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La Case Editrici qui di seguito elencate, hanno pubblicato una serie di libri molto interessanti sotto l'aspetto educativo della Shoah e dell'universo concentrazionario, che vanno sicuramente presi in considerazione visto il loro alto contenuto storico nei diversi gradi di orientamento. Altresì, abbiamo inserito i volumi più facilmente reperibili online e nelle classiche librerie. Molte sono state le Case Editrici e gli Autori che hanno aderito alla nostra iniziativa "Leggere la Shoah". Gli aderenti sono elencati nella pagina introduttiva.
In questa sezione sono elencati i libri (41 Volumi) delle Case Editrici : Cento Autori - Effatà - Salani - Grafo - Piemme - Aliberti - Viella - Bompiani - Mimesis - Marietti - Studium - Kaos - Jouvence - Il Ponte - Sperling & Kupfer - Bollati Boringhieri - Città Calabria - Effatà - Einaudi - Pendragon - Mondadori - Carocci - L'Ancora del Mediterraneo - Promo Music - Armando - Corbaccio - Guerini e Associati - Artestampa - Mattioli 1885 - Guaraldi - Il Mulino - Ombre Corte
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TRADITI - Una storia della Shoah napoletana
a cura di Nico Pirozzi - Editrice Cento Autori
 «Non possono essere iscritti al Partito nazionale fascista i cittadini italiani che, a norma delle disposizioni di legge, sono considerati di razza ebraica». Quando Amedeo e Aldo Procaccia, due ebrei fiorentini emigrati a Napoli vent’anni prima, capiscono che la frase contenuta nel Regio decreto del 21 novembre 1938 sancisce la fine di una militanza lunga dodici anni, si sentono doppiamente traditi. Anche il partito, dopo il governo, ha abbracciato il verbo della razza. Il loro dramma di ebrei fascisti, ripudiati dal Re e dal Duce, ha per sfondo Napoli. Una città bersagliata dalle bombe dei ‘Liberators’, assediata dalla fame e dalla miseria, dalla quale scappano due mesi prima della ritirata dei tedeschi, assieme ad altri nove familiari, tra i quali due neonati e un bambino di cinque anni. La fuga per otto di loro si conclude a Cerasomma, frazione di Lucca, il 6 dicembre 1943. Intrappolati nella tragica e sanguinosa farsa della Repubblica Sociale Italiana saranno costretti a subire le umiliazioni dell’arresto, dell’internamento e del carcere. E da ultima, la deportazione ad Auschwitz, il campo di sterminio polacco dal quale nessuno di loro ritornerà.
Traditi è anche l’ultimo di tre lavori scritti per raccontare la tragedia della Shoah in Campania, una pagina di un passato mai passato, sconosciuta agli stessi napoletani .

EBREI ITALIANI DI FRONTE AL "RAZZISMO"
a cura di Maurizio Valenzi - Editrice Cento Autori
 La pubblicazione del decalogo degli scienziati razzisti sul quotidiano “Il Giornale d’Italia”, il 15 luglio 1938, è rivelatore di un più complesso e articolato progetto politico intrapreso dal Governo Mussolini. Un disegno animato da un solo interesse: creare le condizioni per fare accettare agli italiani una guerra che Hitler vuole scatenare a tutti i costi. Anche se ciò significa sacrificare il passato, il presente e il futuro di decine di migliaia di connazionali ebrei, molti dei quali si sono riconosciuti nel Fascismo e nei suoi ideali. A denunciare il fatale abbraccio avvenuto tra le due ideologie è, con alcune settimane di anticipo sulle leggi razziali del novembre 1938, un giovane italiano nato in Tunisia: Maurizio Valenzi. Le sue preoccupazioni di ebreo e di antifascista le affida a un opuscolo firmato con lo pseudonimo di Andrea Mortara, pubblicato nell’ex protettorato francese, giunto clandestinamente anche in Italia. Una lucida analisi anticipatrice di una tragedia che, pochi anni dopo, trascinerà nel vortice della Shoah i destini di sei milioni di ebrei europei.

