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 Una volta liberati i campi, bisognava occuparsi dei sopravvissuti , nutrirli e curarne le ferite più gravi . Ancora una volta , a causa delta totale impreparazione , i problemi che si pongono si rivelano ben presto insolubili : circa 13.000 katzetriik di Bergen-Belsen muoiono dopo la liberazione del campo il 15 aprile 1945.
Il rimpatrio solleva problemi ancora più drammatici. II crollo del Reich pone infatti gli alleati in una situazione assai complicata: di fronte a loro, in mezzo alle rovine, si trovano circa 7 milioni di sradicati cui si da l'appellativo, e ben presto anche lo statuto speciale, di , profughi (Displaced Persons) . A questi 7 milioni di vittime dirette del nazismo (STO, soldati e deportati), si aggiungono circa 12 milioni di tedeschi in fuga dalle zone occupate dai russi, in Germania ma anche in Polonia e Cecoslovacchia . Il tutto in una ridda spaventosa.
Se le autorità militari , in quattro mesi, riescono a rimpatriare circa 7 milioni di prigionieri di guerra grazie a un'agenzia creata dalle Nazioni Unite, l''UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), un milione di profughi (Displaced Persons) vegetano invece nei «centri di accoglienza» delle zone occupate di Germania e Austria . Fra loro si trovano circa 900.000 persone originarie di paesi dell'Europa centrale e orientale che, per ragioni diverse, rispettabili o no (tra cui il collaborazionismo con l'occupante nazista), rifiutano di rientrare in patria e circa 100.000 scampati alla Shoah, costretti a vivere nei luoghi stessi del loro martirio. Nel memorandum n. 59 il Comando supremo alleato ordina che «ogni civile - desideroso ma incapace di ritornare nel suo paese o di recuperare una casa senza assistenza - debba tassativamente rientrare in territorio «nemico o ex nemico». Nonostante la guerra sia ormai finita , 100.000 ebrei sopravvissuti al genocidio sono cosi costretti a rimanere in Germania, sovente in caserme dell'esercito tedesco, come il campo di Hohne, detto di Bergen-Belsen, e in ex KZ, come Dachau. Creati per risolvere in breve tempo il problema della sorte dei profughi, questi campi di transito diventano ben presto permanenti , tanto che uno chiuderà i battenti solo nel 1952 . Molti ebrei , oltre a vedersi negata qualsiasi possibilità di rientrare nelle nazioni d'origine - come nel caso dei paesi dell'Est o dell'Europa centrale, dove le loro comunità sono totalmente scomparse -, a causa di leggi sull'emigrazione draconiane non hanno nemmeno il permesso di recarsi ne in Palestina ne in Canada ne negli Stati Uniti.
Con il passare dei mesi i rapporti tra il personale amministrativo dei campi e gli ebrei sopravvissuti vanno peggiorando. Questi ultimi infatti sono trattati da criminali, atteggiamento che sarà a lungo rimproverato alle autorita alleate, le quali applicano in effetti un severo coprifuoco, distribuiscono razioni alimentari insufficienti e lasciano che molti deportati indossino ancora la divisa concentrazionaria . In caso di tafferugli la polizia tedesca è autorizzata a intervenire, dimostrandosi spesso ostile agli ebrei.
Anche gli incidenti tra ebrei e non ebrei sono frequenti: cosa del tutto comprensibile se si considera che tra i secondi c'erano parecchi collaborazionisti ed ex nazisti. La guerra è finita, ma gli odi permangono: a Dachau alcuni DP non ebrei minacciano di organizzare una rivolta qualora gli ebrei continuino a celebrare il shabbath sulla piazza principale, e una partita di calcio vinta da ebrei polacchi contro compatrioti non ebrei degenera in sommossa.
I rapporti tra l'esercito americano e gli ebrei peggiorano a tal punto che nell'agosto del 1945 il presidente americano Harry Truman incarica Earl G. Harrison , preside della facolta di Diritto dell'Universita della Pennsylvania e rappresentante presso il Comitato interministeriale dei rifugiati, di procedere a un'inchiesta in loco . Le conclusioni di Harrison sono inequivocabili e perentorie. Ecco un breve stralcio: «Allo stato attuale delle cose, stiamo trattando gli ebrei come hanno fatto i nazisti, salvo che non li sterminiamo. Sono ammassati in gran numero in campi di concentramento sotto la sorveglianza del nostro esercito, che ha preso it posto delle truppe SS» .
