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La Casa Editrice Einaudi è sempre stata sensibile nella tematica educativa della Shoah con numerosi testi ed autori di fama internazionale . Per citare l'esempio più eclatante non dimentichiamo "Se questo è un uomo" di Primo Levi e il Diario di Anna Frank .
Giulio Einaudi editore Via Biancamano, 2 10121 Torino
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ARGOMENTI PER LO STERMINIO. L'antisemitismo e i suoi stereotipi nella cultura europea (1850-1920)
a cura di Francesco Germinario
 Fra la prima metà dell'Ottocento e gli inizi del Novecento in Europa si afferma una cultura che procede sicura nella razzizzazione della figura dell'ebreo. È il caso di dire che la cultura «alta» - espressa da scrittori, scienziati sociali, medici e famosi pubblicisti - legittima gli atteggiamenti dell'antisemitismo militante, impegnati nelle agitazioni di piazza.
Ecco perché, vista dall'angolazione delle rampe di selezione di Auschwitz-Birkenau, la cultura europea non può rivendicare patenti di immunità o di innocenza. La cultura politica antisemita ha agito semmai da amplificatore di giudizi e atteggiamenti antiebraici, che settori consistenti di intellettuali europei avevano elaborato al chiuso dei loro studi.
Sul piano storiografico bisogna allora chiedersi se il nazismo non potesse presentarsi quale erede di determinati filoni e atteggiamenti culturali e «scientifici», ampiamente diffusi nella cultura europea dei decenni precedenti.
Indagare «l'antisemitismo dei colti» in europa prima del nazismo significa compiere un decisivo salto d'analisi nella storicizzazione della Shoah.
Una piú esatta comprensione della Shoah è possibile indagando l'universo ideologico dell'antisemitismo. Il fondamento di questa cultura politica antipluralista e ostile ai sistemi politici liberali, è rintracciabile nel tentativo di costruire una serie di stereotipi - dall'ebrea seducente, sessualmente perversa e incline alla prostituzione all'ebreo nevrotico, e dunque rivoluzionario - capaci di determinare un'immagine differenziata dell'ebreo. La differenziazione tocca il culmine nell'associare l'ebreo agli animali nocivi (ratto, iena, pidocchio ecc.): una differenziazione che fornirà il bagaglio culturale necessario ai nazisti per programmare la loro politica di sterminio.
Il dato storiografico e teorico-politico sconcertante è che questa strategia di differenziazione ha registrato il contributo significativo di voci e discipline della cultura europea, dalla narrativa alla psichiatria.
È dunque il caso di interrogarsi se, oltre all'«antisemitismo degli antisemiti» nell'Europa precedente il nazismo non sia stato attivo anche l'«antisemitismo dei colti», impegnato, dall'alto di un'equivoca neutralità scientifica, a suggerire suggestioni e spunti in materia di stereotipi che poi l'antisemitismo militante e plebeo rielaborava e diffondeva nella sua vasta pubblicistica e nelle sue agitazioni.

GLI EBREI SOTTO LA PERSECUZIONE IN ITALIA
a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri
 Questa ampia scelta di testimonianze coeve è frutto di un accurato lavoro su documenti poco esplorati: ci propone la cronaca della persecuzione cosí come fu registrata giorno dopo giorno dagli stessi ebrei, cioè coloro che subirono le leggi razziali, gli arresti, le deportazioni e spesso pagarono con la vita.
I brani sono stati suddivisi tematicamente e cronologicamente per consentire di ripercorrere l'intera storia della persecuzione antiebraica in Italia tra il 1938 e il 1945, dalla campagna di propaganda antisemita all'emanazione delle leggi razziali, dall'internamento sotto il fascismo alle razzie e agli arresti sotto la Repubblica sociale italiana, dalla fuga in clandestinità al concentramento nei campi italiani, dalla deportazione nei campi di sterminio al ritorno dei sopravvissuti.
Un affresco storico che assume un significato particolare anche perché costituito di parole scritte dalle vittime di una persecuzione e di un crimine che il nazifascismo voleva mettere a tacere ed annientare, e che invece sono arrivate fino a noi, lasciandoci traccia tangibile, prova storica inconfutabile e memoria indelebile di ciò che è stato.

GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI - Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945
a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri
 Un caso unico la scelta della grande maggioranza dei 650000 militari italiani che nel 1943, dopo l'armistizio, rifiutarono di aderire alla Repubblica sociale italiana al prezzo della prigionia nei lager nazisti. La tragedia dell'8 settembre, i dilemmi della scelta, la dura vita nei campi nelle testimonianze «a caldo» degli internati militari italiani.
«La rivendicazione della Resistenza antifascista si è ridotta per decenni al dibattito politico sulla guerra partigiana. Negli ultimi anni registriamo il recupero di una dimensione più ampia. Contiamo la resistenza contro i tedeschi delle forze armate all'8 settembre. Poi la guerra partigiana e la deportazione politica e razziale nei lager di morte. La partecipazione delle forze armate nazionali alla campagna anglo-americana in Italia. E infine la resistenza degli Imi nei lager tedeschi: le centinaia di migliaia di militari che invece della guerra nazifascista scelsero e pagarono la fedeltà alle stellette della patria. Le stellette a cinque punte sul bavero della divisa (piccoli pezzi di metallo povero o un quadratino di stoffa) sono il simbolo tradizionale dei militari italiani. La fedeltà alle stellette fu la motivazione più comune e diretta della grande maggioranza dei 650000 militari italiani che preferirono la prigionia nei lager tedeschi al passaggio dalla parte nazifascista. Questi 650000 prigionieri erano degli sconfitti che avevano vissuto il fallimento del regime fascista, la misera fine delle guerre di Mussolini, lo sfacelo delle forze armate all'8 settembre. Tutti avevano ragione di sentirsi traditi dal re e da Badoglio, che li avevano abbandonati senza ordini agli attacchi tedeschi. Ciò nonostante, una grande maggioranza di questa massa di sbandati preferì la fedeltà alle stellette e la prigionia nei lager». (Dalla Prefazione di Giorgio Rochat).

IL LIBRO DELLA SHOAH ITALIANA - I racconti di chi è sopravvissuto
a cura di Marcello Pezzetti
 Più di cento sopravvissuti raccontano la loro storia, componendo un grande racconto corale dell'ebraismo italiano. Dal mondo di prima, l'infanzia, la scuola, alle leggi antiebraiche e alla conseguente catena di umiliazioni. E poi l'occupazione tedesca, gli arresti, le detenzioni, la deportazione. Complessivamente nel 1943 venne deportato circa un quinto degli ebrei residenti sul territorio italiano: oltre 9000 persone. Nella quasi totalità dirette ad Auschwitz. Ma chi erano gli ebrei italiani? All'inizio degli anni Trenta erano circa 45 000 persone; le comunità più consistenti erano quelle di Roma (oltre 11 000), Milano, Trieste, Torino, Firenze, Venezia e Genova. Comunità, in generale, fortemente integrate nel tessuto sociale del Paese, a tal punto che dopo la liberazione solo un'esigua minoranza dei sopravvissuti scelse, a differenza degli ebrei di altre nazionalità, di vivere altrove. Un mosaico di testimonianze che ha sui lettori un effetto dirompente proprio grazie al fittissimo intreccio di ricordi, traumi, sogni, rabbia, smarrimento, sensi di colpa, e persino speranza, dopo il ritorno alla vita.
Oltre sei milioni di vittime della Shoah da tutta Europa. Oltre ottomilaseicento le vittime italiane, in massima parte uccise nel campo di Auschwitz; pochissimi i sopravissuti. Sono le voci di questi ultimi che il libro di Marcello Pezzetti offre, frutto di dolorose ma lucide testimonianze raccolte dalla Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec). Voci che parlano per l'infinita moltitudine dei sommersi, rimasti senza ascolto .

