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I militari furono divisi in campi diversi : i soldati vennero rinchiusi negli Stammager/Stalag , alle cui dipendenze vi erano spesso gli Arbeitskommandos, distaccamenti di minori dimensioni ubicati nelle vicinanze delle fabbriche o dei luoghi di lavoro in cui venivano impiegati . Gli ufficiali furono, invece , internati negli Oflager. La «galassia concentrazionaria» era poi . completata dai Dulag ( i campi di transito o di smistamento), dagli Straflager (i campi di punizione) e dai Lazarett (i campi-ospedale, dove venivano ricoverati i militari gravemente ammalati). Gli italiani , secondo le stime, vennero distribuiti o smistati in 249 lager principali : 192 in Germania , 15 in Polonia , 15 in Russia , 14 in Francia , 11 in Iugoslavia , 2 in Grecia . All'arrivo a destinazione la tristemente efficace burocrazia del Reich procedeva all'identificazione dei prigionieri : i tedeschi compilavano una scheda con tutti i dati anagrafici , quindi assegnavano a ognuno un numero che poi veniva riportato su una piastrina metallica (da tenere sempre addosso). Il controllo doveva essere assoluto. «Il lager» era organizzato su un'area delimitata da una recinzione costituita da diverse teorie di reticolati , alternati a fosse riempite con rotoli di filo spinato così fitto e aggrovigliato da non consentirne l'attraversamento neppure ai topi . In alcuni lager il reticolato era percorso dalla corrente ad alta tensione. Un semplice filo spinato, nel lato intemo del perimetro, preavvertiva della fucilazione a chiunque l'avesse toccato o anche soltanto sfiorato accidentalmente. Il filo spinato costituiva così una delle preoccupazioni maggiori degli intemati , e al tempo stessoera anche l'elemento più caratteristico dell'architettura del campo, poiché separava i vari settori , le viuzze e le baracche . La vigilanza era garantita da un sistema di garitte e di torrette ubicate ai lati e agli angoli del campo, e dalle quali era possibile controllare l'intera area interna al lager, illuminandola con un riflettore di notte, nonché le sue immediate vicinanze; sulle torrette prestavano servizio guardie armate di fucili e mitragliatrici , pronte ad aprire il fuoco sul malcapitato di turno che si fosse avvicinato troppo al filo.
Nel corso del periodo di detenzione fu abbastanza frequente lo spostamento da un campo all'altro. «Chi non l'ha provato difficilmente può immaginare la somma di disagi , di sofferenze e di umiliazioni che comportava un trasferimento da un lager all'altro» . Accanto alle difficoltà in cui si trovava la rete ferroviaria tedesca per i bombardamenti , sabotaggi , intasamenti , mancanza di materiale rotabile, c'era la premeditata e ottusa volontà della scorta di rendere più dura possìbile la vita degli internati . Mediamente un trasferimento durava una settimana , con lunghissime soste sui binari morti . I viveri della già scarsa razione erano distribuiti , freddi naturalmente, per tre o quattro giorni soltanto. Vagoni merci ghiacciati , 40, 50 e in certi casi perfino 100 uomini per carro, sprangato all'esterno. I portelli si aprivano una sola volta al giorno e per appena un quarto d'ora , per evacuare a comando.
L'acqua era distribuita quando faceva comodo alle guardie. Possibilità di riposare scarsissime, anche perché mancava letteralmente lo spazio per sdraiarsi . Si facevano i turni , in piedi e coricati . Diarree con tutte le conseguenze non difficili da immaginare in quelle bolge. Orinare in un barattolo, che veniva poi passato di mano in mano per poterlo vuotare all'esterno, da un pertugio sbarrato dal filo spinato. E piuttosto spesso, bombardamenti e mitragliamenti aerei , con morti e feriti : ma i tedeschi non aprivano, rifiutavano aiuti e il viaggio continuava...
Le condizioni di vita nei campi erano, nella maggior parte dei casi , disumane : il cibo era cattivo e scarsissimo, le baracche in legno (e raramente in muratura) in cui dormivano i prigionieri (sui cosiddetti «castelli» : letti di due, tre o più piani in tavolaccio) malsane e sovraffollate, la situazione igienica terribile, dappertutto la facevano da padroni pidocchi , cimici , scarafaggi e topi ; l'abbigliamento era spesso costituito di pochi indumenti laceri , assolutamente inadeguati per combattere i rigori del freddo pungente che d'inverno, in certe zone, toccava anche i 30-40 gradi sottozero; le malattie erano all'ordine del giorno, moltissimi internati morirono per sfinimento, denutrizione o tubercolosi , nella totale mancanza di assistenza medica .
