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 Più di tre anni dopo la fine della guerra , gli Ebrei miseramente sopravvissuti all'inferno dei Campi di concentramento, vegetavano ancora in Germania , dietro i recinti dei Campi per desplaced persons. Nessun paese li voleva accogliere; la Palestina ebraica , i cui abitanti tendevano loro le braccia, era sorvegliata dagli incrociatori inglesi. Erano destinati a languire eternamente nel paese stesso della loro agonia? Ci volle la nascita dello Stato d'Israele per metter termine al dramma.
Se essi erano soltanto qualche migliaio, innumerevoli erano gli Ebrei d'Occidente, che, nei loro paesi liberati, tenevano lo sguardo fisso a un destino tragico al quale la fine del Terzo Reich non aveva posto termine, destino che sarebbe potuto essere il loro; e che essi condividevano con il pensiero. Dall'Est, però, a guisa di corrente in continuo aumento, attraverso frontiere e linee di confine, gii Ebrei si mettevano in cammino, ipnotizzati da questa amante: la Palestina. I Campi di Germania erano la prima tappa del loro viaggio: spontaneamente, essi andavano lì a raggiungere i loro fratelli, purché potessero fuggire dai paesi del loro calvario.
Vediamo quindi riapparire, espressa dal comportamento stesso, una differenza sulla quale abbiamo già insistito, di valore essenziale per la comprensione del problema ebraico. C'è (c'era, anzi) l'Ebreo dell'Est , «Ebreo reale » in netto risalto sotto tutti gli aspetti sugli uomini in mezzo ai quali viveva, detentore delle principali caratteristiche di una nazionalità ben definita, vero cittadino di un paese immateriale, nutrito dal ricordo della perduta Sion. La sua persistenza attraverso i secoli costituisce uno dei più singolari problemi della storia, di cui quel che si è detto può dare una chiave, se pure insufficiente. Pallido riflesso, uomo due volte sradicato, l'Ebreo «assimilato» dell'Occidente ne è soltanto un'eco indebolita.
Nei ricettacoli compatti del giudaismo, quali si perpetuavano nell'Europa orientale, l'intensità unica delle persecuzioni secolari comportava per reazione un irrigidimento della coscienza collettiva ebraica; l'adattamento all'esistenza si formava in modi anch'essi unici nel loro genere; la coesione interna della società del ghetto aumentava in funzione dell'ostilità esterna. La fede degli avi, l'insegnamento della Legge, serviva di norma, di guida e di sostegno; e il contenuto, l'idea dell' «elezione» dava a questa lotta una saldezza senza confronti.
L'orgoglio segreto di essere il popolo eletto ha fortificato, attraverso i tempi, la volontà di vivere del popolo d'Israele: si potrebbe dire che, per sorda, impercettibile risonanza, in risposta precisamente agli odi specifici del mondo cristiano verso il popolo che generò il Cristo, per questo rapporto unico nel suo genere, il suo orgoglio trasse maggiore alimento.
Ricordiamo, a questo proposito, che la società del ghetto, in ogni tempo disarmata e oggi scomparsa, si distingueva per la sua devozione al Libro, allo studio, per la sua rinuncia agli ardori degli istinti, per una spiritualizzazione, infine, mai raggiunta altrove. Cosi perdurava in Europa una nazione ebraica, sparpagliata nei vari paesi d'Oriente, e che da oltre cinque secoli aveva il centro di gravità in Polonia.
Nell'ora in cui si compiva la sua distruzione, gli ultimi rappresentanti del giudaismo polacco lanciavano agli Ebrei di Palestina un estremo, disperato addio.
Nell'istante prima del loro annientamento, gli ultimi sopravvissuti del popolo ebraico di Polonia lanciarono un'invocazione d'aiuto al mondo intero. Nessuno li udì. Noi sappiamo che voi, Ebrei di Palestina, soffrite crudelmente del nostro destino incredibile. Ma coloro che avevano la possibilità di aiutarci e non l'hanno fatto, sappiano quello che pensiamo di loro. Il sangue di tre milioni di Ebrei grida vendetta e sarà vendicato! E il castigo non colpirà soltanto i cannibali nazisti, ma tutti coloro che non fecero nulla per salvare un popolo condannato. Che quest'ultima voce, uscita dall'abisso, giunga alle orecchie di tutta l'umanità!
