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 Nel giugno 1938, mentre già infuriava in Germania la campagna razzista e antisemita dei nazionalsocialisti, e anche in Italia il regime mussoliniano andava apprestandosi a introdurre le Leggi razziali, il papa Pio XI (Achille Ratti, 1857-1939) affidava a tre gesuiti, un americano, un tedesco e un francese, l'incarico di predisporre un'Enciclica dal titolo Fiumani generis unitas ("Unità del genere umano"). Nelle intenzioni del pontefice, si sarebbe trattato di un documento di chiara denuncia dei pericoli insiti non solo nell'ideologia nazista, ma anche nel fascismo italiano, che sempre più mostrava di volersi adeguare al modello nazista.
Prima di assurgere al pontificato (] 922), Pio XI era stato nunzio apostolico in Polonia all'indomani della rivoluzione russa del 1917, e per quasi un decennio, da papa, aveva pronunziato taglienti anatemi contro i governanti dell'Unione sovietica e contro quelli del Messico rivoluzionario. Discendente da una famiglia della borghesia agiata e conservatrice della Lombardia, Achille Ratti apparteneva alla sfera di quei cattolici che concepivano ancora l'alleanza del trono con l'altare come la condizione indispensabile di ogni buon ordinamento, chiunque potesse essere alla testa dello Stato: un buon cristiano o un peccatore, un reggitore capace oppure un inetto. Tant'è che, all'indomani del Concordato con l'Italia fascista, aveva ravvisato in Mussolini l'uomo «che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». La visione che il pontefice aveva del cristianesimo non contrastava con l'esistenza di dittature o di regimi autoritari, anche dei più duri, purché fossero avversi (come si legge nell'enciclica Coartiate Coristi computa del maggio 1932) ai «nemici di ogni ordine sociale, si chiamino essi comunisti o qualunque altro ne sia il nome». Rimasto tuttavia profondamente contrariato dalla legislazione razziale germanica, l'aveva condannata già nell'enciclica Mit bremwnder Sorge ("Con viva ansia" ) del marzo 1937 esprimendo il suo biasimo per gli orientamenti neopagani dell'ideologia nazista. E il ventilato avvio di un'analoga "politica della razza" in Italia dovette indurlo a rinunziare alla cordialità di fondo dei suoi rapporti con il regime fascista e a intervenire, se non altro, a salvaguardia della cattolicità dei figli dei matrimoni misti tra "ariani" ed Ebrei, nonché a tutela della validità del sacramento coniugale in quegli stessi casi.
Alla fine del settembre 1938, il progetto della Humani generis uttitas, elaborato a Parigi in grande segretezza, venne inviato a Roma per le necessarie valutazioni pontificie e per essere poi reso pubblico. Ma già gravemente ammalato, l'ottantunenne Pio Xi si spegneva la mattina del 10 febbraio 1939 senza avere definito il testo di questo documento e quindi senza poterlo far conoscere all'opinione pubblica internazionale.
Ebbe inizio così, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, un episodio mal conosciuto della storia del XX secolo. La bozza elaborata dai tre gesuiti scomparve negli archivi vaticani tino al 1972, quando un'inchiesta del Naiional Caiholic Reporter di Kansas City rivelò al pubblico americano e alla stampa internazionale l'esistenza del documento. Un quarto di secolo più tardi, il testo fu al fine reso disponibile dal lavoro congiunto di due ricercatori belgi, Georges Passelecq, monaco benedettino ed ex resistente, e Bernard Suchecky, un Ebreo dottore in storia e bibliotecario a Strasburgo. La pubblicazione da loro curata offre una significativa testimonianza dell'intenzione, da parte dell'anziano papa, di imprimere in extremis al proprio pontificato un cambiamento di rotta.
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