ELISA SPRINGER

Elisa Springer è nata in Austria a Vienna il 12 febbraio1918 da una famiglia di commercianti. Con l'annessione della Germania inizia il suo calvario. Suo padre è stato tra i primi ad essere arrestato già nel Giugno del '38 e deportato a Buchenwald, da dove non è mai più tornato. In seguito anche sua madre è stata deportata e di lei non seppe più nulla. Dopo tante peripezie, scappando attraverso mezza Europa, nel 1940, giunse in Italia e si ferma a Milano, dove ha vissuto fino al '44 non proprio nascosta, ma ha dovuto cercare di poter sopravvivere anche allora. Nel '43 non poteva avere nessun impiego e, conoscendo qualche lingua, si è arrangiata facendo delle traduzioni in inglese e in tedesco dall' italiano. Poi nel '44, dietro una spiata, è stata arrestata a Milano, e dopo poco più di un mese di carcere tra Milano, Como e di nuovo Milano, è stata deportata ad Auschwitz.
Elisa il 2 agosto 1944 parte da Verona con un convoglio diretto ad Auschwitz .Non si può descrivere Auschwitz, racconta: si viveva camminando in mezzo ai morti, tutti i giorni si moriva e non sapevi mai quando sarebbe toccato a te, perché ogni tanto, la direzione del Lager faceva una selezione. Bisognava uscire fuori dalla baracca completamente nude, il medico di turno ti guardava, ti faceva girare per vedere le spalle e bastava un foruncolo un po' più infiammato per essere subito portate alle Camere a gas. Ti svegliavi la mattina presto, cioè sentivi il fischietto, allora dovevi saltare giù dalla tua cuccetta di legno.
Auschwitz era diviso in due parti: c'era Auschwitz 1, che era un ex Campo militare, formato solo da caserme che poi sono state trasformate in Lager e Auschwitz Birkenau, il vero e proprio Campo di sterminio, a cui era annesso il Campo femminile, dove Elisa è stata internata, in baracche di legno con letti a castello uno sopra all'altro, a tre piani con dei tavolacci. Dormivano su tavolacci senza niente sotto, quelle più fortunate avevano un pò di paglia. In uno spazio di circa due metri per un metro si dormiva - in diversi periodi di esistenza del Campo - anche in dodici, con due coperte militari, se una si girava si dovevano girare tutte le altre: non c'era spazio per dormire supini, si doveva per forza dormire su un lato. Alla mattina presto ti portavano, in un bicchiere di smalto, un po' di liquido nero, caldo e senza zucchero, che veniva chiamato caffé.
Poi iniziava l'appello: dovevi metterti in fila per cinque fuori dalla baracca con qualsiasi tempo e gli ufficiali addetti contavano quanti eravamo. L'appello veniva fatto mattina pomeriggio e sera e questo per noi deportati provocava un ulteriore sofferenza, visto che poteva durare per molte ore ferme con temperature polari.
Non dovevi mai guardare in faccia le Ss: non lo permettevano, non eravamo degne di guardarli, dovevamo guardare oltre le loro teste, dovevamo stare con le mani lungo il corpo senza muoverci mai. L'appello durava secondo il tempo atmosferico: se la giornata era bella, magari tre ore potevano bastare, se il tempo era brutto, tante volte si stava anche dieci o dodici ore. Era chiamato appunto Campo di sterminio: facevano di tutto per farci morire. E qualcuno non resisteva crollando.
Elisa racconta che un giorno, per aver sorretto una sua compagna, mentre stava per svenire dopo tante ore di appello, l' ufficiale le fece un cenno: la chiamò fuori, si è assentato un pò ed è tornato con un ferro rovente e, davanti a tutti, ha fatto una bruciatura con quel ferro sulla sua coscia destra, nella parte posteriore; ancora oggi ne porta la cicatrice. Questa era soltanto una delle punizioni, poi si usava anche strappare le unghie dei piedi con gli stivali e tante altre cose. A mezzogiorno portavano il mangiare, che consisteva in una gavetta con un po' di minestra di rape di colore grigio ferro e dal sapore di pepe, anche se non ce n'era forse, ma bruciava terribilmente.
Poi il pomeriggio c'era di nuovo l'appello, lo stesso della mattina, dopodiché si rientrava nella baracca e la sera ti portavano un pezzettino di margarina e a volte un po' di marmellata di barbabietole e un pezzettino di carne in scatola. Questo era il mangiare, ad Auschwitz.
Ogni quindici giorni, tre settimane. si eseguivano le selezioni, per separare gli ammalati da quelli sani, per fortuna, in quel periodo non c'è stata nessuna selezione, altrimenti, vedendo la sua ferita, perché era una ferita abbastanza profonda, sarebbe stata subito eliminata nella Camera a gas.
Ad Auschwitz rimase fino la fine di ottobre. Nella sua baracca nessuno ha mai lavorato, perché stava in una baracca di transito, cioè dovevano essere destinate ad un altro Campo, mentre nelle altre baracche si lavorava,"si andava a scavare - dicevano loro - le cantine e rifugi antiaerei". Invece erano le famigerate fosse che servivano per i prigionieri stessi.
Verso la fine di ottobre è stata trasferita con altre compagne; non si sapeva per dove, perché nessuno sapeva mai dove si sarebbe andati a finire, il suo convoglio doveva andare nel Lager di Buchenwald, invece in Turingia il convoglio è stato diviso: una parte è andata a finire a Buchenwald, e tutti coloro che stavano in quella parte del convoglio furono immediatamente gassati, mentre il suo reparto è andato a finire a Bergen Belsen e lì è stata un'altra volta "fortunata".
Dal Lager di Bergen Belsen, dove morì tra gli altri Anna Frank e la sorella Margot, fu trasferita a Raghun, in una fabbrica di aeroplani a 50 chilometri da Lipsia e da lì, dopo un pò di tempo, nuovamente trasferita nel suo ultimo Campo, a Theresienstadt, nell'odierna Repubblica Ceca. Dopo pochissimo tempo si ammalò di tifo petecchiale ed è rimasta in coma quasi per un mese, senza mangiare, senza bere e senza medicine. Si svegliò da sola su un pagliericcio con una coperta, meravigliata chiese alle sue compagne cosa stesse succedendo! Elisa, tu non sai niente perché sei stata in coma per tanto tempo, ma noi siamo già liberi . Era il 9 Maggio del 1945.
Elisa Springer è morta domenica 20 settembre 2004 in ospedale a Matera (Basilicata) all'età di 86 anni.
Consigliamo la lettura del libro "Il silenzio dei vivi" edito da Marsilio.


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