|
 È questa la cornice storico - politica in cui avviene la deportazione dei ricoverati ebrei dagli ospedali: psichiatrico, per lungodegenti, l'ospedale maggiore e l'ospizio "Pia casa Gentilomo" (ospedale israelitico e ricovero per ottanta anziani) che abbiamo già descritto in una comunicazione mia e del collega Toresini ad un convegno del 1993 e di cui riportiamo alcuni stralci. Scrivemmo allora:
Trentanove cartelle cliniche dell'ospedale Psichiatrico Provinciale e dell'ospedale Gregoretti si concludono tutte alla voce "dimissione": "il dì 28/3/1944, prelevato manu militari da una formazione delle SS parte per destinazione ignota". L'anonimo estensore sembra aver voluto affidare alla storia il messaggio contenuto in queste brevi righe con la forza suggestiva di un epitaffio. Sappiamo oggi che la "destinazione ignota" era il campo di sterminio di Auschwitz dove tutte le persone tranne una furono deportate dopo una breve sosta alla Risiera di S. Sabba e "gasate" (con l'eccezione di un solo superstite) nell'operazione "soluzione finale".
La rilettura di queste cartelle con il lessico del tempo e dell'istituzione 'speciale', spesso redatte con grafia malferma, ridà vitae movimento, anche se per pochissimi istanti, e se pure nella nostra fantasia, a queste persone in una sorta di effimera dignità postuma. Sono microstorie che, per la loro tragica confluenza nel più grande eccidio di massa che la storia ricordi, si spostano da una dimensione privata e a tratti persino banale ad una dimensione tragica . In un'ottica 'professionale' alcune di esse possono anche essere lette come conferma dello stretto rapporto tra concreti eventi di vita, e cioè storia della persona, e contenuti della malattia sofferenza (o come altri direbbero 'patoplastica' dei sintomi).
In un'ottica sociologica alcune di esse sono la dimostrazione del rapporto tra una maggioranza persecutrice ed una minoranza perseguitata con l'affiorare nei perseguitati dei vissuti di diversità, di difesa, di paura, di inferiorità e di bisogno di protezione e di ricerca di aiuto e tutela.
Dalle cartelle cliniche
Sig.ra B.G. di anni 71, casalinga, vedova, religione israelitica ricoverata il 6/3/1944 per depressione involutiva "... da un anno a questa parte non vuole che le figlie escano di casa perché teme che possa succedere loro qualche disgrazia ..."
Sig. B.R. di anni 44, commerciante, israelita convertito alla religione cattolica, ricoverato il 12/11/1943 per stato depressivo "... è di religione cattolica, di razza ebraica. La moglie è ariana. Battezzato da un mese..."; "... in seguito agli arresti di persone della sua razza provò grave spavento, perse il sonno, la volontà di lavorare, girava per la strada assillato dall'ossessione di venire arrestato da un momento all'altro. È depresso, inceppato nel pensiero, 'è meglio finirla con la vita'. Era già pronto a gettarsi dalla finestra di casa ma fu trattenuto (!!), non è allucinato, ma nel suo discorso che è coerente affiorano spunti deliranti."
Sig. A.V. di anni 57, negoziante, vedovo, religione israelita, ricoverato il 25/11/1943 per stato depressivo - ansioso: ".. . due mesi fa mentre si trovava in una stazione termale per cure, venne fermato dai tedeschi insieme ai due figli; mentre questi due vennero trattenuti lui venne rinviato a Trieste con foglio di via. Da allora, angosciato, depresso, dorme poco, ha l'impressione di vedere sempre intorno a sé i figli e la moglie 'come se parlassero'..."; " ... anche durante l'esame somatico si interrompe spesso per chiedere angosciosamente dei figli ed implorando dal medico un aiuto per ritrovarli..."; " ... apiretico; ancora depresso, piange, si dispera per la sorte dei congiunti che sarebbero stati arrestati e deportati...".
Sig. V.A. di anni 61, 'religione cattolica, ricoverato il 2/12/1943 per "frenastenia in sordomutismo ... apertamente nervoso, facilmente irascibile, presentò uno scatto violento ed aggressivo verso la domestica per cui venne inviato qui...".
Sig. P.S. di anni 52, casalinga, israelita, coniugata, entrata il 19/2/1936 per stato depressivo poi corretto in parafrenia: "... vive da 3 anni da sola, vivendo di sussidi che riceve dalla comunità israelitica. Si trova qui da due anni, venuta qui da Berlino, perché le avevano detto che il figlio era andato in Palestina, ma una volta qui non aveva più denaro per proseguire ..."
Sig. E.B. ricoverato e sottoposto a perizia psichiatrica per reato di oltraggio a pubblico ufficiale (SS), aveva accusato pubblicamente le SS di perseguitare e addirittura deportare i cittadini ebrei.