«Nell'organizzazione dei lager tedeschi è previsto il funzionamento dell'infcrmeria del campo, nella quale vengono ricoverati i malati più gravi provenienti dai campi di lavoro, in teoria per essere curati , in realtà per lasciarli morire nei lager dove sono registrati... in tutti i lager manca l'assistenza sanitaria non soio per deficienze funzionali , ma perché quella è la diretuva . I malati gravi vengono abbandonati a loro stessi perché irrecuperabili per il lavoro. Varie testimonianze accusano come criminali di guerra i medici tedeschi perché ostacolano le cure degli infermi , non si curano dei malati , non mettono mai piede nelle infermerie e negli ospedali».
All'assenza di assistenza medica, si devono poi aggiungere le continue minacce, umiliazioni , violenze e pressioni psicoiogiche da parte dei nazisti: il lager è un autentico inferno .
La sporcizia come arma di ricatto. «I nazisti volevano i pidocchi , le cimici , le pulci ; volevano che gli indumenti cadessero in brandelli , che maglie, mutande, calze e pezze da piedi si portassero per mesi , stagioni e interi semestri senza offrire i mezzi per lavarli o sostituirli . Non facevano nulla per evitare i malanni derivanti dalla sporcìzia , dissenteria o peggio il tifo. L'interno delle baracche era lurido per l'impossibilità di tenerlo pulito. Se poi passiamo al capitolo gabinetti... quando andava bene consistevano di baraccacce di assi sconnesse che circondavano grandi buche malamente ricoperte con radi tavolati . Gli escrementi erano dappertutto . -
Si effettuavano due appelli giornalieri , uno primo mattino, il secondo verso l'imbrunire. L'operazione teoricamente semplicissima : si trattava di fare qualche somma contando i presenti in riga e quelli che, indisposti , rimanevano in baracca . Viceversa era raro che i conti tornassero velocemente : essi venivano fatti e rifatti più volte, baracca per baracca , poi bisognava fare il computo totale. Conclusione, si doveva starsene all'aperto a lungo, a volte un'ora o due, con qualunque tempo, alla pioggia o sotto la neve, d'inverno con parecchi gradi sotto zero. Gelando . Denutriti e mal vestiti , la sofferenza si moltiplicava . In più , non di rado , i tedeschi esigevano formalismi assurdi , in quelle condizioni : posizione di attenti , niente coperte, passamontagna (chi li aveva) rialzati . Spesassimo erano urlacci degli addetti alla conta , e di tanto in tanto anche botte, schiaffi , e "carezze" coi calci dei fucili : anche in faccia . Da lontano, un azzimato ufficiale - il supercontrollore - assisteva , frustino in mano, caldo nel suo pastrano foderato di peto, pasciuto e riposato. Tutto questo serviva a farci spendere le poche calorie che ci venivano elargite dal Grande Reich , a moltiplieare i casi di congelamento, a favorire svenimenti e malattie , a demolire il morale .
Spoliazioni degli averi degli internati e commerci per procurare cibo, sono due aspetti di un unico proposilo: quello di rapinare tutto ciò che era possibile a gente indifesa e in slato di estremo bisogno. L'operazione si attuò con fasi e metodi distinti: furti ufficiali , con cerimoniale che pareva rispettare certe norme internazionali . Essi avvennero nel primo lager dove furono portati gli italiani . I tedeschi dicevano che era streng verboten (severamente proibito) tenere oggetti come radio, bussole, binocoli , macchine fotografiche, pinze; pertanto li sequestrarono, con modi perfino cortesi , rilasciando quasi sempre delle ricevute che - dicevano - sarebbero servite per riavere gli oggetti stessi alla fine della guerra; perquisizioni nel corso della prigionia . 1 tedeschi si prendevano tutto quello che gli internati erano riusciti a salvare nella prima fase e, in più , andavano alla ricerca di cose di altro tipo: penne stilografiche, accendini , temperini . Senza ricevute. Durante le perquisizioni "pesanti" cercavano valuta, sterline, oro, quaderni , appunti ; commerci all'interno dei lager, effettuati personalmente da militari e sottufficiali tedeschi , o tramite civili che bazzicavano nei lager. Questo tipo di furto poteva essere estremamente redditizio: un orologio d'oro di marca , scambiato per due o tre pagnotte di pane nero di segala, una fede matrimoniale per un paio di chili di fagioli , una catenina d'oro per poche patate . Qualche volta , nel corso di questi commerci clandestini , ci scappava il morto: la sentinella , avuto l'oggetto attraverso il reticolato, sparava .
