e si rifugiano nelle case dei contadini della zona di Cesi a Serravalle del Chienti.
I prigionieri che non erano riusciti a scappare vengono consegnati alle truppe tedesche e condotti nel Campo di concentramento di Sforzacosta;
Corropoli (Teramo), Campo di concentramento nella Badia Celestina;
Cortemaggiore (tra Piacenza e Cremona), Campo di concentramento e centro di lavoro;
Coreglia Ligure (Genova), Campo di concentramento per prigionieri di guerra .Dopo l'inizio del secondo conflitto mondiale , nei primi mesi del 1941, Il Genio Militare, della Caserma di Caperana di Chiavari, avvia la costruzione del Campo di Concentramento per prigionieri di guerra N° 52 ubicato nel Comune di Coreglia Ligure. Il Campo era composto da fatiscenti baracche la cui unica costruzione in muratura era costituita dall'infermeria ricavata nella casa di campagna dei marchesi Marana.
Inizialmente il Campo fu utilizzato per la detenzione dei prigionieri catturati al fronte africano, per lo più militari dell'esercito inglese stimati in circa 15.000. Durante questo primo periodo la qualità della vita e della detenzione era di buona qualità, i trattati internazionali erano rispettati ed i sopralluoghi della Croce Rossa Internazionale vigilavano costantemente il Campo. Dopo l' 8 settembre 1943 , l'Italia venne progressivamente occupata dalle milizie naziste le quali imposero la resa del presidio italiano in forza al Campo , organizzando la successiva deportazione dei 3.195 militari in quel momento ancora internati. Con la proclamazione del Repubblica di Salò ed i vari provvedimenti antiebraici , la struttura detentiva , in quel momento rimasta vuota ebbe una nuova collocazione , in relazione all'ordine di polizia N°5 , il quale indicava che , tutti gli ebrei, anche se discriminati, (....), e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento.
Il Capo della Polizia di Genova individua nella struttura di “Calvari” il possibile campo per internati civili. In questo breve periodo di "seconda" esistenza del Campo passarono poco più di 30 persone di origine ebraiche , alcune successivamente trasferite verso il carcere di Marassi e San Vittore. La data del 21 gennaio 1944 indica l'ultimo trasporto: i venti ebrei detenuti nel Campo di Coreglia sono prelevati dal maresciallo delle SS Max Ablinger e iniziati verso il loro ultimo viaggio , destinazione Auschwitz.;
Crocetta Castelfrentano (Chieti), Campo di concentramento;
Fabriano (Ancona), venne allestito nell'ottobre del 1940 un campo di concentramento maschile , un tempo utilizzato come caserma , in una parte del Collegio Gentile, in Via Cavour 38, di proprietà della chiesa . Dopo i primi adattamenti era pronto ad ospitare 100 persone e nel maggio del 1942 raggiunse 84 presenze. Tra tutti i Campi maceratesi , fu definito il peggiore a causa di una ferrea sorveglianza , dovuta alla presenza di internati ritenuti pericolosi , mancava il riscaldamento , un impianto docce , un infermeria e gli internati potevano uscire soltanto nel cortile per prendere aria . Alcuni furono utilizzati per lavori di manutenzione stradale e edile nella zona. Essendo il Campo in una situazione igienico sanitaria assai precaria furono disposte vaccinazioni antitifiche e antivaiolose.
Il Campo venne chiuso nel settembre del 1943, 57 internati erano ancora presenti. Il campo funzionò anche durante il periodo della RSI per l'internamento di renitenti alla leva, partigiani, lavoratori coatti e per gli internati che venivano nuovamente catturati nella provincia di Ancona.
Era diretto da Commissario Paride Castellini;
Fermo (AP), dove erano internati prigionieri di guerra , ubicato nel comune di Monte Urano;
Fertilia (Sassari) Campo di concentramento: si trovava presso la frazione di Fertilia, comune di Alghero. Istituito il 26 gennaio 1943 dall'Ente Sardo di Colonizzazione (E.S.C.) per la mancanza di manodopera locale a seguito della mobilitazione militare e civile, grazie a un accordo con la Direzione Generale dei Servizi di Guerra, alla fine del 1942 ottiene l'assegnazione di 274/5 ( 75 persone, il 26 gennaio 1943, 178 il 23 marzo dello stesso anno) civili croati, politici e non, internati già nel Campo di concentramento fascista di Molat (Dalmazia).
Il Campo era formato da tre baracche di sassi con finestre chiuse da inferriate e gli internati dormivano in letti a castello da due posti. Un'altra baracca serviva da alloggio per i carabinieri di guardia. Era recintato da filo spinato e sorvegliato da una toretta di guardia. Vennero impiegati nei lavori agricoli, nella costruzione di strade e di edifici. La vigilanza e la disciplina del Campo e l'accompagnamento degli internati sui luoghi di lavoro è affidata alla Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Cagliari (Gruppo di Sassari) comandati dal Maresciallo capo Lecca Angelo. Gli internati percepivano per la loro prestazione dall'Ente Sardo di Colonizzazione delle paghe comprese tra 4,5 e al massimo 6 lire al giorno.