Sig. I.M. ... 69 anni, sarto, israelita, entrato il 8/11/1943 per demenza arteriosclerotica: "... si sente perseguitato dai germanici, causa la sua appartenenza alla razza ebraica. Sa che si trova nell'ospedale psichiatrico provinciale. Ha provato nei giorni scorsi grande spavento perché gli erano venuti a dire che i germanici portano via gli ebrei, che spogliano le loro case...". Tra i ricoverati in ospedale psichiatrico (25 persone) si evidenziavano almeno due gruppi: coloro che erano già ricoverati da lungo tempo (alcuni già prima dell'emanazione delle leggi razziali del regime fascista) per motivi psichiatrici ordinari (12 persone) e coloro che erano stati ricoverati alcuni mesi prima della deportazione, in pieno clima di persecuzione antisemita e di rastrellamento da parte delle SS. Di questi, solo 3 avevano già avuto precedenti ricoveri. È pertanto ipotizzabile che per la gran parte di questo secondo gruppo il ricovero sia stato un tentativo - tardivo quanto purtroppo inefficace - di protezione dalla deportazione. Fanno parte di questo gruppo coloro i quali si erano convertiti alla religione Cattolica, in funzione legittimamente autodifensiva (alcuni poco tempo prima dell'arresto), sperando in qualche modo di disfarsi del marchio che li esponeva alla persecuzione.
La lettura delle cartelle presenta al proposito delle ambiguità e alcune contraddizioni (per esempio: inadeguatezza delle motivazioni al ricovero - vedi caso del sordomuto - genericità della sintomatologia oppure impossibilità di distinguere nella stessa sintomatologia un nesso tra causa ed effetto) eliminabili solo attraverso qualche eventuale testimonianza diretta.
Un terzo gruppo infine può essere considerato quello in cui l'insorgenza di sintomi ed il ricovero appaiono essere in stretta correlazione con il clima di paura e di angoscia scatenato dalla caccia spietata all'ebreo e dalla mancanza di spazi possibili ove sottrarsi ad essa. La considerazione generale, che si può comunque fare, è che da un excursus sullo stato professionale e lavorativo si deduce, nella media, una collocazione sociale negli strati economicamente e socialmente più deboli (casalinghe, pensionati), categoria che da sempre è stata la più comune tra i ricoverati negli ospedali psichiatrici. Si tratta comunque di persone che non erano riuscite a trovare altre vie di scampo, per esempio con la partenza.
Rispetto al problema di una eventuale complicità tra direzione dell'ospedale psichiatrico e pratica della deportazione, scrivevamo: "A Trieste nella contingenza storica di cui ci occupiamo non emerge certamente una correità riguardo all'episodio della deportazione; una lettera d'archivio del direttore dell'epoca al Prefetto, oltre a rendere noto l'episodio, chiede infatti una giustificazione per il rastrellamento, non essendo stata esaurientemente motivata dal comandante del drappello delle SS la richiesta di prelievo dei pazienti. Si può pertanto affermare che vi sia stato un dissenso o meglio un non consenso all'operazione, e che tuttavia esso non si espresse o non si poteva esprimere con modalità più decise di quelle messe in atto, per ragioni ovviamente comprensibili. Ciò che comunque emerge alla fine, al di là della buona coscienza o delle soggettività individuali dei responsabili dell'asilo è l'oggettiva esposizione degli internati di un'istituzione totale (i manicomi come gli ospizi, come le carceri) a qualsiasi iniziativa repressiva su larga scala. Si è verificata in sintesi una mancata protezione da parte dell'Ospedale Psichiatrico e delle altre strutture ausiliari. È questo un aspetto apparentemente paradossale dell'istituzione segregante: istituzione che proprio in quanto segregante è la più concentrazionaria e alla fine la meno adatta alla tutela".
Una ulteriore considerazione in quel testo riguardava il rapporto tra maggioranze dominanti e minoranze oppresse e la connessione con le agenzie di controllo e gli apparati repressivi dello stato come esecutori 'oggettivi' dei valori dominanti della maggioranza.
Scrivevamo: "È un discorso ampio che ci interessa oggi e che non ha la distanza storica della discriminazione e dell'epurazione nazista, ma si immerge drammaticamente nell'attualità e parte dalla collocazione centrale che ha il 'pregiudizio' verso qualsiasi minoranza, etnica, religiosa, linguistica, culturale o sociale in senso lato."
"Il pregiudizio - dice Basaglia nella sua introduzione a Asylums di Goffman - non è mai frutto di un atteggiamento psicologico individuale, quanto dell'espressione dei valori della società in cui l'individuo è inserito, risultato di una selezione discriminante tra norma e abnorme, bene e male, maggioranza e minoranza, potere e non potere".
Nei confronti della comunità ebraica abbiamo già detto come sia il fascismo, sia soprattutto il nazismo, abbiano costruito il pregiudizio come obiettivo politico preciso per il rinforzo della maggioranza dominante rispetto ad una minoranza identificata come il male da confinare e distruggere. Da qui l'origine della persecuzione e da parte dei nazisti il piano di sterminio degli ebrei.
Crimini di guerra. Ma non dimentichiamo i 'crimini di pace'.
Atti del convegno Psichiatria e nazismo di Bruno Norcio.
|