Ebraismo - All rights reserved.www.lager.it 22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"
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EBRAISMO : i principi fondatori

I PRINCIPI FONDATORI DEL GIUDAISMO
Unità divina : Il monoteismo è il principio fondatore del giudaismo. Si esprime nella professione di fede contenuta nella preghiera dello Shemà: “Ascolta Israele, L’Eterno è il nostro Dio, l’Eterno è uno” (Deut. 6: 4). Il monoteismo ebraico implica l’esistenza di un Dio assoluto, personale, che conferisce un valore fondamentale agli obblighi morali, rivelando la Torah al suo popolo e intervenendo attivamente nella Storia. Dopo la Creazione, Dio ha affidato l’autorità del mondo ai viventi, ma non se ne disinteressa. Mantiene questo mondo ed esercita su di lui una provvidenza costante. Ha imposto Lui stesso un limite alla sua potenza accordando il libero arbitrio all’uomo. Questa fede in un Dio unico è fondata sull’alleanza con Abramo, confermata collettivamente con il popolo d’Israele sul monte Sinai, impegnando così la responsabilità dell’uomo.
Alleanza : La Torah menziona tre alleanze: la prima tra Dio e Noè, la seconda tra Dio ed Abramo, la terza tra Dio e il popolo d’Israele. Dopo il diluvio, Dio promette a Noè e ai suoi discendenti di mai più scatenare atri diluvi. Dopo aver specificato i rapporti tra gli uomini e il mondo vivente ed anche tra gli uomini (chiamato le sette leggi di Noè, un codice etico fondamentale), Dio posta questo patto sotto il segno dell’arco balena (Gen. 9: 1-7). La seconda alleanza unisce Dio ad Abramo: Dio gli promette una discendenza numerosa che, dopo un tempo di esilio e di oppressione, erediterà della terra dove l’ha fatto venire. Abramo e la sua discendenza devono, a loro volta, osservare il rito della circoncisione in segno di fedeltà al Dio unico (Gen. 15:7 e Gen. 17:7). L’alleanza collettiva e pubblica contrattata tra Dio ed Israele al Sinai è la conferma dell’alleanza con Abramo. La discendenza di quest’ultimo, costituita in nazione dopo la liberazione della schiavitù d’Egitto, conclude liberamente un’alleanza con Dio. Si impegna ad adempiere le parole divine, mentre Dio si impegna a farne la “sua proprietà personale” tra i popoli. I Dieci Comandamenti e tutta la Torah costituiscono i termini dell’alleanza: pratica del culto, osservanza delle regole etiche, sociali e politiche (Es. 19).
Elezione : Al momento dell’alleanza con Abramo, Dio annuncia che farà della sua discendenza “una grande nazione” dalla quale “saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen. 12:1-13). Dio ripete questa sua scelta durante l’alleanza sul Sinai. La dottrina dell’elezione non ha valore di dogma nel giudaismo. Traduce la particolarità dei rapporti che si instaurano tra Dio ed Israele e prende pienamente il suo senso solo in relazione con il concetto di alleanza. Seconda la tradizione rabbinica, Israele è l’unico popolo tra tutte le nazioni alle quali Dio l’aveva proposta, ad avere accettato la responsabilità dell’applicazione dei precetti divini. Di questo punto di vista, l’elezione crea più doveri che privilegi. Un privilegio che comunque vale solo se Israele non tradisce la sua missione e sceglie di compiere la volontà divina. Il termine elezione o “popolo eletto” ha il più delle volte dato luogo a false interpretazioni, loro stesse responsabili di secoli di antisemitismo. Ma l’appartenenza al popolo ebraico non è mai stata esclusiva, poiché la conversione al giudaismo permette a qualunque persona di fare parte del “popolo eletto”, con i doveri che questa scelta comporta.
Libero arbitrio : Il libero arbitrio è inseparabile dal credere nella retribuzione delle opere e nell’affermazione della giustizia divina: Dio non può giudicare con equità gli atti dell’ uomo se costui non ha liberamente scelto di compierli. La Torah stessa è un insegnamento che Israele è chiamato a mettere in opera, ma contro la quale è possibile ribellarsi. La legge divina non è naturale (alla quale nessuna scappa), ma morale, indirizzandosi ad un individuo autonomo, capace di scegliere. Secondo Rabbi Akiva, il libero arbitrio è conciliabile con l'ogni potenza divina: “E’ previsto tutto da Dio, ma la libertà è data all’uomo”.
Carità : Il giudaismo considera la carità come un’esigenza di giustizia e come una spinta spontanea ed umana. Il fatto di “fare il bene” si concretizza con offerte di denaro ed azioni sociali come la visita ai malati e alle persone in lutto. La visita ad un malato è un precetto fondamentale, “e colui che lo fa diminuisce la malattia della persona che soffre”. Questo sostegno si applica a tutti, poveri e ricchi, viventi o morti, poiché l’omaggio ai defunti fa parte degli atti di carità che sono sia obblighi religiosi sia morali. Ciascuno deve adempiere questi doveri con discrezione, affabilità e compassione, qualsiasi l’appartenenza religiosa del beneficiario. Non c’è né carità senza giustizia né giustizia senza carità.
Amore del prossimo : L’amore del prossimo è iscritto nel Levitico (19:18 e 19:34): “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Questo comandamento possiede una portata molto grande: visita ai malati, consolazione delle persone in lutto, carità, solidarietà. L’unico limite all’amore del prossimo è di odiare sé stesso e di sacrificare all’altro la propria vita. L’amore del prossimo ricorda che tutti gli esseri umani sono stati creati all’immagine di Dio: amore del Creatore e amore delle creature sono indissociabili.
Giustizia sociale : L’esigenza della giustizia e dell’equità è al cuore della religione e dell’etica sociale biblica. Il modello da seguire è quello di Dio che trova il suo equilibrio tra due principi: il rigore e la compassione. Una giustizia assoluta, che non comporta nessuna misericordia, non è degno di fare parte di questo mondo. E’ quindi prima di tutto questo principio che il popolo d’Israele deve prendere come esempio.
Rispetto della vita : La santità della vita è un valore supremo del giudaismo, poiché la vita è un dono divino. Fintanto che una persona vive, deve fare di tutto per mantenersi viva fisicamente e spiritualmente. Salvare una vita equivale a salvare l’universo intero e sopprimere una vita equivale a sopprimere l’universo intero. Per salvare una vita umana o portare soccorso ad un malato, si deve (se necessario) trasgredire lo Shabbat. Il riconoscimento della bellezza e la santità della vita si esprime con delle benedizioni dette in varie occasioni, ad esempio prima e dopo un pasto, prima di viaggiare, davanti ad un fenomeno naturale, ecc.
Partecipazione alla Creazione : Ciascuno è responsabile dello stato della terra e si deve impegnare nel restauro dell’armonia persa dopo l’espulsione di Adamo dal giardino d’Eden. Ogni persona ha una responsabilità personale verso sé stesso, il suo prossimo, l’ambiente e il mondo.
Il Messia : Il giudaismo è marcato dalla speranza messianica, annunciata prima al Re David poi mantenuta nel corso della Storia ebraica fino ad oggi, che realizzerà e garantirà un regno di giustizia e di pace. La tentazione è grande di vedere il Messia arrivare nei periodi difficili. Il più importante è l’attesa che deve essere vigile, responsabile e attiva per poter fare venire l’era messianica che verrà lo stabilimento della pace, l’unione dei dispersi, la ricostruzione del Tempio e il riconoscimento di un Dio unico da tutte le nazioni. Possiede quindi una dimensione sia nazionale sia universale.
Fonte: CICAD

I DIECI COMANDAMENTI
- 1. Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d`Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me.
- 2. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
- 3. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
- 4. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
- 5. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dá il Signore, tuo Dio.
- 6. Non uccidere.
- 7. Non commettere adulterio.
- 8. Non rubare.
- 9. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
- 10. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo".
(Esodo 20:1-14 e Deuteronomio 5:6-21)

CASHERUT - (Le leggi alimentari)
La casherut è l’insieme delle regole alimentari del giudaismo, cioè le prescrizioni di origine biblica su quello che gli Ebrei possono mangiare o meno e in quali condizioni. Queste leggi riguardano soprattutto il consumo di prodotti di origine animale. Secondo la Bibbia, l’uomo è fondamentalmente vegetariano. Le regole alimentari si avvicinano a questo ideale.
Gli animali autorizzati al consumo devono essere ruminanti ed avere lo zoccolo spaccato (questo esclude quindi il maiale che ha lo zoccolo spaccato ma non rumina, il cammello che rumina ma non ha lo zoccolo spaccato, il coniglio, il cavallo).
Tra gli animali autorizzati, la Torah menziona il bue, la pecora, la capra, il capriolo e i volatili. Tutti gli animali autorizzati sono erbivori.
I pesci autorizzati al consumo devono avere pinne e squame (ciò che escludono i frutti di mare, l’anguilla, il caviale).
La maggior parte degli insetti sono vietati ed anche i rettili.
Le leggi trattano anche del modo in cui gli animali devono essere uccisi. Il metodo di macellazione tradizionale (chehita in ebraico) è applicato da una persona qualificata, chiamata “chohet”. Assicura per prima che l’animale sia in buona salute. Taglia rapidamente il collo dell’animale di un gesto sicuro. La macellazione deve essere rapida e la morte segue dopo qualche secondo. L’animale è dopo svuotato dal suo sangue. Il consumo di sangue è vietato nel giudaismo perché simboleggia la vita.
Bisogna anche separare il consumo di prodotti a base di carne da quelli a base di latte secondo quanto scritto: “non farai cuocere il capretto nel latte di sua madre” (Es. 23:19). Quindi ad esempio non si mangerà una carne in una salsa alla panna, non si metterà latte nel caffè dopo aver mangiato un piatto di carne. Il pesce, le verdure e la frutta possono essere mangiati con prodotti a base di latte o la carne.

LA CHALLAH - (Pane bianco)
“Parla ai figli d’Israele. Dirai loro: Quando voi sarete entrati nel paese, dove io sto conducendovi e mangerete del pane del paese, ne sottrarrete un’offerta al Signore”. (Num. 15, 18-19). E’ questa l’origine della challah, il pane bianco che accompagna lo shabbat e le feste ebraiche.
Originariamente, e fin quando fu possibile, da questo pane era prelevata la decima che veniva offerta al sacerdote. Oggi che non c’è più il Tempio, si preleva comunque un pezzetto dell’impasto che viene messo da parte, bruciato in forno e non consumato.
La challah, pane bianco e soffice di gusto leggermente dolce, è una delle componenti essenziali del pasto di sabato. E’ a forma di treccia, e sulla tavola ne sono presenti due, a misura della doppia porzione di manna che Dio elargiva agli israeliti nel deserto alla vigilia del sabato e delle feste. La preparazione di questo pane e il prelevamento dell’offerta dall’impasto, sono esclusiva incombenza femminile.

LA VITA
Il ciclo della vita ebraica si decompone in:
- la nascita (MILA' e PIDION HA-BEN per i maschi, ZEVED HA-BA per le femmine)
- la BAR MITZWÀ (per i maschi), la BAT MITZWÀ (per le femmine)
- il matrimonio
- il lutto
- l'anniversario

LA MILÀ
La milà (circoncisione) non è un atto operatorio qualsiasi, ma la consacrazione del patto stabilito tra il popolo d’Israele e Dio fin dai tempi di Abramo. E’ mitzwà sottoporre alla milà un bambino nell’ottavo giorno dalla nascita, anche se tale giorno cade di Shabbat, di Festa Solenne e di Kippur. La milà potrà essere rinviata solo per motivi di salute del neonato. Le milot rinviate e quelle dei bambini nati con parto cesareo non hanno luogo di Shabbat e nei giorni festivi.
IL PIDION HA-BEN
Il figlio primogenito, veniva dedicato, come una primizia, al servizio del Tempio ed al Sommo Sacerdote, che ne era considerato il legittimo proprietario. Quando il bambino aveva compiuto il primo mese, i genitori avevano il dovere di riscattarlo dalle mani del sacerdote versando una somma pari al valore di “cinque sicli” (circa 100 grammi d’argento). La cerimonia del Pidion ha-ben, riscatto del figlio o “scompro”, secondo la popolare definizione romana, è compiuta da un Cohen, in quanto diretto discendente del sacerdote Aronne.