Il 26 luglio 1943, dopo la caduta del fascismo e lo sbarco degli Alleati in Sicilia il Campo fu definitivamente chiuso e gli internati furono trasferiti (si diede inizio gia il 20 luglio) al Campo di concentramento di Renicci;
Ferramonti di Tarsia (Cosenza), dove erano internati prevalentemente ebrei, ed era l'unico predisposto, fin dall'inizio, ad accogliere nuclei familiari. Costruito in capannoni, dalla ditta Parrini Eugenio, provvisto di recinzione e sottoposto ad una sorveglianza particolare, aveva una capienza di 1.500 posti ed era diretto dal Commissario Paolo Salvatore;
Fossacesia (Chieti), fabbricato con 100 posti;
Fossalon (Gorizia), Campo di concentramento: si trovava presso una struttura agricola a pochi chilometri da Monfalcone, in comune di Grado. Istituito come Campo di lavoro per sloveni della Venezia Giulia, identificati propriamente come “allogeni”, su terreni della bonifica della Vittoria, gestita dall'Ente Tre Venezie, funzionò dall'ottobre del 1942 all'8 settembre '43. Il Campo era recintato da filo spinato e la sorveglianza era assicurata dai carabinieri al cui comendo c'era il maresciallo Gino Palmieri. Come in altri Campi anche a Fossalon la vita al suo interno era all'insegna della precarietà, infatti mancavano i servizi igienici e il servizio cucina, tanto che gli internati si preparavano da soli i due pasti giornalieri. Il lavoro consisteva nella lavorazione manuale del terreno;
Francavilla al Mare (Chieti), palazzina con 100 posti di proprietà del Cav. Giuseppe Gallo;
Gioia del Colle (Bari), dove erano internati ebrei italiani maschi. Istituito nell'ex molino pastificio Pagano, aveva una capienza di 240 posti ed era diretto dal Commissario E. Santini;
Gonars (Udine), Campo di concentramento: Istituito nel dicembre del 1941 (destinato inizialmente per prigionieri di guerra russi , ma mai utilizzato per questo scopo . Nella primavera del 1942 venne invece destinato all'internamento dei civili della cosiddetta "Provincia italiana di Lubiana", rastrellati dall'esercito italiano in applicazione della famigerata Circolare 3C del generale Roatta, comandante della II Armata, che stabiliva le misure repressive da attuare nei territori occupati e annessi dall'Italia dopo l'aggressione nazifascista alla Jugoslavia del 6 aprile 1941), era costituito da due distinti recinti a circa un chilometro uno dall'altro, il campo A e il campo B, a sua volta diviso in tre settori, Alfa, Beta e Gamma , circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati con 36 ufficiali. Tutto intorno una 'cintura' larga due metri, in cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la oltrepassavano. Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini. Intere famiglie Slovene e Croate internate provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso). Baracche strette e lunghe, senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti ospitavano da 80 a 130 prigionieri per baracca , ma molti , specialmente uomini adulti , dormivano in tende , e quindi l’igiene era assai precario . L’alimentazione era del tutto insufficiente, minestrone mezzogiorno e sera, praticamente acqua e poco pane. I prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43".Nel monumento ossario all'interno del cimitero cittadino creato nel 1973 dalle autorità jugoslave sono sepolti i resti di 453 cittadini sloveni e croati internati e morti nel campo di concentramento di Gonars;
Iserni , vi erano internati maschi di varie nazionalità; istituito nell'ex convento delle suore Benedettine detto "Antico Distretto", aveva una capienza di 190 posti in 4 camerate al piano terra ed altrettante al primo piano ed era diretto dal Commissario Guido Renzoni; -
Dopo l’8 settembre, il Campo non fu chiuso ed alcuni internati muoiono in seguito al bombardamento della città del 12 settembre;
Isola del Gran Sasso (Teramo), Basilica di S.Gabriele;
Istonio (Vasto Marina), nell'albergo Ricci (Ex Villa Ricci) in Corso Zara di proprietà dell'Avv. Oreste Ricci dove furono internati anti-fascisti ritenuti pericolosi;
Isonto Marina (Vasto Marina), nella Villa Santoro (ex Villa Marchesani) in Via A. Marchesani dove furono internati anti-fascisti ritenuti pericolosi;
Lama dei Peligni (Chieti), Campo di smistamento di Lama dei Peligni , fabbricato di proprietà del Bamco di Napoli con 100 posti;
Lamciano (Chieti), Campo di concentramento femminile;
Le "Fraschette" di Alatri (Frosinone), Il campo delle "Fraschette" venne progettato nell'aprile del 1941 per ospitare 7.000 prigionieri di guerra, ma, dato il problema impellente degli sfollati, il Ministero degli Interni decise presto di destinarlo a questo uso. Alla fine prevalse un terzo uso: campo di internamento per migliaia di slavi che venivano deportati per rappresaglia contro l'attività partigiana. La gestione dell'internamento, però, fu affidata non alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, bensì all'Ispettorato Generale per i servizi di guerra. Ciò consentiva al governo di risparmiare il versamento del sussidio di Lire 6,50 al giorno per ogni internato. Al campo, dunque, fu la fame più nera. All'interno del campo, si mangiava solo, da parte degli slavi, la brodaglia preparata dai militari. Diversa era invece la situazione per i non numerosi internati anglo-maltesi che venivano assistiti dalla Croce Rossa svizzera. Erano gli slavi, insomma, ad essere condannati all'inferno. Nell'estate del1943 gli internati salirono fino ad un numero massimo di 4.500 persone . Dopo l'8 settembre 1943 , il venir meno della vigilanza consentiva a molti internati di fuggire, e, nel novembre dello stesso anno, le SS tedesche imposero al governo di Salò il trasferimento degli ultimi rimasti, in numero di 1.300, al campo di Fossoli, presso Carpi.
- Il campo delle «Fraschette» diventa patrimonio nazionale - Alatri , li 28/07/2009 - E' arrivata l'attesissima notizia della dichiarazione di interesse storico e artistico per l'insieme di immobili facenti parte del "Compendio Demaniale ex Campo di Concentramento Le Fraschette".
