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Un mondo aperto: quando nacque la Donzelli (i primi titoli uscirono nel febbraio del 1993) l’idea posta al centro della riflessione, la sfida lanciata a se stessi e ai lettori, fu proprio questa.
Un piccolo gruppo intellettuale, geloso della propria autonomia, dotato di grandi entusiasmi ma di limitate risorse finanziarie, decise in quel momento di mettere a frutto l’esperienza fatta negli anni precedenti attorno alla rivista “Meridiana” e allo studio del Mezzogiorno contemporaneo, e di alzare il tiro, fondando una casa editrice che avesse per dimensione di riferimento il mondo che ci stava davanti. Un mondo nuovo, post-ideologico, fatto di frantumate identità più che di tranquille certezze, di complicati conflitti più che di contrapposti e bloccati antagonismi. E però un mondo aperto: all’ansia e all’inquietudine, ma anche alla curiosità e alla esplorazione.
Curiosità, progetto, catalogo sono state da allora le nostre parole d’ordine. Una curiosità onnivora, invadente, capace di spaziare dall’indagine sulle trasformazioni del nostro “piccolo” universo, all’attenzione per gli altri tempi e gli altri spazi. Un progetto a tutto campo, che non settorializzasse la ricerca, che mescolasse i saperi, le tendenze, le discipline, moltiplicandone gli effetti di conoscenza. Un catalogo strutturato come una rete in grado di accogliere ogni libro con elasticità, ma di cui fosse possibile individuare la trama, i fili portanti.
Libri cercati secondo un disegno; disposti sopra una mappa; libri da inventare, quando non si trovino già fatti.
Libri, non feticci. Non l’ultimo baluardo della cultura contro le nuove barbarie. Occhi e mani di carta per vedere e toccare pezzi di mondo.
Editrice Donzelli Editore srl Via Mentana, 2b 00185 Roma - Tel. 06 4440600 - Fax 06 4440607
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IL VETERANO - Undici anni nei campi di concentramento (1934-1945)
a cura di Carl Schrade
 Arrestato nel 1934 all’uscita di un caffè berlinese per aver pronunciato alcune frasi critiche sul regime hitleriano, il giovane commerciante svizzero Carl Schrade diventerà un «veterano» dei campi di concentramento nazisti, trascorrendovi undici anni della sua vita e passando per una impressionante, penosa serie di luoghi, dai nomi tristemente noti: Lichtenburg, Esterwegen, Sachsenhausen, Buchenwald, Flossenbürg. Dopo la liberazione e il processo di Dachau, nel quale si troverà a testimoniare contro i responsabili delle atrocità cui aveva assistito, in particolare quelle commesse ai danni dei malati da parte dei medici nazisti, Schrade comincia a trasferire sulla carta i suoi terribili ricordi. Questo incredibile documento, affidato all’amico Jehan Knall-Demars, figura storica della Resistenza francese, che ospitò Schrade nella sua casa di Nizza, resterà sepolto per settant’anni, prima di vedere la luce oggi, diventando in Francia un vero e proprio caso editoriale. Il veterano è una testimonianza unica: Schrade segue fin dall’origine la lunga evoluzione del sistema concentrazionario, osservando in tutte le sue fasi il cambiamento nella logica dei campi e nella provenienza dei prigionieri e degli internati. Lavori logoranti, umiliazioni, violenze gratuite, malattie, epidemie, rapporti umani retti nella maggior parte dei casi dalla negazione dell’umanità stessa: la radiografia di Schrade non risparmia niente. Come osserva acutamente Alessandro Portelli nella sua prefazione, la scrittura di Schrade, incredibilmente precisa e lucida, conserva una rara capacità di riconoscere anche nelle vittime gli effetti del degrado e della corruzione: a sottolineare come «il rischio di essere aguzzini o complici è parte di noi in quanto esseri umani».