SE QUESTO E' UN UOMO
a cura di Primo Levi
 Indubbiamente è la testimonianza del ventesimo secolo più emblematica nella rappresentazione e nella drammaticità dello sterminio fisico e psichico dell'essere uomo-umano . Ha rappresentato e rappresenta per le generazioni a venire una lucida e cosciente narrazione che questo è stato .Non deve mancare . A. Maurizio www.lager.it
Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò Se questo è un uomo nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei «Saggi» e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo.
Testimonianza sconvolgente sull'inferno dei Lager, libro della dignità e dell'abiezione dell'uomo di fronte allo sterminio di massa, Se questo è un uomo è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un'analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell'umiliazione, dell'offesa, della degradazione dell'uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio.

I SOMMERSI E I SALVATI
a cura di Primo Levi
 «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». P. Levi
Quali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario e quali le tecniche per annientare la personalità di un individuo? Quali rapporti si creano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la «zona grigia» della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibile capire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibile ribellarsi? E ancora: come funziona la memoria di una esperienza estrema? Le risposte dell'autore di Se questo è un uomo nel suo ultimo e per certi versi piú importante libro sui Lager nazisti.
Un saggio imprescindibile per capire il Novecento e ricostruire un'antropologia dell'uomo contemporaneo.

LA TREGUA
a cura di Primo Levi
 La tregua, seguito di Se questo è un uomo, è considerato da molti il capolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l'internamento nel Lager nazista, questo libro, piú che una semplice rievocazione biografica, è uno straordinario romanzo picaresco. L'avventura movimentata e struggente tra le rovine dell'Europa liberata - da Auschwitz attraverso la Russia, la Romania, l'Ungheria, l'Austria fino a Torino - si snoda in un itinerario tortuoso, punteggiato di incontri con persone appartenenti a civiltà sconosciute, e vittime della stessa guerra: da Cesare, «amico di tutto il mondo», ciarlatano, truffatore, temerario ed innocente, al Moro di Venezia, il gran vecchio blasfemo che sembra uscito dall'Apocalisse, a Hurbineck, il bimbo nato ad Auschwitz, «che non aveva mai visto un albero», alle bibliche tradotte dell'Armata Rossa in disarmo.
L'epopea di un'umanità ritrovata dopo il limite estremo dell'orrore e della miseria.

ANNA FRANK - DIARIO
a cura di Otto Frank, Mirjam Pressler
 «Sono felice di natura, mi piace la gente, non sono sospettosa e voglio vedere tutti felici e insieme».
Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all'immagine della scuola, dei compagni e di amori piú o meno immaginari, si sostituisce la storia della lunga clandestinità: giornate passate a pelare patate, recitare poesie, leggere, scrivere, litigare, aspettare, temere il peggio. «Vedo noi otto nell'alloggio segreto come se fossimo un pezzetto di cielo azzurro circondati da nubi nere di pioggia», ha il coraggio di scrivere Anne. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell'esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del Diario subí tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Ora il testo è stato restituito alla sua integrità originale, e ci consegna un'immagine nuova: quella di una ragazza vera e viva, ironica, passionale, irriverente, animata da un'allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.
Questa edizione, a cura di Frediano Sessi, offre anche una ricostruzione degli ultimi mesi della vita di Anne e della sorella Margot, sulla base di testimonianze e documenti raccolti in questi anni.

DIARIO DI GUSEN
a cura di Aldo Carpi
 Questo libro, forse l'unico diario uscito da un lager nazista, è un monito per non abbassare la guardia contro chi vuole cancellare la verità calpestando i diritti e la dignità dell'uomo.
«Chissà che cosa proveranno i giovani di oggi - si chiede Corrado Stajano nell'Introduzione - nel leggere il Diario di Gusen di Aldo Carpi..., e chissà che cosa proverebbe Carpi se fosse vivo nel vedere i giovani neo-nazisti tedeschi, i naziskin, che sfilano facendo il saluto hitleriano».
La storia può ripetersi tragicamente. Ma il valore di questo diario va ben oltre quello del semplice documento. Innanzitutto perché fa percepire in presa diretta come si può vivere in un luogo in cui è dato solo morire, e poi perché racconta l'impari lotta di chi s'impegna con tutte le forze a conservarsi «uomo», salvando la propria intelligenza e i propri valori in un microcosmo in cui pure la solidarietà è considerata un crimine.
Le parole di Carpi, il suo voler guardare sempre oltre l'orrore, l'abbandono, la paura e la morte rimangono una lezione di umanità e di coraggio insieme con la sua intensa attività di pittore, cosí come dimostrano i suoi disegni qui riprodotti e che fanno parte integrante del testo.

L'ESILE FILO DELLA MEMORIA
a cura di Lidia Beccaria Rolfi
 Un romanzo. Una testimonianza. Una storia privata. Un momento cruciale del destino e della memoria collettiva di una generazione.Una voce da salvare: la guerra e la pace raccontate da una donna.Ravensbruck, 1945: Lidia Beccaria Rolfi, deportata politica, liberata dagli Alleati, inizia la lunga marcia verso l'Italia. Russi, americani, donne e bambini, prigionieri nazisti, malati e moribondi: tutti insieme incontro a una pace ancora da inventare.I primi anni di libertà. L'Italia fascista del postfascismo: anni di speranza e delusione, ingiustizie e discriminazioni, persino tra i familiari, gli amici, gli ex compagni. Il Lager è una colpa che non si può cancellare.

LA DISTRUZIONE DEGLI EBREI D'EUROPA
a cura di Raul Hilberg
 Una nuova edizione completamente rivista ed aggiornata - alla luce di recenti ritrovamenti di archivio - del saggio piú importante mai apparso sullo sterminio degli Ebrei.
L'idea di sterminare gli Ebrei prese corpo in un lontano passato, tanto che se ne può rintracciare un'allusione nella famosa omelia di Lutero contro i Giudei. Ma è solo con la formazione del Terzo Reich che la suggestione di una distruzione totale si insinuò sempre piu in tutta la società tedesca, assumendo una forma piú definita. Inesorabilmente, si formò una macchina destinata a condurre a buon fine losterminio, costituita da un dispiegamento di uffici militari e civili, centrali e periferici, all'interno dei quali ogni impiegato e funzionario, rispettando le proprie responsabilità, si adoperò a definire, classificare, trasportare, sfruttare e assassinare milioni di vittime innocenti, e tutto come se nulla distinguesse la soluzione finale dagli affari correnti. La ricerca di Raul Hilberg, cominciata nel lontano 1948 e tuttora in corso, è basata su un'enorme mole di documenti degli apparati nazisti, e ci conduce a esplorare il meccanismo della distruzione nei piú minuti dettagli. Pagina dopo pagina, La distruzione degli Ebrei d'Europa ci consegna la storia fedele di un'epoca senza precedenti, e ricostruisce gli intrecci complessi che hanno reso possibile ciò che ancor oggi ci sembra lontano da ogni immaginazione.

