|
 La società italiana ha acquisito molto tardi e con enorme riluttanza la coscienza delle responsabilità del regime fascista nella persecuzione antisemita e della sua corresponsabilità persino nella "soluzione tinaie". Nel nostro paese resiste ostinatamente il mito dell'Italia fascista "salvatrice dì ebrei". E de! resto , la vulgata degli "italiani brava gente" appare accolta anche da alcuni studiosi stranieri, quale per esempio Meir Michaelis, docente di storia all'Università ebraica di Gerusalemme, che nel suo saggio su Mussolini e la questione ebraica propone una sostanziale subalternità della politica razziale italiana rispetto alla variante del nazismo tedesco .'
Non vi è alcun dubbio che la responsabilità generale della Shoah ricada sul regime di Hitler . Detto ciò , e date per scontate la mancanza di fanatismo antisemita nella tradizione politico-culturale italiana , nonché l'assenza dì finalità di annientamento fisico nella tradizione dell'antigiudaismo italiano (d'impronta essenzialmente cattolica), resta il fatto che la Shoah ebbe luogo anche in Italia . È' vero che la persecuzione raggiunse il culmine solo durante l'occupazione tedesca (a partire dall'autunno del 1943), allorché le forze di invasione braccarono gli ebrei italiani e quelli stranieri che risiedevano nel nostro paese, deportandone in Germania varie migliaia . Ma le deportazioni furono in larga misura propiziate dall'attiva collaborazione delle milizie della Repubblica di Salò. E soprattutto, la decisione di trasformare il Regno d'Italia in uno stato ufficialmente antisemita maturò ed ebbe luogo in una fase storica precedente, in coincidenza con l'adozione delle leggi razziali autonomamente imposte nei 1938 da Mussolini a una popolazione che, almeno in parte, non ne condivideva la stolida violenza : una violenza volta dapprima a colpire gli ebrei nei loro diritti , non già a stroncarne le vite .
Il fascismo arrivò con fatica , ma metodicamente, a darsi i capi-saldi concettuali del proprio antisemitismo. Già nel maggio 1933 (quattro mesi dopo l'ascesa di Hitler al potere), il capo squadrista Roberto Farinacci (1892-1945), esponente della componente più aggressiva del fascismo, aveva scritto su Il regime fascista un articolo ne! quale caldeggiava l'introduzione in Italia di un nu merus clausus ufficioso degli ebrei . E poco meno di un anno più tardi, nel marzo 1934, quando venne arrestato a Torino un gruppo di sedici antifascisti di "Giustizia e libertà" (quattordici dei quali erano ebrei), il quotidiano romano II Tevere, notoriamente molto vicino al duce, aveva rincarato la dose attribuendo alla " razza ebraica" «il meglio dell'antifascismo passato e presente : da Treves a Modigliani , da Rosselli a Morgari» . Dato che la "sovversione ebraica" veniva imputata con insistenza sempre maggiore all'emergere del sionismo, e poiché questa iniziale campagna della stampa fascista andava ascrivendo la "dubbia lealtà patriottica" degli ebrei al potere dell'"Internazionale ebraica", alla "doppia fedeltà" e via accusando, gli ebrei più ansiosi di dimostrare il proprio zelo verso il regime si affrettarono a offrire un aperto sostegno al fascismo, anche in polemica con i propri correligionari , in particolare con la piccola pattuglia dei sionisti , della quale il piùstrenuo alfiere era Dante Lattes . Così , nel maggio 1934, nacque a Torino La Nostra Bandiera , organo settimanale diretto da Ettore Ovazza , un ebreo convinto antisionisra , che aveva aderito al fascismo sin dal 1920 (finirà catturato in Valle d'Aosta e ucciso dai tedeschi nell'ottobre 1943).
A ogni modo, l'adozione ufficiale di una politica antiebraica su basì razziali si ebbe soltanto tra la fine del 1937 e il 1938, in seguito al progressivo avvicinamento di Mussolini alla Germania hitleriana . Al razzismo antisemita dei fascisti italiani , uno dei primi tasselli "teorici" fu fornito da un vecchio e bolso poligrafo già di fede cattolica e nazionalista , e passato poi nelle file fasciste : Paolo Orano (1875-1945), rettore dell'Università di Perugia . Alla penna di costui si dovette un pamphlet intitolato Gli ebrei in Italia che , quando vide la luce in prima edizione nell'aprile 1937, suscitò una notevole eco nei giornali , non solo italiani , e aprì la strada - non a caso, come vedremo - alla futura politica fascista nei confronti degli ebrei .