LO ZEVED HA-BA
Quando nasce una bambina si procede all’apposizione del nome alla neonata ed alla sua benedizione con la cerimonia dello zeved ha-bat (dono della figlia). Questa cerimonia può aver luogo tanto in casa quanto al Tempio.
IL BAR MITZWÀ
Il giovane ebreo che raggiunge l’età di 13 anni in data ebraica, assume la responsabilità dell’osservanza delle mitzwot e si chiama appunto per questo Bar Mitzwà (letteralmente figlio del precetto, cioè obbligato all’esecuzione dei precetti). Alla cerimonia del Bar Mitzwà saranno ammessi soltanto coloro che, dopo aver sostenuto un esame alla presenza del Rabbino Capo o di un altro Rabbino da lui delegato, avranno dimostrato di essere seriamente preparati sul programma richiesto. Indipendentemente da questo, l’obbligo di mettere in pratica le mitzwot diviene fattuale con il compimento del tredicesimo anno. I candidati all’esame dovranno essere forniti di: Tallet, Tefillin, Chomash (Pentateuco) e Siddur tefillà. La cerimonia del Bar Mitzwà, se rimandata per motivi gravi, non può essere celebrata di Shabbat Teshuvà (4 ottobre 2008) né nelle settimane fra il 17 di Tammuz e il 9 di Av.
IL BAT MITZWÀ
Per le ragazze l’obbligo di osservare le mizwot inizia a 12 anni compiuti; anche le ragazze debbono arrivare alla cerimonia del Bat Mitzwà con un’adeguata preparazione, sostenendo un esame analogo a quello dei ragazzi. La donna è tenuta ad osservare le mizwot con un impegno non inferiore a quello dell’uomo.
IL MATRIMONIO
Il matrimonio è uno dei doveri più importanti; questo precetto ristabilisce l’unità originaria di Adamo che conteneva in sé il
principio maschile e quello femminile e provvede alla continuità del popolo ebraico, attraverso la procreazione.
- 1. Quando due persone decidono di sposarsi, devono presentarsi all’Ufficio Rabbinico che provvederà a comunicare tutte le azioni necessarie per stabilire la data delle nozze e per porre le basi per la fondazione di una casa e di una famiglia ebraica. In questa fase preparatoria del matrimonio gli sposi frequenteranno dei corsi organizzati dalla comunità che li informeranno su: il significato del matrimonio; il diritto matrimoniale ebraico; la kasherut; l’osservanza del sabato e delle feste; l'insegnamento della Torà ai figli; le norme della Taharat ha-mishpachà (rapporti coniugali); la mitzwà della tzedaqà (l’aiuto ai bisognosi). Tali norme contribuiscono a creare quell’atmosfera di qedushà (santità) che rendono solida la famiglia ebraica e le assicurano la felicità e la benedizione divina. All’atto delle pubblicazioni gli sposi dovranno dichiarare che intendono celebrare le nozze presso il Tempio Maggiore di Roma o in altro luogo e dovranno consegnare all’Ufficio di Stato Civile del Comune, oltre ai certificati richiesti dalla legge (nascita, cittadinanza, stato libero), una richiesta dell’Ufficio Rabbinico, che potrà essere ritirata presso il medesimo. Le pubblicazioni non si debbono fare di Sabato, né di giorno di festa ebraica.
- 2. Fissata la data delle nozze, ottenuto il nulla osta da parte dell’Ufficiale di Stato Civile del Comune, gli sposi si resenteranno all’Amministrazione della Comunità e all’Ufficio Rabbinico per consegnare tali documenti e per fornire i nomi ebraici propri e dei genitori, necessari per la scrittura della Ketubà (contratto matrimoniale).
- 3. La sposa prenderà accordi per fare la Tevilà (bagno rituale) nel Miqwè. Il Miqvè è una vasca contenente acqua di fonte o acqua venuta a contatto con acqua di fonte o acqua piovana, costruita secondo determinate norme. Per essere conforme alle regole, Tevilà deve essere fatta solo nel miqvè (o in acqua di fonte, acqua piovana, mare etc). La Tevilà può essere fatto solo quando siano trascorsi almeno sette giorni dalla fine del periodo mestruale. Durante la Tevilà, la donna dovrà curare di non avere indosso anelli o forcine, lacca sulle unghie, rossetto o qualunque altra cosa che impedisca il contatto con l’acqua; durante l'immersione la bocca deve essere chiusa ma non errata. La Tevilà dovrà essere effettuata prima del matrimonio. Secondo la Torà, la vita sessuale è parte fondamentale dell’esistenza e rientra nel progetto della creazione. Scopo dei rapporto sessuali, accanto alla procreazione, è anche quello di creare una vita di coppia armoniosa. Trascorsi sette giorni dalla constatazione della totale assenza di perdite di sangue, la donna si immerge nel miqwè. Il rispetto di queste regole ha, tra le altre conseguenze, il fatto che astenendosi per almeno dodici giorni al mese dall’avere rapporti sessuali, i coniugi sono indotti fin dall’inizio ad impostare il matrimonio su altre forme di dialogo e comunicazione. Dopo ogni Tevilà si ha così un rinnovamento dei rapporti con una riscoperta continua del proprio partner, cosa che contribuisce ad impedire che il rapporto possa inaridirsi. La Tevilà - eccetto quella che si deve fare prima del matrimonio e che può essere fatta di giorno - va fatta di sera dopo il tramonto, all'uscita delle stelle. La donna, prima dell'immersione, deve essere perfettamente pulita. Il testo sulle norme della Tevilà può essere richiesto all’addetta al Mikvé.
- 4. Nel caso in cui uno degli sposi non sia iscritto alla Comunità di Roma, dovrà essere presentato all’Ufficio Rabbinico un certificato della Comunità di provenienza che attesti la sua regolare posizione ebraica e che contenga il nulla osta alla celebrazione del matrimonio secondo il rito ebraico.
- 5. E’ uso che i genitori degli sposi e lo sposo salgano alla lettura della Torà il Sabato precedente il giorno del matrimonio.
- 6. Prima della lettura della Ketubà, lo sposo consegnerà al Rabbino celebrante l’anello che intende dare alla sposa da lui stesso acquistato. Non è uso ebraico lo scambio degli anelli. Il Cohen è sottoposto ad alcune limitazioni nella scelta della sposa (ad esempio: non può sposare né una divorziata, né una proselita).
Il matrimonio non si celebra nei seguenti giorni: di Sabato; nelle Feste solenni e mezze feste; nei digiuni; nei giorni che vanno da Rosh ha-Shanà a Simchat Torà; durante una parte dei giorni dell’Omer (dal 1 al 18 Jiar) e in quelli che vanno dal 17 di Tammuz al 9 di Av.
L’AVELUT (Lutto)
- 1.Quando una persona entra in agonia, sarà cura dei familiari recitare le preghiere prescritte prima del decesso. I familiari possono chiedere l’assistenza di un Rabbino. L’Ufficio Rabbinico è a disposizione per consultazione e assistenza 24 ore su 24. Tel 051 232066 o 051 227931.
- 2. Avvenuto il decesso, i parenti che si trovano presso il morto, (genitori, figli, fratelli, coniuge) dovranno fare la Kerià, che consiste nella lacerazione delle vesti dalla parte sinistra in corrispondenza del cuore, pronunciando ognuno la formula “Baruch … Dayan Ha Emet” (Benedetto …il Giudice di Verità).
Se è presente un Rabbino sarà suo compito aiutare i familiari a provvedere a questa triste cerimonia. E’ possibile altrimenti fare la Kerià al cimitero subito dopo la sepoltura. Gli abiti con la Kerià dovranno essere tenuti fino al termine del 7° giorno di Avelut (Shiv’à). Il decesso deve essere subito notificato alla Comunità (Tel. 051 232066).
- 3. La salma dovrà essere coperta, avvolta in un lenzuolo e deposta a terra. Si accenderanno delle candele attorno alla salma ed un lume che dovrà ardere ininterrottamente fino al compimento del 7° giorno della sepoltura nella stanza in cui è avvenuto il trapasso.
- 4.Nella stanza in cui si trova la salma verranno coperti gli specchi. 5.Da questo momento ha inizio la veglia del morto da parte dei familiari i quali - come prescrive la tradizione - leggeranno i Salmi (in ebraico o in qualsiasi altra lingua) fino al momento del funerale. I parenti potranno chiedere alla Comunità i libri per fare essi stessi la veglia o chiedere la presenza di un vegliante autorizzato. E’ evidente che il valore delle preghiere recitate dai familiari è assai più grande di quanto non sia quello delle preghiere dette da un’altra persona qualsiasi.
- 6. Per tutto il periodo che va dalla morte alla sepoltura i parenti sono Onenim e possono occuparsi soltanto di ciò che è necessario per i funerali, mentre sono esonerati dall’osservanza dei precetti (Tefillà, tefillin, Birkat ha Mazon ecc.) e non contano per Minian.
- 7. La salma viene sottoposta a Rechizà (lavaggio rituale) e vestita con Tachrichin (indumento di tela bianca che viene fornito dalla Comunità. La Rechizà viene fatta di regola al Cimitero, nell’apposito locale da personale specializzato della Comunità (Chevrà Kaddishà). In casi particolari può essere effettuata altrove, previa richiesta dell’Ufficio Rabbinico.
- 8.Dopo il funerale inizia l’Avelut che dura 7 giorni (il giorno della sepoltura è già considerato il primo giorno e il settimo giorno termina dopo la preghiera del mattino). Agli Avelim (genitori, figli, fratelli o coniuge del defunto) non è permesso lavorare durante i sette giorni di Aveluth. Al ritorno dal cimitero essi dovranno consumare il pasto di Avelut che sarà portato in dono da un’altra famiglia ebrea, stando seduti per terra o su bassi panchetti. Questo pasto è composto da pane, uova sode, sale e caffè; alcuni aggiungono olive e biscotti, gli Avelim non possono sedersi a tavola, ma debbono mangiare seduti sui loro sgabelli per tutti sette giorni ad eccezione del Sabato, nel quale possono sedersi regolarmente a mensa. Se il decesso è avvenuto nell’imminenza di Pesach, Shavuot, Sukkot, Rosh ha Shanà e Kippur, il conteggio dei dei giorni di Avelut cambia: bisogna quindi rivolgersi all’Ufficio Rabbinico per sapere le facilitazioni previste. Queste facilitazioni nel computo del mese di lutto non valgono per i figli nei riguardi dei genitori: essi devono quindi contare 31 giorni regolari per quanto concerne la barba.
- 9. Gli Avelim non mettono i Tefillin il primo giorno di lutto.
- 10. Gli Avelim non possono farsi la barba durante i 30 giorni successivi alla sepoltura; per i genitori, la barba potrà essere fatta a partire dal 31° giorno e solo su invito pressante di un compagno.
- 11. Dopo il settimo giorno, dopo il trentesimo e dopo i dodici mesi dalla sepoltura, gli Avelim si recheranno al Cimitero per recitare le preghiere di rito sulla tomba del parente scomparso. E’ bene che al Cimitero ci sia un Minian, in modo che sia possibile dire il Kaddish.
- 12. Il Kaddish (vedi più avanti) deve essere recitato dagli Avelim nell’anno di lutto, durante le preghiere del mattino e della sera. La recitazione del Kaddish si interrompe le prime tre settimane del 12° mese. Si può dire alla Comunità di ricordare il nome del defunto per tutta la durata dell’anno di lutto.
- 13. La sepoltura ebraica è in terra. E’ severamente vietata dalla legge ebraica l’apposizione sulle lapidi di fotografie, sculture ed altre immagini.
- 14. Durante l’anno di lutto non si debbono fare né si deve partecipare a riunioni mondane o di divertimento. In caso di feste è bene rivolgersi all’Ufficio Rabbinico per sapere come comportarsi.
- 15. Chi segue il funerale e visita le tombe al Cimitero deve avere il capo coperto. Nei giorni di Sabato, di Festa solenne, di mezza festa, Rosh Chodesh, Chanuccà e Purim il Cimitero resta chiuso ai visitatori. La Comunità è a disposizione delle famiglie per fornire ogni aiuto ed ogni spiegazione, per confortarle ed essere a loro vicina.
ANNIVERSARI
Il primo anniversario cade 12 mesi ebraici esatti dal giorno del seppellimento. Quelli successivi cadono il giorno della morte sempre secondo il lunario ebraico. Nell’anno embolismico, l’anniversario cadrà in quello dei due Adar in cui il decesso è avvenuto; se è avvenuto in anno normale cadrà sempre di Adar Shenì. È consuetudine fare un limud (studio) in occasione dell’anniversario.

