Giovanni Paolo II in ISRAELE

L'anno giubilare del 2000 ha visto il Papa recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa, il 21 marzo 2001. Un viaggio difficile e rischioso, sicuramente uno dei più importanti compiuti dal Santo Padre durante il suo Pontificato. Ma anche un evento di straordinaria importanza per Israele, per il popolo ebraico e per il Medio Oriente. Un avvenimento che rappresenta il culmine di un lungo e difficile processo di riavvicinamento tra due popoli, due religioni, due civiltà unite dalle antiche scritture ma divise da tensioni e incomprensioni che affondano le radici nella storia.
In questo lungo processo, il Papa è senz'altro un personaggio chiave. Soltanto pochi mesi prima della partenza varcava la soglia della sinagoga di Roma recitando il mea culpa ed esprimendo avversione contro ogni forma di antisemitismo e razzismo, vecchio e nuovo.
Il viaggio del Papa in Terra Santa ha assunto dunque un significato particolare: esso porta con sé la chiara volontà di abbattere le barriere civili, religiose, spirituali in nome di una convivenza pacifica.
In Terra Santa il Papa ha visitato i luoghi più significativi dove da millenni si scontrano Oriente e Occidente, l'Islam e la Cristianità: il monte Nebo, che secondo la tradizione è l'ultimo luogo dal quale Mosè ha contemplato la terra promessa prima di morire; il fiume Giordano, simbolo del passaggio alla nuova vita .
Particolarmente significativa la visita che il pontefice ha fatto al Muro del Pianto, il luogo di preghiera e raccoglimento degli Ebrei, nel quale ha riposto un biglietto, il fituch (che nella tradizione ebraica contiene preghiere e meditazioni) con su scritto la parola 'perdono'.
C'è poi stato l'eccezionale fuori programma sul Monte Calvario. Qui Giovanni Paolo II ha percorso i gradoni di pietra levigata dal tempo che portano alla Cappella per raccogliersi in preghiera . Al termine del viaggio il Pontefice ha voluto ricordare che "Gerusalemme è la città santa per eccellenza" .
Il Papa: "Costruiamo un futuro senza sentimenti antiebraici"
Dura condanna dell'antisemitismo nel discorso pronunciato a Gerusalemme dal Papa dopo la visita al museo dell'Olocausto. La replica di Barak: le parole del Pontefice "sono un gesto che guarisce il passato". Giovanni Paolo II aveva cominciato la sua terza giornata in Terrasanta con una messa nella chiesa della Dormizione, nella sala, dove, secondo la tradizione, si sarebbe svolta l'Ultima cena di Gesù
Gerusalemme (Israele) - Una dura condanna dell'antisemitismo. È quella lanciata oggi da Giovanni Paolo II nel corso della visita avvenuta oggi a Gerusalemme dallo Yad Vashem, il museo dell'Olocausto.
"Come vescovo di Roma e successore dell'apostolo Pietro, assicuro il popolo ebraico che la Chiesa cattolica è profondamente rattristata per l'odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei da parte dei cristiani in ogni tempo e in ogni luogo" ha detto il Papa in un breve discorso pronunciato al termine della visita.
"In questo luogo di solenne memoria - ha proseguito il Pontefice - prego ferventemente che il nostro dolore per la tragedia sofferta dal popolo ebraico nel ventesimo secolo conduca a un nuovo rapporto fra cristiani ed Ebrei. Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i cristiani o sentimenti anticristiani fra gli Ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto".
Le parole di Giovanni Paolo II sono state ascoltate tra gli altri dal premier israeliano Ehud Barak, che ha commentato: "un gesto che guarisce il passato".
In precedenza Giovanni Paolo II aveva celebrato una messa nella chiesa della Dormizione, nella sala dove, secondo la tradizione, si sarebbe svolta l'Ultima cena di Gesù.
Quindi, il Papa era andato nella sede del rabbinato di Gerusalemme, nel Palazzo di Salomone, dove era stato ricevuto dai due rabbini-capo israeliani: Meir Israel Lau (ashkenazita, di rito occidentale) ed Eliahu Bakshi-Doron (sefardita, di rito orientale). Giovanni Paolo II ha incontrato anche il presidente israeliano Ezer Weizman.