Se coloro che scrivevano queste righe si rivolgevano agli Ebrei di Palestina, era perché questi costituivano l'unico uditorio col quale essi potevano comunicare e che presentasse per loro un significato reale. Un significato reale anche per i nazisti: è sintomatico infatti che se gli Ebrei d'Europa erano impotenti e disarmati, pensando a quelli di Palestina i nazisti considerassero fin dal 1939 una eventuale reciprocità nelle rappresaglie. E il terribile Eichmann si accaniva in modo particolare contro gii Ebrei sionisti, «elementi di alto valore biologico». In modo del tutto naturale quindi, si riannodava il circolo, e si affermava in Palestina la realtà ebraica nel momento stesso in cui gli Ebrei d'Europa vivevano la loro agonia.
Da quest'agonia, gli Ebrei traevano una lezione sommaria e implacabile. Il popolo disarmato di sempre si trasformava in una nazione guerriera. La visione di un passato recente e allucinante, di questi fratelli e sorelle immolati a una morte atroce e anonima, ossessionava i suoi combattenti, ne spiegava l'ardore furioso. Il dinamismo ebraico, dunque, tradizionalmente represso e orientato verso conquiste pacifiche, si esprimeva ora in maniera direttamente aggressiva, faceva sfoggio di una violenza elementare, di virtù militari alle quali si era in ogni tempo rifiutato.
Certo, non poco era dovuto al trapianto, e all'acclimatazione al suolo, alla pratica dei lavori manuali . Ma il mutamento era avvenuto in pochi anni, provocato soprattutto da quegli stessi fattori di ordine morale che avevano presieduto alla nascita dell'idea sionista, reso attivo dalla sensazione di un saldo blocco, di un appoggio materno, di Sion finalmente riconquistata, e che dalla catastrofe europea riceveva l'impulso definitivo. Così, nello spazio di una generazione si cristallizzava il tipo di un Ebreo fisicamente e moralmente rinnovato, rude, primitivo e diretto, intimamente legato, interamente solidale coi suoi avi, e tuttavia stranamente diverso da quelli. Esperienza singolare: impoverimento, diranno gli uni, compimento, diranno gli altri; un'esperienza che ha risvegliato l'entusiasmo dì tutti gli Ebrei della diaspora, sovente accolta come un balsamo da più di un cuore segretamente tormentato, e che in parte lenisce il «complesso d'inferiorità» ebraico; che infigge anche, di colpo, una smentita definitiva alle teorie razziali di ogni conio.
Prima di passare a un rapido esame delle reazioni degli Ebrei assimilati dell'Occidente, dobbiamo badare a quanto di necessariamente schematico c'è in osservazioni di questo genere. Nelle grandi riserve dell'Est vivevano migliaia di Ebrei del tutto assimilati e staccati dall'ebraismo; altri ve n'erano in Occidente che rimanevano appassionatamente attaccati alle tradizioni e alle forme di vita dei loro antenati. Il problema degli Ebrei dell'Urss costituisce un capitolo a parte. Ovunque, del resto, l'evoluzione del destino ebraico, strettamente legata alle modifiche strutturali e alla secolarizzazione del mondo moderno, si orientava nello stesso senso e l'integrazione totale con la società circostante sembrava prossima a compiersi, senza che i testimoni si avvedessero dell'abisso esistente sotto la passerella frettolosamente gettata.