LA SINAGOGA
La sinagoga è un luogo ebraico di preghiere ed è anche il luogo di incontro e di studio, ciò che ne fa il centro della vita della comunità. In questo senso sostituisce il Tempio.
L’Arca dove vengono conservati i rotoli della Torah è ubicata contro il muro, generalmente in direzione di Gerusalemme e indica la direzione della preghiera. E’ spesso decorata da una tenda ricamata.
Vicino all’Arca si trova la luce eterna, spesso rappresentata con un candelabro a sette rami (“menorah”) o da una lampada, simbolo dell’eternità divina.
Le sinagoghe sono aperte ad ogni persona che desidera visitarle o assistere ad una funzione religiosa qualsiasi sia la sua religione (vedi )


OGGETTI LITURGICI
Vedi didascalia nel Glossario a fine pagina .

Chanukkià 8 Bracci
Kippah
Menorah 7 Bracci
Mezuzzah
Sefer
Shofar
Talled
Tefillin
Maghèn Davìd
Hannukkià

FESTIVITA' EBRAICHE E TRADIZIONI a cura di Sira Fatucci
SHABBAT (Il Sabato)
Nella Bibbia troviamo scritto: "E furono compiuti i cieli, la terra e tutte le loro creature. E terminò il Signore nel giorno settimo l'opera Sua e si riposò, il settimo giorno, da tutta l'opera che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso cessò (shavàth) tutta l'opera Sua che aveva compiuto" (Bereshìth, Genesi 31).
Il termine Shabbat deriva dalla radice ebraica Shevat, cessare, il sabato ebraico infatti implica la cessazione di qualsiasi attività lavorativa. Tra i numerosi precetti che l'ebraismo prescrive lo Shabbat ha sempre occupato un posto fondamentale nel cuore dell'ebreo osservante. E' la più importante delle ricorrenze del calendario ebraico e si sussegue di settimana in settimana scandendo il ritmo dell'anno nella vita individuale, famigliare e in quella della comunità. In questo giorno tutti hanno diritto al riposo: non deve lavorare né il padrone né il servo, né l'uomo, né la donna, non il cittadino né lo straniero, perfino gli animali da lavoro in questo giorno tutti devono essere esentati dal lavoro e hanno diritto al riposo. Lo Shabbat rende ogni uomo uguale all'altro: nessuno può avvalersi dell'opera di un suo simile. Il riposo settimanale è un concetto dato per acquisito nella nostra epoca, ma assolutamente rivoluzionario nei tempi in cui fu proposto. Anche in epoca romana infatti, una delle accuse che venivano mosse agli ebrei riguardava proprio la loro pigrizia di schiavi che si rifiutarono di lavorare di sabato. L'osservanza dello Shabbat comporta l'esecuzione di due categorie di precetti: quelli positivi, che implicano un'azione da compiere e che rientrano nel precetto "ricorda il giorno del sabato per santificarlo", (Esodo 20, I dieci comandamenti), e quelli negativi, che impongono l'astensione da una serie di lavori ed opere che rientrano nel precetto "osserva il giorno del sabato per santificarlo".
I Maestri, forse per sanare l'incongruenza fra i due testi, affermano che "quando furono promulgati i comandamenti riguardanti il sabato, "Ricorda"e "Osserva"furono pronunciate con una sola emissione di voce", come a dire che lo Shabbat è completo solo se si osservano entrambi i precetti. I Maestri affermano che sarebbe sufficiente che tutto il popolo ebraico rispettasse due sabati consecutivi perché il Messia facesse la sua apparizione sulla terra. Ma, poiché conoscevano bene le difficoltà connesse con un'osservanza completa dello Shabbat, dicono che più di quanto gli ebrei abbiano osservato il Sabato, il Sabato ha conservato gli ebrei.
Tra i "fini"dell'osservanza dello Shabbat c'è quello di stabilire un limite al dominio dell'uomo sulla natura. In particolare l'osservanza dello Shabbat implica l'astensione da qualsiasi atto "creativo", da qualsiasi atto che in qualche modo modifichi la natura. E' questa la motivazione per cui è proibito, ad esempio, accendere il fuoco o utilizzare una macchina, atti entrambi che turberebbero il naturale svolgimento della natura. Lo spirito dello Shabbat però non prevede solo proibizioni, questo giorno deve essere riempito di significato con alcuni azioni, come ad esempio la recitazione del Kiddush (la santificazione della festa attraverso il vino) l'accensione della lampada sabbatica, l'indossare gli abiti migliori e così via.
L'uomo per sei giorni lavora e si dedica soltanto a cose "materiali", in questo giorno, invece senza l'osssessione dell'attività produttiva deve dedicarsi a se stesso, alla comunità, alla società, per stare con i propri familiari e gli amici, a studiare e riposare. Se durante i giorni lavorativi l'uomo tende a vivere secondo le modalità dell'avere, in un certo senso "l'uomo è solo cio' che ha", il Sabato prevale la modalità dell'essere e "l'uomo è ciò che è".
La costruzione del Santuario viene interpretata dai Maestri come l'atto creativo di maggiore importanza per l'ebraismo. Eppure le melakhot, le azioni che secondo la Torà non possono essere compiute di sabato, vengono dedotte proprio da quelle necessarie ai fini della costruzione. Così perfino la costruzione del Santuario, simbolo della presenza divina in mezzo al popolo, è esplicitamente proibita di sabato; la santità del tempo - il sabato - nella tradizione ebraica è superiore a quella dello spazio, sia pure il più sacro tra gli spazi. La tavola sabbatica, intorno alla quale si riunisce la famiglia - e gli ospiti che non dovrebbero mai mancare - non risplende solo perché preparata in maniera diversa dagli altri giorni (con una tovaglia pulita, un tovagliolo speciale per coprire le challoth - i pani del Sabato -, il bicchiere contenente il vino che serve per la santificazione, le candele del Sabato, i cibi prelibati, diversi da quelli che vengono messi a tavola nei giorni feriali), ma anche perché lo spirito che pervade questa giornata dovrebbe riempire l'uomo di una spiritualità sufficiente per l'intera settimana.
Midrash
Le parole : "Il settimo giorno Dio terminò la sua opera"(Genesi 2:2) sembrano un enigma. Non è forse scritto: "Egli si riposò il settimo giorno"e "In sei giorni il Signore creò il cielo e la terra"(Esodo, 20:11)? Ci saremmo aspettati che la Bibbia dicesse che Dio terminò la sua opera il sesto giorno. Gli antichi rabbini conclusero che ovviamente vi fu un atto di creazione al settimo giorno: il cielo e la terra furono creati in sei giorni, la menuchà (il riposo) fu creata il sabato.
Abraham J. Heschel
ROSH HA-SHANA' (Il Capodanno)
Rosh Ha-Shanà cade i primi due giorni del mese di Tishrì ed è il capo d'anno per la numerazione degli anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei documenti. Ha un carattere e un'atmosfera assai diversi da quella normalmente vigente nel capo d'anno "civile" in Italia. Infatti è considerato giorno di riflessione, di introspezione, di auto esame e di rinnovamento spirituale. E' il giorno in cui, secondo la tradizione, il Signore esamina tutti gli uomini e tiene conto delle azioni buone o malvagie che hanno compiuto nel corso dell'anno precedente. Nel Talmud infatti è scritto "A Rosh Ha-Shanà tutte le creature sono esaminate davanti al Signore". Non a caso tale giorno nella tradizione ebraica è chiamato anche "Yom Ha Din", il giorno del giudizio. Il giudizio divino verrà sigillato nel giorno di Kippur, il giorno dell'espiazione. Tra queste due date corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà e a quello di Kippur vengono detti i "dieci giorni penitenziali".
Rosh Ha-Shanà riguarda il singolo individuo, il rapporto che ha con il suo prossimo e con Dio, le sue intenzioni di miglioramento.
Nella Torà, (Levitico 23:23,24) il primo giorno del mese di Tishrì è designato come "giorno di astensione dal lavoro, ricordo del suono, sacra convocazione", e nuovamente in Numeri (29:1,6) è ripetuto che è "un giorno di suono strepitoso": un altro dei nomi di questa festa è "Yom Teru'a", giorno del suono dello Shofar, il grande corno. In ottemperanza al comando biblico in questo giorno viene suonato lo Shofar, simbolo del richiamo all'uomo verso il Signore. Questo suono serve a suscitare una rinascita spirituale e a portare verso la teshuvà, il pentimento, il ritorno verso la giusta via. Lo Shofar, oltre a chiamare a raduno, ricorda l'episodio biblico del "sacrificio" di Isacco, sacrificio in realtà mai avvenuto in quanto fu sacrificato un montone al posto del ragazzo. Il corno deve essere di un animale ovino o caprino in ricordo di questo episodio. Inoltre lo shofar ricorda il dono della Torà nel Sinai che era accompagnato da questo suono e allude anche al Grande Shofar citato in Isaia (27:13) "E in quel giorno suonerà un grande shofar", annunciatore dei tempi messianici.
I suoni che vengono emessi da questo strumento sono di diverso tipo: note brevi, lunghe e interrotte; secondo una interpretazione esse sono emesse in onore dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.
Rosh Ha-Shanà è chiamato anche Giorno del Ricordo, infatti la tradizione vuole che Dio proprio in questa data abbia finito la Sua opera di creazione e sarebbe stato creato Adamo, il primo uomo.
Un uso legato a questa giornata vede l'ebreo recarsi verso un corso d'acqua o verso il mare e lì recitare delle preghiere e svuotarsi le tasche, atto che rappresenta simbolicamente il disfarsi delle colpe commesse e un impegno simbolico a rigettare ogni cattivo comportamento, come scritto nel libro biblico di Michà : "Getterai i nostri peccati nelle profondità del mare". Gli ebrei azkenaziti in questo giorno vestono di bianco, simbolo di purezza e rinnovamento spirituale. Anche i rotoli della Torà e l'Arca vengono vestiti di questo colore. Quest'usanza può essere ricondotta al verso di Isaia (1:18) in cui è scritto: "quand'anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diverranno bianchi come la neve".
A Rosh Ha-Shanà si usa mangiare cibi il cui nome o la cui dolcezza possa essere ben augurante per l'anno a venire. Il pane tipico della festa assume una forma rotonda, a simbolo della corona di Dio e anche della ciclicità dell'anno. Con l'augurio che l'anno nuovo sia dolce, si usa mangiare uno spicchio di mela intinta nel miele. Si usa anche piantare dei semini di grano e di granturco che germoglieranno in questo periodo, in segno di prosperità.
- Midrash
Si sono chiesti i nostri Maestri: "Perchè all'inizio il Signore ha creato un solo uomo?"
Hanno risposto: "Perché i suoi discendenti comprendano che da un uomo nasce un'intera umanità: perciò chi uccide un uomo è come se uccidesse il mondo intero, e chi salva un uomo è come se salvasse il mondo intero."
KIPPUR (Il giorno dell'espiazione)
Il dieci del mese di Tishrì cade lo Yom Kippur, giorno considerato come il più sacro e solenne del calendario ebraico.
E' un giorno totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza e vuole l'ebreo consapevole dei propri peccati, chiedere perdono al Signore. E' il giorno in cui secondo la tradizione Dio suggella il suo giudizio verso il singolo. Se tutti i primi dieci giorni di questo mese sono caratterizzati dall'introspezione e dalla preghiera, questo è un giorno di afflizione, infatti in Levitico 23:32 è scritto "voi affliggerete le vostre persone". E' un giorno di digiuno totale, in cui ci si astiene dal mangiare, dal bere e da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento e alla preghiera; il digiuno che affligge il corpo ha lo scopo di rendere la mente libera da pensieri e di indicare la strada della meditazione e della preghiera.
Prima di Kippur si devono essere saldati i debiti morali e materiali che si hanno verso gli altri uomini. Si deve chiedere personalmente perdono a coloro che si è offesi: a Dio per le trasgressioni compiute verso di Lui, mentre quelle compiute verso gli altri uomini vanno personalmente risarcite e sanate. Ci si deve avvicinare a questo giorno con animo sereno e fiduciosi che la richiesta di essere iscritti da Dio nel "Libro della vita", sarà esaudita. La purezza con cui ci si avvicina a questa giornata da alcuni è sottolineata dall'uso di vestire di bianco. E' chiamato anche "Sabato dei sabati", ed è l'unico tra i digiuni a non essere posticipato se cade di sabato.