Yad Vashem, museo dell'Olocausto: luogo di silenzio nel quale ricordare, dice il Papa. Nessuno può dimenticare la Shoah, bisogna invece ricordare, "per assicurare che mai più il male prevarrà", come avvenne per milioni di vittime innocenti del nazismo, che arrivò a disprezzare l'uomo, disprezzando Dio. Ma solo "vincendo il male col bene, secondo il patrimonio della rivelazione divina, si potrà creare quel mondo di pace e di giustizia" nel quale non ci siano più sentimenti antiebraici o anticristiani. Israele aspettava il discorso del PAPA a Yad Vashem più di ogni altro: aspettava un pensiero forte sulla Shoah, la condanna dell' antisemitismo e un'ammissione di responsabilità della Chiesa cattolica, magari un nuovo mea culpa. Giovanni Paolo II non ha fatto mea culpa, ma le sue parole sulla Shoah e l'antisemitismo sono state forti, così come è comunque stato importante, per gli Ebrei più ancora che per gli israeliani, la presenza del Papa vicino alla fiamma e alle pietre che ricordano lo sterminio. "In questo luogo della memoria - ha dunque detto il Papa - la mente, il cuore e l'anima provano un estremo bisogno di silenzio. Silenzio nel quale ricordare. Silenzio nel quale cercare di dare un senso ai ricordi che ritornano impetuosi. Silenzio perché non vi sono parole abbastanza forti per deplorare la terribile tragedia della Shoah". "Sono venuto a Yad Vashem - ha detto ancora il Papa, dopo aver ricordato che anche suoi amici Ebrei furono deportati - per rendere omaggio ai milioni di Ebrei che, privati di tutto, in particolare della loro dignità umana, furono uccisi nell'Olocausto. Più di mezzo secolo è passato, ma i ricordi permangono. Qui, come ad Auschwitz e in molti altri luoghi in Europa, siamo sopraffatti dall'eco dei lamenti strazianti di così tante persone. Uomini, donne e bambini gridano a noi dagli abissi dell'orrore che hanno conosciuto. Come possiamo non prestare attenzione al loro grido? Nessuno può dimenticare o ignorare quanto accadde. Nessuno può sminuirne la sua dimensione". "Noi vogliamo ricordare. Vogliamo ricordare per uno scopo, ossia per assicurare che mai più il male prevarrà, come avvenne per milioni di vittime innocenti del nazismo.
Come poté l'uomo provare un tale disprezzo per l'uomo? Perché era arrivato al punto di disprezzare Dio. Solo un'ideologia senza Dio poteva programmare e portare a termine lo sterminio di un intero popolo. "L'onore reso ai gentili giusti dallo Stato di Israele a Yad Vashem, per aver agito eroicamente per salvare Ebrei, a volte fino all'offerta della propria vita, è una dimostrazione che neppure nell'ora più buia tutte le luci si sono spente". "Ebrei e Cristiani condividono un immenso patrimonio spirituale, che deriva dall' autorivelazione di Dio. I nostri insegnamenti religiosi e le nostre esperienze spirituali esigono da noi che sconfiggiamo il male con il bene. Noi ricordiamo, ma senza alcun desiderio di vendetta né come un incentivo all'odio. Per noi ricordare significa pregare per la pace e la giustizia e impegnarci per la loro causa. Solo un mondo in pace, con giustizia per tutti, potrà evitare il ripetersi degli errori e dei terribili crimini del passato". E, in quanto Papa, egli ha concluso assicurando "il popolo ebraico che la Chiesa cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e dell'amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l'odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei da cristiani in ogni tempo e in ogni luogo. La Chiesa rifiuta ogni forma di razzismo come una negazione dell'immagine del Creatore intrinseca ad ogni essere umano. In questo luogo di solenne memoria, prego ferventemente che il nostro dolore per la tragedia sofferta dal popolo ebraico nel XX secolo conduca a un nuovo rapporto fra cristiani ed Ebrei. Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i Cristiani o sentimenti anticristiani fra gli Ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto".


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All rights reserved.www.lager.it 22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"