Il libello di Orano, nel quale si ritrovano tutti gli stereotipi comuni alla giudeofobia tradizionale (gli ebrei che vogliono prevalere con l'oro, gli ebrei razzisti , gli ebrei traghettatori delle mode intellettuali degenerate, e così via), assumeva come suo primo bersaglio polemico la presunta «attività sionistica di gran parte degli ebrei cittadini italiani», «l'esaltazione degli ebrei ebraizzanti e sionisti per i loro apostoli , le loro tradizioni , la loro razza , il loro sogno, oggi impresa decisiva , di restaurare lo stato palestiniano» . Secondo l'autore, nel dare una mano al sionismo l'Italia avrebbe dato una mano, in realtà , all'espansionismo britannico e avrebbe preso posizione, a scapito dei propri interessi , contro gii arabi ; senza dire poi dei diritti cristiani sui Luoghi Santi : «Essa [la Palestina] la Terra Sacra perché vi nacque il Redentore che illuminò dall'interno la coscienza latina» sentenziava Orano. E poco oltre aggiungeva : «Croce e Fascio sono legati dal più intimo spirito e si trovano oggi di fronte un'Inghilterra ebraizzante ed un ebraismo britannizzante» . Sistemati così i sionisti , Orano si dava poi a esortare gli ebrei italiani ad astenersi da manifestazioni di «separatismo», proponendo loro un futuro di totale assimilazione, quasi nei termini di una resasenza condizioni : «L'ebraismo di razza e sionistico ha la sua specifica esclusiva visione in un orgoglio di genti , come tante altre genti , vinte, disperse che non hanno più ragion dì vita e di sviluppo che in quella delle patrie territoriali e nazionali».
Ma ecco l'autore cambiare improvvisamente registro per rivolgere i suoi strali anche contro gli ebrei fascisti , e persino contro quell'Ettore Ovazza che proprio due anni prima , nel suo libro Sionismo bifronte? aveva preso le massime distanze possibili da Dante Lattes e dal1 movimento sionista . Anche per la penna di Ovazza - «che io considero» scriveva Orano «l'israelita italiano di più franca parola , il più sinceramente convinto della gravita del problema ebraico anche per l'Italia» - «ritorna la nota del "popolo eletto", missionario, e l'irresistibile senso dell'origine privilegiata ..., la nota insomma del rabbino Dante A. Lattes» .
Il pamphlet di Orano si chiudeva infine con le seguenti parole, cripriche ma cariche di minaccia : «E il problema che deve essere abolito . L'Italia fascista non ne vuole. Il dire di più sarebbe superfluo» .
Diretta per la prima volta esplicitamente contro gli ebrei italiani , e non più contro le astrazioni chiamate "Internazionale ebraica", "alta finanza ebraica", o "cricca giudaico-massonica", la prosa vacua e aberrante di Paolo Orano ebbe la singolare fortuna di fornire al momento giusto, al regime di Mussolini , quella copertura ideologica di cui aveva bisogno . A cavallo tra il 1937 e il 1938, infatti , il governo fascista , impelagato irrimediabilmente nella guerra civile spagnola e costretto, all'interno dell'Asse Roma-Berlino, a una partnership sempre più vincolante, andava cercando ormai affannosamente il modo di disfarsi di tutti gli ebrei : non soltanto degli "infidi ebrei italiani", cioè degli antifascisti (che sarebbero stati eliminati comunque), ma anche dei "leali italiani ebrei", considerati fino ad allora elementi utilissimi .
Troviamo già qui l'argomentare duplice, per così dire a tenaglia , di ogni razzismo che si rispetti . Gli ebrei sono pericolosi in quanto costituiscono una minoranza inassimilabile. Ma la loro pericolosìtà non è minore quando fanno di tutto per omologarsi o mimetizzarsi , com'era il caso, per l'appunto, degli ebrei fascisti . Il Popolo d'Italia di Mussolini , che recensì il libro di Orano in termini entusiastici , fece capire a tutti - ebrei e non ebrei - che era giunto il momento, in Italia , di combattere gli ebrei in quanto tali , compresi i fascisti della prima ora come Ettore Ovazza . Di qui , l'altro riconoscibile di nascita del razzismo italiano di regime .
Sostenuta da pseudoideologi della portata di Paolo Orano, Telesio Interlandi (1894-1965) e Giovanni Preziosi (1881-1945), la politica di discriminazione antisemita del fascismo venne inaugurata il 14 luglio 1938 con la pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti , scritto di pugno dal duce con la collaborazione di Guido Landra (un giovane assistente di antropologia, 1913-1980), e fatto avallare dalla firma di qualche scienziato compiacente: fra gli "autori", il senatore professor Nicola Pende (1880-1970), direttore dell'Istituto di patologia medica dell'Università di Roma . In dieci sintetiche proposizioni , il documento affermava che le razze umane esistono, che ce ne sono di grandi e di piccole, che si tratta di un concetto puramente «biologico», che gli italiani sono ariani puri , che gli ebrei non appartengono alla razza italiana , che ormai è tempo che gli italiani «si proclamino francamente razzisti»; e concludeva dichiarando che «i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo», e che i matrimoni misti erano ammissibili «solo nell'ambito delle razze europee, nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo» .