Kippur è forse la più sentita tra le ricorrenze e anche gli ebrei meno osservanti in questo giorno sentono con più forza il loro legame con l'ebraismo. Un tempo, gli ebrei più lontani venivano detti "ebrei del Kippur" perché si avvicinavano all'ebraismo solo in questo giorno.
L'assunzione della responsabilità collettiva è un altra delle caratteristiche di questo giorno: in uno dei passi più importanti della liturgia si chiede perdono dicendo "abbiamo peccato, abbiamo trasgredito....". La liturgia è molto particolare e inizia con la commovente preghiera di Kol Nidrè, nella quale si chiede che vengano sciolti tutti i voti e le promesse che non possono essere state mantenute durante l'anno. Questa lunga giornata di 25 ore viene conclusa dal suono dello Shofàr, il corno di montone, che invita di nuovo al raccoglimento, e subito dopo dalla cerimonia di "separazione" dalla giornata con cui si inizia il giorno comune.
- Midrash
Ogni anno nei giorni del Capodanno e del Perdono nella sinagoga del Baalshem, pregava un paesano che aveva un figlio tardo di mente, che non poteva nemmeno ricordare la forma delle lettere, e tanto meno comprendere il senso delle parole delle preghiere. Quando non aveva ancora raggiunto la maggiore età, nei giorni del Capodanno e del Perdono il padre non lo conduceva con sé in città, perché non sapeva nulla. Ma quando ebbe tredici anni e, secondo le leggi di Dio, aveva raggiunto la maggiore età, il padre lo prese con sé nel giorno del Perdono, perché per ignoranza non mangiasse nel giorno del digiuno.
Il ragazzo possedeva uno zufolo nel quale fischiava sempre quando scendeva nei campi a pascolare le pecore e i vitelli. Se l'era portato con sé senza che il padre se ne accorgesse.
Il ragazzo passò ore e ore nella sinagoga senza sapere che dire. Ma quando, verso mezzogiorno, si cominciò a recitare la preghiera di Mussaf, disse: "Padre, ho con me il mio zufolo e vorrei suonarlo". Il padre sgomento lo rimproverò e il ragazzo si trattenne. Ma quando, al pomeriggio, iniziò la preghiera di Minhà, egli ripeté: "Padre, permettimi di prendere il mio zufolo". Il padre si adirò e chiese: "Dove l'hai?" e mise subito la mano sulla tasca e ve la tenne. Ma ora risuonava la preghiera finale. Il ragazzo strappò la tasca di mano al padre, tirò fuori lo zufolo e mandò un potentissimo fischio. Tutti ne furono spaventati e confusi. Ma il Baalshem continuò a recitare la preghiera, ancora più rapidamente e agevolmente del solito. Alla fine della giornata disse " E' stato il giovane pastore, con il grido spontaneo del suo cuore, ad aprire le porte del cielo e a permettere che tutte le preghiere dei presenti vi entrassero, infatti le sue ragioni erano le più pure: voleva chiedere perdono a Dio personalmente".
SUKKOTH (La festa delle capanne)
La festa di Sukkoth inizia il 15 del mese di Tishrì. Sukkoth in ebraico significa "capanne" e sono appunto le capanne a caratterizzare questa festa gioiosa che ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù dall'Egitto: quaranta anni in cui abitarono in dimore precarie, accompagnati però, secondo la tradizione, da "nubi di gloria".
Nella Torà (Levitico, 23, 41-43) infatti troviamo scritto: "E celebrerete questa ricorrenza come festa in onore del Signore per sette giorni all'anno; legge per tutti i tempi, per tutte le vostre generazioni: la festeggerete nel settimo mese. Nelle capanne risiederete per sette giorni; ogni cittadino in Israele risieda nelle capanne, affinché sappiano le vostre generazioni che in capanne ho fatto stare i figli di Israele quando li ho tratti dalla terra d'Egitto".
La festa delle capanne è una delle tre feste di pellegrinaggio prescritte nella Torà, feste durante le quali gli ebrei dovevano recarsi al Santuario a Gerusalemme, fino a quando esso non fu distrutto dalle armate di Tito nel II secolo e.v. Altri nomi della festa sono "Festa del raccolto" e anche "Festa della nostra gioia", poiché cade proprio in coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi manifestazioni di gioia. Questa festa è detta anche "festa dei tabernacoli" e il precetto che la caratterizza è proprio quello di abitare in capanne durante tutti i giorni della festa. Se a causa del clima o di altri motivi non si può dimorare nelle capanne, vi si devono almeno consumare i pasti principali. Altri nomi della festa sono "Festa del raccolto" e anche "Festa della nostra gioia", poiché cade proprio in coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi manifestazioni di gioia.
La capanna deve avere delle dimensioni particolari e deve avere come tetto del fogliame piuttosto rado, in modo che ci sia più ombra che luce, ma dal quale si possano comunque vedere le stelle. E' uso adornare la sukkà, la capanna, con frutta, fiori, disegni e così via. La sukkà non è valida se non è sotto il cielo: l'uomo deve avere la mente e lo spirito rivolti verso l'alto. Un altro precetto fondamentale della festa è il lulàv: un fascio di vegetali composto da un ramo di palma, due di salice, tre di mirto e da un cedro che va agitato durante le preghiere. Forte è il significato simbolico del lulàv: la palma è senza profumo, ma il suo frutto è saporito; il salice non ha né sapore né profumo; il mirto ha profumo, ma non sapore ed infine il cedro ha sapore e profumo. Sono simbolicamente rappresentati tutti i tipi di uomo: tutti insieme sotto la sukkà. Secondo un'altra interpretazione simbolica la palma sarebbe la colonna vertebrale dell'uomo, il salice la bocca, il mirto l'occhio ed infine il cedro il cuore. L'uomo rende grazie a Dio con tutte le parti del suo essere. L'uomo è disposto a mettersi al servizio di Dio anche nel momento in cui sente che massima è la potenza che ha raggiunto: ha appena raccolto i frutti del suo raccolto, ma confida nella provvidenza divina e abbandona, anche se solo per pochi giorni, la sua dimora abituale per abitare in una capanna. Capanna che è insieme simbolo di protezione, ma anche di pace fra gli uomini. "E poni su di noi una sukkà di pace" riecheggiano infatti i testi di numerose preghiere; ci sono dettagliate regole che stabiliscono l'altezza massima e minima che deve avere una sukkà, ma per quanto concerne la larghezza viene stabilita solo la dimensione minima: nei tempi messianici infatti la tradizione vuole che verrà costruita una enorme unica sukkà nella quale possa risiedere tutta l'umanità intera.
- Midrash
La struttura della sukkà, simbolo della protezione del Signore, e le regole che descrivono come debbano essere le sue pareti, sono già contenute nella parola stessa: La sukkà è valida infatti se ha quattro pareti complete, secondo la forma della lettera Samech, se ha tre pareti, secondo la forma della lettera Kaf ; se ha due pareti complete e una porzione della terza, secondo la forma della lettera He.
Gaon di Vilna
SIMCHAT TORA' (La gioia della Torà)
L'ultimo giorno della festa di Sukkoth si chiama Oshanà rabbà (grande invocazione di salvezza dal significato letterale: Deh, salvaci). Il periodo di pentimento si conclude definitivamente con questo giorno. Il perdono che ci verrà accordato viene invocato battendo i rami di salice durante una suggestiva cerimonia, cerimonia durante la quale si compie anche per sette volte un giro intorno alla Torà, con in mano il lulav. Secondo alcuni lo scuotimento dei rametti di salice rappresenta la pioggia, simbolo di prosperità. Il segnale è la fine del male, come premessa dell'era messianica. Alcuni conservano i rametti del salice per la cerimonia che si tiene subito prima di Pesach, la Pasqua ebraica, durante la quale si bruciano le rimanenze dei cibi lievitati.
Sheminì 'Azzeret (il significato di queste parole è "ottavo giorno di radunanza") è l'ultimo giorno in cui si usa andare nella capanna, tuttavia senza recitare le benedizioni. Nel passo della Bibbia in cui si parla di Sukkoth (Levitico 23) la durata della ricorrenza è fissata in sette giorni. Si parla poi di un "ottavo giorno di radunanza": Sheminì Azzaret. Quasi un prolungamento della festa. In questo giorno durante il servizio di Mussaf viene introdotta la formula "che fai soffiare il vento e scendere la pioggia". Tale formula verrà mantenuta nell'Amidà (preghiera che si recita a voce bassa) fino alla festa di Pesach, la Pasqua ebraica. Il giorno successivo è Simchàt Torà, giorno particolarmente lieto, come indicato dal nome stesso: la "gioia della Torà". La lettura della Torà, da cui vengono pubblicamente letti e recitati dei brani ogni settimana durante tutto il corso dell'anno, in questo giorno trova insieme conclusione e principio del ciclo: viene infatti letto l'ultimo brano e si ricomincia con il primo brano. In questo modo la lettura della Torà mantiene la sua continuità nel tempo. Le persone che in questo giorno sono chiamate alla lettura, sono considerate come "sposi" della Torà e di Bereshith (la parola con cui inizia la Torà) e come sposi vengono festeggiati da parenti e amici. In alcune comunità gli "sposi" offrono confetti a parenti e amici. Durante i sette giri che si compiono nella sinagoga, con i rotoli della Torà sulle braccia, spesso la gioia che si manifesta stride con l'austerità del luogo: le donne gettano caramelle verso la folla festante che spesso danza intorno alla Torà.
CHANUKKA' (La festa delle luci)
Chanukkà nel calendario autunnale è preceduta da circa due mesi in cui non c'è alcuna ricorrenza, a parte il sabato e i capomese. Probabilmente anche per questo l'atmosfera è particolarmente allegra e i bambini la aspettano con ansia. La festa di Chanukkà, tra tutte le antiche ricorrenze ebraiche, è l'unica che non affondi in qualche modo le sue radici nella Bibbia e nei suoi racconti; è una festa stabilita dai Maestri del Talmud e ricorda un avvenimento accaduto in terra di Israele, nel 168 a.e.v.
Antioco Epifane di Siria - ottavo re della dinastia seleucide, erede di una piccola parte dell'Impero appartenuto ad Alessandro Magno - voleva imporre la religione greca alla Giudea. Le mire di ellenizzazione furono contrastate e impedite da Mattatià, un sacerdote di Modiin della famiglia degli Asmonei che insieme ai suoi sette figli, diedero avvio alla rivolta. Chanukkà è conosciuta anche come la festa del miracolo dell'olio: quando dopo una strenua battaglia, il 25 di Kislev di tre anni dopo (165 a.e.v.), il Tempio fu riconquistato, si doveva procedere alla riconsacrazione. Nel Tempio però fu trovata una sola ampolla di olio puro recante il sigillo del Sommo Sacerdote. Per la preparazione di olio puro (viene considerato olio puro quello raccolto dalle prime gocce della spremitura delle olive) occorrevano otto giorni. Nel trattato talmudico di Shabbat (21b) leggiamo del grande miracolo che occorse: l'olio che poteva bastare per un solo giorno, fu sufficiente per otto giorni, dando così la possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell'altro nuovo. In ricordo di quel miracolo, i Saggi del Talmud istituirono una festa di lode e di ringraziamento al Signore che dura appunto 8 giorni: Chanukkà che letteralmente, significa "inaugurazione". La prima sera della festa si accende un lume su un candelabro speciale a nove bracci, e ogni sera, per otto giorni, se ne aggiunge uno in più, fino a che l'ottava sera si accendono 8 lumi. Questo candelabro si chiama Chanukkià e può avere diverse forme. L'indicazione è che gli otto contenitori per le candele siano tutti allineati alla stessa altezza e che il nono - lo shammash, il servitore, quello che serve per accendere gli altri lumi - sia in una posizione diversa.
I bambini ricevono regali e in particolare delle trottoline su cui compaiono le iniziali delle parole "Un grande miracolo è avvenuto lì". Uno dei precetti relativi alla festa è quello di "rendere pubblico il miracolo", per questo si usa accendere i lumi al tramonto o più tardi, quando c'è ancora gente nelle vie, vicino alla finestra che si affaccia sulla strada, al fine di rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo. Negli ultimi anni nelle grandi piazze di alcune città italiane, si issa un'enorme Chanukkià i cui lumi vengono accesi in presenza di numerosi intervenuti.