Con Decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio,infatti, datato 15 febbraio 2008 è stato decretato l'interesse storico ed artistico, ai sensi dell'art.10, comma 1, del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n.42, dell'insieme di immobili sito nel Comune di Alatri. Il decreto produrrà effetti di tutela sia per l'area, identificata catastalmente e graficamente dal medesimo provvedimento, che per gli immobili presenti nel suo interno, con l'obiettivo di proteggere e conservare i beni stessi secondi le disposizioni impartite dalla Parte Seconda del D.Lgs.42/04. In particolare si potranno richiedere finanziamenti statali e regionali per il restauro degli edifici e si potranno mettere in programma interventi di utilizzo a fini turistici. Il decreto citato, infatti, prevede che lo Stato possa partecipare alle spese di restauro e valorizzazione fino al 50 per cento del totale della spesa. Ricordiamo che la costruzione del campo ad Alatri si dovette alle scelte dei vertici militari fascisti e ospitò anglo maltesi, abitanti della Venezia-Giulia , dalla Croazia, dalla Dalmazia e dalla Slovenia definiti “pericolosi”. Dalla fine del 1941 si approntarono i primi lavori del campo con un acquedotto collegato e derivato da quello di Capofiume;
Lipari (Messina), Campo di concentramento;
Montalbano (Firenze), era predisposto ma non ancora attivo. Istituito nel castello di Montalbano, località Sant'Andrea a Rovezzano aveva una capienza di 60 posti;
Manfredonia (Foggia), Il Campo di concentramento di Manfredonia fu istituito il 16 giugno del 1940 nel nuovo macello comunale. Per adeguarlo a Campo di concentramento si fecero alcuni lavori: stanze, fogne, cucin , attrezzate le docce e di conseguenza recintato perchè dà sulla strada e la ferrovia distava soltanto 150 metri . Nel Campo in tre anni vi passarono 519 persone; non raggiunse mai il limite massimo di capienza, che era di 300 unità. Il corpo di guardia era composto da 16 militari tra carabinieri e poliziotti, in cui la gente veniva si sorvegliata e custodita, ma il suo concetto di internamento era molto lontano dai Campi nazisti, e non servì mai per lo sterminio. L'unica restrizione era che la sera quando chiudevano i camerini, le fineste e le porte con lucchetti. La corrispondenza veniva letta e censurata. Non potevano leggere libri e giornali e giocare a carte, se non su autorizzazione. Si poteva coltivare verdura nell’orto e giocare a bocce. Gli internati ricevevano un sussidio dallo Stato e chi lavorava veniva salariato e con quei soldi acquistavano generi alimentari. La pulizia del campo era affidata a loro stessi, il Campo era autogestito dagli internati. Due medici di Manfredonia a pagamento prestavano servizio a mesi alterni, un cappellano diceva messa la domenica. Gli internati avevano delle limitazioni d'orario, ma potevano ricevere delle visite;.
Il 1 luglio del 1940 giunsero nel campo di Manfredonia 31 ebrei tedeschi ma, per la maggior parte, furono trasferiti quasi subito, il 18 settembre, nel Campo di Tossicia, vicino Teramo. A Manfredonia restarono soltanto cinque ebrei fino al febbraio del 1942, quando furono trasferiti a Campagna, in provincia di Salerno. Oltre agli ebrei tedeschi, ai comunisti, ai socialisti, ai sovversivi in genere e agli anarchici, di varia estrazione sociale e provenienti dalle regioni del centro Nord (in particolare dalla Toscana), gli internati più numerosi del campo di Manfredonia furono i cosiddetti 'ex iugoslavi', provenienti dall' Istria e da Fiume. Gli slavi nutrivano forti sentimenti anti-italiani, essendo stati i loro territori annessi all'Italia.
Era diretto dal Commissario Guido Cementano . Nel 1943 tornò ad essere il macello comunale della città. Ancora oggi lo si può vedere;
Miglianico (Chieti), fabbricato con 120 posti;
Monigo (Treviso), Campo di concentramento destinato ai prigionieri civili slavi (soprattutto sloveni e croati);
Monterchiarugolo (Parma), dove erano internati sudditi nemici maschi. Istituito nel castello medioevale del dr. Marchi, aveva una capienza di 200 posti ed era diretto dal Commissario Socrate Addario;
Monterforte Irpino (Avellino), dove vi erano internati italiani maschi, era istituito nell'ex orfanotrofio Loffredo, aveva una capienza di 100 posti ed era sottoposto alla giurisdizione del podestà del luogo;
Nereto (Teramo), Campo di concentramento;
Notaresco (Teramo), Campo di concentramento;
Pisticci (Matera), Nel marzo del 1937 il Ministero dell’Interno ordina a Ercole Conti di individuare dei luoghi in suolo italiano per la costruzione di Campi di concentramento. Pisticci, pertanto viene considerato uno dei primi Campi di concentramento italiani. Il complesso era composto da otto (8) capannoni situato nei pressi della contrada Caporotondo, e come ogni altro Campo era recitantato da filo spinato e torri di avvistamento. I primi deportati furono adibiti alla sua edificazione. In seguito gli internati erano costretti al lavoro coatto presso la ditta di costruzioni "Eugenio Parrinie Figli”, imprenditore romano, che ottiene diversi appalti per la costruzione di Campi di concentramento, a scopo di bonificare un'area di 25 chilometri quadri in contrada Bosco Salice al uso agricolo. Per certi aspetti era anche considerato come Arbeitserziehungslager (campo di rieducazione). Gli internati ricevevano un compenso di 11 Lire al giorno e in più gli veniva promesso di ridurre il tempo di internamento di 4 mesi per ogni anno di lavoro.
Il Corpo di guardia era composta da 50 Agenti di Pubblica Sicurezza, 154 uomini della Milizia, 100 Carabinieri. Al comando c'era il commissario di pubblica sicurezza Gabriele Crisciuoli. La composizione della popolazione del Campo era composta da civili condannati dal Tribunale Speciale e sottoposti a internamento, "italiani pericolosi (oppositori politici, ma anche pregiudicati per reati comuni, "allogeni" slavi e individui sospettati di spionaggio e di "attività antinazionale"), polacchi, ufficiali greci, slavi. Si stima che gli internati qui deportati arrivò ad oltre 900 persone.