IL CACCIATORE DI GIUSTI - Storie di non ebrei che salvarono i figli d’Israele dalla Shoah
a cura di Ugo e Silvia Pacifici Noja - Editrice Effatà
 Emanuele Pacifici ha dedicato tutta l’esistenza alla ricerca dei Giusti, cioè di coloro che, a rischio della propria vita, ne salvarono molte fra quelle destinate alla deportazione e alla morte nei campi di sterminio.
Queste pagine, che sono l’ideale prosieguo della sua autobiografia, presentano figure di uomini e donne che con limpido coraggio si fecero prossimo anche nel pericolo e nella più terribile sventura.
La fede nella giustizia porta dritto al cuore stesso della Creazione, a quel seme di bontà, presente in ogni cosa, che è l’impronta stessa di Dio e che nessun male, nessuna tragedia può darci l’alibi di non far sbocciare.
Ugo G. Pacifici Noja è avvocato e dottore di ricerca in Storia Sociale nell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Silvia Pacifici Noja Maiocchi, poetessa, è cofondatrice con Elena Lea Bartolini De Angeli e con il marito, Ugo G. Pacifici Noja, della prima chavurah italiana, Nevé Or, Oasi di Luce.

LA BARACCA DEI TRISTI PIACERI
a cura di Helga Schneider - Editrice Salani
 "Stava lì, l'aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l'uniforme impeccabile... Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: "Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d'ora in poi farai la puttana per cani e porci". Così racconta l'anziana Frau Kiesel all'ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all'interno stesso dei campi di concentramento, con l'ipocrita e falsa giustificazione di voler limitare l'omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi - spesso veri e propri relitti umani che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall'umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé. In questo capitolo della memoria storica personale e collettiva, Helga Schneider continua, con lucidità e compassione, ma anche con implacabile giudizio, a dare testimonianza di ciò che è accaduto perché non si ripeta mai più.

GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI TRA STORIA E MEMORIALISTICA
a cura di Pier Paolo Poggio. Contributi di Rolando Anni, Angelo Bendotti, Enzo Collotti, Paolo Corsini, Gabriele Hammermann, Nicola Labanca, Lina Tridenti Monchieri - Editrice Grafo
 “Quale significato può avere oggi tornare a riflettere sull’esperienza dei militari italiani catturati dai tedeschi l’8 settembre del 1943 e trasferiti in campi di prigionia in Germania e in Polonia e, nei casi meno fortunati, avviati al lavoro forzato? È questo l’interrogativo al quale siamo stati sollecitati a dare una risposta dall’invito che il Sindaco di Brescia e la Fondazione Micheletti il 15 giugno del 2006 hanno rivolto agli studiosi chiamati a rendere omaggio alla figura di Lino Monchieri, cittadino illustre della città, ma anche testimone ed esponente di primo piano del mondo degli internati militari. […]
Per noi italiani è stato uno dei momenti rivelatori delle responsabilità del regime fascista verso il popolo italiano prima ancora che verso l’Europa: una delle testimonianze estreme del fallimento della guerra fascista e insieme una delle manifestazioni del processo di distacco dalle infatuazioni e dalla retorica bellicista e del lento passaggio alla ricostruzione morale e civile dopo il fascismo, con la riappropriazione di valori e di un’etica che sembravano essere stati spazzati via dal rullo compressore delle dittature e della guerra. Certo è tardiva, ed ancora incompleta nelle conoscenze come non cessano di ricordarci gli storici, e qui nel convegno di Brescia lo ha rammentato con forza Nicola Labanca, la consapevolezza dell’esperienza che coinvolse parecchie centinaia di migliaia di militari italiani e con essi un numero ancora maggiore di nuclei familiari costretti a patire per i congiunti, vittime di una separazione forzata al limite tra la prigionia di guerra e le molteplici forme di deportazione caratteristiche dell’Europa del Nuovo Ordine nazista”.
Dall’Introduzione di Enzo Collotti

