All rights reserved.22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"
SEI IN > INTERNATI MILITARI ITALIANI > IL RIFIUTO ALLA R.S.I.
GLI I.M.I DI CLAUDIO SOMMARUGA
DOCUMENTI D'ARCHIVIO DI CLAUDIO SOMMARUGA

Immediatamente dopo la cattura, ma anche una volta giunti a destinazione, gli internati italiani , ufficiali e truppe, furono sollecitati a mettersi agli ordini dei comandi nazista o fascista : la scelta era tra una vita di stenti nei lager o il lavoro coatto e un «posto» da soldato regolare del Terzo Reich o della nascente Repubblica sociale (in quest'ultimo caso con la possibilità di ritornare subito in patria). Ma quelli che accettarono, i cosiddetti «optanti», furono una minoranza . Nel complesso, tra i 716 mila internati , i «sì» furono poco più del 14% (6% come combattenti ss o Rsi e 8% come ausiliari). Le adesioni maggiori furono raccolte tra gli ufficiali (40% circa , contro il 13% dei soldati).
Tante centinaia di migliaia di prigionieri italiani nelle mani dei tedeschi osserva costituiscono un plebiscito negativo così imponente contro la nascente Repubblica di Salò da indurre i responsabili nazisti e fascisti a cercare di persuadere gli internati a continuare la guerra assieme alle forze del Reich . Nei primi giorni dopo la cattura sono gli ufficiali tedeschi a far leva sul preesistente patto di alleanza , sul cameratismo nato fra soldati italiani e germanici , per ottenere l'adesione al nazifaseismo. In questa prima fase l'opera di persuasione tende ad avere il consenso all'inquadramento nei reparti ss, con la rinuncia alla divisa italiana... Il risultato appare insoddisfacente e i capi fascisti e nazisti si convincono a inviare personalità italiane della carriera militare e di quella politica , per convincere gli internati . Da quel momento un corposo numero di alti ufficiali fedeli a Mussolini comincia a girare per i lager che ospitano gli intemati , ma nonostante gli sforzi della propaganda (e la dura vita in prigionia) gli «optanti» resteranno una minoranza .
Il regime nazista offrì la liberazione dai campi di prigionia e il rinvio in Italia a quei prigionieri italiani che si fossero arruolati nelle forze armate tedesche e soprattutto nelle costituende forze armate repubblichine. Una quota di prigionieri aderì a tale proposta, reiterata dal momento della cattura fino ai primi mesi del 1944, quando gli Imi avevano già fatto l'esperienza del durissimo inverno 1943 nei lager, sottoposti a una detenzione che li esponeva alla scelta fra l'eliminazione per fame nei campi e la morte per sfruttamento per lavoro coatto e militarizzato all'interno del sistema economico di guerra della Germania nazista . Ma il fatto che la stragrande maggioranza degli Imi, soldati e ufficiali , e percentualmente più quelli che questi , rifiutò di aderire alla Rsi costituì - per Berlino non meno che per Salò - un affronto e un disconoscimento di massa di altissimo valore politico .
Quella degli Imi che, a carissimo prezzo, non cedettero alle lusinghe naziste e fasciste fu una Resistenza non armata , altrettanto importante, almeno dal punto di vista simbolico, di quella annata che agiva in Italia . Sulle ragioni che spinsero la stragrande maggioranza di essi a dire «no», vi sono interpretazioni diverse. Credo che sia umano ammettere che ci sia stata una minoranza che rifiutò l'adesione perché suggestionata dalla corrente maggiore fermamente decisa a resistere. Anche così non diminuisce di molto il valore della scelta, dato che le prospettive che essa offriva erano tutt'altro che allegre. Ebbero gioco, senza dubbio, anche risentimento e rabbia per le molte umiliazioni subite. Ma è più giusto dire che gli Imi affrontarono da soldati quelle situazioni e seppero resistere come se si trovassero su una ideale prima linea . Una prima linea che ebbe il suo triste tributo di numerosi caduti , feriti , ammalati , invalidi e dispersi .