Ma il dislivello tra Est e Ovest era talmente notevole che sembrava corrispondesse a una vera differenza di natura. Rami staccati dal tronco storico tradizionale, gli Ebrei dell'Occidente, assimilati e profondamente integrati nei rispettivi paesi, non avevano, spesso, più nulla in comune con quelli dell'Est, fuorché il nome. Il nome: questo concetto che, per le confuse vie percorse dal pensiero collettivo, partecipa intimamente alla cosa e genera illusioni e passioni gravi di conseguenze terribilmente reali. Questi Ebrei si abbigliavano, vivevano e pensavano allo stesso modo dei loro concittadini. Avevano gli stessi interessi, le stesse occupazioni; e anche le stesse ambizioni, alle quali veniva però ad aggiungersi l'ambizione suprema loro propria: essere dappertutto riconosciuti e trattati come uomini interamente validi ed eguali nei diritti. Ultimo segno di un passato storico da lungo tempo conchiuso (consolidato), la loro facoltà di eccellere nelle attività commerciali e intellettuali serviva da facile pretesto agli attacchi: attacchi tanto più privi di fondamento in quanto da lunghissimo tempo ormai essi non monopolizzavano né dominavano più alcun settore. Neppure praticavano più la loro religione con ardore tale da potersi distinguere sotto questo aspetto, e se essa contava ancora per qualche cosa, era solo per un oscuro sentimento di fedeltà verso se stessi e al loro lignaggio, piuttosto che per un profondo slancio mistico. Si potrebbe parlare di «forma debole» dell'ebraismo, in opposizione alle sue forme forti, si potrebbe anche parlare di Ebrei « per psicologia», in opposizione agli Ebrei «reali» dell'Est, tenendo presente pero che non si tratta della sola psicologia ebraica, ma, in primo luogo di un atteggiamento del mondo circostante, il quale, per un atteggiamento incessante, sempre ricrea e perpetua il tipo dell'Ebreo, il quale è a sua volta condizionato dall'immagine che ci si fa di lui. Nessun altro fattore, infatti , può maggiormente determinare l'inquieta e dolorosa essenza psichica degli Ebrei (e anche la loro sorprendente volontà di essere fedeli a ogni costo) se non la sensazione lancinante di essere a parte, d'essere squadrato con occhi differenti, ostili o curiosi. Caso paradossale, per cui una collettività già assimilata, destinata, sembra, a dissolversi, si trova invece definita e mantenuta in vita per effetto di un puro giuoco concettuale. Forse, però, nelle nostre società laicizzate, questo giuoco implacabile e sottile si sarebbe dissolto da sé, se non vi fosse stata la realtà ebraica dell'Est, attiva sia per l'afflusso costante di Ebrei integralmente « reali », sia in virtù del peso stesso della sua esistenza. Nell'Ebreo, come anche nel suo antagonista; per infinite vie diverse e contraddittorie, il confronto con l'Ebreo reale ravviva il ricorso dell'archetipo con tutti i sentimenti e le emozioni associate, immagine proiettata sull'Ebreo europeo assimilato, totalmente identico ai suoi compatrioti, ma che lo trasmutava, si direbbe, a vista d'occhio, quando veniva a posarsi su lui.
I grandi odi collettivi che lacerano il mondo, siano essi originati dalla paura, dalla cupidigia o dalla volontà di potenza, corrispondono sempre, per un aspetto, a una situazione reale, a interessi collettivi precisi: nemici da abbattere, ricchezze da conquistare; e servono anche da nucleo intorno al quale gli istinti aggressivi e delittuosi si concentrano. Uniche, forse, nel loro genere, le passioni antisemitiche del mondo occidentale, qualora si cerchi di esplorarne il fondo, non permettono di scorgere alcun sostegno del genere. Per quanto profondamente le si studi, non trovano che impronte arcaiche, risentimenti confusi, pretesti illusori (Per questo la loro conclusione ultima, l'impresa hitleriana, fu un tentativo unico nella storia di condannare l'uomo per quello che è, e non per quello che fa; per una entità astratta, e non per atti concreti).
L'assenza di una via d'uscita, l'impossibilità di difendersi, erano, in tal caso, una condizione indispensabile. Capro espiatorio tradizionale, l'Ebreo serviva da bersaglio all'esercizio di un odio allo stato puro, allo spiegamento di un'aggressività senza alcun rapporto reale e tal fatto gli conferiva una parte sui generis sorprendente. Egli rispondeva con arringhe di difesa, con richiami alla ragione, e nessun'altra risposta poteva maggiormente inasprire l'odio irragionevole dei suoi avversari. Rimprovero vivente posto davanti alla coscienza del mondo moderno, cosi si perpetuava, senza poter giungere neppure alla coscienza del suo vero significato, uomo in principio bramoso di vivere e al quale la pienezza della vita era negata.
Sussisteva così un legame tra il sarto di Anversa, il banchiere di Parigi, il facchino del porto di Salonicco, legame al quale la sentenza di Hitler, l'identità del destino davanti alla morte, sembrava dovesse dare una solidità a tutta prova. Il trauma ebbe certamente un'immensa portata, e l'esacerbata sensibilità ebraica è uscita dalla prova ancora più dolente e più inquieta, più ferita. Ma, passata la tempesta, è impossibile scorgere una reazione collettiva generale. Troviamo soltanto un gran numero di reazioni individuali: rifiuto dell'ebraismo, conversioni, cambiamenti di nomi, per gli uni; slancio nazionale ebraico, emigrazione nello Stato d'Israele, per gli altri; nessuna scelta precisa, ritorno agli errori dell'anteguerra, per i più. Forse il carattere unico del legame che unisce questi Ebrei implicava questa conseguenza. Non avendo alla sua base nessuna comunità d'interessi o di idee, ma solo ricordi storici che sono soprattutto ricordi di un lungo martirio, reazioni e non azioni, tale legame non poteva dar origine a una grande risoluzione collettiva.
