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Gli Imi furono liberati in momenti differenti . La liberazione dei lager avvenne in tempi diversi , con l'avanzare dei fronti, già nel 1944 in Ucraina e Prussia , per lo più tra il gennaio e i primi di maggio del 1945 in Polonia e Germania e prima ancora nei Balcani . Come è noto, esisteva l'ordine di Hitler e di Himmler di non lasciare tracce appariscenti dei lager, come a Treblinka , o perlomeno di evacuarli uccidendo i prigionieri , per non fornire al nemico prove dei crimini . Per fortuna , nella maggior parte dei campi le guardie fuggirono all'approssimarsi dei liberatori o non fecero in tempo a eseguire l'ordine. In alcuni campi vi furono eccidi .
I prigionieri vennero liberati dai soldati alleati (o si liberarono da soli, fuggendo dai nazisti man mano che avanzava il fronte di guerra).
La liberazione fu un momento di grande gioia . Per gli Imi significava la fine delle sofferenze e il ritorno a casa . Ma il rimpatrio non fu immediato. La gran parte di essi , prima di potere rivedere l'Italia , dovette attendere il proprio turno, anche a lungo, nei territori dell'ex Terzo Reich ; non più da schiavi di Hitler, ma pur sempre con le fatiche e i dolori di venti mesi di prigionia sulle spalle. Moltissimi non riuscirono a rientrare prima di settembre, ottobre e anche oltre. Sulla vicenda pesarono il caos seguito alla guerra, i problemi di organizzazione e il colpevole disinteresse mostrato dal governo italiano. Gli Imi furono, sostanzialmente, abbandonati a se stessi .
La dispersione degli Imi liberati ritardò il loro raduno in centri di rimpatrio organizzato. Parecchi tentarono di raggiungere l'Italia per proprio conto... A complicare le cose, oltre al gran numero, era anche il particolare stato giuridico degli Imi, ignorati dalla Croce rossa , classificati dagli inglesi come "displaced persons" (Dp, profughi, apolidi) e dagli americani come "prisoners of war" (Pow), prigionieri di guerra... Nell'estate del 1945 le vie e i mezzi di comunicazione erano ingolfati da milioni di soldati vittoriosi e sconfitti , ex prigionieri e profughi tedeschi e di tutte le nazioni, che si incrociavano da Est a Ovest , da Ovest a Est , da Nord a Sud e da Sud a Nord , con ponti di fortuna , ferrovie rabberciate, ingorghi stradali , carenze di mezzi di trasporto... L'Italia , combinata com'era all'indomani del 25 aprile, non poteva fare molto, e fece ancora meno, per recuperare quel "milione" (come lo valutavano allora) di ex internati... Il rimpatrio si svolse soprattutto nell'estate e nell'autunno 1945, da Germania , Francia , Balcani e Russia . Quello dalla Germania fu particolarmente caotico e presentò ritardi per ingolfamenti e scarse sollecitazioni delle nostre autorità . Nessun rappresentante ufficiale del nostro governo si presentò nei nostri lager liberati... Dunque, nessun palese interesse dell'Italia e i "liberatori" alleati si meravigliavano di non vedere commissioni italiane tra le molte straniere in visita ai campi liberati .
Il rimpatrio, nella maggior parte dei casi, fu gestito dagli angloamericani e avvenne su camion o via treno, lungo percorsi spesso tortuosi e accidentati . Varcato il confine, gli Imi provenienti dalle regioni del Reich venivano solitamente dirottati verso Pescantina , nel veronese , dove era stato istituito un centro di smistamento e accoglienza , e dove si organizzavano i trasporti verso le destinazioni interne al paese.
Nella sostanza, nel caos dell'Italia del primo dopoguerra , la tragica vicenda degli Imi fu presto dimenticala . Di loro non si occupò e non parlò nessuno, istituzioni comprese, come se non fossero neppure esistiti. Sugli altari finirono i partigiani , i protagonisti della Resistenza in armi , ma la resistenza attiva degli ex internati , che pagarono il loro «no» al fascismo con venti mesi di durissima prigionia , non venne riconosciuta . All'indifferenza che li aveva accolti in patria gli Imi stessi risposero conil silenzio, facendo scattare un vero e proprio meccanismo di rimozione della realtà , come se quello che era successo, fosse capitato a qualcun altro.