Le regole internazionali prescrivono che ai prigionieri di guerra sia riservato un trattamento alimentare pari a quello che la nazione detentrice offre ai propri soldati a riposo. Col trucco di non considerarci prigionieri i nazifascisti elusero questa regola . La novità della qualifica di internati militari italiani offrì loro una comoda scappatoia per dosare come volevano i viveri . E il dosaggio fu estremamente parsimonioso... erano razioni teoriche che venivano decurtate in partenza , assai spesso, per trame dei quantitativi con i quali si alimentava il mercato nero . Inoltre bisogna tenere conto della qualità dei vari alimenti : ad esempio, era frequente il caso di fornitura di patate gelate, immangiabili ; il pane conteneva una certa percentuale di segatura ed era sempre umido; la minestra (sbobba) era priva di grassi e di sostanze proteiche; i cosiddetti generi di conforto arrivavano molto saltuariamente, specie negli ultimi mesi dell'internamento. Comunque la razione teorica era questa : al mattino, un infuso caldo di erbe varie e fiori di tiglio; per il resto della giornata , 1 litro di sbobba di rape da foraggio, tagliate a fettucce, amare, disgustose; 300 grammi di pane, agli inizi del 1944 calò a 180 grammi e perfino a 150; 200 grammi di patate; 25 grammi di margarina ; 20 grammi di zucchero .
Quello dell'alimentazione fu il problema principale per la sopravvivenza nei campi . I prigionieri erano denutriti , perdevano peso in maniera allarmante e le vittime per fame non erano affatto rare.
Secondo studi storici 24 mila dei circa 50 mila caduti nei lager, morirono di fame e di malattie conseguenti . La mancanza di cibo era tale che i prigionieri si nutrivano di tutto ciò che era masticabile : bucce di patate, ghiande, radici , erba , avanzi di cucina recuperati tra i rifiuti . Ma anche di peggio.
La dieta , per apporto calorico, era al di sotto del livello minimo di sopravvivenza . Lo ammette anche l'ambasciatore a Berlino della Rsi , Filippo Anfuso, che in un rapporto sul lagerdì Luckenwalde scrive; «Gli internati si lagnano del nutrimento assolutamente insufficiente. Effettivamente si riscontrano numerosi casi di edemi da fame e di grave deperimento organico, spesso seguiti da morte». La situazione era particolarmente tragica per gli internati utilizzati come lavoratori coatti nelle fabbriche (quelli che furono impiegati nelle fattorie se la cavarono meglio). E spesso sono le industrie stesse a farlo presente, lamentando che il precario stato di salute di molti lavoratori , provocato dalla denutrizione, condizionava il loro rendimento. «Una dipendenza della Mannesmannrohren-Werke» la Heinrich-Bierwes-Hutte di Duisburg , a cui nell'ottobre del 1943 furono assegnati 349 Imi , riferiva: "II medico aziendale si è occupato in particolare del cattivo stato nutrizionale degli internati militari italiani , ì quali al momento del loro arrivo in fabbrica erano talmente denutriti , che un certo numero di loro presentava già grossi rigonfiamenti (edemi da fame) sulle gambe". Un altro impianto siderurgico della Rurh , la Gutehoffnungshutte di Oberhausen , che nell'ottobre del 1943 ricevette 1.227 Imi , ci offre un quadro simile : "La percentuale dì ammalati era straordinariamente alta fra gli internati militari italiani . La causa dì ciò va individuata nel fatto che gli italiani giunsero a Oberhausen in uno stato di totale debilitazione e denutrizione . All'inizio quasi tutti erano in condizioni tali da non poter essere impiegati al lavoro e soffrivano dei tipici sintomi della denutrizione". La situazione si ripete uguale dappertutto.
Al peggio, però, non c'è mai fine. I tedeschi, infatti , per risolvere il problema della scarsa produttività degli italiani , diedero un'ulteriore prova del proprio sadismo : invece di aumentare la quantità delle razioni di cibo, inventarono il Leistungsernahrung , che tradotto significa alimentazione proporzionata alla produttività . Questo metodo, applicato a partire dall'ottobre del 1942 ai prigionieri sovietici impiegati nelle miniere di carbone, venne esteso rapidamente a tutto il settore industriale : «Esso» consisteva nel dividere i lavoratori stranieri in tre scaglioni : il primo costituito da coloro che avevano un rendimento pari o superiore all'80% di quello di un operaio tedesco di pari qualifica ; il secondo costituito da coloro il cui rendimento oscillava tra 1'80% e il 60% ; e il terzo costituito da coloro il cui rendimento era inferiore al 60%. Questi ultimi subivano una decurtazione della razione standard e ciò che veniva tolto a loro veniva assegnato, come premio, a quelli del primo scaglione. Oltre alla riduzione del vitto erano inoltre previste anche altre punizioni , come lavoro supplementare e l'assegnazione a incarichi particolarmente sporchi . Il Leistungsernahrung ebbe poca efficacia , anche a detta dì molte direzioni aziendali : «Ci aspettiamo scarsi risultati da questa normativa» si legge in un rapporto «essa non farebbe altro che aumentare il numero degli ammalati fra questi Imi malnutriti» . Ma i nazisti non se ne preoccuparono affatto.
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