- Midrash
"Una volta mentre camminavo in una buia notte vidi un cieco che aveva in mano una torcia. Gli chiesi: " Perché hai in mano questa torcia?" Rispose: "Finchè ho la torcia in mano la gente può vedermi e aiutarmi" (Rabbi Josè, Meghillà 24b)
TU BI-SHEVAT (Il capodanno degli alberi)
Molte fra le ricorrenze ebraiche servono a ricordare i cicli naturali. Una festività particolare, totalmente dedicata agli alberi è il Capodanno degli alberi, Rosh Ha-Shanà Lailanot, conosciuta anche con la data ebraica in cui cade: Tu bi-Shevat, cioè quindici del mese di Shevat. In ebraico ogni lettera ha anche un valore numerico e Tet e Vav che formano la parola "Tu" equivalgono numericamente a 15. Tu bi-Shevat cade in giorni in cui il clima è particolarmente freddo; in Israele, dove in genere il clima è meno freddo, questo giorno viene indicato come il giorno in cui cominciano a fiorire i mandorli, e si può cominciare a sperare in un prossimo arrivo della primavera. Questa festa è menzionata nel Talmud, e dà adito a una delle innumerevoli dispute tra Maestri. Sulla data in cui festeggiare Tu bi-Shevat si confrontano le due grandi scuole dei due grandi Maestri: Shammai e Hillel. Secondo l'opinione del primo il Capodanno degli alberi doveva essere festeggiato il primo giorno del mese di Shevat, mentre nell'opinione di Hillel doveva essere festeggiata il 15. Come noto in questa e in molte altre controversie si segue l'opinione di Bet Hillel. Interessante sottolineare come i due punti di vista, comunque, siano specchio di una diversa e contrapposta concezione tra potenza e atto: la scuola di Shammai ritiene che vadano prese in considerazione le cose già in "potenza", mentre quella di Hillel considera solo ciò che è in "atto". Nello specifico il problema è se considerare già germoglio ciò che ancora non è visibile, ma esiste solo in potenza. Un po' come in certe culture si contano gli anni fino dal momento del concepimento e non da quello della nascita. Sempre a proposito di nascite ed alberi, nella tradizione ebraica quando nasce un bambino si usa piantare un albero. A tempo debito, i rami di quello stesso albero serviranno per costruire la chuppà, cioè il baldacchino nuziale. In passato la ricorrenza serviva a determinare quali decime dovessero essere presentate al Santuario in un anno: i frutti maturati prima del 15 di Shevat si considerano appartenenti ad un anno, quelli maturati dopo questa data, si considerano appartenenti all'anno seguente. Inoltre questa festività serviva a stabilire quando erano trascorsi i primi tre anni di vita dell'albero, nel corso dei quali era proibito goderne i frutti. Questa festività è molto amata dai bambini ed in Israele si vedono intere scolaresche armate di picconi in miniatura che eccitati mettono a dimora nella terra ciascuno il suo alberello. Ma si usa anche mangiare un frutto "nuovo" e si fa il Seder Tu Bi-Shevat, una sorta di pasto a base di frutta, durante il cui svolgimento, così come si fa nel più noto Seder di Pesach, si leggono brani della tradizione e si recitano particolari preghiere.
- Midrash
Se stai piantando un albero e ti dicono che è arrivato il Messia, prima finisci di piantare l'albero e poi vai ad accogliere il messia.
PURIM (La festa delle sorti)
Purim, la più gioiosa tra le festività ebraiche, è la festa più amata dai bambini. Cade a metà del mese ebraico di Adar e ricorda il sovvertimento delle sorti e il conseguente scampato pericolo per il popolo ebraico.
La storia di Purìm (in ebraico Purim significa "sorti") accaduta circa 2500 anni fa, ci viene raccontata nella Meghillàth Estèr, il Libro di Ester, libro che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si legge pubblicamente. La storia che viene narrata in breve è la seguente: Assuero, re di Persia e di Media, regnava su 127 province, era un sovrano molto potente ed aveva accanto a sé una moglie che però (essendosi rifiutata di partecipare ad un banchetto fatto preparare dal re e a cui erano stati invitati le persone più importanti del regno) venne ripudiata. Vennero quindi convocate le più belle ragazze del paese e fra queste fu scelta una ragazza ebrea, Estèr che andò così in sposa ad Assuero. Ester divenne la nuova regina e nella storia avrà un importante ruolo: difatti Hamàn, primo Ministro del re Assuero, chiese ed ottenne dal re che tutti gli ebrei del regno fossero uccisi, in un giorno che sarebbe stato tirato a sorte (pur). Fu così tirato a sorte il 13 di Adar. Quando Mordekhài, zio della regina lo seppe, si rivolse ad Ester perché intercedesse. Ester informò il re sulle malvagie macchinazioni e supplicò di salvare il suo popolo e lei stessa, in quanto ebrea. Per merito della regina gli ebrei, con l'aiuto del Signore, riuscirono a salvarsi. Assistere alla lettura del Libro di Ester è uno dei precetti della festa. In questo giorno si devono anche fare doni ai bisognosi, inviare dei cibi a due persone diverse, partecipare ad un banchetto festivo. Negli anni embolismici (con un mese in più) Purìm viene festeggiato in Adàr Shenì perché l'intervallo, fra questa festa e Pésach, deve essere di circa trenta giorni.
Il giorno 13 è giorno di digiuno in ricordo del digiuno fatto da Estèr per invocare l'aiuto del Signore.
- Midrash
"Se anche dovessero essere cancellate tutte le feste dal nostro ricordo, la festa di Purim sarà sempre ricordata."
Un approfondimento: " Meghillat Ester: lo svelamento del nascosto."
di rav Roberto Della Rocca
" ... Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza..." (Libro di Ester, 9; 28).
Nella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Torà, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell'era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Torà, l'esistenza della quale è eterna e, continua, "...anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato".
Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Torà) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d'origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fà alcun cenno, né come ricordo né, tantomeno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell' esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità. Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si fà durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge l' Hallel (lett. lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele.
Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto "Meghillàh". Ciò che però più sorprende, nel libro di Estèr, è che in tutto il testo non viene mai citato il Nome di Dio, né alcuno dei Suoi attributi. Questa peculiarità della Meghillàh, cioè di essere l'unico libro della Bibbia non solo privo della parola e dell'azione di Dio, ma anche di qualsiasi riferimento a Lui, ha fatto discutere molto i Maestri, prima che si arrivasse alla decisione di inserire anche questo testo nel canone biblico. La stessa storia di Estèr, sembra essere un concatenarsi di eventi del tutto casuali: ad esempio, il grande banchetto del re Assuero, la decisione di chiamare la regina Vashtì, il rifiuto di questa di presentarsi, la scelta di Estèr, il tentativo del colpo di Stato scoperto casualmente da Mordekhài, l'insonnia del re, l'arrivo di Hamàn e di Assuero proprio in quella notte. Il destino del popolo ebraico sembra completamente abbandonato al caso e alla fatalità. Il termine Purim, dal persiano pur, designa le sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il destino altrui secondo il decreto del solo caso. L'esistenza degli ebrei sembra legata a una partita a dadi e il popolo stesso appare impotente in un mondo mosso dalla sorte, abbandonato a un destino cieco, in un mondo da cui Dio sembra assente o, quantomeno, così ben nascosto che tutto accade come se Egli non esistesse. I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più originali espedienti interpretativi, si domandano "...dove si parla di Estèr nella Torà..." (Talmùd babilonese; Haghigàh 5, b). I Maestri fingono di non sapere che tra la Torà ed Estèr trascorrono almeno sette, otto secoli. Per capire il senso della loro domanda bisogna interpretare il testo come segue: in quale punto della Torà si trova un'allusione alla storia di Estèr? Nella Torà, dove è compresa la storia passata, presente e futura del popolo ebraico, deve pur esserci un qualche riferimento al tipo di miracolo che caratterizza Purim e molta parte della storia ebraica. I Maestri leggono quindi nel verso del Deuteronomio 31; 18: "...ed Io continuerò a nascondere il Mio volto in quel giorno...", un preciso riferimento a Estèr e a Purim.
Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra il tema del Dio nascosto, che si eclissa, e l'etimologia del nome Estèr, che significa appunto nascosta. La salvezza del popolo di Estèr e di Mordekhài avviene in modo nascosto e discreto, diversamente da quanto accade per altri miracoli, nei quali Dio si manifesta e opera in forma palese, come, ad esempio, nella liberazione degli Ebrei dall'Egitto. Ecco perché qualche commentatore ha tentato di trovare un'allusione al Nome di Dio nel verso in cui Mordekhài, spazientito dalle esitazioni di Estèr a presentarsi al re ed intercedere per la salvezza del popolo, dichiara: "... se tu in questo momento taci, liberazione e salvezza sorgeranno da un altro luogo.." ( Ester 4; 14). Il termine Maqom, Luogo, designerebbe la stessa residenza divina, conformemente a quanto sostiene la letteratura rabbinica: "Egli è il Luogo del Suo mondo, ma il Suo mondo non è il Suo Luogo", nel senso che Dio è onnipresente anche quando Egli è nascosto.
La parola ebraica che indica il mondo è olam e deriva dalla radice alum, nascosto, forse per significare che l'esistenza di Dio in questo mondo è nascosta e lo scopo dell' olam, cioè del mondo nascosto, è la ricerca di quella verità, emèt, che secondo il Midràsh al momento della creazione Dio ha gettato a terra, affinché l'uomo la facesse germogliare con i suoi propri strumenti. Compito dell'uomo quindi, è quello di cogliere l'intervento di Dio non tanto nelle dieci piaghe o nell'aprirsi del mare, quanto piuttosto negli eventi di ogni giorno, poichè un'eccessiva enfasi sull'attività miracolosa di Dio può farci dimenticare che la Sua presenza è in ogni luogo.
Benchè altri quattro libri biblici portino il nome di Meghillàh, quello di Estèr è considerato il Rotolo per antonomasia.
Durante il suo srotolamento ci viene gradatamente rivelato ciò che è avvolto e nascosto. Dio si rivela una guida così silenziosa e invisibile, che la Sua reale partecipazione agli eventi dell'uomo può anche essere messa in discussione. L'abilità, la forza di Israele consiste nel saper srotolare il rotolo, dipanare la matassa: potremmo dire nel saper "meghillare estèr", cioè svelare il nascosto, sollevare il velo dell'ascondimento, saper leggere dietro la maschera dell'apparenza e restituire un significato autentico al volto della maschera, che di umano ha solo la parvenza.
è detto nel Talmùd che nel pasto del giorno di Purim è consuetudine bere tanto vino fino al punto di non saper più distinguere la destra dalla sinistra, di non saper più riconoscere la differenza tra "maledetto Hamàn e benedetto Mordekhài".
(è notevole tra l'altro che le due espressioni, arur Hamàn e baruch Mordekhài, abbiano lo stesso valore numerico secondo la Ghematrià, regola interpretativa che si basa sul valore numerico delle lettere).
In un universo, quindi, dominato dalla confusione, dove non si discerne il giusto dall'ingiusto, dove la fatalità sembra reggere i due estremi della catena della storia e il mondo rischia di trasformarsi in una gigantesca mascherata, e in una sbornia generale, i Maestri invitano a mantenere quel discernimento che permette di decifrare il senso del trucco universale.
In ebraico la differenza tra golàh, esilio, e gheullàh, redenzione, è data da una sola lettera la a Alef, la prima lettera dell'alfabeto ebraico, la lettera con cui iniziano fra l'altro diversi nomi di Dio, la parola Adàm, uomo, i Dieci Comandamenti, la lettera con cui doveva avere inizio la Torà, ma che ha dovuto lasciare il posto alla b Bet, la seconda lettera dell'alfabeto, forse per insegnare al mondo, simboleggiato dalla dualità della Bet, di tendere alla ricerca dell'Uno.
Se la gheullàh è la condizione ideale a cui deve aspirare il popolo ebraico, ed essa sarà raggiunta con la celebrazione di quel Seder, quell'ordine di tutta l'umanità, la golàh del libro di Estèr, è la condizione reale del mondo, dove tutto è confuso, distorto, disordinato.