LA PERSECUZIONE NAZISTA DEGLI ZINGARI
a cura di Guenter Lewy
 Sudici, pigri, infidi, disonesti: i peggiori stereotipi legati all'immagine degli zingari circolarono tanto piú diffusamente nella Germania hitleriana, quanto piú l'ideologia nazista era fondata sul mito della purezza della razza e sull'incubo rappresentato dai cosiddetti «asociali». Alla prova dei fatti, i pregiudizi negativi non mancarono di tradursi in pratiche discriminatorie e persecutorie.
Grazie al libro di Guenter Lewy, finalmente disponiamo di un'analisi sistematica del trattamento riservato dal nazismo alle decine di migliaia di sinti e di rom che, per quanto di cultura nomade, erano stanziati entro i confini del Terzo Reich. Da subito dopo l'avvento di Hitler al potere, si cercò di risolvere il «problema degli zingari» con ogni mezzo: operazioni di custodia preventiva, un'accurata tassonomia razziale, apposite leggi sulla sterilizzazione. Poi, apertamente si invocò una «soluzione finale» non soltanto per la questione ebraica, ma anche per quella tsigana. Scoppiata la seconda Guerra mondiale, diverse migliaia di zingari furono deportati nella Polonia occupata e reclusi nei campi di concentramento (soprattutto ad Auschwitz). Dopodiché, fra 1941 e '42, l'invasione dell'Unione Sovietica segnò l'apertura della caccia agli zingari dell'Europa orientale, immancabilmente trattati come spie e metodicamente eliminati.
Lo sterminio degli zingari fu o non fu un genocidio comparabile a quello degli ebrei? Qualunque sia l'opinione di Lewy in proposito, compiuta la lettura di questo libro riesce difficile accettare che un giorno del calendario sia stato istituito, in molti paesi occidentali, quale «Giorno della memoria» della Shoah anziché del Genocidio in generale. Come gli armeni sterminati dai turchi all'inizio del Novecento, come i tutsi sterminati dagli hutu nel Rwanda di fine secolo, gli zingari sterminati dai nazisti meriterebbero di condividere, nella memoria collettiva dell'umana vergogna, un posto accanto agli ebrei.

I KAPO' DI AUSCHWITZ
a cura di Charles Liblau
 Chi erano i Kapo? Come venivano scelti? Quale posto occupavano nel perverso sistema concentrazionario?
Detenuti politici o ladri recidivi, omosessuali o zingari: attraverso il racconto della vita e del comportamento di sei prigionieri-funzionari del lager di Auschwitz, Charles Liblau disegna un quadro vivido e necessario per comprendere le terribili procedure che regolavano i campi di sterminio.
Figure sinistre e inquietanti, individui senza convinzione e di dubbia moralità, i Kapo erano scelti tra i deportati per controllare e «governare» le squadre di lavoro e la vita nelle baracche, esercitando sugli altri internati un potere assoluto e, soprattutto, collaborando con le SS nell'opera sistematica di annientare i loro stessi compagni.
Con uno stile sobrio che non cede mai alla retorica e all'iperbole, Liblau aggiunge una testimonianza fondamentale per conoscere meglio il ruolo svolto da una parte di quegli individui che abitano quella che Primo Levi ha definito la «zona grigia»

LE DONNE DI RAVENSBRUCK
a cura di Lidia Beccaria Rolfi, Anna Maria Bruzzone
 «Le deportate erano, nel migliore dei casi, estenuati animali da lavoro e, nel peggiore, effimeri "pezzi d'immondizia". Ce lo confermano le pochissime a cui la forza, l'intelligenza e la fortuna hanno concesso di portare testimonianza». P. Levi
A Ravensbrück, campo di concentramento destinato, almeno nominalmente, alla rieducazione delle prigioniere (testimoni di Geova, zingare, antinaziste di vari paesi) e via via trasformato in campo di sterminio, morirono novantaduemila donne. La cifra è approssimativa.
Lidia Beccaria Rolfi (che là fu deportata e sopravvisse) e Anna Maria Bruzzone hanno raccolto le testimonianze di alcune prigioniere in un libro che è bene non dimenticare. Lidia Beccaria Rolfi, Bianca Paganini Mori, Livia Borsi e le due sorelle Lina e Nella Baroncini raccontano la loro esperienza di deportate, coperte di stracci, divorate dai pidocchi, piagate dall'avitaminosi, sfinite dalla denutrizione, dalle botte, dai bestiali turni di lavoro, sporche, lacere, senza denti. Eppure la loro opera corale è un'esortazione alla speranza perché sostenuta dalla fiducia che «saremo in tanti a capire e a resistere».

LE BENEVOLE
a cura di Jonathan Littell
 Nato in Alsazia da padre tedesco e madre francese, Maximilien Aue dirige sotto falso nome una fabbrica di merletti nel nord della Francia. Svolge bene il suo lavoro, è un uomo preciso ed efficiente. Preciso ed efficiente, del resto, lo era stato anche negli anni del nazismo, quando fra il 1937 e il 1945, aveva fatto carriera nelle SS in Germania. Pur essendo un nazionalsocialista convinto, il giovane e brillante giurista era entrato per caso nel corpo, punta di diamante del Reich hitleriano: fermato dalla polizia dopo un incontro omosessuale, aveva accettato di arruolarsi per evitare la denuncia, grazie anche all'intercessione di Thomas Hauser, un giovane ufficiale che in seguito sarà sempre al suo fianco nei momenti decisivi.
Nel 1941 Max è sul fronte orientale, dove nell'ambito delle Einsatzgruppen dà il suo contributo al genocidio di ebrei, zingari e comunisti. Trasferito nel Caucaso e poi nella Stalingrado accerchiata dall'Armata rossa, sopravvive miracolosamente a una grave ferita alla testa. Durante la convalescenza ristabilisce per la prima volta dopo molti anni i contatti con la madre che vive in Costa Azzurra con il secondo marito, un uomo d'affari francese. A lei attribuisce, con odio feroce, sia la scomparsa del padre, sia il distacco da Una, la sorella gemella, alla quale sin dall'infanzia è legato da un mai risolto rapporto incestuoso. I fatti sanguinosi legati a questo soggiorno in Costa Azzurra rimangono anche per lui avvolti in una fitta nebbia.
Dopo il rientro in Germania, lavora a stretto contatto con Himmler, con Speer, con Eichmann, con tutta la gerarchia nazionalsocialista, cercando di innalzare la produttività dei detenuti nei campi di concentramento. Per la Germania tuttavia, la guerra ormai è persa, la Wehrmacht arretra su tutti i fronti: nel corso di una licenza in Pomerania nella villa della sorella, Max resta intrappolato dietro le linee nemiche. Thomas lo salva anche in questa occasione e insieme raggiungono la capitale del Reich, devastata dai bombardamenti alleati. Qui, al crepuscolo del nazismo, gli viene in aiuto il suo bilinguismo: assumendo l'identità di un francese deportato in Germania, riesce a fuggire.
Grande affresco epico e tragico, non romanzo storico, ma storia assoluta in cui sembrano condensarsi i temi di tutta la letteratura occidentale, dall'Orestea di Eschilo a Vita e destino di Vassilij Grossman, Le Benevole ci fa rivivere gli orrori della Seconda guerra mondiale dal punto di vista terribile e ripugnante dei carnefici. Trascinato dalla corrente della Storia e inseguito da fantasmi che, come le furie «benevole» dei Greci, le Eumenidi, cercano vendetta, Maximilien Aue è parte di noi, la parte più nera. E forse l'impresa e lo scandalo di questo grande romanzo, come ha scritto lo storico Pierre Nora, sono proprio quelli di «ricondurre all'umano l'inumano totale».