VITE DI CARTA - Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo
a cura di Anna Pizzuti
 «Signor questore di Frosinone non è stato possibile conoscere il luogo ove gli ebrei, qui internati, furono deportati».Così scriveva il sindaco di San Donato Val di Comino nel 1945, a poco meno di un anno dalla conclusione della vicenda dei ventotto ebrei stranieri che, a partire dall’agosto del 1940, erano stati internati dal regime fascista nel paese in provincia di Frosinone, al confine con l’Abruzzo. Sedici i deportati, di cui dodici deceduti nei lager nazisti, salvi gli altri grazie anche, in vari casi, all’aiuto ricevuto dagli abitanti del paese. Il lavoro di Anna Pizzuti che da anni, mossa da intensa passione civile, insegue nelle carte le tracce della vicenda, rimasta a lungo sommersa, degli internati ebrei stranieri in Italia ricompone le storie dei singoli e di intere famiglie che dal 1940 al 1944 entrarono, sia pure forzatamente, nella vita della piccola comunità di San Donato. Paradossalmente, la testimonianza più concreta di queste vite senza diritti, appese a un foglio, a un timbro, a una firma di un funzionario senza volto, ci viene restituita proprio dai documenti conservati negli archivi della burocrazia di Stato. Su questa documentazione si concentra il libro, e alla fine, attraverso un paziente lavoro di ricostruzione, la burocrazia stessa, da meccanismo stritolante, si trasforma in involontario e incancellabile strumento di memoria di ciò che è stato, nonostante le distruzioni o gli occultamenti. Anzi diventa la dimostrazione, tragicamente innegabile, che «questo è stato».

MEMORIA DELLA SHOAH
a cura di Saul Meghnagi
 L’idea dell’annientamento del popolo ebraico, nel XX secolo, si è sviluppata in Europa, nella «culla» dell’Illuminismo, degli ideali di «libertà, uguaglianza, fratellanza», dell’autodeterminazione dei popoli, dello Stato di diritto: nel continente che ascrive a sé valori fondanti della cultura contemporanea. La Shoah ha trovato la sua realizzazione concreta in paesi che hanno contribuito in modo decisivo alla filosofia, alla scienza, alla letteratura, alla musica, all’arte: è nella nostra storia. Oggi, mentre si assiste alla progressiva scomparsa dei testimoni, la Shoah solleva ancora molti interrogativi: sulla convivenza civile tra persone di tradizioni, religioni, lingue, sensibilità diverse; sui diritti universali della cittadinanza; sulla crescita della democrazia.
In tale ottica, i saggi raccolti nel volume analizzano la «Memoria della Shoah», nelle sue implicazioni di documentazione, di ricerca, di rappresentazione, riproponendola con una stringente attualità. Una questione delicata, spesso oggetto di interpretazioni distorte e controverse, affrontata con un approccio nuovo e originale, con uno sguardo critico e coraggioso che non si ritrae davanti agli aspetti più problematici.
Una rigorosa ricostruzione storica accompagna l’esame di documenti e di strumenti educativi adeguati per salvaguardare e trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza dei fatti e il ricordo di ciò che è stato.
Una parte significativa del volume è dedicata alla progettazione di un museo della Shoah; di grande interesse anche il repertorio filmografico che chiude il libro, con indicazioni e suggerimenti di percorsi didattici.

STRAGI NAZISTE IN IYALIA
a cura di Klinkhammer Lutz
 Di fronte al dolore dei superstiti e dei parenti delle vittime, qualsiasi tentativo di analisi e di inquadramento storiografico delle stragi commesse durante l’occupazione tedesca in Italia rimarrà insoddisfacente. Ma la memoria necessaria e incancellabile non basta. Sta alla ricerca scientifica cercare di chiarire le responsabilità individuali e istituzionali, mentali e ideologiche.
In Italia, oltre ai civili deportati nei campi di concentramento, agli ebrei sterminati, ai militari uccisi dopo l’8 settembre 1943 o morti nei campi di internamento, più di diecimila civili, tra cui molte donne e bambini, furono vittime di atti di violenza commessi dall’occupante tedesco.
Prendendo in esame l’episodio delle Fosse Ardeatine, il ruolo di Erich Priebke, il massacro degli ebrei sul Lago Maggiore, e alcuni degli eccidi più efferati, Klinkhammer delinea una tipologia delle stragi e valuta il ruolo e la responsabilità degli alti quadri della Wehrmacht. Un lavoro pionieristico, che ha gettato luce sulle pagine più drammatiche dell’occupazione tedesca, e che ora in questa nuova edizione passa in rassegna e discute i più recenti contributi storiografici, riproponendo domande cruciali: qual era la posizione dell’Italia occupata nel sistema nazionalsocialista di dominio? E quali le matrici psicologiche e culturali delle stragi perpetrate nei paesi occupati? E quali, infine, sono stati i percorsi della memoria collettiva italiana nei confronti degli eccidi?