Il Campo fu aperto nell'Aprile 1939 e chiuso il 13 settembre 1943;
Petriolo (Macerata), dove erano internate delle donne. Istituito nella villa del Marchese Savini, aveva una capienza di 42 posti ed era diretto da una direttrice . Dopo l'8 Settembre 1943 giungevano a Petriolo internate dal Campo Prigionieri di Guerra di Sforzacosta, mentre altre provenivano da località vicine. Il Campo veniva chiuso alla fine di Ottobre 1943;
Poggio Terza Armata (Gorizia), Campo di concentramento: si trovava presso un ex stabilimento tessile dismesso, nella frazione di Sdraussina, comune di Sagrado, situato tra il fiume Isonzo ed il monte San Michele.
In questo carcere sussidiario e Campo di smistamento, vennero rinchiusi, dal prefetto di Gorizia, i membri maschi delle famiglie i cui congiunti si erano uniti ai “ribelli antifascisti”, in una sorta di ostaggi al fine del ricatto, i collaboratori veri o presunti della Resistenza, gli attivisti dell’OF e i sostenitori politici del PCS o dalle prigioni di Gorizia, Štanjel (San Daniele del Carso), Krmin (Cormons), Tolmin (Tolmino), Most na Soči (Santa Lucia), Kanal (Canale), Vižovelje (Visogliano), Sežana (Sesana), Postojna (Postumia), Trieste. Molti di loro avevano già sperimentato le prigioni locali subendo lunghi interrogatori e torture. Provenivano maggiormente dai territori annessi all'Italia sin dal 1918 ed erano sloveni di cittadinanza italiana.
Il luogo di detenzione aveva una capienza di 300 posti e una superfice di 130mila metri cubi. Funzionò dall'estate 1942 alla caduta del fascismo. In seguito fu usato dai nazisti come punto di raccolta per la formazione dei convogli diretti nei Lager in Germania.
Qui vennero rinchiuse anche donne (separate dai maschi) e nel gennaio 1943 un ampio contingente fu trasferito al Campo di concentramento di Fraschette, in provincia di Frosinone.
Oggi sembra prossimo alla trasformazione a centro commerciale;
Pollenza (Macerata), Vampo di concentramento femminile;
Ponza (Latina), Campo di concentramento;
Sassoferrato (Ancona), Campo di concentramento di Polizia per internati politici ubicato nel Convento di Santa Croce, di proprietà dei Monaci Eremiti Camaldolesi . Aperto nel febbraio 1943 fino a ottobre dello stesso anno . Nelle vicinanze si trovavano , inoltre , anche i campi di Treia e Fabriano;
Servigliano (AP), Campo di concentramento per prigionieri di guerra greci ubicato lungo la via per Amandola. Furono espropriati, a diversi privati, circa tre Ettari di Terreno, e vi si costruirono più di 40 baracche in legno, ognuna dell'ampiezza di 500-600 metri quadrati, oltre a tutti gli altri numerosi locali per servizi ed alloggi di militari di vigilanza al Campo.. Aperto il 5 Gennaio 1941 e fino a dicembre dello stesso anno . Passarono oltre 3.000 greci; Rimasto libero il Campo, con la partenza dei prigionieri greci, viene subito preparato per accogliere i prigionieri delle Nazioni alleate (Inglesi, Americani, ecc). I primi contingenti arrivarono nel febbraio del 1942 . Complessivamente, raggiunsero il numero di 2.000. Chiuso nel giugno del 1944 . Il Campo ritorna nuovamente semideserto, custodito da un minuscolo Corpo militare di guardia . Presto riattivato come "centro raccolta profughi" . In otto anni, passarono dai 40 ai 50 mila profughi che gradatamente venivano immessi nella vita civile e nelle varie attività della Nazione. Fino al 1955, la vita del Centro profughi si svolge su questa alternativa di profughi che vengono e profughi che vanno;
Sforzacosta n. 53 (Macerata), Campo di concentramento per prigionieri di guerra aperto nel 1940 , era ubicato in una vecchio tabacchificio . Fascisti ed ss internarono molti giovani della cittadina di Tolentino dove attuarono una vasta retata .Gli internati potevano ricevere pacchi dai famigliari . Il Campo era diviso in tre settori, con diverse baracche e trasformato fino all'8 Settembre 1943 in campo per stranieri, in particolar modo inglesi e prigionieri di guerra . In seguito gli abili al lavoro vennero trasferiti in Germania ai lavori forzati . Vista la esigua sorveglianza non era difficile darsi alla fuga . Dopo l'8 Settembre 1943 vennero trasferiti a Sforzacosta gli internati dei Campi di Urbisaglia Bonservizi, Pollenza e Treia. Il Campo di Sforzacosta venne bombardato nel Giugno 1944 e successivamente definitivamente chiuso;;
Scipione di Salsomaggiore (Parma), era predisposto ma non ancora attivo. Istituito nel castello in fraz. Scipione, aveva una capienza di 200 posti ed era diretto dal Commissario Tiberio Pasqualoni . Per la custodia del campo c'era una postazione fissa di carabinieri con a capo il direttore Podestà sig. Francesco Mastri;
Solofra (Avellino), dove erano internate prostitute straniere. Istituito in un edificio dell'abitato, aveva una capienza di 50 posti ed era diretto da Giuditta Festa . Il Prof Marco Soria segnala che nel campo di concentramento di Solofra non erano internate "prostitute straniere", bensì mogli e compagne di dissidenti e antifascisti e ebrei stranieri, dalla popolazione locale ritenute erroneamente prostitute;
Tortoreto Stazione attuale Alba Adriatica (Teramo), campo di concentramento ubicato in una villa di proprietà di Francesco Tonelli . La vigilanza nell’edificio era garantita da un appuntato e quattro carabinieri della locale caserma. Furono internati tedeschi , polacchi, ed Ebrei , hanno a disposizione una cucina e un refettorio , una infermeria con tre letti. , ,anca un impianto doccia con scaldabagno e l’approvvigionamento idrico è dato da pozzi;
Tortoreto Alto (Teramo), Campo di concentramento nell’edificio di Nicola De Fabritiis in piazza della Concordia . C’erano di guardia agenti della P.S. Dopo i lavori eseguiti dalla ditta Montuosi, furono allestiti nel casermaggio, 115 posti. Furono internati ebrei di varie nazionalità, ceca, tedesca, polacca e italiana. L'edificio era senz' acqua corrente , aveva un infermeria , non cera la cucina e gli internati utilizzano la vicina trattoria, e infine una lavanderia.