Dal loro esilio volontario e da una resistenza attiva , anche se disarmata , dispersi al loro arrivo in Italia e politicamente non organizzati (e quindi non interessanti e rappresentanti un'incognita), essi furono accolti nel 1945 con indifferenza e diffidenza, se non con ostilità , da un popolo che non voleva più sentir parlare di guerra e stava in bilico tra il postfascismo della Resistenza , prerogativa dei partigiani e del Corpo di liberazione, l'anticomunismo strumentalizzato dalla "Guerra fredda" e l'agnosticismo comodo di chi sta alla finestra .
Delusi, gli ex internati ammutolirono, chi per decenni e chi per sempre, rimossero il "trauma del reticolato" convinti quasi dell'inutilità del sacrificio loro e dei caduti . Del resto - sottolinea i nazisti l'avevano previsto : "Se mai uno di voi sopravviverà , qualunque cosa dirà , non gli crederanno". E non parlando gli internati , gli "altri" li ignorarono: la stampa , l'opinione pubblica , la scuola , la generazione dei figli . Le ragioni che precipitarono questa vicenda nell'oblio furono molteplici . Detto, della volontà dei protagonisti di tacere, in qualche modo di farsi dimenticare, non si può non evidenziare il peso che in tutto ciò ebbe la politica : i diversi schieramenti in campo esaltarono (giustamente, ma anche appropriandosene per il proprio interesse) i meriti della lotta partigiana , quella con le armi , e il ruolo decisivo dei liberatori americani . Degli Imi , questo magma così composito di vite sperse, nessuno sapeva bene cosa farne, dove collocarli politicamente. Non solo, gli internati militari , nonostante il sacrificio personale e il fatto che fossero, nella stragrande maggioranza , dei «ragazzotti» trascinati loro malgrado in una guerra che non avrebbero voluto combattere, rappresentavano il passato, l'ombra lunga del regime che si stendeva sulla nuova Italia.«Gli Imi erano infatti i resti dell'esercito, prima protagonista e poi vittima della guerra fascista . Metterli al centro della scena avrebbe implicato una piena assunzione, nell'identità nazionale, del peso della guerra fascista e della quasi totale acquiescenza con la quale era stata portata avanti , senza entusiasmo, ma nemmeno senza apprezzabili forme di dissociazione, fino al disastro finale, ai bombardamenti , alla fame, ali'8 settembre. Sono queste, probabilmente, le ragioni di fondo per cui per decenni gli internati militari hanno fruito, tutt'al più , dello status di "assenti giustificati" o di protagonisti di una "resistenza passiva"... L'enorme massa dei reduci è prima di tutto una massa di ex combattenti e, soprattutto, nel biennio 1943-45, di non combattenti . Nella guerra cui l'antifascismo militante ha affidato la rinascita morale e politica della nazione - guerra anche civile, di valori di civiltà , armata e sanguinosa - i militari internati non ci sono.
Giorni e mesi dopo la gloriosa insurrezione... finalmente tornano sulla scena . Gli stracci che li coprono sono i resti delle lacere divise del regio esercito, quelle che indossavano al momento della cattura , due anni prima . Incarnano la tragedia di un passato che nessuno vuole rivedere . Sono figure di difficile interpretazione; una marea , ma frantumata in mille rivoli , priva di un'immediata spendibilità politica .
L'oblio è durato a lungo, gli studiosi hanno cominciato ad occuparsi degli Imi solo dalla metà degli anni Ottanta : tardi, ma forse ancora in tempo per far conoscere questa pagina di storia e rendere il giusto omaggio ai «600 mila» che, con il loro sacrificio, contribuirono a portare la libertà e la democrazia nel nostro paese.
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