IL PAPA E IL DIAVOLO - Il Vaticano e il Terzo Reich
a cura di Hubert WOLF
 I rapporti tra la Santa Sede e il Terzo Reich sono da sempre stati oggetto di controversie, ipotesi ardite, leggende e mitologie dovute spesso alla mancanza di testimonianze e documenti che sconfessassero l’una o l’altra tesi. Grazie a una minuziosa analisi delle nuove fonti degli Archivi vaticani, rese accessibili solo negli ultimi anni, il volume di Wolf riesce a rispondere ad alcune questioni nodali che la ricerca storica aveva finora dovuto lasciare aperte: qual era la visione vaticana della Germania negli anni che segnano l’ascesa al potere del nazionalsocialismo? Cosa si sapeva del movimento hitleriano?Quali erano i rapporti tra la Chiesa tedesca e la centrale romana? Fino a che punto il Vaticano è stato disposto a trattare con il «diavolo», pur di garantire l’assistenza spirituale ai propri fedeli?
Sulla base di documenti inediti, acquisiti grazie ad anni di ricerche negli archivi romani, l’autore ricostruisce il panorama dei rapporti tra Vaticano e Terzo Reich negli anni che vanno dall’inizio della Repubblica di Weimar allo scoppio della seconda guerra mondiale, con una particolare attenzione al ruolo di Eugenio Pacelli, Pio XII, dalla nomina a nunzio apostolico a Monaco nel 1917 fino alla sua elezione a papa nel 1939. Per la prima volta possiamo seguire sui documenti ufficiali gli scontri dietro le mura vaticane tra filosemiti e antisemiti, accorti diplomatici e fondamentalisti dogmatici, vescovi tedeschi e cardinali romani in uno dei periodi più complessi della storia contemporanea. L’autore ripercorre gli episodi emblematici di quest’epoca cruciale, chiarendo come si giunse nel 1933 al concordato con il Terzo Reich, perché Mein Kampf non fu messo all’Indice e cosa si celava dietro il «silenzio» papale sulla persecuzione degli ebrei.
In un racconto scrupoloso e affascinante, ricco di analisi approfondite e ponderate, viene tracciato il ritratto di papi, vescovi, nunzi e segretari di Stato impegnati in una lotta contro le diverse forme moderne del «male».

NAUFRAGHI DELLA PACE - Il 1945, i profughi e le memorie divise d'Europa
a cura di Crainz G., Pupo R., Salvatici S.
 «Naufraghi nella tempesta della pace»: un documentario della «Settimana Incom» del 1947 evocava così la tragedia dei profughi dell’Istria. Si aggiungevano a milioni e milioni di altri «naufraghi», frutto degli sconvolgimenti della guerra e del dopoguerra: milioni di persone sradicate dalla propria terra dalle deportazioni operate dalla Germania nazista e dalla Russia staliniana, ex prigionieri, donne e uomini in disperata fuga dall’inferno della Shoah o dalle zone martoriate dagli spostamenti del fronte. E a questa marea di profughi se ne somma un’altra, alimentata da milioni di persone espulse a forza dai paesi dell’Europa centro-orientale. Il dramma delle popolazioni tedesche ha qui un rilievo centrale: già con la fuga disperata davanti all’Armata rossa nell’ultima fase della guerra, e poi con le espulsioni dell’immediato dopoguerra dalla Cecoslovacchia, dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Romania, dalla Jugoslavia, ove il loro dramma si aggiunge a quello degli italiani dell’Istria. Si pensi ai polacchi e agli ucraini vittime di feroci espulsioni reciproche da territori in cui avevano convissuto per secoli, e ad altre sofferenze ancora: si inizieranno allora a intravvedere i contorni di una fra le pagine più rimosse della storia europea. I saggi a più mani che compongono il volume sono volti a illuminare alcuni squarci di questa vicenda, in cui drammi personali e collettivi si intrecciano: le sue origini lontane e al tempo stesso il suo collocarsi nel difficile dopoguerra di un’Europa profondamente piagata e già avviata verso le nuove divisioni e lacerazioni della guerra fredda. Essi evocano, infine, le profondissime ferite di memoria che quel trauma ci ha lasciato, nella convinzione che elaborare collettivamente il lutto di un tragico passato è un momento necessario nella costruzione di un futuro comune.