Uno studio statistico condotto nel 1994 su 431 Imi (23% ufficiali) ha dato i seguenti risultati : il 30% ha detto «no» per ragioni militari («non volevo combattere gli italiani», «ero stanco della guerra»), il 26% per questioni etiche («fedeltà» al giuramento, «dignità», «solidarietà di gruppo»), il 24% per motivi ideologici («anti-nazifascismo», «cattolicesimo», «liberalismo», «marxismo»), il 20%, infine, per valutazioni diverse . Tra di esse, va ricondotta la percezione, diffusa fra gli Imi , che il conflitto volgesse ormai al termine, con l'inevitabile sconfitta delle forze dell'Asse (percezione, come è apparso in seguito, corretta per quanto riguarda l'epilogo, ma errata rispetto ai tempi , più lunghi del previsto) e che quindi valesse la pena di sopportare il peso della prigionia in attesa della «vicina» liberazione . I soldati che fecero questa scelta subirono l'immediata ritorsione dei tedeschi : gli uomini di truppa furono avviati al lavoro coatto, gli ufficiali (che non potevano essere obbligati a lavorare, almeno fino all'agosto del 1944) vennero rinchiusi nei campi di detenzione, «costretti all'inattività e all'inedia, privati di ogni vestigia di ruolo e di status».
Lo status degli internati
Appena arrivati nel lager di destinazione, spesso dopo averne attraversati diversi altri di smistamento, i soldati italiani si rendono conto di non godere dello status di prigionieri di guerra e quindi di non essere tutelati in alcun modo dagli accordi internazionali in materia . Hitler, il 20 settembre 1943, con un provvedimento, stabilisce che essi devono essere identificati come Imi , Internati Militari Italiani . Si tratta di una denominazione del tutto impropria (per internati si dovrebbero, infatti , intendere i militari che si rifugiano in uno Stato neutrale in attesa della fine delle ostilità... e la Germania non è certo uno Stato neutrale!), ma il dittatore nazista non bada a queste «sottigliezze». Nel testo originale si legge:
«Per ordine del Fùrher e con effetto immediato, i prigionieri di guerra italiani non devono più essere indicati come tali, bensì con il termine di internati militari italiani» .
Con questa decisione il dittatore tedesco si vendicava dei soldati italiani , considerati «traditori», e si garantiva mano libera sul trattamento da riservare loro. Gli Imi non potevano avvalersi delle protezioni previste dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra (27 luglio 1929) e non avevano diritto all'assistenza della Croce rossa ; in sostanza erano abbandonati a se stessi , schiavi nelle mani della Germania nazista , senza che nessuno (né il re e neppure Mussolini) muovesse un dito per salvarli . Su tutte le giacche indistintamente «tre lettere enormi sono scritte a biacca , una biacca giallastra , fosforescente : Imi , Internato militare italiano. Scendono dalle spalle alla vita... sembriamo scritte pubblicitarie ambulanti . Innumerevoli altri italiani si stanno trascinando dietro, per l'intera Germania , la scritta pubblicitaria Imi , tutto un esercito vestito di tela che si porta sulle spalle, a biacca , fosforescente un trespolo di tre lettere : Imi . Ma Imi vuol dire infimo, profondità estrema , bassura infinita . Un esercito di schiena, sbandato, in stracci , con sulle spalle il peso di un'infamia beffarda , una signatura crudele e schernitrice .