UN MIO AMICO NON VUOLE RICORDARE - Testimonianze di prigionieri bresciani nei lager nazisti
a cura di Lorena Pasquini e Beppe Pasini - Editrice Grafo
 “…ma se avesse visto giusto Goya, se fosse vero che il sonno della memoria e della ragione genera mostri? Siamo sicuri che si sia trattato di una semplice onda anomala e passeggera? Sono passate due generazioni intere, e siamo entrati in un altro millennio: chi crede ancora, chi pensa più che un’onda di malvagità abbia potuto travolgere decine di milioni di persone? […] Lasciamo dunque che tutto cada nell’insignificanza, che i nostri figli e i loro figli addormentino ogni memoria, facendo riemergere gli spettri di Goya, o che nelle loro scuole si legga quell’epocale carneficina tutt’al più come un’onda anomala di nessun rilievo nella storia? […] Questo pugno di pagine vuol essere un passaggio di testimone nel costruire una trincea contro ondate di maledizione”.
Dalla prefazione di Cesare Trebeschi

IL BAMBINO SENZA NOME
a cura di Kurzem, Mark - Editrice Piemme
 Mark ha da poco iniziato la sua vita da ricercatore a Oxford quando suo padre Alex bussa alla sua porta con un angoscioso segreto da confessare. I brandelli di quel segreto sono rinchiusi in una logora valigia che custodisce i ricordi evanescenti e ossessionanti che per quasi settant'anni suo padre ha cercato di seppellire nell'oblio. Tocca a Mark ora aiutare suo padre a ricostruire la sua storia, l'epopea di un bambino bielorusso ebreo di cinque anni che è scampato avventurosamente allo sterminio della sua famiglia e del suo villaggio, ha vagato per nove mesi da solo nei boschi, tra la neve e i lupi, è stato catturato da un'unità lettone filonazista, è stato portato davanti al plotone di esecuzione e lì, le spalle contro il muro della scuola, ha rivolto al sottoufficiale che stava per premere il grilletto una strana, perfetta domanda da bambino: "Puoi darmi un pezzo di pane, prima di spararmi?". È stata quella strana domanda a salvargli la vita. Le SS che decidono di prendere quel bambino dai capelli biondissimi e dagli occhi cerulei come loro mascotte, per farne un modello di soldato bambino da utilizzare per la propaganda. Le giornate trascorse a lustrare scarpe. Ora vuole ricordare Alex, ritrovare le sue radici, la sua famiglia, il suo passato, vuole sapere tutto, anche il suo nome, perché quello con cui è cresciuto, si è sposato, ha generato tre figli, Alex Kurzem, non è che il nome falso che gli diedero su un foglio di via.

IL PRIMO GIORNO D'INVERNO - Cervarolo, 20 marzo 1944. Una strage nazifascista dimenticata
a cura di Massimo Storchi, Italo Rovali - Editrice Aliberti
 Nel marzo 1944 fu condotta dalle truppe tedesche una serie di operazioni sull'Appennino reggiano-modenese, con l'appoggio di reparti della Gnr fascista nell'intento di distruggere le nascenti formazioni partigiane. Il 18 marzo l'obiettivo fu il crinale modenese del Dragone-Secchia. Le vittime furono centotrentuno. Sul versante reggiano l'azione, condotta da altre unità della medesima divisione, prese avvio il 20 marzo. Civago e Cervarolo furono investiti da una preordinata manovra di rastrellamento. A Cervarolo vennero fucilate ventiquattro persone: uomini innocenti tra i diciassette e gli ottantaquattro anni, tra cui un povero paralitico e l'anziano parroco. Dopo aver depredato il paese, i tedeschi fecero allontanare le donne e mitragliarono gli uomini, quindi incendiarono le abitazioni. Solo tre persone scamparono alla morte. Per oltre sessantacinque anni non è stato possibile determinare le responsabilità individuali del massacro. Solo dopo il 1994, con l'apertura a Roma dell'Armadio della vergogna, dove erano stati occultati negli anni Sessanta i fascicoli relativi all'inchiesta compiuta nell'immediato dopoguerra, il percorso della giustizia è stato riavviato. Le indagini condotte dalla Procura militare di La Spezia hanno portato a un processo che ha preso avvio nel novembre 2009 presso il Tribunale militare di Verona.