IL CONFINE DEGLI ALTRI - La questione giuliana e la memoria slovena
a cura di Marta Vergimella
 La storia di ogni confine ha sempre due facce: quella raccontata al di là è sempre diversa da quella che si ascolta di qua. I confini in quanto luoghi mutano nel tempo, si costruiscono e si cancellano, e quelli che tuttora delimitano gli Stati europei sono infatti il frutto di guerre, negoziazioni politiche e diplomatiche. Ma il loro valore simbolico è il portato degli orientamenti delle popolazioni residenti lungo i loro versanti. Condizioni favorevoli agli scambi o viceversa al conflitto sono dipese soprattutto dalle società di confine, dal loro interesse a trasformare quel limite in un passaggio piuttosto che in uno sbarramento.
Il tracciato di confine che dopo la prima guerra mondiale permise di «ricongiungere» all’Italia la gran parte delle terre irredente, Trieste, Gorizia e l’Istria, creò sconforto tra vasti strati di popolazione slovena e croata residente nella stessa area, inclusa dopo il 1918 nel Regno d’Italia. La mancata inclusione dell’«intero corpo della nazione» entro «la madre patria» provocò agitazioni, rimostranze e risentimento tra il quasi mezzo milione di sloveni e croati rimasti in Italia. Scorrono in queste pagine eventi e vicende della storia del confine italojugoslavo nel periodo tra le due guerre: i percorsi degli emigranti politici sloveni e croati fuggiti in Jugoslavia, gli intenti repressivi del fascismo di frontiera e gli obiettivi del movimento antifascista, che operò clandestinamente dagli anni venti fino allo scoppio della seconda guerra mondiale con dichiarati intenti irredentistici. Seguendo percorsi individuali si ricompongono appartenenze e specificità di una società minoritaria, quella slovena, in forte ascesa economica e sociale prima della dissoluzione dell’Impero asburgico, braccata dallo Stato italiano nelle sue forme istituzionali e politiche, ma allo stesso tempo reattiva e capace di esprimere vaste forme di resistenza nei confronti del regime fascista e dell’occupazione nazista, conflittuale nelle sue anime politiche eppure diffusamente antifascista. Si raccontano inoltre le ragioni del risentimento antiitaliano, il retroterra politico e umano del progetto dell’annessione jugoslava della Venezia Giulia, troppo spesso banalmente spiegato come progetto di dominio comunista e titino.

LA MORTE PER LA PATRIA
a cura di Klinkhammer Lutz
 Quali sono gli elementi portanti del discorso sulla morte per la patria e del culto dei caduti in Italia? Quando e in quale contesto nascono? In quale misura sono prodotti culturali e politici "importati" da altri paesi? Quali sono le fasi principali, quali le cesure e le continuità più significative? Dal Risorgimento a oggi in Italia il culto dei caduti e il morire per la patria hanno rappresentato un fattore essenziale nella sacralizzazione della nazione, la cui apoteosi trovava la sua espressione più marcata nella legittimazione nazionale della morte in guerra, sacrificio del singolo per la comunità politica. Prende il via in questo modo una secolarizzazione del concetto cristiano di vita eterna, plasmato sulla nazione. Gli autori, storici dell'età moderna e contemporanea, attraverso le rappresentazioni simboliche del lutto, analizzano le forme che il tentativo di nazionalizzazione delle masse ha di volta in volta assunto. Dall'esaltazione ottocentesca degli eroi, immortalati nei monumenti, il più vistoso dei quali il Vittoriano, si passa alla commemorazione delle vittime di guerra. L'elogio dell'individuo si trasfigura nella celebrazione del Milite Ignoto. Nel secondo dopoguerra sono pochi gli eroi: si ha piuttosto una massificazione della morte ignota che coinvolge anche i civili. Sopravvive tuttavia una tradizione militare che, attraverso l'encomio solenne della morte eroica, mantiene vivo il legame con il passato risorgimentale.