SHOAH + 
a cura di Claude Lanzmann
 Uscito nella sale nel 1985, "Shoah" è un documentario di nove ore che raccoglie le parole di superstiti e testimoni: quelli che in genere rifiutano di parlare, le vittime sopravvissute, coloro che si sono resi complici dell'orrore. Sono le facce degli intervistati a esprimere l'indicibile, accostate alle immagini dei luoghi in cui è avvenuto il genocidio ebraico: non come erano allora, ma come sono adesso. L'orrore è in quello che viene detto, non nelle immagini. Conta ciò che è avvenuto: come, prima ancora che perché. Grazie a questo mosaico Lanzmann riesce a ricostruire un'immane tragedia. La prefazione è di Simone de Beauvoir il film è presentato da un testo di Moni Ovadia "Mostrare l'indicibile".
Nei Dvd: I sopravvissuti, i testimoni, i carnefici. I volti, le parole, le storie. E le domande di un uomo. E sullo sfondo, in una quiete sconvolgente, i luoghi dello sterminio come sono oggi. Realizzato in dodici anni di lavoro, oltre nove ore e mezza di durata, Shoah, uscito nelle sale nel 1985, è considerato un evento cinematografico insostituibile. I Dvd contengono sia la versione originale, con sottotitoli, sia la versione doppiata in italiano.
Il libro: I sottotitoli e i dialoghi del film, compatti come un poema, scritti dallo stesso Claude Lanzmann. E inoltre, un'intervista all'Autore del 1998, a cura di Serge Kaganski e Frédéric Bonnaud. Introduzione di Frediano Sessi. E la prefazione di Simone de Beauvoir, La memoria dell'orrore.

AUSCHWITZ SPIEGATO A MIA FIGLIA
a cura di Annette Wieviorka
 Un dialogo serrato e puntuale sull'enigma del male assoluto.
Perché i nazisti spesero tante energie per sterminare milioni di uomini, donne e bambini, soltanto perché erano ebrei?
Perché Hitler riteneva gli ebrei la maggior minaccia per il Terzo Reich?
Chi sapeva quello che succedeva e chi poteva fare qualche cosa?
Perché gli ebrei non hanno opposto resistenza?
Annette Wieviorka risponde alle domande di sua figlia Mathilde su Auschwitz e la distruzione degli ebrei d'Europa. Domande crude e dirette che esprimono l'incredulità di chi non può concepire l'assurda tragedia dei lager nazisti.

DIZIONARIO DELL'OLOCAUSTO
a cura di Walter Laqueur, Alberto Cavaglion
 Centinaia di migliaia di persone, persino milioni di persone, sono state massacrate prima e dopo la seconda guerra mondiale. Nel corso delle varie epoche storiche, innumerevoli sono i morti causati da guerre, da carestie provocate, da espulsioni e deportazioni. La presente opera si limita ad analizzare un unico periodo, il Terzo Reich, e si concentra su un gruppo di persecutori, la Germania nazista e coloro che con essa collaborarono e, in linea di massima, su una categoria di vittime: gli ebrei. Per i nazisti, l'antisemitismo finalizzato all'eliminazione fisica degli ebrei era una questione di importanza fondamentale, e costituisce l'argomento fondamentale di questo libro.
Il termine olocausto non è una scelta felice, poiché sta a indicare un sacrificio religioso, attuato generalmente con il fuoco (la parola ha origine dal greco holocauston, "bruciato interamente"). Qualunque sia stata la causa e il significato dello sterminio di massa'di ebrei e di altri da parte del regime nazista, non si trattò di un sacrificio. In Europa questo vocabolo viene utilizzato con sempre minor frequenza, ed è sostituito da "genocidio" o dalla parola ebraica shoah (la più usata in Israele), ma nei paesi di lingua inglese è cosi profondamente radicato che non sarebbe facile sostituirlo.
E possibile oggi,, dopo oltre cinquant'anni, scrivere con autorevolezza dell'Olocausto? Nell'ultimo decennio del xx secolo, specialmente nell'ex Unione Sovietica e nei paesi dell'Europa orientale, compresa l'ex Germania dell'Est, sono emersi molti fatti nuovi. Non tutti gli archivi sono stati aperti ne saranno accessibili nell'immediato futuro, soprattutto quelli del KGB o del GRU (i servizi segreti sovietici civili e militari) che potrebbero rivelarci quanto si sapeva a Mosca, all'epoca, della situazione nei tenitori occupati. Lo stesso vale, in linea di massima, per la maggior parte dei servizi segreti, compresi quelli britannici e del Vaticano. Forse molti documenti rilevanti sono stati distrutti. Persino certi archivi ebraici sono divenuti accessibili solo di recente - come i carteggi di Nathan Schwalb, che ebbe un ruolo dominante tra gli inviati sionisti in Svizzera. E comunque poco probabile che eventuali future rivelazioni richiedano una revisione radicale del quadro attuale: potrebbero confermare quanto già sappiamo, o eliminare certe teorie dubbie, ma non indurci a revisioni fondamentali.

COMANDANTE AD AUSCHWITZ
a cura di Rudolf Höss
 Un'agghiacciante testimonianza dell'ideologia nazista.
«Höss è stato uno dei massimi criminali mai esistiti ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutta nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere... Si spandono oggi molte lacrime sulla fine delle ideologie; mi pare che questo libro dimostri in modo esemplare a che cosa possa portare un'ideologia che viene accettata con la radicalità dei tedeschi di Hitler, e degli estremisti in generale. Le ideologie possono esser buone o cattive; è bene conoscerle, confrontarle e cercare di valutarle; è sempre male sposarne una, anche se si ammanta di parole rispettabili quali Patria e Dovere». Primo Levi
Il volume, oltre alla prefazione di Primo Levi scritta nel 1958, contiene un articolo di Alberto Moravia e un'appendice storico-bibliografica a cura di Frediano Sessi.

IL MASSACRO DEGLI ARMENI
a cura di Guenter Lewy
 Agli inizi del XX secolo c'è stato un genocidio ai più sconosciuto e sepolto nella storia contemporanea . Un grave episodio storico segnalato dall'Ufficio Stampa della Einaudi .
Nel 1915, in piena Guerra mondiale, il regime dei Giovani Turchi fece deportare la gran parte degli armeni di Turchia nelle lontane terre dell'Anatolia orientale. Quasi il quaranta per cento della popolazione armena morí nel corso di poche settimane, tra marce forzate, massacri e brutalità di ogni genere. Da allora gli armeni di ogni paese ricordano quel tragico avvenimento come il primo genocidio del XX secolo. Guenter Lewy, celebre storico del nazismo, ha ricostruito la vicenda attraverso un imponente lavoro su archivi riservati e sulle testimonianze dei sopravvissuti. Il risultato è il primo, vero lavoro di storia su una delle pagine piú discusse del Novecento. Che Lewy ricostruisce nei passaggi piú oscuri e controversi, evitando la polemica interpretativa e concentrandosi invece sul racconto di una tragedia collettiva che ancora oggi condiziona il nostro sguardo verso la Turchia.
«"Una polemica storica dai toni accesi pesa sulle relazioni fra Turchia e Armenia, accrescendo le tensioni in una regione instabile. Polemica che, inoltre, riaffiora periodicamente in altre parti del mondo, quando appartenenti alla diaspora armena sollecitano il riconoscimento del genocidio degli armeni da parte dei rispettivi parlamenti, e il governo turco minaccia ritorsioni. Il punto centrale di questo dibattito non è l'entità delle sofferenze degli armeni, quanto la premeditazione; ossia, se il regime dei Giovani Turchi, all'epoca della prima Guerra mondiale, abbia organizzato intenzionalmente i massacri. Alcune centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini furono sloggiati dalle loro case pressoché senza preavviso e, nel corso di un penoso cammino tra montagne e lande, un numero assai elevato di costoro morí di stenti e di malattie o fu ucciso. Per le vittime fa poca differenza morire in seguito all'attuazione d'un piano d'annientamento meticolosamente organizzato o a causa d'una reazione eccessiva, dettata dal panico, davanti a una minaccia o per qualsiasi altro motivo. Fa, invece, molta differenza dal punto di vista dell'attendibilità storiografica; per non parlare del futuro delle relazioni turco-armene».