Tuttavia la golàh e la gheullàh non sono così distanti fra loro come potrebbe sembrare; infatti negli anni embolismici, quando si aggiunge un tredicesimo mese, Adar , si celebra Purim nel secondo Adar, per avvicinare il più possibile questa ricorrenza alla festa di Pesach. Purim, infatti è la preparazione a Pesach, una preparazione per la completa gheullàh.
Purim, le sorti del popolo ebraico, sono legate alla ricerca e alla riconquista dell'Alef, dell'unicità, dell'identità individuale e collettiva, di quella particella dell' Unico che è in ognuno di noi e in virtù della quale Gli somigliamo.
è proprio l'assenza dell' Alef che consente agli Hamàn di ogni tempo di giocare a dadi le sorti del popolo ebraico. La disunione e le scissioni all'interno del popolo ebraico scatenano le forze di Amalek, antenato di Hamàn, prototipo dell'antigiudaismo irrazionale e gratutito di tutte le generazioni destinato a minacciare l'esistenza di Israele in tutti i tempi della storia.
La salvezza nella storia di Purim, giunge viceversa solo quando Estèr rivela ciò che ha tenuto celato: la sua identità, la sua Alef, adempiendo così all'imperativo della Torà
" ...Ricorda ciò che fece a te Amalek..!" (Deuteronomio, 25; 17).
Il digiuno istituito da Estèr per invocare l'aiuto divino contro il decreto di Hamàn diventa, quindi, una premessa a un radicale capovolgimento della situazione. La Teshuvàh, il pentimento, il ritorno, attraverso il digiuno rappresenta l'occasione per scrutare dentro di sé, per riprendere in mano le sorti del proprio destino e per liberarsi da un esilio che non ha una valenza esclusivamente geografica.
La condizione necessaria per passare oltre la golàh e raggiungere la gheullàh è, dunque, l'esperienza della Teshuvàh, così come è detto nel Talmùd "...grande è la Teshuvàh perché avvicina la gheullà...." ( Jomà 86, b). Forse questo è il senso di ciò che è sostenuto dalla letteratura rabbinica: la parola Purim, sorti, è contenuta dalla parola Kippurim, espiazioni. Le sorti sono dentro le espiazioni, nel senso letterale dell'affermazione, ma si può anche leggere: le sorti sono nella Teshuvàh.
Solo con la Teshuvàh l'ebreo riprende quindi in mano, responsabilmente e coscientemente, le proprie sorti, non consentendo più che il caso decida per lui.
Purim-Kippurim, (in questo caso la k Kaf iniziale potrebbe avere la funzione di "come") Purim come il giorno del grande digiuno! La vita dell'uomo oscilla tra queste due dimensioni, così diverse, ma al contempo così legate tra loro. Il mascherarsi e lo smascherarsi completamente!
Il digiuno, in fondo, è la necessaria conseguenza di un grande banchetto, e l'introspezione è l'inevitabile reazione a una rumorosa baldoria; talvolta è proprio una sbornia e il travalicamento dei limiti a stimolare un sincero esame di coscienza.
Nella concezione ebraica, il corpo non è scisso dall'anima: la nostra esistenza fisica nel mondo, messa in pericolo a Purim e, quindi, esaltata attraverso un banchetto, è inscindibile dalla nostra esistenza spirituale celebrata nello Jom Ha-Kippurim. Non c'è un Kippurim senza un Purim che lo determini e lo motivi, e non c'è un Purim senza un Kippurim che lo contenga e gli dia senso.
La prima volta che figura la parola estèr nella Torà è in Genesi 4; 14:
" ... Sarò rimosso dal tuo cospetto...". è Caino che parla: egli teme di essere abbandonato da Dio e non essere considerato più come uomo. Caino, uccidendo suo fratello, tende a restaurare il caos originario dell'universo. Eppure la sua condanna non è la pena capitale, ma l'esilio: il primo assassino gode di una strana immunità, nessuno ha il diritto di imitarlo, grazie a un marchio che Dio incide su di lui. Il primo segno che il Signore pone nel mondo. Secondo un midràsh Adamo incontrando Caino rimane stupito nel trovarlo vivo, tanto da chiedergli:" non hai forse ucciso tuo fratello Abele?" Caino gli risponde: " Io ho fatto Teshuvàh padre e sono stato perdonato!" nascondendo il volto fra le mani, Adamo, allora, esclama: "tanto grande è il potere della Teshuvàh? ... non lo sapevo!".
Caino, l'uomo del crimine brutale, rappresenta la prova vivente che il perdono è possibile e che la forza della Teshuvàh può far risplendere la luce velata dall'oscurarsi del volto di Dio: la Hastaràt Panim.
"... Se si legge la Meghillat Estèr a ritroso non si è compiuto il proprio obbligo..." (Mishnàh, Meghillàh, 2; 1)
Quale è il senso di questa norma? Chi legge la Meghillat Estèr pensando che gli eventi in essa narrati appartengano solo al passato, "a ritroso", e il miracolo non è rilevante per il presente, non ha compiuto il suo obbligo.
Molti eventi della storia ebraica, anche quelli più recenti sembrano farci rivivere la storia del libro di Estèr, dove Dio sembra essere completamente assente. Per questo motivo i Maestri hanno visto nella storia di Purim, la condizione paradigmatica del popolo ebraico, indicando che sta all'uomo cercare la presenza divina nella storia, anche quando l'oscurità dell'esilio è divenuta più fitta, o quando la disumanità della maschera rischia di trasfigurare il volto umano.
Non dimentichiamoci, infatti, che nella lingua ebraica, l'etimo g-l-h significa "esiliare" e "rivelare" nello stesso tempo.
PESACH (La festa delle azzime)
Pesach, la pasqua, è la prima delle tre grandi ricorrenze liete della tradizione ebraica. La festa commemora la liberazione dalla schiavitù d'Egitto, evento che diede origine alla vita indipendente del popolo d'Israele e che fu il primo passo verso la promulgazione della Legge divina.
Inizia il 15 del mese ebraico di Nissàn, nella stagione nella quale, in terra d'Israele, maturano i primi cereali; segna quindi l'inizio del raccolto dei principali prodotti agricoli. è anche nota col nome Hag hamatzot, festa delle azzime. In terra d'Israele Pesach dura sette giorni dei quali il primo e l'ultimo di festa solenne, gli altri di mezza festa. Fuori d'Israele - nella Diaspora - la durata di Pesach è di otto giorni, dei quali i primi e gli ultimi due sono di festa solenne. In ricordo del fatto che quando furono liberati dalla schiavitù gli Ebrei lasciarono l'Egitto tanto in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane, per tutta la durata della ricorrenza è assolutamente vietato cibarsi di qualsiasi alimento lievitato o anche solo di possederlo. Si deve invece far uso di matzà, il pane azzimo, un pane non lievitato e scondito, che è anche un simbolo della durezza della schiavitù.
I giorni precedenti la festa di Pesach sono dedicati a una scrupolosa e radicale pulizia di ogni più riposto angolo della casa per eliminare anche i piccoli residui di sostanze lievitate. Usanza mutuata anche dalla lingua italiana nella quale ricorre spesso l'espressione "pulizie di Pasqua" - sinonimo anche delle "pulizie di primavera".
La prima sera viene celebrato il Seder, in ebraico "ordine", suggestiva cena nel corso della quale vengono rievocate e discusse secondo un ordine prestabilito le fasi dell'Esodo, rileggendo l'antico testo della Haggadah. Si consumano vino, azzime ed erba amara in ricordo dei dolori e delle gioie degli Ebrei liberati dalla schiavitù. Si inizia con l'invito ai bisognosi ad entrare e a partecipare alla cena e si prosegue con le tradizionali domande rivolte al padre di famiglia dal più piccolo dei commensali; la prima di queste è volta a sapere "in che cosa si distingue questa notte dalle altre?". Tali quesiti consentono a tutti i presenti di spiegare, commentare, analizzare i significati dell'esodo e della miracolosa liberazione dall'Egitto, le implicazioni di ogni schiavitù e di ogni redenzione.
I simboli della festa, la scrupolosa pulizia che la precede, il pane azzimo vale a dire il "misero pane che i nostri padri mangiarono" - il Seder, la lettura della Haggadah, fanno sì che ben pochi bambini arrivino all'adolescenza senza conoscere la storia dell'uscita dell'Egitto e senza avvertire che questa è una parte essenziale della loro storia.
La matzà, il duro alimento che sostituisce il morbido e saporito pane di tutti i giorni, sta anche ad indicare il contrasto tra l'opulenza dell'antico Egitto, l'oppressore, e le miserie di chi, schiavo, si accinge a ritrovare appieno la propria identità. Può anche ricordare che la libertà è un duro pane, così come l'eliminazione dei lieviti può rappresentare la necessità di liberarsi dalla corruzione della vita servile e anche dalle passioni che covano nell'intimo dell'animo umano.
- Midrash
Un uomo pio ogni anno inviava al rabbino quattro denari, uno per ogni tipo di figlio che compare nella Haggadà di Pesach.
Un anno il rabbino ne ricevette solo tre e incontrato in strada il pio uomo, gliene chiese il motivo. Al che l'uomo rispose: "Quest'anno il figlio saggio non ha voluto dare...."
LAG BA-OMER (Il 33° giorno dell'Omer)
La seconda sera di Pesach, la pasqua ebraica, secondo il dettato della Torà, si doveva fare un'offerta delle primizie del raccolto; offerta che doveva essere ripetuta sette settimane dopo, in relazione alla festa di Shavuot. I grani di orzo del nuovo raccolto, fino a che esisteva il Santuario, non potevano essere consumati se non dopo l'offerta; dopo la distruzione del Santuario è rimasto il precetto di contare i giorni che separano Pesach da Shavuot. Tale periodo si chiama "periodo dell'Omer". E' un periodo che viene considerato di lutto, durante il quale non si celebrano matrimoni. In origine la parola Omer indicava un covone, ma viene inteso come unità di misura.
Il trentatreesimo giorno del periodo viene festeggiato Lag Ba-Omer, una festa allegra, che spezza il lutto. Secondo un'interpretazione segna l'inizio in cui la manna iniziò a cadere nel deserto, secondo altri la fine di una epidemia che aveva colpito i discepoli di Rabbì Akiva o un successo durante la rivolta in epoca romana. A Lag Ba-Omer viene venerata la tomba di Shimon Bar Yochai, a cui fu attribuito lo Zohar, il più importante testo di mistica ebraica.
YOM HA HATZMAUT (Il giorno dell'indipendenza)
Il 5 del mese di Iyar, durante il periodo dell'Omer, si celebra la ricorrenza della fondazione dello Stato di Israele, in ebraico Yom Ha hazmaut. In questo giorno nel 1948 fu firmata la dichiarazione d'Indipendenza. Dopo duemila anni di esilio, si è realizzata l'aspirazione degli ebrei di avere uno Stato proprio. E' giorno di festa sia in Israele che nella Diaspora.
SHAVUOT (La festa delle settimane)
Shavuot cade il 6 e il 7 di Sivan, esattamente sette settimane dopo Pesach. Fino a quando non fu stabilita la durata precisa dei mesi la ricorrenza poteva cadere il 5, il 6 o il 7 del mese, fatto unico per le ricorrenze comandate nella Torà. Shavuot è chiamata anche "Tempo del dono della nostra Torà". La Torà è per gli ebrei il dono più grande fatto da Dio all'uomo, il legame con essa è fortissimo e ha un valore di sacralità. Questo spiega anche perché la data precisa non avesse troppa importanza: la cosa fondamentale è la rivelazione della Torà, il legame con una data storica riveste una importanza secondaria.
Gli ebrei dopo essere rimasti schiavi in Egitto, finalmente liberi, trascorsero 40 anni nel deserto; quando furono ai piedi del Monte Sinai Mosè, loro capo, salì sul monte dove ricevette in dono da Dio la Torà da consegnare al popolo d'Israele. Le Leggi contenute nella Torà sono ancora oggi la base e il cemento del popolo ebraico. Così come Pesach rappresenta il raggiungimento della libertà materiale; questa festa rappresenta il raggiungimento della libertà spirituale, la libertà di scegliere di accettare la legge morale, di accettare il giogo divino.
Shavuot è una delle tre feste di pellegrinaggio, cioè una festa durante la quale ci si doveva recare al Santuario a Gerusalemme (ai tempi in cui ancora esisteva) e portare un'offerta, secondo il dettato che si trova in Esodo XXIII, 16: "Conterete cinquanta giorni fino all'indomani della settima settimana ed allora presenterete al Signore un'offerta farinacea nuova (di frumento nuovo)".