LA CITTA' E L'ISOLA - Omosessuali al confino nell'Italia fascista
a cura di Gianfranco Goretti , Tommaso Giartosio
 A seguito di meticolose indagini, decine di catanesi, in gran parte giovani o giovanissimi, vengono prima incarcerati, poi mandati al confino alle Tremiti fino allo scoppio della guerra, in due casermoni sull’isola di San Domino. Tornati a Catania, cercheranno di dimenticare e far dimenticare ciò che hanno vissuto. Pochissimi di loro, a distanza di decenni, hanno accettato di raccontarlo.
A partire da queste testimonianze e da fonti d’archivio, Goretti e Giartosio ricostruiscono un mondo che sembrava scomparso nel nulla. Gli appuntamenti sulla spiaggia di notte, le sale da ballo per soli uomini, le complicità, le rivalità, i travestimenti, gli espedienti, la paura, l’amore. E poi, dopo l’arresto, gli stratagemmi messi in atto dalle famiglie, le situazioni paradossali della vita al confino, i tentativi quasi sempre vani di rivendicare la propria innocenza e guadagnarsi la libertà.
Il tutto nel contesto di un’Italia provinciale, tenera ma più spesso spietata, in cui l’omosessuale è schernito di giorno e cercato di notte da uomini che non si ritengono omosessuali. Un’Italia stregata dal fascismo, che all’indomani delle leggi razziali è deciso a reprimere qualsiasi minaccia all’«integrità della stirpe», e che colpirà, con il tacito consenso dei più, centinaia di «invertiti».
Indagine antropologica, riflessione sull’identità, appello alla memoria civile di un paese che facilmente dimentica, questo libro è prima di tutto una storia. La storia di un gruppo di ragazzi del Sud, vissuti in un’Italia diversa (ma non troppo) dalla nostra e puniti perché erano innocenti.
Gianfranco Goretti ha svolto fin dal 1987 ricerche sul confino degli omosessuali sotto il fascismo, approdate a una tesi di laurea in storia moderna e a diverse pubblicazioni. Insegna nelle scuole superiori.
Tommaso Giartosio è narratore e saggista. Ha pubblicato Doppio ritratto(Fazi, 1998, PremioBagutta Opera prima) e Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo(Feltrinelli, 2004). È uno dei conduttori del programma di Rai Radio Tre «Fahrenheit». une.

L'ORDINE E' GIA' STATO ESEGUITO - Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria + 
a cura di Alessandro Portelli
 Qual è il significato delle Fosse Ardeatine? Quale memoria ha lasciato la strage nazista compiuta a Roma il 24 marzo 1944, come rappresaglia dell’attentato partigiano di via Rasella, in cui il giorno prima erano morti 33 tedeschi? Questo libro, uscito nel 1999 e insignito del Premio Viareggio, è divenuto ormai una pietra miliare della storiografia contemporanea e un punto di riferimento per i tantissimi lettori che continuano ad accostarsi ad esso, spesso in occasione dei ricorrenti quanto accesi dibattiti sulla memoria del fascismo e dell’antifascismo. Ad arricchire questa nuova edizione è un cd-audio in cui Alessandro Portelli ha raccolto il corpus più significativo delle voci dei testimoni da lui intervistati per costruire il suo libro. Più che mai, dunque, protagonista assoluta del libro è la voce diretta dei portatori della memoria: duecento intervistati, di cinque generazioni, e di diversissima estrazione sociale e politica (compresi fascisti ed ex fascisti).
Ancora oggi, in modo singolare, le Fosse Ardeatine rappresentano un banco di prova della coscienza delle nuove generazioni. Raccolte da Alessandro Portelli, con uno scrupolo che è pari alla passione civile e alla tensione letteraria, le voci di questo libro danno vita a una ricostruzione di grande respiro corale, che si struttura attorno all’elaborazione e alla codificazione di un linguaggio. Ed è il linguaggio, alla fine, a farsi storia: una storia parlata; parlata a Roma.
Alessandro Portelli insegna Letteratura americana all’Università «La Sapienza» di Roma. Per i tipi della Donzelli ha pubblicato America, dopo (2001, nuova edizione 2003), Il Borgo e la borgata (2002) e Canoni americani (2004). L’ordine è già stato eseguito ha vinto il Premio Viareggio 1999.