Dopo Ia seconda guerra mondiale divenne sede della locale stazione dei carabinieri e dal 1979 sede del Municipio di Tortoreto;
Tossicia (Teramo), Campo di concentramento ; Gli internati vivevano ammassati in tre case in condizioni intollerabili: gli edifici erano privi di finestre, non c'era acqua e le fogne allagavano continuamente la zona. Vennero deportate intere famiglie di zingari provenienti dalla Slovenia. In condizioni raccapriccianti vissero uomini, donne e bambini;
Treia (Macerata), dove erano internate delle donne. Istituito nella villa La Quiete detta della Spada, aveva una capienza di 100 posti ed era diretto dal Commissario Carmine Ferrigno e da Luisa Marchesini . Aperto dal 1940 al dicembre 1942, fino a quando per contrasti con i proprietari della villa, non venne trasferito a Petriolo;
Tremiti (Foggia), Campo di concentramento;
Tollo (Chieti), il Campo per i comunisti Jugoslavi , era un fabbricato con 250 posti;
Urbisaglia Bonservizi (Macerata), aperto nel giugno (16) 1940 , erano internati ebrei maschi, italiani e di varie nazionalità. Istituito nella Villa Giustiniani Bandini, all'Abbadia di Fiastra , aveva una capienza di 200 posti ed era diretto dal Commissario Paolo Spetia . I locali furono adattati a cucina, a refettorio e sala riunioni, mentre i piani superiori a dormitori. Numerosi artigiani di Urbisaglia lavoravano per la sistemazione dei locali; altri disoccupati eseguivano invece i lavori più semplici . Gli internati non potevano avere documenti personali perché ritirati, strumenti che potevano offendere e apparecchi radio; non potevano eseguire lavori retribuiti, se non autorizzati , altresì potevano spedire cartoline che ovviamente passavano per la censura del Campo . Il Campo di Urbisaglia Bonservizi veniva chiuso definitivamente il 30 Settembre 1943, e gli internati furono trasferiti a Sforzacosta di Macerata, nelle baracche del Campo dei Prigionieri di Guerra n.53;
Ustica (Palermo), Campo di concentramento;
Ventotene (Latina), Campo di concentramento;
Vinchiaturo (Campobasso), È allestito nel 1941 in un edificio privato nel centro storico, di proprietà della famiglia del maestro Carlo Nonno, antica dimora in pietra, come molte altre in Via Libertà, dalle ampie stanze e dagli alti soffitti i cui servizi igienici, come spesso accadeva a quel tempo, lasciavano a desiderare , senza riscaldamento (durante l’inverno sono messe alcune stufe a legna), con una capienza di cirva 50/60 posti . Vi sono internate solo donne. Pertanto, accanto al Direttore Gennaro Oriente Barone (che è il Podestà-Sindaco del Comune) vi è una Direttrice , inizialmente Rina Martino in seguito Amalia Vacalucci, una insegnante in pensione. La vigilanza è affidata ad alcuni Carabinieri ed all’assistenza sanitaria provvede il Medico Condotto del paese Nicola Martino. Le internate sono quasi tutte straniere (ebree, ex jugoslave, prostitute slave) ma ci sono anche alcune antifasciste italiane ed una Rom. Pertanto,la convivenza, sia per il sovraffollamento che per le differenti categorie sociali di appartenenza, è alquanto difficile. Le internate hanno alcune ore al giorno di libera uscita, nelle vicinanze dell’edificio e talvolta possono recarsi in campagna, con la scorta dei Carabinieri.
Il 21 giugno 1943, gli Ispettori della CRI visitano il Campo,che è ritenuto idoneo ad accogliere non più di 35 persone. Quindi, su richiesta esplicita della CRI, 10 internate vengono trasferite in altri Campi. Dopo l’8 settembre, le internate straniere vengono liberate, in base alle disposizioni dell’Armistizio, in attuazione delle quali il Capo della Polizia emana il 10 settembre una Circolare.
Oggi il palazzo Nonno è passato dall’erede dott. Domenico ad una famiglia immigrata a Vinchiaturo nel secondo dopoguerra;
Visco (Udine), il lager sorgeva nella Caserma Borgo Piave - oggi caserma Sbaiz - nei pressi del paese di Visco, che si trova fra Palmanova e Gradisca d'Isonzo, a sud di Udine:
Vò Vecchio (Padova), Villa Contarini-Venier . La seicentesca villa è un'imponente residenza veneziana, a pianta quadrata che si innalza su tre piani oltre quello terreno. Nel XIX secolo fu costruito un corpo aggettante con la scala monumentale che mette in comunicazione i vari piani . Era un campo di concentramento fascista per ebrei delle zone limitrofe e si reputa che sia stato aperto nel dicembre del 1943 . La direzione del campo era affidata ad un fascista di un paese vicino , mentre le suore curavano la cucina . Agli inizi degli Anni 50, la villa diventa di proprietà del comune. Il complesso monumentale è visitabile solo dall'esterno perchè è in stato di abbandono. Ci sono alcuni progetti per la sua ristrutturazione.