IL DIARIO DI Dawid Sierakowiak : Cinque quaderni dal ghetto di Lodz
a cura di Adelson A., Sessi F.
 «Per noi non c'è veramente speranza di uscire da qui»: sono le ultime parole del Diario di Dawid Sierakowiak, in data 15 aprile 1943.
Dawid, marxista convinto, morirà quattro mesi dopo, a diciannove anni, di tubercolosi, uno tra i sessantamila ebrei che persero la vita a Lódz.
Nel 1939 aveva incominciato a tenere un diario che risulta ora un documento unico e terribile sulla vita quotidiana all'interno del ghetto: dai primi mesi sereni, alla descrizione della guerra che si avvicina, e poi, via via, l'orrore che cresce di giorno in giorno.
Il diario di Dawid Sierakowiak - unico documento giunto fino a noi da Lódz - per valore storico e letterario emerge oggi come una delle piú importanti testimonianze della Shoah e del sistema concentrazionario nazista, gettando luce anche sugli aspetti politici della resistenza ebraica contro l'annientamento.

GLI EBREI NELL'ITALIA FASCISTA : Vicende, identità, persecuzione
a cura di Sarfatti Michele
 La storia degli ebrei italiani, della loro vita e del loro progressivo soccombere negli anni che vanno dalla "marcia su Roma" al 25 aprile 1945 e alla fine della Shoah.
Gli ebrei che negli anni del Risorgimento si erano «fatti italiani» piú rapidamente dei loro concittadini, e che negli anni dell'ltalia liberale avevano partecipato con ardore alla costruzione e allo sviluppo di uno Stato moderno, negli anni del fascismo videro le loro identità e le loro vite progressivamente limitate, sopraffatte, annientate. Alla vigilia del Ventennio essi costituivano una minoranza pienamente integrata nella vita nazionale, con proprie caratterizzazioni relativamente alle professioni, al livello di istruzione, al grado di urbanizzazione e, ovviamente, alle loro relazioni con gli altri ebraismi d'Europa e del Mediterraneo. Il Paese riconosceva tali specificità, tanto che essi erano particolarmente presenti proprio nel comparto dell'insegnamento universitario, mentre in varie occasioni (anche dopo l'ascesa del fascismo al governo) furono considerati un elemento utile alla politica mediterranea. La svolta politica nazionale del 1922 segnò una profonda cesura col periodo precedente, portando al potere un'ltalia gretta, ultranazionalista e sempre piú «cattolicista», e aperta agli antiebraismi connessi. Il fascismo, pur non osteggiando le adesioni di ebrei, e pur mantenendosi a lungo neutro di fronte all'antisemitismo, tornò subito a far esistere il problema delle relazioni tra Stato ed ebrei, giungendo poi alla svolta legislativa persecutoria del 1938 e, sul finire della guerra continentale, alla nuova e piú tragica svolta criminale del 1943, che vide Mussolini e una parte degli italiani corresponsabili del dilagare della Shoah nella penisola. Questo libro narra la storia della vita e della persecuzione degli ebrei negli anni che vanno dalla «marcia su Roma» alla definitiva vittoria degli eserciti alleati e dell'insurrezione partigiana. L'autore, tenendo conto degli studi già disponibili, e sulla base di nuove approfondite ricerche archivistiche e bibliografiche, restituisce dopo cinquant'anni gli aspetti collettivi e individuali di quella vicenda, illustrati anche tramite dati statistici, documenti e testimonianze dell'epoca.

UNA DONNA A BERLINO (EIN FRAU IN BERLIN) - Diario Aprile-Giugno 1945
a cura di Autrice Anonima
Contributi di Hans Magnus Enzensberger
 «Sí, la guerra avanza rombando verso Berlino. Ciò che ieri era ancora un brontolio lontano, oggi è un tambureggiare continuo. Si respira il fragore dei cannoni. L'orecchio è come assordato, ormai percepisce soltanto i colpi dei calibri piú grandi. Da tempo è impossibile stabilirne la direzione. Viviamo dentro un cerchio di bocche da fuoco che si restringe di ora in ora».
Si apre con queste immagini il diario tenuto a Berlino da una giovane donna tedesca nelle drammatiche settimane che videro la conclusione del conflitto, l'arrivo in città dell'Armata Rossa, la morte di Hitler e degli altri gerarchi nazisti e infine la lenta, faticosa ripresa della vita.
L'autrice di queste annotazioni ha voluto restare anonima: sin dagli anni Cinquanta, quando il libro vide per la prima volta la luce, accolto, soprattutto in Germania, con un senso di fastidio, anzi di esplicito rifiuto. Decise allora di vietarne ogni riedizione finché fosse rimasta in vita. Solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2001, H. M. Enzensberger ebbe l'autorizzazione a riproporlo.
Una donna a Berlino ci mostra il destino - purtroppo ricorrente in ogni conflitto, anche ai giorni nostri - di migliaia di donne, costrette a subire gli stupri da parte dei soldati. Ciononostante il testo è del tutto privo di autocommiserazione e non si presta ad alcuna forma di revanchismo: anche nei momenti in cui è piú esposta ai disagi, alla fame e alle violenze, l'autrice conserva la capacità di discernere e di valutare su chi ricada in ultima istanza la responsabilità della tragedia tedesca