LEGGI DEL 1938 E CULTURA DEL RAZZISMO - Storia, memoria, rimozione
a cura di Marina Beer, Anna Foa, Isabella Iannuzzi - Editrice Viella
 Il filo conduttore che lega i saggi raccolti in questo volume è l’analisi della diffusione del razzismo nell’Italia degli anni Trenta, ma anche dei vuoti di memoria dell’elaborazione italiana di questo momento decisivo della nostra storia, quando la cittadinanza è stata tolta ad una parte degli italiani e contro di loro si è attuata una persecuzione basata su criteri razziali e biologici. Le leggi del 1938 si inseriscono infatti in una cultura della razza che ha profonde radici nella cultura europea ed italiana, dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti. Una cultura fondata sul razzismo biologico, sia pur mescolato a motivazioni «spirituali»: l’idea della supremazia della «razza bianca», l’ideologia coloniale, la misoginia, il darwinismo sociale, l’eugenetica. Una cultura che si fonda su un presupposto scientificamente falso, quello dell’esistenza delle razze.
A fronte di questo, la difficoltà ad avere memoria delle leggi del 1938 - emerse all’attenzione degli storici solo nel 1988, in occasione del loro cinquantesimo anniversario - ha fatto sì che la narrazione della legislazione razzista e della sua applicazione manchi tuttora quasi interamente nella riflessione degli storici dell’arte, delle scienze e della letteratura, ma soprattutto nella divulgazione e nella manualistica. Le radici di questo silenzio nascono dalla rimozione delle responsabilità, caratteristica dell’Italia del dopoguerra: una riflessione sui vuoti della nostra memoria e del nostro senso comune ci riporta oggi alla necessità di fare infine un bilancio dei danni provocati dal razzismo nella nostra cultura e nella nostra società.

LE RADICI STORICHE DELL'ANTISEMITISMO - Nuove fonti e ricerche
a cura di Marina Caffiero - Editrice Viella
 Gli studi raccolti in questo volume avviano una riflessione di lungo periodo dal Medioevo al Novecento sulle radici storiche dell’antisemitismo e sui modi della costruzione e della trasmissione nel tempo degli stereotipi antiebraici. Tale approccio diacronico tenta di inserire le vicende dell’antisemitismo novecentesco, con la sua deriva razziale, in una visione più ampia che, pur tenendo sempre presenti le distinzioni temporali e i contesti specifici, induca a leggere la contemporaneità con una maggiore consapevolezza storica.
Dalle ricerche qui presentate emerge quanto sia fuorviante continuare a considerare l’antigiudaismo religioso e l’antisemitismo razzista come fenomeni non comparabili perché appartenenti a epoche diverse e fondati su logiche differenti. Entrambi, invece, hanno avuto forti implicazioni politiche legate alla costruzione dell’identità di un gruppo di individui rispetto a un altro, percepito come diverso e quindi pericoloso. Condizionamenti e paure, questi, che si sono acuiti soprattutto in concomitanza di particolari momenti di crisi e di insicurezza pubblica e sociale. L’antigiudaismo cristiano, coltivato sul suolo europeo e italiano nel corso di secoli, si riversò senza ostacoli nell’antisemitismo moderno che, rivestito di distruttive suggestioni biologiche, antropologiche e razziali, avrebbe portato nel XX secolo alla tragedia della Shoah.