Dopo l'armistizio, mentre i campi istituiti nell'Italia meridionale vennero chiusi o liberati dagli Alleati, quelli che si trovavano nell'Italia centrosettentrionale continuarono a funzionare sotto l'occupazione tedesca e secondo le nuove norme della Repubblica Sociale Italiana. Inoltre, verso la fine del 1943 e i primi mesi del 1944, vennero istituiti i campi di:

Breda (Roma), Campo d'Internamento Breda. Era ubicato nella zona di Torre Gaia, al 14° Km della Via Casilina, tra l'antico castello dei Cenci e la Borghesiana. Il Campo era stato allestito in fretta e furia, in alcuni capienti capannoni delle Officine Breda, sopravvissuti ai bombardamenti Alleati, per ospitare inizialmente i profughi provenienti dalla zona di Cassino. La Breda di Torre Gaia era uno stabilimento destinato alla fabbricazione delle armi automatiche di medio e grosso calibro, ma anche di armi antiaeree per la Marina e l'Esercito, cannoncini e mitragliatrici anticarro. Era stato fortemente voluto da Benito Mussolini dopo la vittoriosa campagna militare per la conquista dell'Africa Orientale Italiana. Nel comprensorio Breda di Torre Gaia, in verità, operarono due realtà ben distinte. Un Campo per sfollati (che in seguito verrà spostato nel vicino "Villaggio degli Operai") ove fu concentrata la popolazione civile proveniente dal basso Lazio, ed un vero e proprio "Campo d'Internamento", creato all'interno della fabbrica d'armi, in alcuni capannoni opportunamente riattivati e restaurati da maestranze italiane. Nel Campo Breda furono fatti affluire gli uomini abili al lavoro ed i giovani via via rastrellati a Roma ed in altre località vicine alla Capitale. La vigilanza ai Campi era stata affidata agli agenti della P.A.I. (Polizia dell'Africa Italiana), ovvero ad alcuni contingenti di soldati della Wehrmacht con la supervisione delle terribili Ss. (Dal libro: "Tutte le cose impossibili diventano possibili - Antonio Ambroselli: l'Uomo, il Finanziere, l'Eroe" scritto dal Capitano Gerardo Severino, Direttore Museo Storico e Capo Sezione Ufficio Storico Guardia di Finanza);
Cairo Montenotte, (Savona), Campo di Concentramento mai entrato in funzione;
Celle Ligure (Savona), Campo di Transito , istituito nella "Colonia Bergamasca", era già attivo dal febbraio 1943, aveva una capienza di 400 posti, per croati e italiani, venne diretto da un Tenente della Guardia Nazionale Repubblicana;
Cortemaggiore (Piacenza), con 500 posti, venne diretto dal Capitano della Guardi nazionale Repubblicana Albino Pastorelli;
Spotorno (Savona), presso l'Istituto Merello aveva una capienza di circa 50 posti, per croati e italiani, il 30 aprile 1944 venne dismesso;
Mantova (periferia), con una capienza di 70 posti, per ebrei, venne diretto dal Ragioniere della Prefettura Martiradone;
Pian di Coreglia, comune di Orero (Genova), con una capienza di 300 posti, per donne, venne diretto da un aiutante della Guardia Nazionale Repubblicana;
Roccatederighi (Roccastrada Grosseto), con una capienza di 110 posti, per ebrei italiani e stranieri, venne diretto dal Sig. Gaetano Rizziello. Il 28 novembre 1943, due giorni prima del decreto ufficiale del Ministro degli Interni Buffarini Guidi sulla deportazione degli ebrei nei Campi di internamento, il prefetto Ercolani - per eccesso di zelo e di sua iniziativa – istituì nella frazione di Roccatederighi un Campo di concentramento “in cui saranno internati tutti gli ebrei italiani della provincia di Grosseto”.
Il prefetto nominò un comandante del campo, un sottufficiale di pubblica sicurezza con funzioni di direttore. La sorveglianza interna venne affidata a tre poliziotti. Quella esterna, invece, “lungo il reticolato, sia di notte che di giorno” era compito di 20 Militi con un ufficiale, muniti di mitragliatrici. Per far fronte alle prime spese, il Capo della Provincia prelevò 100.000 lire dalla cassa prefettizia, che, scrive Ercolani nell’ordine del novembre 1943, avrebbe reintegrato col “ricavato dei beni mobili ed immobili di pertinenza di detti ebrei”.
Due giorni prima dell’istituzione del Campo, il direttore, delegato dal Prefetto, aveva firmato una scrittura privata per l’affitto dell’edificio a un canone di mensili lire 5.000, pagamento anticipato. Il canone includeva l’opera di cinque suore per “la cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, nonché per l'ordine nelle camerate delle donne”, mentre per le pulizie e la legnaia venivano messi a disposizione due uomini di fatica. Il personale avrebbe avuto il vitto del campo e uno stipendio di 300 lire per ogni suora e di 600 lire per gli uomini.
Nel contratto sono dettagliati i locali ceduti in locazione, non tutti, una parte restò di pertinenza del proprietario. Segue la descrizione dei locali ceduti, del mobilio e di quelli che il proprietario riservava a sé, e l'obbligo per la direzione del Campo di recintare la proprietà con filo spinato “a garanzia del Campo e da rimanere in seguito al seminario”.
Perché infatti l’edificio in questione era il Seminario Estivo Vescovile della Curia di Grosseto. E il contratto di affitto fu firmato da Monsignor Paolo Galeazzi, vescovo del capoluogo.
Nel contratto è scritto che “dietro invito motivato dalle emergenze di guerra” e “in prova di speciale omaggio presso il nuovo Governo” (quello di Salò, nato un paio di mesi prima), la Curia cede in affitto il Seminario Estivo presso Roccatederighi per farvi la sede del “Campo di Concentramento Ebraico”. Nel contratto si specifica che la cucina poteva funzionare per “oltre cento persone”, comprese le stoviglie, che l’impianto elettrico aveva un trasformatore proprio “fornito di tutte le lampadine” e che tutto era in ottimo stato di conservazione, con l'obbligo di riconsegna “entro un mese dalla chiusura del campo nelle condizioni in cui viene ceduta”.