«La svolta del 1938» osserva Michele Sarfatri , «fu voluta da Benito Mussolini . Ciò discende con tranquilla evidenza dal fatto che egli era il dittatore del paese e che la decisione di varare la persecuzione costituiva un evento politico di grande rilevanza . A rutto questo va aggiunto che non sono state identificate tracce di imposizioni hitleriane al riguardo.» Ma anche il passaggio, nell'autunno del 1943, «dalla fase della persecuzione dei diritti alla fase della persecuzione delle vite [...] ricadde sotto la piena responsabilità di Mussolini , nonostante la sua maggiore debolezza nel paese, nel fascismo, nel rapporto con Hitler» . Queste osservazioni , cui Sarfatti offre il sostegno di un'analisi minuziosa di tutta la documentazione reperita , consentono di mettere da parte Ì dubbi , più volte avanzati da alcuni studiosi, circa le presunte imposizioni che il dittatore italiano avrebbe subito dall'esterno.
Ma soprattutto mettono in luce la natura ideologica e l'ambiguità di certi sviluppi anche recenti della storiografia revisionista in Italia : una storiografia che appare preoccupata , in particolare, di offrire contributi al cosiddetto "sdoganamento" del fascismo e della sua eredità politico-culturale . E per fare ciò, oltre a ridimensionare l'immagine della Resistenza e a cercare di dimostrare come ormai "superato" il concetto dì antifascismo (considerato insidioso in quanto includente la componente comunista), presenta retrospettivamente il fascismo italiano come "accettabile", anche in quanto alieno da cadute nel razzismo e nell'antisemitismo. Un celebre studioso, Renzo De Felice ( 1929-1996), al quale va riconosciuto in ogni caso il merito di avere offerto i frutti di una ricerca monumentale e molto documentata sulla vita e le politiche di Mussolini , dedicò gli ultimi anni della sua vita a una tenace battaglia per abbandonare il cosiddetto "paradigma antifascista" e proporre un'implìcita riabilitazione di Mussolini . «So che il fascismo italiano è al riparo dall'accusa di genocidio, è fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto . Per molti aspetti , il fascismo italiano è stato "migliore" di quello francese o di quello olandese» ebbe a dichiarare De Félce. nel corso di un'intervista , invero poco felice, rilasciata a Giuliano Ferrara per il Carriere della Sera del 27 dicembre !987. Quell'intervista , che fece scalpore, fu seguita da autorevoli interventi che affermavano la necessità di superare l'ideologia antifascista , compromessa con lo stalinismo.
In questo stesso solco revisionista si collocano i tentativi non rari di restituire dignità a figure segnalatesi , all'epoca della dittatura mussoliniana, per l'abilità con cui seppero attraversare l'esperienza fascista all'insegna dell'ambiguità. È il caso, per citare l'esempio più illustre, di Giuseppe Bottai (1895-1959): un gerarca particolarmente potente, che già durante l'infausto ventennio aveva la fama di uomo sagace e spregiudicato . Fascista della vigilia (fondò nel 1919 il primo fascio mussoiiniano a Roma), ideologo delle "corporazioni", riuscì a restare ìn sella molto a lungo, sino alla fatale notte del 25 luglio 1943 quando, assieme agli altri principali seguaci di Mussolini , contribuì a estromettere il dittatore dal potere . E in tutti quegli anni seppe coniugare un cursus honorem brillantissimo entro il partito e il governo con la capacita di offrire (compatibilmente con il dima chiuso e provinciale della cultura italiana dell'epoca) spazi di espressione apparentemente libera agli sfoghi delle frange meno conformista , se non frondiste, dell'intelligenza fascista che incominciavano a mostrarsi insotferenti all'inganno sociale e intellettuale del regime .
Troppo ambizioso e titubante per trarre qualche conclusione dalle proprie inquietudini , Bottai rùmise un personaggio ambiguo che, pur amando atteggiarsi a difensore dei diritti dell'intelligenza , continuava su un altro versante a predicare la disciplina e la devozione al regime . Tant'è che fu proprio questo "eretico prudente" ad anticipare di un mese la legislazione antisemita italiana firmando nell'agosto 1938, in veste di ministro dell'Educazione nazionale, le circolari che inibivano il conferimento a ebrei di supplenze nelle scuole elementari e medie, vietavano l'adozione di libri di testo di «autori di razza ebraica» ed escludevano gli studenti ebrei stranieri dalle università e dalle scuole del Regno. Con una punta particolare di cinismo , l'11 agosto 1938 Bottai annotava nel suo diario : «... Della questione ebraica m'è avvenuto, tra amici , di gittar là questo scherzo. "Il problema degli ebrei esiste anche in Italia , ma in piccole proporzioni . Si poteva risolverlo con dei piccoli atti amministrativi , insomma perché sparare un cannone per uccidere un uccellino, anche se si tratta di un uccellino circonciso?"».
Ebbene, in diverse occasioni Giuseppe Bottai è stato fatto oggetto di strumentali tentativi di riabilitazione. Esemplare è, a tale riguardo, la biografia dal titolo e dal taglio assolutorio, Bottai . Un fascista critico (1976), dedicatagli da Giordano Bruno Guerri : un lavoro che, nell'esaltare il «romanticismo epico» di Bottai e nell'offrirsi quale contributo a una rilettura «più serena» della sua azione nel contesto dell'Italia fascista , si muove in termini sempre brillanti , ma sostanzialmente carenti di impegno critico, verso il proscioglimento di Bottai dalle sue pesanti responsabilità .
|