GLI ASSASSINI DELLA MEMORIA - Saggi sul revisionismo storico
a cura di Pierre Vidal-Naquet - Editrice Viella
 È possibile discutere con i revisionisti, con coloro che negano la realtà del genocidio hitleriano fino a mettere in dubbio l’esistenza delle camere a gas? Per Pierre Vidal-Naquet la risposta è, senza alcuna esitazione, no. E non solo perché il dialogo presuppone un terreno comune, ma anche perché tra gli storici non esiste alcun dibattito che si possa definire scientifico sulla tragica verità dello sterminio nazista. Comprendere l’origine di una tale aberrazione è dunque più che mai necessario: si può e si deve discutere sui revisionisti, analizzando i loro testi «come si fa l’anatomia di una menzogna».
La battaglia contro gli «Eichmann di carta», che Vidal-Naquet ha instancabilmente condotto nel corso di lunghi anni con i suoi scritti e le sue riflessioni, diviene così non solo un discorso etico, ma anche una grande lezione di metodo storico. Se compito dello storico è la ricerca della verità, è pur vero che non esiste una Verità con la maiuscola: la «verità storica» non può né deve diventare «verità legale» o «verità politica», e meno che mai «verità di Stato». Temi questi che come sottolinea la densa e penetrante Introduzione di Giovanni Miccoli si intrecciano profondamente con la vicenda umana e personale di Pierre Vidal-Naquet, con il suo impegno civile e militante, il suo rapporto con l’ebraismo e con la storia degli ebrei e della Shoah, il suo giudizio sullo Stato e la politica israeliana, la riflessione sui nessi e la dialettica che legano la storia e la memoria.

IO SONO L'ULTIMO EBREO (Treblinka 1942-42)
a cura di Chil Rajchman - Editrice Bompiani
 "Rajchman è un sopravvissuto di Treblinka. Ha visto tutto, sentito tutto, provato tutto. Ha il coraggio di deporre per la Storia. Il suo racconto è di una densità che dà i brividi. Credo di aver letto molte opere su questo stesso soggetto. E tutte sono dolorose. Alcune sollecitano dei dubbi sull'uomo, altre sul suo creatore. Quella di Rajchman, con la sua semplicità commovente, apre degli orizzonti nuovi nell'immaginario del Male. [...] Il viaggio angosciante verso l'Ignoto. L'arrivo. L'abbandono delle ultime proprietà. La separazione delle famiglie. Le urla. Il sadismo degli 'assassini' e la tortura umiliante delle vittime. Il sistema funziona alla perfezione. Tutto è previsto, programmato. Gli uccisori uccidono e gli ebrei muoiono. Rajchman è restato un anno a Treblinka: dal 1942 al 1943, fino alla rivolta eroica dei disperati, cui aveva partecipato. In questo lasso di tempo, nell'odore pestilenziale permanente, ha conosciuto ciò che nessuno dovrebbe vedere: lavorava lì dove le vittime, uomini, donne e bambini, andavano verso la morte. Era lui l'ultimo essere umano che le donne vedevano prima di soffocare nelle camere a gas.[...] Come ha fatto Rajchamnn a vivere e sopravvivere con i morti adattandosi così velocemente a situazioni così pietrificanti? Nel giro di ventiquattro ore, è colui che taglia i capelli ai condannati. Poi quello che smista i loro vestiti, frugando nelle tasche segrete." (Dalla postfazione di Elie Wiesel) .

GETTA LA PIETRA! - Il lager di Gusen-Mauthausen
a cura di Rudolf A. Haunschmied, Johann Prinz - Editrice Mimesis
 Gusen, noto e famigerato sottocampo del lager di Mauthausen, è stato definito il cimitero degli italiani per l'elevato numero di deportati italiani che vi trovò la morte. I testi qui pubblicati permettono di ricostruire la terribile storia di schiavizzazione dei deportati di Gusen e di comprendere il clima di terrore instaurato dai nazisti anche nei confronti delle popolazioni civili dei territori da loro occupati. Questo volume vuole contribuire alla memoria storica necessaria per costruire il nostro presente e il nostro futuro e vuole ricordare coloro che, in tempi in cui schierarsi contro il nazismo e il fascismo voleva dire rischiare la vita, non ebbero alcun dubbio su quale parte scegliere fino a morire per la nostra libertà.