A Shavuot ci si reca alla Sinagoga, dove vengono utilizzati degli addobbi particolarmente sontuosi e il profumo dei fiori che vengono portati per l'occasione rende particolarmente gradevole la atmosfera. Le piante e i fiori che si usano per addobbare le case e le sinagoghe probabilmente rimandano al luoghi lussureggiante nel deserto in cui fu ricevuta la Torà.
In Italia a Shavuot molte bambine celebrano il loro bat Mizwa, cerimonia attraverso la quale diventano "adulte" e in grado di adempiere ai precetti che riguardano le donne.
Il pasto di Shavuoth è a base di latte. (Le regole alimentari ebraiche, in osservanza al divieto biblico "non mangerai il pretto nel latte di sua madre" vietano di mangiare nello stesso pasto carne di qualsiasi genere e di cibi derivati da latte). Le origini di questa usanza possono essere diverse, le più accreditate sono due: il sapore della Torà viene paragonato a quello del latte e del miele. La seconda ipotesi è che gli ebrei non avendo ancora ricevuto la Legge, non erano in grado di procedere alla macellazione rituale degli animali, per cui si astenevano dal mangiare la carne.
Dopo la cena della vigilia, molti usano studiare la Torà per tutta la notte. Il secondo giorno di Shavuot si legge il libro di Ruth, libro facente parte del canone biblico, nel quale viene narrata la storia di Ruth la moabita, della sua conversione all'ebraismo, conversione alla quale arrivò attraverso tappe spirituali paragonabili a quelle del popolo ebraico. Ruth è un'antenata del re David, e in quanto tale il Messia nascerà dalla sua progenie.
- Midrash
Prima della creazione del mondo esisteva già l'alfabeto ebraico. L'Alef , la prima lettera, era molto orgogliosa, mentre la Beth, la seconda lettera, si sentiva trascurata. Allora il Signore, per consolare la Beth, creò il mondo, cominciando con la parola Bereshìth (In principio). La Alef si sentì molto offesa e si lamentò col Signore, ma poi si pentì del suo orgoglio. Allora che cosa fece il Signore? Pensò di appoggiare su Alef la Sua Legge; la Legge del pentimento e del perdono. E dal Monte Sinai, in mezzo ai tuoni e le fiamme, promulgò il primo Comandamento iniziando con la lettera Alef della parola Anokhì che significa Io.
TISHA' BE-AV (Digiuno del 9 di Av)
Il 9 del mese di Av per gli ebrei è giorno di lutto e di digiuno. In questa data a distanza di molti secoli furono distrutti sia il primo che il secondo Santuario. Il primo Santuario fu distrutto nel 586 prima dell'era volgare ad opera dei babilonesi e il secondo ad opera dei romani nel 70 e.V. Il Santuario di Gerusalemme era il luogo dove si svolgevano le cerimonie rituali prescritte nella Torà;era il centro spirituale e anche politico e religioso dell'ebraismo; la perdita del Santuario segnò anche la perdita di questo centro, oltre che l'inizio della diaspora. La distruzione del Santuario è presente nel cuore degli ebrei anche dopo venti secoli: nelle preghiere, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, ci si rivolge sempre fisicamente e idealmente verso le vestigia del Muro occidentale. Tishà Be-Av significa 9 del mese di Av. Questa data, divenuta simbolo di disgrazia per il popolo ebraico segna anche altri momenti tragici: proprio il nove di Av gli ebrei furono cacciati dalla Spagna nel 1492.
Nelle sinagoghe parate a lutto e in un'atmosfera di grande tristezza, spesso seduti in terra e a lume di candela, si recitano preghiere ed elegie ispirate alla rovina del Tempio di Gerusalemme e all'esilio del popolo ebraico. Secondo la tradizione ebraica nella distruzione già ci sono i semi della redenzione e proprio in questa data, simbolo di distruzione, verrà al mondo il Messia: in questa giornata si usano dei libri liturgici particolari che molti usano gettar via alla fine della ricorrenza, come segno di cieca fiducia nell'avvento messianico. Avranno la gioia di vedere Gerusalemme ricostruite solo coloro che abbiano partecipato alle manifestazioni di lutto che si tengono a Tishà Be-Av.
TU BE-AV (Il 15 di Av, festa agricola)
Tu be-Av - festa agricola e dell'amore - affonda le sue radici ancora prima dei tempi del Talmud e cade il 15 (in ebraico le lettere Tet e Vav che formano la parola "Tu" equivalgono numericamente a 15) del mese di Av, il penultimo mese del calendario ebraico. Tu be-Av è l'ultima festività dell'anno ebraico.
Era questa l'ultima data utile per tagliare la legna che sarebbe poi servita per cucinare, per costruire case, per riscaldare e per i sacrifici; da quel momento in poi si doveva dare agli alberi e alla natura un periodo di riposo, fino all'inizio del mese di Nissan, il mese della primavera. Da notare anche che Tu be-Av cade esattamente sei mesi prima di Tu bi-Shevat (il capodanno degli alberi, giorno in cui si usa piantare alberi e che si celebra il 15 del mese di Shevat). Anticamente era fissata in questo giorno la festa della fine della vendemmia. Ancora oggi molti Kibbutzim in questa data festeggiano nelle vigne questa suggestiva ricorrenza e si organizzano feste e giochi. Sempre in questa data venne stabilito che le figlie di una tribù avrebbero potuto sposare i ragazzi appartenenti a una tribù diversa. Questo giorno venne scelto - secondo quanto ci racconta il Talmud - per riconciliare le famiglie che erano in lite. Al Cairo si usa offrire la dote e far sposare in questo giorno 5 fanciulle, estratte a sorte tra le ragazze ebree meno abbienti. Tanto è antica questa festività, che nessun Maestro poté stabilirne con esattezza le motivazioni. E' comunque nel Talmud che troviamo vivaci descrizioni del modo di festeggiare: in questo giorno le ragazze scendevano nelle vigne e danzavano. Indossavano tutte un vestito bianco, prestato da un'altra ragazza. La figlia del re prestava il suo vestito alla figlia del Sacerdote, la figlia del Sacerdote alla figlia dell'aiutante, e così via, affinché "non provasse vergogna chi non lo possedeva" (Talmud Bavlì. Taanit, 31a). Tutte insieme illuminate dal bagliore della luna, danzavano nelle vigne, fuori dalle mura di Gerusalemme, risplendenti grazia e giovinezza nei loro vestiti bianchi, e invitavano i giovani che non avevano già impegnato il loro cuore a alzare gli occhi per guardarle. Le più belle invitavano a ammirare la loro bellezza, quelle provenienti da nobili famiglie invitavano a considerare la loro nobiltà e così via, fino alle meno belle e di famiglie umili, che ricordavano come la bellezza sia fugace, come una buona fama possa andare perduta e che solo una donna che teme Dio è degna di lode.
I giovani le seguivano, con la speranza di trovare una sposa, e così si innamoravano e si celebravano i fidanzamenti. In perfetta armonia con il clima d'amore e di poesia del Cantico dei Cantici.
I DIGIUNI MINORI
Il 10 di Tevet
Il 10 di Tevet ricorda l'inizio dell'assedio di Gerusalemme da parte dei Babilonesi. Dopo la Shoà è un giorno che il rabbinato ha dedicato alla memoria dei deportati. E' digiuno dall'alba al tramonto.
Il 17 di Tammùz
A questa data si associano diverse sciagure: secondo l'esegesi in questa data Mosè vedendo gli ebrei danzare intorno al vitello d'oro spezzò le tavole della Legge. Inoltre Nabucodonosor nel 586 a.e.V. distrusse le mura di Gerusalemme. Un episodio analogo si verificò nel 70 e.V., durante l'assedio dell'esercito di Tito. Sempre in questa data in epoca romana dovettero essere sospesi i sacrifici che si tenevano nel Santuario. Le tre settimane che vanno da questa data a Tishà Be-Av sono considerate periodo di lutto durante le quali sono proibiti i matrimoni e le manifestazioni gioiose.
Il digiuno dura dall'alba al tramonto.
Il digiuno di Ester
Il giorno che precede Purim, la festa delle sorti, si usa digiunare, in ricordo del digiuno che fece la regina Ester prima prima di intercedere presso il re.
Il digiuno di Ghedalià
Il 3 di Tishrì cade il digiuno di Ghedalià, governatore di Gerusalemme dopo la distruzione del primo Tempio. Fu ucciso in una congiura e la sua morte determinò la fine totale dell'autonomia che Nabucodonosor, re di Babilonia, aveva lasciato.
Il digiuno dei Primogeniti
Il 14 di Nissàn i primogeniti usano digiunare, in ricordo della morte dei primogeniti d'Egitto. Sono esenti dal digiuno coloro che partecipano ad una Seudat Mitzvà, pasto rituale che si tiene in occasione di un matrimonio, o di una circoncisione o per la conclusione di un importante ciclo di studi.

CALENDARIO FESTIVITA' EBRAICHE 2011
L'art. 5, n. 2, della legge 8 marzo 1989, n. 101, recante «Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l'Unione delle Comunità ebraiche italiane», emanata sulla base dell'intesa stipulata il 27 febbraio 1987, dispone che entro il 30 giugno di ogni anno, il calendario delle festività cadenti nell'anno solare successivo, è comunicato dall'Unione al Ministero dell'interno, il quale ne dispone la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 174 del 28/07/2010. Su comunicazione dell'Unione, si indicano le festività ebraiche relative all'anno 2011:
T
utti i sabati (da mezz'ora prima del tramonto del sole del venerdì ad un'ora dopo il tramonto del sabato);
18, 19, 20, 25 e 26 aprile Pesach (Pasqua);
8 e 9 giugno Shavuoth (Pentecoste);
9 agosto digiuno del 9 di Av;
29 e 30 settembre Rosh Hashana' (Capodanno);
7 e 8 ottobre Kippur (Vigilia e digiuno di espiazione);
13, 14, 19 e 20 ottobre Sukkot (Festa delle capanne);
21 ottobre Simchat Tora' (Festa della legge).

GLOSSARIO (La traslitterazione adottata per i termini ebraici non è scientifica)
Aliyà : Letteralmente "salita". Con questo termine si intende l'immigrazione ebraica in Israele.
Amidah : La parte essenziale della preghiera quotidiana. Consta di diciannove benedizioni nei giorni feriali e di sette benedizioni nei sabati e nei giorni festivi, e si recita in piedi, rivolti verso le vestigia del Santuario di Gerusalemme.
Arón, Arón ha-Kodesh : "Armadio sacro". è l'armadio posto sulla parete orientale della sinagoga, volta verso Gerusalemme. Vi sono custoditi i rotoli della Torà, rivestiti dei loro ornamenti.
Ashkenaziti : Ebrei provenienti, direttamente o indirettamente, dalla Germania, caratterizzati da un'autonoma tra dizione culturale, spesso dall'uso della lingua yiddish e da una particolare pronuncia dell'ebraico.
Bar-mitzvà : "Figlio del precetto". L'osservanza delle leggi ebraiche diventa obbligatoria per il maschio che ha raggiunto la maggiore età a tredici anni. Da questo momento in poi egli conterà nel quorum degli uomini adulti, necessario per la recitazione pubblica delle preghiere. Con lo stesso nome si designa la cerimonia solenne con la quale il giovane viene chiamato per la prima volta alla lettura della Torà. Il suo equivalente femminile è bat-mitzvah. Questa cerimonia si celebra a dodici anni ed ha acquistato una certa solennità solo nelle ultime generazioni.
Berakhà : Benedizione. La berakhà accompagna e sottolinea molte azioni della vita quotidiana. Esistono benedizioni specifiche per i diversi cibi che si mangiano e per le azioni che si compiono.
Besamim : "Profumi". Spezie profumate adoperate durante la cerimonia che distingue il sabato dai giorni feriali (Havdalah). [secondo l'usanza italiana prevalente non si usano i besamim nell'avdalah dei giorni festivi]
Bet ha-mikdash : Il santuario che si trovava a Gerusalemme, centro spirituale del popolo ebraico. Fatto erigere dal Re Salomone (circa nel 1.000 A.E.V.) venne distrutto una prima volta dai Babilonesi nel 586 A.E.V., poi ricostruito e quindi nuovamente distrutto dai Romani nel 70 E.V.
Bet ha-Keneset : "Sinagoga". Luogo di riunione, studio e preghiera. Vi si conservano i rotoli manoscritti della Torà, in uno speciale armadio, l'Arón ha-Kodesh.