IL SIONISMO : Una storia politica e intellettuale
a cura di Georges Bensoussan
 Sionista. L'aggettivo suona come un insulto. Il termine ha oggi una connotazione così peggiorativa, è talmente svalutato che la realtà cui si applica ha finito per sparire sotto i sedimenti della stigmatizzazione e persino, come in certe occasioni internazionali, della demonizzazione. Alla realtà di una fede e di una cultura, il discorso antisemita ha risposto con fantasie tremende (l'omicidio rituale, tra l'altro), soffocando nella paura un oggetto di conoscenza. Alla realtà di un'ideologia e di un movimento nazionale sostanzialmente atipico, il rifiuto risponde con il marchio d'infamia, ma non ci dice che cosa esso sia e, ancora meno, che cosa sia stato. Il sionismo è a tal punto sepolto sotto strati e strati di riprovazione che oggi è difficile per noi determinare serenamente che cosa fu, in quali condizioni nacque, l'humus che lo nutrì e la pluralità dei suoi significati. Posto di fronte ai problemi della modernità politica, imboccando in particolare la strada della nazione, della laicità, dell'utopia sociale e della cultura come nuova forma della dimensione religiosa in società secolarizzate, il sionismo, lungi dal rivolgersi solo agli ebrei, contribuisce a porre le domande capitali del XX secolo. Che ne è dei rapporti tra la lingua e la nazione, tra popolo e territorio, cosa succede a una fede nazionale nel processo globale di laicizzazione del mondo? Cosa accade alle forme culturali del politico nelle società massificate in cui il sionismo iniziò a prendere forma più di un secolo fa? Quesiti scomparsi dietro al focalizzarsi dell'attenzione sul conflitto tra ebrei e arabi. In quanto frutto del secolo dei Lumi, sullo slancio dell'emancipazione alla francese (1791), l'idea nazionale ebraica non è dissociabile dal fermento nazionalitario della metà del XIX secolo. Il sionismo è solo una delle sue forme, ma inseparabile dal processo di secolarizzazione del mondo. Quando il fenomeno religioso perde vigore di fronte all'avanzare della laicizzazione, il mondo ebraico tradizionale corre il rischio di estinguersi. Il rinnovamento letterario dell'ebraico precede almeno di una generazione la nascita dei primi circoli sionisti in Russia. Quindi, prima di essere una reazione all'antisemitismo, cui spesso lo si riduce, il sionismo risponde innanzitutto alla disillusione del mondo e plasma in vista del domani l'identità secolare dell'ebraismo. Il sionismo affonda le sue radici più nell'Illuminismo e nella Rivoluzione francese che nell'ebraismo tradizionale, di cui intende liberarsi passando dall'emancipazione dell'individuo a quella della collettività, sul modello dello Stato-nazione. Movimento secolare, traduce lo sforzo compiuto dalla società ebraica per adattarsi a una definizione più nazionale dell'identità. Il conflitto tra ebrei e arabi ha velato questa dimensione originaria, che vede nascere una laicità ebraica a prezzo di scontri violenti tra i maskilim laici e il mondo ortodosso, cominciati più di un secolo fa, uguali per passione a quelli che hanno caratterizzato il confronto francese negli anni tra il 1880 e il 1910 e che continuano a essere molto vivi ancora oggi nello Stato di Israele. Tra tutte le risposte ebraiche alla modernità, solo il sionismo è sopravvissuto.

CEFALONIA : Quando gli italiani si battono
a cura di Gian Enrico Rusconi
 Cefalonia fuori dal mito ma dentro alla contrastata storia politica nazionale. Ecco l'intento di questa ricostruzione critica del comportamento della Divisione Acqui nel settembre 1943. Ne esce modificato in alcuni tratti importanti il racconto canonico della vicenda, anche se il suo carattere esemplare rimane.
Sull'isola jonica di Cefalonia migliaia di soldati italiani si battono contro i tedeschi con i quali erano alleati sino ad alcuni giorni prima. Non intendono fare né gli eroi né i martiri. Semplicemente vogliono tornare in patria, a casa, con le loro armi e con l'onore di soldati. I tedeschi, invece, esigono il disarmo. Il Comando italiano, dopo una difficile trattativa, tra disordini e insubordinazioni, decide di resistere all'imposizione. Gli uomini della Acqui affrontano cosí da soli una sanguinosa battaglia e subiscono un brutale massacro, come vendetta per il loro «tradimento». Nella memoria ufficiale dell'Italia la Acqui è la vittima di uno dei grandi eccidi che accompagnano la rinascita della nazione. Soprattutto offre l'esempio della «resistenza militare» antitedesca, primo atto del movimento di liberazione nazionale.
In parallelo a questa interpretazione se ne contrappone polemicamente un'altra: «Cefalonia pagina nera della storia militare italiana», contrassegnata da ribellismo interno e da una insensata decisione militare. Il comportamento della Acqui si pone cosí al centro di uno scontro di interpretazioni che è tipico della riflessione storica e politica dei nostri giorni.

IL GHETTO DI VARSAVIA : Diario (1939-1944)
a cura di Mary Berg
 Il 16 maggio 1943 il ghetto di Varsavia veniva raso al suolo, definitivamente; ne rimaneva un cumulo di macerie, ma fu un'illusione dei nazisti pensare di poter distruggere anche il ricordo di quei terribili giorni. Mary Berg aveva lasciato il ghetto qualche mese prima, in attesa di essere scambiata con ufficiali tedeschi prigionieri delle forze alleate e con sé, sotto gli occhi vigili dei nazisti, portò le pagine del suo diario, il primo documento completo sulla più immane tragedia che mai colpì una città nel corso della seconda guerra mondiale.Quando iniziò a scrivere il diario, il 10 ottobre 1939, Mary Berg aveva 15 anni e una incredibile capacità di osservare quegli stessi eventi dai quali si sentiva travolta. La sua attenzione ai fatti storici, tuttavia, non impedisce mai l'emergere dei sentimenti o di aspetti della sua vita privata di adolescente. Ne scaturisce un libro che, oltre al suo valore di documento, apre a interrogativi e a risposte di bruciante attualità. Sostenuto da una scrittura scarna e veloce, ricca di partecipazione emotiva e non mai rassagnata al divario che si apriva tra la realtà e le parole per rappresentarla, il diario di Mary Berg, come quello di Anna Frank, è una testimonianaza irrinunciabile del nostro tempo.

PROCEDURE FINALI : Politica nazista, lavoratori ebrei, assassini tedeschi
a cura di Christopher R. Browning
 Il 1941 fu un anno cruciale nei processi decisionali che portarono il nazismo alla Soluzione Finale. Per affermarne appieno l'importanza, Christopher R. Browning - in un ciclo di sei lezioni tenute nel 1999 all'Università di Cambridge - ricostruisce il particolare contesto storico-politico connesso alla teoria e alla pratica della "pulizia etnica" che ne furono un importante preludio. Fra il settembre 1939 e il luglio 1941 infatti la politica antiebraica nazista si sviluppò fino a uno stadio di transizione di genocidio implicito, in stretto legame con i preparativi della guerra di distruzione contro l'Unione Sovietica.
Le prime tre lezioni analizzano le decisioni e le scelte politiche dei dirigenti nazisti, anche se non trascurano le iniziative e le attività delle autorità locali che influirono sulle autorità centrali e interagirono con esse. La distruzione degli ebrei "attraverso il lavoro" costituisce uno spartiacque nella storia dell'umanità, il caso piú estremo di genocidio che mai sia avvenuto. Sono la totalità e l'ampiezza del disegno omicida, e i mezzi impiegati, ciò che distingue la Soluzione Finale dalle misure precedenti: la decimazione e le deportazioni della popolazione, e persino il sistematico e totale sterminio degli ebrei sovietici (da inquadrare innanzitutto nel contesto dell'aggressione all'Unione Sovietica). Non è, dunque, una domanda storica banale chiedersi - come fa Browning - quando e perche Rider e il regime nazista oltrepassarono il punto di non ritorno e decisero di assassinare tutti gli ebrei d'Europa attraverso piú moderni ed efficaci metodi di cui il regime poteva disporre.
Nel secondo gruppo di lezioni Browning analizza la questione del "lavoro ebraico" che, per un breve periodo, concesse una tregua alla distruzione di massa. Qui l'attenzione dello studioso americano si concentra sulle attività, le esperienze e i ricordi delle vittime e dei carnefici a livello locale isolando alcuni casi esemplari dell'interazione fra iniziativa locale e ordini dall'alto come quello dei campi di lavoro di Starachowice nel distretto di Radom, dove erano in attività acciaierie e fabbriche di munizioni; campi atipici sotto vari aspetti che Browning ha potuto studiare attraverso testimonianze di sopravvissuti. O ancora della città di Brest-Litovsk - al di là della linea di demarcazione che nel 1939 separava il territorio polacco occupato dai tedeschi da quello incorporato nell'Unione Sovietica, al crocevia fra popolazioni polacche, bielorusse e ucraine - nella quale era presente un gran numero di ebrei.
Da ultimo, lo storico indaga - attraverso i registri di una stazione di Polizia dell'Alta Slesia orientale, le lettere di un riservista di polizia e gli atti di una inchiesta sul massacro di Marcinkance perpetrato da poliziotti di carriera e riservisti - gli atteggiamenti, le motivazioni e le forme di adattamento dimostrate dai tedeschi "comuni", arruolati nei battaglioni di Polizia, di fronte all'orrore dell'Olocausto, e che di fatto furono realizzazione locale e concreta delle politiche di sterminio.