L'ESILIO DELLA PAROLA. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz
a cura di Neher André - Editrice Marietti
 Quest'opera si colloca nel filone dello straordinario contributo che gli intellettuali di origine ebraica hanno dato alla cultura del nostro tempo e che annovera tra i suoi esponenti maggiori figure come Kafka, Freud, e Benjamin. Sul comune fondo dell'ebraismo, sia pure vissuto e interpretato con intensità e fedeltà diverse, essi hanno saputo cogliere i problemi cruciali dell'uomo contemporaneo. Coniugare il passato con il presente e risalire da questo a quello sono fra gli aspetti più significativi de L'esilio della parola. Mosso dall'atroce esperienza di abbandono dell'uomo e di fallimento della storia che reca nome di Auschwitz, Neher si interroga sulle manifestazioni del silenzio nella Bibbia. Egli lo scopre così come una delle sue dimensioni costitutive, come lo spazio in cui ha luogo l'evento della Parola che provoca l'uomo nella sua libertà più radicale e lo chiama alla responsabilità verso la storia.

AD AUSCHWITZ DIO C'ERA - I credenti e la sfida del male
a cura di Rocco Pititto - Editrice Studium
 Ad Auschwitz Dio c'era, perché anche lì, come dovunque nel mondo l'uomo è stato negato e ucciso, il fuoco dell'alleanza non si è mai spento ed ha continuato a bruciare. È vero che «durante la notte delle nostre guerre, il fuoco dell'alleanza sembrava definitivamente spento dall'orrore dei forni crematori. Ma l'amore non può morire: è presente nell'essere di ogni creatura, di ogni vita. La scelta fatta da Mosè al Sinai tra la vita e la morte, tra la benedizione e la maledizione, si ripropone agli uomini del nostro tempo. La sua urgenza è ancora maggiore se si considerano i rischi mortali che ci minacciano e che ci impongono un rinnovamento spirituale, senza il quale l'avvenire dell'umanità - e probabilmente anche quello di ogni traccia di vita sul nostro pianeta - rischierebbero di essere definitivamente compromessi» (A. Chouraqui). Guardando oltre la caducità della scena mondana e i tanti fallimenti della storia umana, si ritrovano i segni dell'azione di Dio nel mondo. È attraverso questi segni che Dio governa il mondo e si rende presente agli uomini, chiamati a completare l'opera incompiuta della creazione. Dio è sempre presente nel mondo ed è sempre accanto all'uomo, soprattutto nel tempo della prova, anche quella più difficile. Ma bisona cercarlo.
E per questo che un parlare su Dio è ancora possibile dopo Auschwitz, nonostante il salto qualitativo nell'ordine della violenza, rappresentato dall'evento della Sho'ah.

PAGINE DI STORIA DELLA SHOAH - Nazifascismo e collaborazionismo in Europa
a cura di Alessandra Chiappano e Fabio Minazzi - Editrice Kaos
 Gli atti del seminario residenziale sulla shoah “Futuro antico” (Bagnacavallo, 15-17 gennaio 2004), organizzato dall’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in Ravenna e provincia, con la collaborazione dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Il seminario ha dibattuto le tematiche del collaborazionismo, del razzismo e dell’applicazione delle leggi razziali, in Italia e in Europa.
Il libro comprende inoltre due importanti saggi. Nel primo lo storico Ian Kershaw analizza la “unicità” del regime nazista rispetto agli altri regimi dell’Europa negli anni Trenta (il ruolo di Hitler, le dinamiche interne del potere nazista, e il decisivo ruolo delle élite conservatrici tedesche). Del secondo saggio, La responsabilità personale sotto la dittatura, è autrice la filosofa Hannah Arendt.

GLI EBREI NEL MEDIOEVO
a cura di Veronese Alessandra - Editrice Jouvence
 Ampio panorama storico, storiografico e bibliografico sulla situazione degli ebrei nel mediterraneo cristiano. Dalla diaspora in età ellenistico romana ai maggiori insediamenti altomedievali: Spagna, Francia meridionale, Italia. I contatti con l'Islam e la relativa convivenza. Situazione nel mondo crociato. Peggioramento progressivo a cominciare dal XII secolo. Persecuzioni ed espulsioni. Un testo prezioso per la conoscenza di una materia antica ma sempre presente, anche oggi.