Incitati dal presidente Truman e dal generale Eisenhower, gli americani correggono it tiro: gli ebrei, ormai riconosciuti come nazionalita a tutti gli effetti, sono riuniti in campi appositi dove ricreeranno vere e proprie comunita autogestite. E' così che in sei anni, dal 1945 al 1951 , gran parte dell'ebraismo europeo troverà il modo di risorgere.
Se la maggioranza dei campi per DP si trova nella zona americana , il piu importante, Bergen-Belsen, è situato in quella inglese . Allestito in una caserma tedesca abbandonata, non lontano dall'omonimo campo di concentramento le cui baracche sono state bruciate per precauzioni igieniche, dopo il novembre del 1945 accoglie in un settore speciale tutti i rifugiati ebrei della zona inglese. Nel 1946, quando il campo passa sotto l'autorita dell'UNRRA, sono 11.000.
Al pari di tutti gli altri campi per DP ebrei, Bergen-Belsen serve sia come campo per rifugiati sia come campo d'internamento puro e semplice . Non del tutto liberi e non del tutto prigionieri , i detenuti ebrei sono comunque trattenuti a forza nel paese dei loro carnefici . Le autorita inglesi , fedeli al Libro bianco redatto prima della guerra, proibiscono infatti qualsiasi partenza per la Palestina fino al 1946, data in cui il campo si svuota progressivamente. Gli ultimi DP lo abbandonano nell'agosto del 1951, diretti perlopiù in Israele.
La vita quotidiana negli ex lager nazisti
La prima preoccupazione dei sopravvissuti è sapere che cosa ne è dei loro cari, se sono morti o se da qualche parte ci sono ancora un padre, una moglie o un figlio che li aspettano. Tutte domande lancinanti, ossessive, tanto più insopportabili in quanto, dato lo stato di reclusione e ii trattamento riservato a chi se le pone, nei primi mesi dopo la fine delta guerra rimangono perlopiù senza risposta . L'UNRRA crea un Ufficio centrale per le ricerche, mentre stazioni radio e giornali diffondono le liste dei sopravvissuti . Accanto alle famiglie disperse dalla guerra che si riuniscono, decimate dai massacri, ne nascono di nuove, come testimonia il gran numero di coppie che si formano nei campi per UP. Tra il 1946 e il 1947 il Sh'erit haPletah - espressione biblica che significa «i resti sopravvissuti» - vanta uno dei tassi di natalità piu elevati del mondo. Un sopravvissuto rileva che, mentre il primo anno c'erano solo celibi , il secondo erano tutti accoppiati .
Ben presto diviene prioritario aiutare queste nuove coppie e gli orfani . Si creano cosi alcune scuole; Stati Uniti e Palestina, poi anche Israele, inviano diversi insegnanti . E' presente anche I'ebraismo ortodosso: in molti campi , tra cui Buchenwald, Feldafing e Bergen-Belsen , si aprono scuole rabbiniche.
Particolarmente attivi, i sopravvissuti di Bergen-Belsen si costituiscono in comunita nei tre giorni successivi alla liberazione del campo e subito la vita culturale, sociale e politica del campo rifiorisce . Si celebrano una ventina di matrimoni al giorno. Una scuola elementare, fondata nel luglio del 1945, accoglie 340 allievi . Nel dicembre del 1945 è la volta di una scuola superiore, i cui professori sono in parte soldati della Brigata ebraica . Bergen-Belsen ospita inoltre un orfanotrofio, una scuola materna, una religiosa e una professionale. Vi si stamperà persino un quotidiano, «Unzer Shtimme» (La nostra voce).
Dal 25 al 27 settembre 1945, esponenti di 40 centri e comunità ebraiche riuniscono nel campo di Bergen-Belsen il primo Comitato esecutivo degli ebrei liberati della zona britannica, che esige la totale libertà di emigrazione verso la Palestina mandataria e si pronuncia a favore di uno Stato ebraico. II tema dell'immigrazione verso il «focolare nazionale ebraico» è al centro di tutti i dibattiti che seguono la fine delle ostilità . Già il 18 giugno 1945 l'Agenzia ebraica aveva chiesto alle autorità mandatarie 100.000 permessi di emigrazione per questi «barboni della morte'» in attesa nei campi dell'Austria e della Germania occupate . La risposta, che tarda a giungere, sarà negativa, per timore di una penetrazione sovietica in Medio Oriente. Questa linea è difesa, il 13 novembre 1945, da Ernest Bevin, il nuovo ministro degli Esteri laburista inglese. Il 30 dicembre 1945 Ben Gurion, capo dell'Agenzia ebraica, notifica all'alto commissariato inglese la rottura della politica di conciliazione adottata in occasions della guerra: si torna alla strategia di tensione permanente con la potenza «occupante»; si torna agli anni Trenta .
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