16 OTTOBRE 1943
a cura di Giacomo Debenedetti
 La retata nazista nel Ghetto di Roma, una mattina che si concluse con la deportazione di oltre mille ebrei: questo fu il 16 ottobre 1943, e questo è ciò che racconta Giacomo Debenedetti. Pagine brucianti dove a parlare è un coro sgomento e terribile da cui si staccano, solo per infinitesimi istanti, le voci dei protagonisti, subito sommerse e per sempre perdute.
Otto ebrei, cronaca che segue 16 ottobre 1943, evoca, invece, la figura di un commissario di Pubblica sicurezza che, dopo la guerra, per provare la sua fede antifascista, testimonia di aver salvato otto ebrei dall'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Pubblicato per la prima volta nel dicembre '44 sulla rivista «Mercurio» e accompagnato da una lunga fortuna editoriale, 16 ottobre 1943 è ormai considerato un classico della letteratura post-clandestina per il suo alto valore letterario e testimoniale.
«Debenedetti riesce a darci tutto ciò che avremmo potuto aspettarci da uno scrittore della famiglia di Defoe e Manzoni: sgomento della ragione di fronte alla furia irrazionale, carità religiosa, pietà storica, strazio esistenziale».

STORIA DEGLI EBREI SEFARDITI : Da Toledo a Salonicco
a cura di Benbassa Esther , Rodrigue Aron
 La storia degli Ebrei della penisola iberica sotto i regni musulmano e cristiano appartiene alle pagine gloriose della coesistenza e della grande fioritura culturale del Medioevo europeo, popolato da grandi e leggendari esponenti del mondo filosofico e letterario quali Ibn Gabirol, Maimonide, Yehudah Halewi e il cabbalista Nahmanide. Il 1492, in seguito all'editto d'espulsione che metteva il popolo ebraico di fronte all'alternativa della conversione o dell'esilio, sanciva la fine di una presenza plurisecolare avviando la dispersione dei sefarditi lungo tutto il bacino del Mediterraneo. I marrani, soprattutto portoghesi, prendono nei secoli successivi la via dell'esilio, raggiungendo o creando nuove comunità, in particolare ad Amsterdam, patria di Spinoza, e nel Sud-ovest della Francia. Ma la maggior parte dei sefarditi andrà a stabilirsi in realtà in terra islamica, dalle coste nordafricane a quelle dell'attuale Turchia, della Grecia e dei Balcani, dando così vita a una complessa e ricchissima realtà sociale, culturale, religiosa e linguistica del tutto consapevole della propria specificità. Al pari degli Ebrei askenaziti, i sefarditi dovettero far fronte alle terribili prove che avrebbero caratterizzato la storia e il destino ebraico degli ultimi secoli. Decimati infine dal genocidio nazista, i sefarditi conobbero anche lo sradicamento dei tempi moderni, così pesantemente segnati dalla violenta affermazione delle ideologie nazionaliste, conservando intatta la memoria della loro passata grandezza.

LA DIFESA DELLA RAZZA : Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista Diario
a cura di Cassata Francesco
 Molto citata ma ancora poco conosciuta nelle sue vicende specifiche, la rivista «La Difesa della razza» fu pubblicata con cadenza quindicinale dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943 sotto gli auspici del ministero della Cultura Popolare e giocò un ruolo fondamentale nella definizione della «questione razziale» in Italia e nella diffusione dell'antisemitismo negli anni cruciali della discriminazione e persecuzione degli ebrei.
In questa prima approfondita ricostruzione storiografica, settant'anni dopo la promulgazione delle leggi razziali, Francesco Cassata ricompone la parabola politica e intellettuale del periodico fascista: i cospicui finanziamenti che lo sostennero, la linea editoriale e le sue variazioni, il linguaggio e i contenuti, la veste grafica aggressiva e non convenzionale. Un lavoro fondamentale per comprendere il volto autentico del fascismo.
«La Difesa della razza» nasce nell'agosto 1938 dalla saldatura di due distinti ambiti razzisti: da un lato il gruppo di giornalisti legati da tempo a Telesio Interlandi e ai periodici da lui diretti; dall'altro, alcuni degli scienziati firmatari, nel luglio 1938, del cosiddetto Manifesto della Razza. Tale nucleo originario si caratterizza per l'impostazione prevalentemente biologica del problema razziale: una linea che impegnerà la rivista in aspre polemiche con le altre correnti del razzismo fascista: rispettivamente quella nazionalista (Acerbo, Pende) e quella esoterico-tradizionalista (Preziosi, Evola).
Al di là delle contrapposizioni politico-ideologiche, la rivista si configura in realtà come una macchina sincretica in cui argomentazioni biologizzanti e culturalizzanti, dosate e gerarchizzate di volta in volta in modo diverso, convergono in un progetto di trasformazione palingenetica della società, della cultura e dell'arte italiane.
Lungi dall'essere il frutto di un'improvvisazione estemporanea dettata dalle esigenze dell'alleanza con la Germania nazista, «La Difesa della razza» appare in quest'ottica come il prodotto di una logica tutta interna al fascismo. L'ultimo atto della rivoluzione antropologica perseguita dal regime, il culmine estremo dei dibattiti sull'«italianità» della cultura e dell'arte che avevano attraversato il fascismo.

IL NAZISMO E LO STERMINIO DEGLI EBREI
a cura di Léon Poliakov
 Quest'opera, divenuta ormai un classico, affronta le pagine più buie della storia recente: sulla base di una vastissima documentazione Léon Poliakov ha ricostruito le fasi della persecuzione antisemita, dall'avvento al potere del nazismo alla fine del 1945, mettendo in risalto come lo sterminio degli Ebrei rientrasse nel più vasto piano d'eliminazione di altri popoli e illustrando, oltre agli episodi della resistenza ebraica, le reazioni popolari nei vari paesi europei, l'atteggiamento degli uomini di governo e delle chiese cristiane. Poliakov esamina i fini perseguiti dai capi nazisti attraverso la loro mostruosa «operazione», i modi con cui scientificamente organizzarono la «soluzione finale» della questione ebraica, l'apparato burocratico di cui si servirono per raccogliere e far scomparire milioni di vittime.
Tale esame dimostra come la responsabilità di questi crimini ricada non solo sugli esecutori specializzati, le SS, ma anche, sia pure indirettamente, sull'esercito tedesco, sulle classi dirigenti, su gran parte della popolazione. E tuttavia lo spirito serenamente equo dell'autore, la sua sobrietà d'intonazione, il suo costante impegno critico consentono al lettore di approfondire un argomento che non cessa di inquietare le coscienze dei contemporanei.