ALL'OMBRA DELL'OLOCAUSTO - La lotta tra ebrei e sionisti all'indomani della seconda guerra mondiale
a cura di Yosef Grodzinsky - Editrice Il Ponte
 “Yosef Grodzinsky ha una storia importante da raccontare. È una storia che renderà molti consapevoli della natura intimamente viziata del movimento sionista negli anni Quaranta...
Prima dell’Olocausto, il sionismo non raccoglieva il consenso della maggioranza degli ebrei, ma persino dopo il genocidio di molti milioni di noi, poté godere solo di un sostegno ambiguo. Benché a gran parte della nostra gente sia stato insegnato che i sopravvissuti all’Olocausto, raccolti nei campi profughi DP, non volevano che raggiungere la Terra d’Israele per ricostruirsi una nuova vita, ora emerge invece che, sebbene molti di quei superstiti fossero a favore della creazione di uno Stato ebraico, la maggior parte di loro non lo scelse per viverci. Molti attivisti sionisti ritenevano di conoscere quale fosse l’interesse dei sopravvissuti e così li manipolarono, e in certi casi li costrinsero a venire in Palestina e prestare servizio nell’esercito...
La natura intimamente viziata del sionismo non è una ragione sufficiente per scartare la sua idea di base, secondo cui il popolo ebraico merita, come qualsiasi altro, uno Stato nazionale...
Molti di noi, che amano Israele, stanno sempre più disperando che l’attuale governo possa riuscire a far proprio il fondamentale rispetto dei diritti umani del popolo palestinese, rispetto che il mondo esige da uno Stato che pretende di far parte della famiglia delle nazioni. Sappiamo che Israele ha smarrito la strada e ha bisogno di un’irrinunciabile trasformazione”.

GLI EBREI ALLO ZOO DI VARSAVIA
a cura di Ackerman, Diane - Editrice Sperling & Kupfer
 "Ho fatto solo il mio dovere. Se puoi salvare la vita di qualcuno, è tuo dovere provarci." Con questa semplicità disarmante Jan Zabiriski, direttore dello zoo di Varsavia negli anni della seconda guerra mondiale, ha parlato della straordinaria impresa grazie alla quale lui e la moglie Antonina sottrassero alla furia nazista più di trecento ebrei. È il 1939, i bombardamenti tedeschi devastano lo storico zoo della capitale polacca: Jan e Antonina reagiscono allo sgomento e salvano gli animali superstiti. Ma ben presto il razzismo nazista si accanisce sugli uomini: quando iniziano i pogrom contro gli ebrei, i due coniugi non esitano a trasformare lo zoo in un rifugio per i perseguitati, creando un mondo alla rovescia in cui gli "ospiti" segreti vengono chiamati con il nome in codice degli animali di cui occupano la gabbia vuota, mentre le bestie portano nomi di persona. Al disprezzo per chi è diverso e alla follia di voler imporre alla natura un disegno mitomane, Jan e Antonina oppongono il rispetto per gli esseri viventi, che siano animali in pericolo o ebrei polacchi, "uomini in via d'estinzione". Basandosi sul diario di Antonina e su molte altre fonti storiche, l'autrice ha recuperato dall'oblio una storia vera di coraggio e compassione.

CERCANDO SCHINDLER
a cura di Keneally Thomas - Editrice Sperling & Kupfer
 Se non fosse stato per un incontro casuale fra l'autore e un negoziante polacco di Beverly Hills, forse oggi Oskar Schindler, il Giusto che salvò centinaia di ebrei, sarebbe stato dimenticato. Fu quella conversazione a dare inizio alla affascinante ricerca, qui raccontata, che portò Keneally a scrivere (e Spielberg a girare) una delle storie più belle della letteratura sulla Shoah. "Cercando Schindler" è l'occasione per riscoprire un personaggio e una vicenda esemplari, che ancora oggi parlano a tutti gli uomini.