Non c'è dubbio, comunque, che, nel corso degli anni futuri, la realtà dello Stato d'Israele servirà da nuovo fattore essenziale nell'evoluzione del problema ebraico. Si potrebbe anzi anticipare, come taluni già fanno, che, esauriti ormai i vasti vivai dell'Est, ed essendo le porte del paese d'Israele spalancate a ogni Ebreo che opti per la soluzione sionista, avverrà una separazione netta tra coloro che scelsero la nazionalità ebraica e partirono e coloro i quali, restando nella loro patria, si staccheranno sempre di più dall'ebraismo; se la diaspora avesse cosi fine, finirebbe per scomparire anche il problema? Cosi posta, la domanda si presenta semplificata in modo fallace. Non tiene conto infatti dell'intensità segreta delle associazioni affettive che persistono con legami ancora assai stretti tra i popoli d'Europa e, di conseguenza, presso gli stessi Ebrei. Profondamente radicate nelle anime, queste passioni non sembrano per nulla disposte a spegnersi o a riassorbirsi. Finché sussisteranno, vi saranno Ebrei isolati, e si perpetueranno la psicologia e una coscienza ebraiche. Ma la realtà ebraica ha scelto. La creazione di una patria: tale la sua vera risposta. E tutto avviene come se, stanco di vivere in seno alle nazioni del mondo e di esprimere un messaggio o una missione misteriosa, stanco d'incarnare il destino umano, quello dell'uomo per eccellenza, il popolo d'Israele, dopo aver subito il suo ultimo e pili terribile sacrificio di sangue, si sia ritirato sotto la tenda.
All'uopo e con sincera concretezza bisogna aprire un dibattito che prenda in esame e che sviluppi appieno la consapevolezza e l'affermazione radicale del consenso di appartenenza che determinò la disperata scelta, in virtù della situazione presente, in cui tutti i sopravvissuti nel loro intimo sarebbero stati rieducati, a volte con atteggiamenti ed azioni poco ortodosse, nella coalizione culturale e politica della nascente patria da secoli negata. L'approccio psicologico non è in questi termini basato su principi fondamentalmente religiosi che hanno caratterizzato il popolo ebraico in ogni suo aspetto intrinseco ed estetico, forte nel determinare una minoranza “dispersa” nel tempo e racchiusa in esigue comunità, anche se pur attive al suo interno, ma in una drastica e nuova concezione ebraica che fiorisca all'indomani della creazione dell'agognato Stato di Israele.
Come vedremo in questo lungo prolisso la cognizione insperata e felicemente accolta inizialmente, non diede adito, come sperato, a scelte entusiastiche ed immediate anche se le circostanze erano favorevoli ad accogliere consensi di massa. E' fuorviante e riduttivo non appellarsi alla miserevole condizione nella quale incombevano molti dei presunti nuovi gruppi che si sarebbero insediati, con tutte le difficoltà, in una nuova ed imprevedibile realtà che di lì a poco sarebbe emersa (Lo Stato di Israele). Aver vissuto per tempi diversi, sia chiaro, ma con le stesse modalità, alle persecuzioni ed alla deportazione in un Campo di concentramento o di sterminio nazista, non dava i presupposti per una fertile e spontanea adesione.
Da parte Sionista, seppur consapevole e impegnata con tutte le forze, svolse fin da subito un ruolo che ci impone un'analisi che si diverge in tre parti: Dapprima sul piano diplomatico per convincere il mondo dell'abisso in cui versavano gli Ebrei in Europa ed auspicavano una immigrazione di massa in Palestina; In secondo luogo organizzarono i soccorsi inviando delegazioni nelle zone di occupazione dov'erano ubicati i Campi per DP ed infine sul piano politico, dove era già iniziata la controversia interna fra i partiti in Palestina, che durante le loro visite ai Campi, cercarono di convincere ed aggraziarsi le simpatie dei superstiti.
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