STATO SOCIALE DI HITLER : Rapina , guerra Razziale e Nazionalsocialismo
a cura di Aly Götz
 Il nazionalsocialismo fu una dittatura implacabile con le popolazioni sottomesse ma compassionevole e compiacente verso il popolo tedesco. La sua principale preoccupazione fu alimentare il consenso della nazione tedesca, con politiche che oggi definiremmo di welfare state. Programmi di sostegno ai più deboli, sovvenzioni per le famiglie dei combattenti, reti di sicurezza sociale. il tutto fu finanziato con la rapina selvaggia e sistematica delle nazioni asservite dalla guerra: depredate delle materie prime, colpite nella moneta nazionale, saccheggiate di ogni bene. Ricavando dalla guerra di rapina le risorse per il sistema del consenso, Hitler e i suoi uomini si comportarono come classici uomini politici attenti agli umori dei loro cittadini. Chiedendosi sempre come garantire la soddisfazione del popolo tedesco o quanto meno la sua indifferenza. Per questo la dittatura hitleriana poté contare per la gran parte della sua durata sull'appoggio della maggioranza dei cittadini tedeschi.
«Com'è potuto accadere? Come poterono i tedeschi consentire che in mezzo a loro fossero commessi crimini senza precedenti e in particolare lo sterminio degli ebrei europei? La risposta è chiara. Hitler risparmiò l'ariano medio a scapito delle basi esistenziali degli altri. Per tenere alto il morale del proprio popolo, il governo del Reich rovinò le altre monete europee imponendo contribuzioni sempre piú elevate. Per garantire lo standard di vita nazionale fece predare molti milioni di tonnellate di viveri per sfamare sul posto i soldati tedeschi e trasportare in Germania tutto il resto su cui poté mettere le mani. Con la sua guerra razzista e di rapina, il nazionalsocialismo fece in modo che in Germania vigessero un'eguaglianza e una mobilitazione in funzione dell'ascesa sociale senza precedenti. Ciò lo rese contemporaneamente popolare e delinquenziale. E furono la possibilità di vivere materialmente bene e i vantaggi indiretti tratti dal grande crimine - di cui i singoli non furono personalmente responsabili, ma i cui frutti erano bene accetti - a determinare l'atteggiamento della maggior parte dei tedeschi dinnanzi alle premure del regime. L'assenza nella Germania nazista di un'opposizione interna degna di menzione e la scarsità di sensi di colpa nella Germania postbellica si spiegano con lo stesso contesto storico».

LA SHOAH IN ITALIA : La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo
a cura di Michele Sarfatti
 Come mai tra il 1943 e il 1945 migliaia di ebrei italiani, dopo essere stati privati dei loro diritti di cittadini e di uomini, furono deportati e uccisi ad Auschwitz?
Partendo dal significato del termine Shoah, Michele Sarfatti ricostruisce quel tragico periodo che vide annientare le vite di milioni di ebrei, ripercorre le tappe ferali della persecuzione in Europa e nel nostro Paese, e mostra come il fascismo divenne corresponsabile della Shoah in Italia.
Un volume destinato innanzitutto al mondo della scuola e a coloro che desiderano un'illustrazione sintetica, ma pur sempre seria e scientificamente adeguata, di uno dei momenti piú bui della nostra storia.

LETTERE DAL CONFINO 1940-1943
a cura di Leone Ginzburg
 «Mi è giunta la notizia straziante che il caro Leone Ginzburg, nella qualità di oriundo russo, di ebreo e di antifascista, è stato sottoposto a maltrattamenti nel carcere di Roma e vi è morto or sono già tre mesi!»: cosí, il 20 maggio 1944, Benedetto Croce scriveva a proposito della morte di Leone Ginzburg, avvenuta ai primi di febbraio, sessant'anni fa.
Queste lettere dal confino sono per molti aspetti un diario di lavoro e di studio che integra la raccolta degli Scritti. E lettere di lavoro e di studio sono quelle a Benedetto Croce e ad Alberto Carocci tra il 1930 e il 1940, che è sembrato opportuno pubblicare in appendice, come ulteriore contributo per ricostruire una biografia intellettuale di rilevante interesse. Ma nelle lettere dal confino c'è dell'altro. Dalla documentata quotidianità del lavoro, da lontano, per la casa editrice Einaudi, affiora una concezione del «fare i libri» in cui «ragioni morali e editoriali» (Giaime Pintor) si intrecciano inestricabilmente. Né mancano giudizi perentori e umori vivaci, e, soprattutto, accenni personali, rari ma intensi, a testimoniare la dolorosa condizione del confinato, ma anche, per Ginzburg, il lavorío interiore, il severo esercizio all'autodisciplina.
Queste lettere dal confino sono per molti aspetti un diario di lavoro e di studio che integra la raccolta degli Scritti.

VIVO COL SUO NOME, MORIRA' CON IL MIO. Buchenwald, 1944
a cura di Jorge Semprùn
 Nel rigido inverno del 1944, la direzione centrale dei campi di concentramento invia una richiesta all'ufficio della Gestapo di Buchenwald: «è ancora lí il deportato Jorge Semprún, di anni venti, matricola numero 44.904?» I comunisti prigionieri nel campo intercettano il messaggio e decidono di nascondere il giovane dietro l'identità di un altro detenuto agonizzante. E il ricordo di questa sostituzione serve all'autore per raccontare, dall'interno, non solo l'orrore, la sofferenza e la morte in un campo nazista, ma anche i rapporti di potere tra i detenuti, i tradimenti o gli atti di solidarietà, il ruolo del partito, l'atmosfera di una Parigi occupata, il suono di un nome, il sorriso di una donna, l'aria di una canzone, di una poesia che aiuta a vivere e, forse, a sopravvivere...

DIETRO IL VETRO SOTTILE - Memorie di un ebreo omosessuale nella Berlino nazista
a cura di Beck Gad
 Nel 1933 Hitler mise al bando organizzazioni e pubblicazioni omosessuali. Heinrich Himmler, il capo delle SS, disse che gli omosessuali dovevano essere completamente eliminati e dispose il progetto nazista della pulizia sessuale della razza ariana. In quegli anni, il giovane Gad Beck viveva a Berlino, e non solo era gay, ma anche di famiglia ebrea. Ha del miracoloso il fatto che, nonostante i grossi pericoli corsi, Beck riuscì a salvarsi. E non solo: a Berlino organizzò un gruppo clandestino che agiva a sostegno degli ebrei; arrivò persino ad atteggiarsi a membro della Hitlerjugend per mettere in salvo un suo amante (ma questi scelse di tornare a farsi deportare perché "non avrebbe potuto più essere libero se avesse abbandonato la sua famiglia in mano ai nazisti"). In queste memorie Gad Beck racconta, con inaspettata leggerezza e una certa dose di umorismo, come sopravvisse da illegale nel cuore di una nazione che redigeva "liste rosa" e mandava gli ebrei nei campi di sterminio.

I CAMPI DEL DUCE - L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943)
a cura di Carlo Spartaco Capogreco
 «Nella seconda metà degli anni Ottanta intrapresi un lungo viaggio che mi portò a visitare - dopo averne completato la mappatura - i siti dell'internamento fascista. Potei cosí constatare lo stato d'abbandono o la totale distruzione degli edifici e delle baracche, nonché il loro mancato riconoscimento in quanto "luoghi della memoria"...»
Questo libro non intende certo svelare un mistero sottaciuto, né accusare a posteriori gli italiani di una facile e sbrigativa autoassoluzione. Il suo intento è di dare visibilità a un argomento tuttora realmente sconosciuto attraverso una mappatura storico-geografica dei campi e un inquadramento storico delle diverse forme di internamento praticate nell'Italia di Mussolini: dal confino di polizia, alla deportazione coloniale, ai campi d'internamento allestiti con l'ingresso nella Seconda guerra mondiale, ai campi di concentramento veri e propri conseguenti all'occupazione della Jugoslavia. Un libro che, grazie a una esemplare documentazione d'archivio, contribuisce a districare nodi e problemi ancora irrisolti della nostra storia.

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