IL RICORDO DOPO L'OBLIO
a cura di Pasquale Caterina
 Il silenzio sulla strage nazista di Sant'Anna di Stazzema - primo "massacro eliminazionista" compiuto in Italia dai nazisti nell'estate del 1944 - ha tenuto lontano il paese dalla cultura nazionale del ricordo per cinquant'anni. Poi all'improvviso, nel 1994, il boom commemorativo esploso con il ritrovamento di 695 fascicoli "provvisoriamente archiviati" a Palazzo Cesi, sede degli Uffici di Vertice della Magistratura militare. Da allora, l'interessamento di media, politici, giudici e storici ha traghettato il ricordo delle vittime dalla dimensione locale a quella nazionale e internazionale. Per analizzare le nuove forme del ricordo, interpretarne i significati e descriverne le modalità di trasmissione, Caterina Di Pasquale ha condotto una ricerca sul campo durata quasi dieci anni. Ha ascoltato i sopravvissuti, i familiari delle vittime, i personaggi istituzionali coinvolti nella politica locale del ricordo. Ha raccolto le testimonianze scritte dei superstiti deceduti, le pubblicazioni locali. Ha fotografato e censito gli oggetti e i luoghi della memoria. Pezzo dopo pezzo, attraverso le fonti più eterogenee, ha ricostruito la storia culturale della memoria pubblica e privata della piccola comunità: una storia esemplare per riflettere criticamente sui conflitti interpretativi destati dall'uso e dall'abuso pubblico della memoria di guerra.

BREVE STORIA DEGLI EBREI
a cura di Michael Brenner
 Raccontare la storia degli ebrei non è semplice: non solo quasi ovunque nel mondo se ne conosce qualcosa, ma molti ne hanno già un’opinione ben definita. Per lo storico è difficile mantenere il giusto distacco se si parla degli ebrei come «popolo di Dio» o «popolo deicida», se si evoca l’«intelletto ebraico» o si attacca l’«ebraismo finanziario internazionale», se Israele è considerato il baluardo della civiltà all’interno della barbarie, o viceversa un regime brutale in un mondo pacifico. Una storia degli ebrei dovrà quindi abbracciare un orizzonte più ampio possibile. È questa la prospettiva adottata da Michael Brenner, uno dei massimi studiosi tedeschi di storia ebraica, il quale offre al lettore un quadro storico e geografico di grande respiro, che si estende per oltre 3000 anni e cinque continenti. Attraverso un’avvincente carrellata di aneddoti, eventi famosi ed episodi meno noti, il volume ripercorre le complesse vicende di un popolo: dalle origini bibliche fino alla storia recente dello Stato di Israele, l’autore segue un itinerario che dal Medio Oriente, passando per il mondo greco e romano, la Spagna moresca e la Mitteleuropa giunge in Europa orientale, in America, per poi chiudersi nuovamente in Palestina. Al cuore della storia degli ebrei c’è naturalmente il tema della migrazione. La loro vicenda itinerante ha assunto un valore universale: gli ebrei hanno lasciato infatti un’impronta profonda nelle culture con cui sono entrati in contatto, contribuendo a formare le grandi religioni e sviluppando al contempo proprie modalità del vivere sociale. L’innovativo progetto di Brenner si snoda attraverso un impianto narrativo che si avvale di un ricchissimo apparato iconografico documenti, cartine, foto d’epoca, opere d’arte , restituendoci un ritratto complesso e sfaccettato della storia del popolo ebraico.

GRANDE STORIA DELLA GERMANIA - Un lungo cammino verso Occidente
a cura di Heinrich August Winkler
 Heinrich August Winkler, il più autorevole storico tedesco del nostro tempo, si misura con un compito quanto mai arduo: raccontare a tutto tondo la storia della Germania, dalla caduta del Sacro Romano Impero alla riunificazione del paese negli anni novanta del XX secolo. Ne nasce una storia politica e insieme culturale e sociale, incentrata sulla costruzione dell’idea di nazione, in un paese che più tardi di altri ha compiuto un percorso effettivo di unificazione, ma che prima di altri aveva concepito la nazione come idea.
La questione da cui Winkler prende le mosse è la più classica: è esistito, oppure no, un Sonderweg tedesco, un percorso storico «particolare» della Germania? Per molto tempo la cultura tedesca ha risposto di sì. Oggi prevalgono invece le risposte negative. Secondo l’opinione dominante la Germania non si è differenziata dalle altre grandi nazioni dell’Europa occidentale in maniera così netta da poter parlare di una «via particolare tedesca»; e d’altra parte, una presunta «via normale» non l’ha percorsa nessun paese di questo mondo.
E tuttavia gli interrogativi sulle peculiarità tedesche riemergono continuamente, tanto da non poter essere preventivamente elusi. La risposta non può che trovarsi alla fine di una complessa ricognizione storica, al cui centro si deve porre il rapporto tra democrazia e nazione. Da qui si dipana un’esposizione piana e rigorosa, accessibile nello stile, e densa di spunti di riflessione. Fin dalla sua nascita, la nazione tedesca ha dovuto confrontarsi con quel mito dell’impero, la cui costruzione, iniziata in età medievale, ha attraversato tutta la sua storia, e le cui origini erano riconducibili al lontano passato della Roma imperiale. Con esso ogni successivo passaggio ha dovuto fare i conti: dall’esperienza bismarckiana alla guerra franco-prussiana; dall’età guglielmina alla prima guerra mondiale; dalla Repubblica di Weimar alla catastrofe del Terzo Reich, destinata a segnare con un marchio indelebile la memoria e la coscienza delle generazioni future; fino alla lunga e dolorosa fase dei «due Stati» e alla definitiva, liberatoria unificazione del 1990.
Un grande storico tedesco dell’Ottocento, Leopold von Ranke, aveva attribuito alla storia il compito di dire «semplicemente come le cose sono andate davvero». «Dopo Hitler osserva Winkler la storia non si può più scrivere così. La domanda deve essere un’altra. Perché le cose sono andate davvero così?».