Nel censimento del 1938 (cinque anni prima) la presenza ebraica nella provincia di Grosseto era di 149 persone. Di queste, 80 furono internate nel Seminario Estivo Vescovile (41 italiani e 39 stranieri). Poi 17 furono rilasciati per ragioni di salute o perché troppo anziani. Nel febbraio ’44 il capo della provincia Ercolani scriveva al capo della polizia, perché “coll’avvicinarsi delle azioni di guerra si rende ora indispensabile il trasferimento di detti ebrei, ammontati a 64.
Fra l’aprile e il giugno ’44 più di metà degli internati di Roccatederighi fu trasferita in Campi più a Nord. Gli altri scapparono in giugno dopo la fuga dei sorveglianti. Ad Auschwitz finirono 33 persone, di cui 4 sopravvissero. Ma ce ne sono altri 13 che non partirono per la Germania e di cui non si è saputo più nulla.
L' edificio è attualmente in ristrutturazione per farne un ricovero per malati di Alzheimer. Nell’edificio c’è una lapide che commemora i 38 ebrei che da lì partirono per la Germania;
S. Martino di Rosignano Monferrato (Alessandria), con una capienza di 40 posti, per donne straniere, diretto dal Commissario Prefettizio Giovanni Zanello;
Teramo (caserma Mezzacapo), con una capienza di 300 posti, per italiani, venne diretto dal Commissario Aggiunto di P.S. della Guardia Nazionale Repubblicana Filiberto Di Raffaele;
Vallecrosia (Imperia), con una capienza di 150 posti, campo misto, venne diretto dal Vice Commissario Aggiunto Curci.

Nel dicembre 1943, in attuazione dell'ordinanza di polizia n. 5, le questure si attivarono per rintracciare gli ebrei. Una volta arrestati, in attesa di trasferirli nei campi di "raccolta", vennero rinchiusi, oltre che nelle locali carceri e in alcuni dei campi precedentemente citati, in quelli provinciali di:

Aosta, caserma Mottina;
Asti, seminario locale;
Bagni di Lucca (Lucca);
Coreglia Ligure (Genova), Vedi sopta inizio pagina;
Ferrara, locali del Tempio Israelitico;
Forlì, albergo Commercio in corso Diaz;
Senigallia (Ancona), colonia Marina Unes;
Mantova, Casa di Riposo Israelitica;
Terme di Monticelli (Parma);
Perugia, Istituto Magistrale;
Reggio Emilia (provincia), Casa Sinigaglia prima, e poi a Villa Corinaldi, e successivamente a Villa Levi di Coviolo;
Sondrio, edificio in via Nazario Sauro;
Vercelli, cascina Ara Vecchia e successivamente nella casa di Riposo Vittorio Emanuele III;
Verona, edificio in via Pallone;
Vicenza (Piani di Tonezza), Colonia Umberto I.

A questi bisogna aggiungere i quattro campi, considerate vere e proprie "anticamere dello sterminio", dove, prima di essere deportati nei lager tedeschi, vennero "raccolti" la maggior parte degli ebrei precedentemente catturati.
Il Campo di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), attivo dal 18 settembre 1943, era ubicato nella locale caserma dismessa degli alpini intitolata ai "Principi di Piemonte", nelle vicinanze della stazione ferroviaria . Venne utilizzato come Campo di raccolta e transito o luogo di raccolta (Polizei-Haftlager). Chiuso temporaneamente per l'evacuazione dei prigionieri - circa 350 divisi in 148 donne e 201 uomini che rappresentavano un po’ tutte le nazionalità europee - verso il Campo di Fossoli , Bolzano e Drancy (Francia) il 21 novembre 1943 e da qui ad Auschwitz (alcuni a Buchenwald) . Successivamente riattivato sotto il controllo repubblichino – dal 9 dicembre al 13 febbraio 1944 .
Nella primo periodo di esistenza , che va dal 18 settembre 1943 al 21 novembre 1943 ,quindi dopo l'armistizio , furono internati in prevalenza ebrei di molte nazioni europee in fuga dall'esercito nazista dopo il disfaccimento della IV Armata di occupazione italiana avvenuta nel novembre 1942 in alcuni dipartimenti della Francia meridionale .
La zona italiana aveva accolto tra il 1942 e il 1943, con un sistema chiamato di "residenze forzate" o "assegnate", ma che assicurava una complessiva anche se precaria sicurezza, migliaia di ebrei rifugiati non francesi sopravvissuti alle discriminazioni .
Un gruppo di circa 800/1.000 profughi ebrei che tra l'8 e il 13 settembre 1943 avevano lasciato il confino coatto a St. Martin Vesubie in Francia , avevano varcato il confine con una dura marcia attraverso le Alpi toccando per milattiere anche i 2.400 m d'altitudine nella speranza di trovare rifugio nell' Italia liberata (Cuneo fu occutata il 12 settembre) , trovarono invece le milizie naziste di occupazione .
Le SS tedesche riuscirono a catturarne oltre 3oo. Quanti scamparono alla cattura si sparpagliarono nelle campagne circostanti o proseguirono la loro fuga in Italia (alcuni si unirono alle bande partigiane e altri vissero in clandestinità) . Grazie anche all'aiuto della popolazione locale che li nascose rischiando la morte e alla rete clandestina di assistenza Delasem e all'impegno eroico dei sacerdoti don Raimondo Viale e don Francesco Brondello. Chi rinmase a St.Martin fu prelevato dai nazisti al loro arrivo e immediatamente deportato. Molti ebrei poterono così espatriare o spostarsi, grazie a documenti falsi, verso l’Italia Centrale .
Nella secondo periodo di esistenza , che va dal 4 novembre 1943 al 15 febbraio 1944 , quindi a poco più di 10 giorni dall'abbandono da parte dei tedeschi , in applicazione dell’ordinanza di polizia n. 5 della RSI firmata da Buffarini Guidi (Disposizioni approvate dal Ministero degli Interni il 30 novembre 1943 per l'internamento e la deportazione degli ebrei italiani) , si destinò la caserma , sorvegliata e diretta dalla Repubblica Sociale Italiana , al concentramento degli ebrei della provincia .