Come detto i soldati vennero subito utilizzati nelle fabbriche e nei campi agricoli a sostegno dello sforzo bellico, mentre gli ufficiali restarono segregati nei lager. Lo status degli Imi cambiò, però, ancora una volta e sempre per volere del Fiirher. Il 20 luglio del 1944 Hitler e Mussolini strinsero un accordo in base al quale i militari deportati venivano trasformati in «lavoratori civili», anzi «liberi lavoratori civili» secondo il vocabolario capovolto de «La Voce della Patria», un foglio propagandistico stampato a Berlino, che veniva distribuito nei campi : era l'ennesima tragica beffa . La formalizzazione del nuovo status non produsse effetti particolari sui soldati (erano obbligati a lavorare da Imi e avrebbero continuato a farlo da «liberi»), nia modificò la situazione degli ufficiali i quali , volenti o nolenti , furono in buona parte anch'essi sollecitati a piegarsi alle esigenze produttive del Reich . Di fatto Mussolini non volle o non potè fare nulla per i connazionali internati , che rimasero totalmente alla merce dei nazist . Né il Comitato internazionale della Croce rossa né la Young Men's Christian Association né la Chiesa poterono occuparsi degli internati militari italiani , a cui tuttavia era assicurata assistenza spirituale da parte di sacerdoti . Chi dunque si interessava dei prigionieri italiani? Ufficialmente il compito spettava all'ambasciata di Mussolini a Berlino presso la quale fu allestito nel febbraio del 1944 un "Servizio assistenza internati militari italiani e civili" (Sai), allo scopo di soccorrere i connazionali fatti prigionieri dall'alleato. Ma i responsabili di questo Servizio non poterono far molto . Essi potevano si chiedere, proporre, insistere, sollecitare, ma non erano assolutamente in grado di agire efficacemente o meglio ancora di prendere qualcosa sotto la propria responsabilità. I primi soccorsi arrivarono con grande ritardo, solo nel maggio del 1944, e in quantità del tutto insufficiente. I prigionieri delle altre nazionalità ricevono settimanalmente qualche pacco contenente viveri di conforto, sigarette e altro. I prigionieri russi e gli italiani : niente! I tedeschi si giustificavano dicendo che, in virtù di un accordo fatto con Mussolini , i prigionieri italiani dovevano essere considerati volenti o nolenti, lavoratori volontari e, perciò, non aventi diritto a godere di nessun aiuto. Dall'altra parte, cioé dal Sud, il governo Badoglioo se ne lavò egregiamente le mani , con la scusa di non potere intervenire a causa fronte di guerra che lo separava da ogni possibile contatto coi l'attuale "nemica" Germania . E la Croce rossa intemazionale ? Facilissimo . Visto che erano abbandonati da tutti , non fece altro che abbandonarli anche lei .
Nella sostanza , gli Imi , che avevano un pressante bisogno i conforto morale e materiale, furono abbandonati al proprio destino . Qualunque esso fosse. Gli unici aiuti , pur tra mille difficolta , vennero dalle famiglie in patria . La vicenda dei pacchi e delle corrispondenze è , davvero, illuminante. Mentre, come sottolineato, i prigionieri di altri paesi ricevevano pacchi con una certa regolarità dalla Croce rossa o dai rispettivi governi , gli italiani potevano solo sperare nei proprì cari . E ogni volta che arrivava una lettera o un pacco era una festa : «14 maggio» nota un ex internato : «Oggi grande giornata . Mi è arrivato un pacco. Non si può assolutamente descrivere la scena , bisognerebbe essere presenti quando arrivano questi pacchi . Siamo peggio di una muta di lupi affamati all'assalto. Il disordine sfocia sempre nelle legnate che i tedeschi ci somministrano tra grida e improperi . Quando finalmente riescono a metterci in linea , inizia la chiamata dei destinatali . Durante l'appello siamo irrequieti e le imprecazioni contro quelli che spingono sono terribili . Finalmente quando entriamo in possesso del nostro pacco, lo teniamo stretto con tutte e due le braccia: non farebbe con altrettanta gelosia e tenerezza mia madre col suo barnbino! Lo teniamo, accarezzandolo con gli occhi ; sognando e pensando intensamente a quanta manna vi si nasconda , con quale ansia si apre quel pacco, con quale delicatezza vi si dispongono le cose che vi sono dentro! La roba da mangiare sparisce assai presto. È troppa la fame arretrata : è come se entrasse in un buco senza fondo. Molti fanno indigestione e dopo un po' si sentono male. Che importa? Basta mangiare almeno una volta a sazietà . Il nostro fisico, ormai debole e non più abituato a nutrirsi regolarmente, subisce un contraccolpo che ci porta a tristi conseguenze; ma quando si ha davanti , tutto d'un colpo, quella grazia di Dio, non si può fare a meno d'ingoiare continuamente e di dar fondo a tutto. Inutile dire che si fa di nascosto, per non farsi vedere da quelli che non hanno avuto il bene di ricevere qualcosa : si va via soli , come si sfuggisse a un'insidia».
E per chi non riceveva nulla (cibo, vestiti e notizie da casa) il senso di abbandono diventava insopportabile.


All rights reserved.22 Dicembre 2002 "Per non dimenticare la Shoah"