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 Per quanto concerne più specificamente il recupero e la conservazione della memoria della Shoah, le varie Chiese cristiane hanno indubbiamente compiuto nell'ultimo mezzo secolo un lungo percorso. Tale cammino è stato propiziato dal graduale instaurarsi di un clima di attenzione e di reciproco rispetto tra cristiani ed Ebrei, ma soprattutto dal desiderio delle Chiese di fare in qualche modo ammenda per il greve antigiudaismo (il sistematico "insegnamento del disprezzo" verso gli Ebrei) diffuso per troppi secoli urbi et orbi.
Lungo l'arco degli utimi decenni, sia nel mondo cattolico sia in quello protestante si sono registrati numerosi pronunciamenti ufficiali circa l'atteggiamento dei cristiani di fronte all'antisemitismo nazista e ai suoi esiti rovinosi. In campo protestante, un rilievo particolare ebbe la risoluzione Rinnovamento del rapporto tra cristiani ed Ebrei, approvata nel 1980 dai sinodo evangelico della Renania. Questo testo segnò una svolta nei rapporti tra protestanti ed Ebrei. Innanzitutto vi si riconoscevano con chiarezza la corresponsabilità e la colpa della cristianità tedesca nella Shoah; in secondo luogo, si cercava di affermare una nuova visione cristiana di Israele, sostenendo la permanente elezione del popolo ebraico come popolo di Dio in aperta opposizione alla tradizionale visione secondo cui la Chiesa cristiana avrebbe soppiantato Israele; in terzo luogo, il tono e il linguaggio di questa risoluzione evocavano quelli delle confessioni di fede.
Non meno significativa fu la pubblica assunzione di responsabilità che i vescovi cattolici della Repubblica federale tedesca, riuniti in un sinodo congiunto, compirono nel 1975: «Noi siamo il paese la cui recente storia è oscurata dal tentativo sistematico di distruggere gli Ebrei. Durante questo periodo di regime nazionalsocialista siamo stati una comunità religiosa che, nonostante il comportamento esemplare di pochi, è stata principalmente interessata alla propria sopravvivenza, a che tutto andasse liscio nelle proprie istituzioni, ed è rimasta in silenzio di fronte ai crimini commessi contro gli Ebrei. Molti, preoccupati per la propria vita , si sono gravati del peso della colpa. La cosa straziante è che i cristiani parteciparono a questa persecuzione».
Ma ancora più significativa, forse, furono gli atti di pentimento e la richiesta di scuse che i vescovi francesi resero pubblici il 30 settembre 1997 per avere taciuto sui misfatti del regime collaborazionista di Vichy. Dinnanzi al memoriale del "Campo di transito" di Drancy, in piedi su quel che resta del binario dal quale settantacinquemila (75.000) Ebrei francesi mossero per intraprendere tra il 1942 e il 1944 il loro viaggio verso la morte, monsignor Olivier de Beranger, vescovo della diocesi di Drancy, espresse il rammarico della Chiesa di Francia per il silenzio dei cattolici «di fronte all'ampiezza del dramma e al carattere inaudito del crimine». Un mea culpa radicale che, al di là delle circostanze storiche, denunziava le radici religiose «di questa cecità» e «il ruolo, se non diretto quanto meno indiretto» che ebbero «i luoghi comuni antiebraici colpevolmente coltivati in seno al popolo cristiano nel processo che ha condotto alla Shoah»: infatti, ammettevano i vescovi francesi «a dispetto (e in parte a causa) delle radici ebraiche del cristianesimo, e della fedeltà del popolo ebraico testimone del Dio unico attraverso la sua storia, lo "scisma primordiale", sorto nella seconda metà del I secolo, ha portato al divorzio, poi a una animosità e a un'ostilità plurisecolare tra i cristiani e gli Ebrei. Secondo il giudizio degli storici, è un fatto attestato che durante i secoli, nel popolo cristiano ha prevalso, fino al Concilio Vaticano II, una tradizione di antigiudaismo che ha segnato a livelli diversi la dottrina e l'insegnamento cristiani, la teologia e l'apologetica, la predicazione e la liturgia». Per i vescovi francesi «su questo terreno è cresciuta la pianta velenosa dell'odio per gli Ebrei.»
Nel caso francese «le autorità spirituali, impantanate in un lealismo che andava molto al di là dell'obbedienza tradizionale al potere stabilito, si sono, in maggioranza, limitate a un atteggiamento di conformismo, di prudenza e di astensione, parzialmente imposto dal timore di rappresaglie contro le opere e i movimenti della Gioventù cattolica. E se resta vero che si possono citare in abbondanza gesti di solidarietà, bisogna chiedersi se gesti di carità e di sostegno sono sufficienti a onorare le esigenze di giustizia e il rispetto dei diritti della persona umana». In ogni caso, secondo i vescovi, ci fu allora un «ripiegamento su una visione ristretta della missione della Chiesa» cui si aggiunse «una mancanza di comprensione dell'immenso dramma planetario in atto, che pregiudicava il futuro stesso del cristianesimo».
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