Furono internati via via 26 persone , fra uomini , donne e bambini , in prevalenza donne - 18 donne e 8 uomini .
Il 13 gennaio 1944 la Questura di Cuneo dispose che i ventisei internati, fossero "tradotti straordinariamente al campo di concentramento di Fossoli. Le autorità italiane rispondevano così alle direttive dei nazisti, che, volendo raggiungere in tempi stretti un numero di prigionieri sufficiente a organizzare un trasporto ad Auschwitz, avevano collaborato attivamente nelll’invio di “pezzi”. Il convoglio che partì da Fossoli il 22 febbraio trasportava anche Primo Levi . Possiamo definire così il Campo di Borgo San Dalmazzo come anticamera della morte con destinazione finale “Auschwitz Birkenau” .
Da questo Lager passarono circa quattrocento persone .
Dopo questa data il campo di Borgo San Dalmazzo fu ufficialmente e definitivamente chiuso e abbandonato per oltre vent'anni . Tra il 1964 e il 1974, fu modificata la struttura dando spazio a nuove costruzioni , tra queste la nuova scuola media del paese. A ricordo degli eventi del periodo bellico, fu apposta una targa vicino all'ingresso della scuola. Negli anni successivi, anche il resto dell'edificio ha subito radicali rimaneggiamenti e demolizioni, che ne hanno completamente modificato l'aspetto originario. Gli unici ambienti rimasti integri sono oggi l'androne e il cortile interno. Dalla ristrutturazione si è ricavata anche una sala di riunione che è stata dedicata a don Raimondo Viale ed ospita permanentemente alcuni pannelli illustrativi con foto e notizie sul Campo. Al sacerdote è stata intitolata nel 1998 anche la piazza antistante alla scuola con una targa e una stele commemorativa. Intatta è rimasta la vicina stazione ferroriaria da cui partirono i due convogli per Auschwitz e dove oggi è collocato un memoriale della deportazione.
Nel 2000 la Città di Borgo San Dalmazzo ha ricevuto dal Presidente della Repubbica Carlo Azeglio Ciampi la medaglia d'oro al merito civile per l'aiuto collettivamente offerto agli ebrei perseguitati. Il 7 agosto del 2000 don Raimondo Viale è stato insignito dell'onorificenza di giusto fra le nazioni dall'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme , mentre don Francesco Brondello il 17 febbraio 2004;
Il Campo di concentramento di Fossoli di Carpi (Modena), da campo per prigionieri di guerra, nel dicembre 1943, diverrà il centro di raccolta e di transito per la deportazione (Polizei - und Durchgangslager) più grande d'Italia, dal quale partiranno la maggioranza dei convogli diretti ai campi di sterminio nazisti. Istituito a cinque chilometri da Carpi, venne direttamente amministrato dai tedeschi. Chiuso nei primi giorni dell'agosto 1944 dopo la deportazione degli ultimi ebrei presenti e l'evacuazione dei prigionieri politici verso Bolzano;
Il Campo di Bolzano-Gries, allestito in delle autorimesse riadattate sulla strada per Merano, venne attivato dopo la chiusura di Fossoli, nell'agosto del 1944, e funzionò come il precedente da Polizei - und Durchgangslager fino alla fine dell'aprile 1945;
Il Campo di concentramento di San Sabba (Trieste) venne istituito in un vecchio stabilimento per la lavorazione del riso nel 1944, inizialmente utilizzato come campo di detenzione per i partigiani, diverrà un centro di raccolta e smistamento per gli ebrei (Polizei-Haftlager). Sarà l'unico campo di concentramento in Italia quasi simile ai lager tedeschi, dove gli internati verranno torturati, uccisi, in una rudimentale camera a gas, e cremati nel forno crematorio istituito nel cortile interno del campo. Verrà liberato dai partigiani jugoslavi il 30 aprile del 1945.
Oltre a questi campi, che dipendevano dal Ministero dell'interno, vennero utilizzati per internare i civili anche alcuni campi per prigionieri di guerra, che dipendevano dalle autorità militari, come quelli di Servigliano (Ascoli Piceno), Sforzacosta (Macerata) e quelli di Fossoli di Carpi (Modena,) e la Risiera di San Sabba a Trieste[.
Dopo l'8 settembre del 1943 l'Italia è divisa in due. Una parte sotto il controllo della neonata Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) e delle forze naziste e l'altra libera sotto la monarchia italiana con le truppe alleate e le forze partigiane.Quasi nulla era l'autonomia della RSI rispetto alla Germania la quale amministrava direttamente alcune province, quelle rientranti nella zona di Operazione delle Prealpi (province di Trento, Bolzano e Belluno) e quelle comprese nella zona di operazione Litorale Adriatico (province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e la nuova provincia di Lubiana). Inoltre, il Terzo Reich impose che il nuovo Governo doveva risiedere non a Roma, che si era dichiarata Città aperta, ma nella zona attorno al lago di Garda, da qui il nome di Repubblica di Salò. Come già accennato, tutti i campi di internamento che si trovavano al di sotto della linea gotica furono liberati, quelli a nord della linea stessa rimasero e furono gestiti sia dalla RSI che dai nazisti. I nuovi campi che vennero istituiti in particolare lo furono per il concentramento degli ebrei: di fatto l'internamento degli ebrei venne finalizzato alla deportazione nei lager tedeschi. Con l'ordinanza del 30 novembre 1943, n. 5, il Ministro degli Interni Buffarini Guidi, dispose l'arresto e la concentrazione in apposti campi provinciali degli ebrei stranieri ed italiani. Un mese dopo, nel dicembre del 1943, con l'istituzione del campo di Fossoli (vicino Carpi) si creava un unico centro nazionale di transito per gli ebrei destinati ai campi di sterminio tedeschi.


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