Challà : La challà è un pane speciale a forma di treccia che si usa consumare il sabato.
Chanukkà : Consacrazione, inaugurazione. è una festa autunnale, di istituzione rabbinica post-biblica. Ricorda la rivolta giudaica sotto la guida dei fratelli Maccabei, contro l'oppressione siro-ellenistica. è caratterizzata dall'accensione della lampada a nove lumi che, in Italia, viene chiamata con lo stesso nome della festa.
Charoseth : E' il nome di una sorta di marmellata dolce e compatta che appartiene alla simbologia della cena pasquale, in quanto rappresenta la malta adoperata dagli ebrei, schiavi in Egitto, per costruire gli edifici dei Faraoni.
Chassidim : Sono chiamati così gli aderenti al movimento detto, appunto, chasidismo, un movimento di massa, sorto nell'Europa orientale nella metà del XVIII secolo, che tradusse in forme popolari la mistica della Kabbalà. Ha prodotto una ricchissima letteratura che però in Italia non è ancora completamente conosciuta ed apprezzata.
Diaspora : Tutte le zone del mondo fuori da Israele, in cui si dispersero gli ebrei dopo la distruzione del Tempio e l'esilio forzato a cui furono costretti.
Ghemarà : Letteralmente significa "completamento" del testo della Mishnà. Spesso viene usata come sinonimo di Talmud.
Haggadà : "Narrazione". Si chiama così il testo antologico, composto di brani di letteratura biblica e post-biblica, composizioni poetiche, salmi e rituali di preghiera, che si legge durante il seder, la cerimonia pasquale che si svolge in una gioiosa atmosfera familiare e che è centrata sulla cena tradizionale. Il testo viene stampato con commenti, traduzioni e illustrazioni artistiche.
Halakhà : Deriva dalla radice ebraica che significa "procedere", "andare" ed è la normativa ebraica. Si deduce dai testi della tradizione ebraica.
Hallel : Gruppo di salmi, composti dal Re David, usati nella preghiera ebraica in occasione di feste come lode speciale a Dio
Hannukkià, candelabro a nove braccia utilizzato per accendere le candele durante la celbrazione della festa di Hannukkàh
Havdalà : "Distinzione, separazione". Si chiama così la breve cerimonia con la quale, allo spuntare delle stelle, hanno termine il Sabato e le festività.
Israele : Altro nome del patriarca Giacobbe, da cui derivano il nome del popolo ebraico e, più recentemente, dello Stato ebraico, nonché il termine "israelita" per ebreo.
Kabbalah : "Tradizione ricevuta". Designa un insieme di dottrine mistiche e teosofiche, basate su audaci interpretazioni di alcuni capitoli della Bibbia, che sarebbero state tramandate dai tempi più antichi, ed hanno avuto particoplare sviluppo in epoca medievale, a partire dalla Francia meridionale e dalla Spagna. L'approccio alla filosofia mistica della Kabbalah richiede un'adeguata preparazione ed è quindi appannaggio di pochi studiosi.
Kaddish : E' un'esaltazione di Dio e un'implorazione per la redenzione del popolo ebraico. Si presenta in forme varie: viene recitato dall'ufficiante in sinagoga in momenti prestabiliti della preghiera, ma anche da persone in lutto o da coloro che celebrano un anniversario funebre. La recitazione richiede la presenza minima di dieci uomini adulti (minian).
Kasher : Idoneo. Il termine si riferisce a tutto ciò che corrisponde alle norme di vita ebraica come stabilite dalla tradizione. In particolare si riferisce alla preparazione degli alimenti e delle bevande per i quali vigono norme molto rigorose. è nota anche la pronuncia ashkenazita, kòsher.
Ketubah : Scrittura, contratto matrimoniale. E' redatta su pergamena, ed è spesso riccamente decorata con disegni e simboli.
Kibbutz : Villaggio rurale a conduzione collettivistica. Il primi kibbutzim (pl. di kibbutz) furono fondati in Israele nel 1909.
Kiddush : Rito di consacrazione del sabato e della festa, che si recita su un calice di vino in ambito familiare, generalmente prima dell'inizio dei pasti, oppure in sinagoga, verso il termine delle funzioni serali e mattutine.
Kippà : Piccolo copricapo rotondo che gli Ebrei usano portare per non presentarsi mai a testa nuda al cospetto del Signore, in segno di rispetto. Per questo motivo gli Ebrei pregano solo a capo coperto.
Kippur : "Espiazione". Giornata solenne di digiunoe di preghiera, al termine dei 10 giorni penitenziali autunnali, iniziati con la ricorrenza di capo d'anno, per l'espiazione dei peccati individuali e collettivi. E' vietato mangiare o bere qualsiasi cibo o bevanda dalla sera al tramonto fino allo spuntare delle stelle del giorno successivo.
Lulav : L'insieme di rami di tre diverse specie e di un cedro, che viene usato ritualmente durante Sukkot (festa delle capanne).
Maghen David : "Scudo di Davide". Si chiama così la stella a sei punte che è diventata un simbolo dell'ebraismo e dello Stato d'Israele.
Matzot : Azzime. Pani schiacciati non lievitati e senza sale che vengono consumati dagli Ebrei durante i giorni di Pesach, quando sono vietati tutti i cibi lievitati.
Meil : "Manto". Il manto con il quale si avvolge il rotolo della Torà. Nella tradizione sefardita, e soprattutto nordafricana, si usa al suo posto un grande astuccio in legno, detto "tik"..
Menorà : Lampada a sette bracci di antichissima tradizione. Già descritta nella Toràappartiene agli arredi del Santuario come si vede dal rilievo dell'Arco di Tito in Roma. Oggi è un puro oggetto simbolico che fa parte dello stemma dello Stato d'Israele.
Midrash : Designa un tipo di letteratura rabbinica di tipo omiletico e esegetico.
Milà (o Brit Milà, patto della circoncisione) : Circoncisione. è obbligatorio per ogni Ebreo circoncidere i propri figli maschi all'ottavo giorno dalla nascita. Si tratta di un adempimento di tale importanza che può essere eseguito persino di Sabato. Il circoncisore è chiamato mohel.
Mishnà : Opera in sei libri compilata per iscritto in Palestina nella metà del II secolo dell'Era volgare e che comprende le norme essenziali della tradizione orale per quanto riguarda il diritto civile, penale, matrimoniale, le regole del culto sinagogale e del Santuario, ecc. Scritta quasi totalmente in ebraico.
Mitzvà : Norma comandata. Le Mitzwot sono i 613 precetti che gli Ebrei sono tenuti ad osservare.
Omer : Antica misura di cereali. Il termine si riferisce alla quantità di orzo del prodotto novello che, falciato il 16 del mese di Nissan e offerto al Santuario, permette di far uso del raccolto. Da questo momento si conteggiano sette settimane che conducono alla festa di Shavuot.
Parashà : Brano settimanale di lettura della Torà.
Parochet : Tenda ornamentale generalmente realizzata in tessuto pregiato posta davanti all'Arón ha-Kodesh.
Pesach : Pasqua ebraica. Una delle tre feste di pellegrinaggio che ricorre in primavera, in ricordo dell'uscita degli ebrei dall'Egitto e della liberazione dalla schiavitù. Per tale festa, che dura sette giorni (otto giorni per gli ebrei della diaspora) è prescritto di astenersi dal possesso e dal cibo di qualsiasi sostanza lievitata. Il pane comune viene sostituito dal pane azzimo.
Purim : "Sorti". è il nome di una festa stabilita in ricordo di una minacciata persecuzione degli ebrei sotto l'impero persiano, poi sventata grazie al provvido intervento della regina Ester. è una ricorrenza gioiosa nella quale è prescritto di scambiarsi regali, di fare offerte ai poveri, e si usa mascherarsi. In Sinagoga viene letto il rotolo di Ester.
Rosh ha Shanah : "Capodanno ebraico". Si festeggia in autunno, all'inizio del mese di Tishrì.
Seder : Ordine. Si riferisce all'ordine dei riti e della cena per la sera pasquale, nella quale si succedono narrazioni e commenti sull'uscita degli ebrei dall'Egitto e sui valori della liberazione, corredati con benedizioni, preghiere, salmi e canti speciali.
Sefarditi : Spagnoli. Ebrei provenienti dalla penisola iberica dalla quale furono cacciatidall'Inquisizione dopo il 1492. Presentano tradizioni culturali proprie e conservano abbastanza l'uso dell'antico castigliano che chiamano "ladino" o "ispaniolit".
Sefer Torà : Libro della legge. Si denomina così il rotolo, manoscritto con inchiostro speciale e da speciali amanuensi, dei primi cinque libri della Bibbia o Pentateuco. Conservato nell'Ar�a-Kodesh, avvolto nel meil, il manto che nella tradizione sefardita può essere sostituito da un astuccio di legno, detto tik, adorno di vari elementi decorativi, spesso in argento, tra i quali l'atarà, la corona che simboleggia la regalità della legge divina. Viene adoperato in particolare nella lettura pubblica dei sabati e delle feste.
Shadday : Nome con il quale viene chiamato Dio in alcuni passi biblici. Si designano con lo stesso nome alcuni oggetti portafortuna che vengono appesi al collo o sulle culle dei bambini.
Shavuot : "Settimane". Una delle tre feste di pellegrinaggio che ricorre 50 giorni ("Pentecoste") dopo il primo giorno della Pasqua ebraica. Celebra il dono divino della Torà, la promulgazione dei dieci Comandamenti, ed è la festa del raccolto dei cereali.
Shemà : "Ascolta". è la più famosa preghiera ebraica che comincia con le parole "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo". Recitata al mattino, alla sera e prima di coricarsi questa preghiera si compone di tre passi della Torà.
Shofar : Corno di montone, usato come buccina, il cui suono caratteristico chiama a raccolta il popolo. Viene suonato ed ascoltato in particolare nella ricorrenza di capo d'anno, ed al termine del digiuno di Kippur.
Sukkot : "Capanne". Una delle tre feste di pellegrinaggio che ricorre al principio dell'autunno , in ricordo delle abitazioni precarie nelle quali avevano alloggiato gli Ebrei durante le loro migrazioni quarantennali nel deserto. Per tale festa è fatto obbligo di costruire ogni anno una capanna, di abitarla per quanto possibile e poi demolirla.
Tallit : "Mantello". "Mantello". Nella pronuncia ebraico- italiano si dice talled. Manto quadrangolare fornito, ai quattro angoli, dei fiocchi prescritti dal Deuteronomio. Lo indossano gli uomini nella preghiera mattutina e in particolari occasioni solenni. è costume dei più osservanti quello di indossare sotto ai vestiti un piccolo tallit che si chiama "tallit katan".
Talmud : Imponente opera rabbinica, che comprende la Mishnà e la Ghemarà. Redatto nel primo Medioevo, è costituito da due redazioni, una babilonese e l'altra palestinese (o di Gerusalemme). Nei suoi contenuti, si alternano, mescolate tra loro, le parti normative e quelle di carattere omiletico. E' materia di profondo studio nelle scuole superiori rabbiniche. Quale oggetto di irragionevole odio da parte dei suoi detrattori, fu più volte condannato al rogo.
Tefillin : "Fiilatteri". Sono due astucci di cuoio che gli uomini legano con apposite cinghiette, pure di cuoio, l'uno sulla fronte e l'altro sul braccio sinistro durante la preghiera del mattino dei giorni feriali. In entrambe le scatolette sono contenute piccole pergamene su cui sono scritti alcuni versetti della Torà che ne prescrivono l'impiego.
Tevà : "Pulpito". Tribuna da cui si legge la Torà (anche chiamata Bimà), o si recitano le preghiere. Presso i sefarditi e gli italiani il podio è detto tevà.
Torà : "Insegnamento, Legge". Si designa specificamente con questo nome il Pentateuco, costituito dai primi cinque libri della Bibbia. La tradizione ha definito questi libri come Torà scritta, per distinguerla dalla Torà orale, che comprende le tradizioni e i commenti applicativi dei Maestri. Con il tempo anche la Torà orale è stata posta per iscritto, dando luogo al testo della Mishnà.I cinque libri che compongono il Pentateuco sono Bereshit (Genesi), Shemot (Esodo), Vaykrà (Levitico), Bamidbar (Numeri), Devarim. (Deuteronomio).


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All rights reserved.www.lager.it 22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"