COL FREDDO NEL CUORE - Uomini e donne nell'emigrazione antifascista
a cura di Patrizia Gabrielli
 L’emigrazione antifascista vista nella sua dimensione quotidiana e di massa: è questo l’angolo prospettico dal quale Patrizia Gabrielli osserva l’ampio movimento migratorio che ha interessato, insieme ai grandi protagonisti dell’intellettualità italiana di quegli anni, militanti di base ed esponenti dell’antifascismo popolare. La pluralità dei soggetti, qui analizzata sia sotto il profilo delle appartenenze sociali e politiche, sia sulla base della categoria di genere, la molteplicità delle voci di uomini e donne di diverse generazioni, classi sociali, livello di istruzione e persino di bambini, la possibilità di conoscere le speranze, la solitudine, i dispiaceri e le gioie di individui in carne ed ossa impongono una revisione dell’immagine stereotipata del militante antifascista.
Sulla base di un’ampia documentazione le lettere degli esuli dall’Unione Sovietica e dalla Francia il volume esamina le diverse forme dell’appartenenza politica, che conducono, in anni di impegno per molti totalizzante, all’assunzione di differenti visioni del mondo: un aspetto che emerge con particolare vigore nel capitolo dedicato a un noto esponente della cospirazione giellista, Mario Levi. La corrispondenza tra l’esule in Francia e i familiari a Torino riconduce all’universo della cospirazione, oltre che al delicato ma tenace rapporto tra Mario e la sorella Natalia Ginzburg.

LA REPUBBLICA DI WEIMAR - 1918-1933: storia della prima democrazia tedesca
a cura di Heinrich August Winkler
 «Gli anni dal 1918 al 1933 furono un'epoca drammatica per la Germania. E gli storici non debbono cercare di sdrammatizzarli». Con questo approccio, che assume e riprende tutta la tensione critica evocata dalla storia della Repubblica di Weimar, Heinrich August Winkler, il più autorevole studioso della storia tedesca del primo Novecento, si ricollega ai grandi modelli della storiografia classica, ma al tempo stesso richiama il contributo offerto dalle scienze sociali all'analisi degli avvenimenti della prima Repubblica tedesca. Di certo, quegli anni sono stati decisivi, e non solo per la storia tedesca; se la Repubblica di Weimar non fosse fallita e Hitler non fosse andato al potere, il mondo in cui oggi viviamo sarebbe completamente differente. Una domanda si ripropone dunque insistente: Weimar si sarebbe potuta salvare o il suo fallimento era inevitabile?
Questo libro, che si può definire come una pietra miliare della storiografia su Weimar, prende le mosse da una simile domanda, ma non offre subito una risposta. Vengono dapprima passate in rassegna tutte le fonti documentarie. Il lettore ha così la possibilità di giudicare autonomamente e di sottoporre a verifica gli stessi giudizi dell'autore. Il risultato è una storia di Weimar quale fino a oggi non era mai esistita: basata su solidissime fondamenta scientifiche e al tempo stesso altamente comprensibile, precisa nell'analisi e insieme suggestiva nel racconto, avvincente ma anche capace di suscitare un giudizio riflessivo da parte del lettore.

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