DEFIANCE - Gli ebrei che sfidarono Hitler
a cura di Nechama Tec - Editrice Sperling & Kupfer
 Il suo nome è sconosciuto ai più, ma Tuvia Bielski merita di passare alla storia come uno dei grandi eroi del Novecento. Insieme ai suoi fratelli osò sfidare il Reich proprio in quella terra su cui la furia di Hitler si era accanita con maggiore violenza: la Polonia. Mise in piedi un piccolo esercito di partigiani, con l’obiettivo di mettere in salvo più persone possibile dalle persecuzioni naziste. Nel cuore delle foreste della Bielorussia, guidò il suo eterogeneo popolo, fatto di giovani combattenti, donne, vecchi e bambini, attraverso pericoli e avversità, riuscendo a trarre in salvo oltre mille persone.

QUANDO L'ECCEZIONE DIVENTA NORMA - La reintegrazione degli ebrei nell'Italia postfascista
a cura di D'Amico, Giovanna - Editrice Bollati Boringhieri
 Attraverso un’ampia ricognizione documentaria viene messa a fuoco la genesi dei provvedimenti adottati dai governi dell’Italia postbellica (1943-1950) che reintegrarono gli ebrei sia nei posti di lavoro da cui erano stati espulsi, sia nel possesso dei beni carpiti loro dal fascismo. Il tema, designato dalla storiografia tedesca col termine Wiedergutmachung, che oltre a implicazioni di carattere materiale (risarcimenti in senso proprio) rimanda a concetti morali come «perdono» e «cancellazione della colpa», sta avendo ampia fortuna in tutta Europa. Gli studi sembrano concentrarsi però sul momento materiale delle restituzioni, mentre è scarsa l’attenzione verso i processi decisionali che ne costituirono la matrice. Proprio questi ultimi sono portati in primo piano nel testo e la reintegrazione degli ebrei le cui vicende vengono costantemente confrontate con quelle dei perseguitati politici diventa specchio di un’Italia che da un lato pare incapace di rompere recisamente col regime monarchico-fascista e dall’altro sembra fare maggiormente i conti con la Repubblica sociale italiana. Ne scaturisce, perciò, una doppia e parallela classificazione delle vittime: ai perseguitati politici e razziali discriminati dal regime monarchico-fascista (1922 e 1938-1943) verrà concessa una legislazione riparatoria meno incisiva di quella riservata ai perseguitati politici e razziali del periodo successivo (1943-1945). In sostanza, la reintegrazione scaverà un solco tra i perseguitati dal Ventennio e i perseguitati da Salò. Un’ulteriore prova della difficoltà del ceto politico e della cultura politica postfascista a misurarsi fino in fondo con l’eredità dell’Italia di Mussolini.

NEL RECINTO DELL'INFERNO - I calabresi nei lager nazisti
a cura di Lentini Rocco - Editrice Città Calabria
 La storiografia sui campi di concentramento, ancora oggi piena di lacune, incertezze ed omissioni inizia - con un colpevole ritardo ventennale degli storici italiani - a metà degli anni Sessanta sulle carte accumulate per il processo del Tribunale militare internazionale di Norimberga e sull'intensificarsi dell'attività investigativa ed istruttoria della giustizia tedesca, dopo l'apertura, nel 1958, del Landesstelle di Ludwingsburg e dei processi per i campi di sterminio dell'Action Reinhard, che aprirono alla ricerca storica uno spettro documentario e problematico d'ampio orizzonte. L'inesplorato contesto di provenienza dei deportati ha alimentato il pregiudizio che il Sud, la Calabria, e i Calabresi, sono estranei al dramma della deportazione ed al movimento di liberazione in Italia. Questo lavoro colma una lacuna, apre uno squarcio in quel muro di pregiudizio che tende, anche in questo caso, a relegare la Calabria e i calabresi ai margini delle più complesse e terribili vicende della storia contemporanea. La vicenda dei deportati calabresi vittime della bestiale furia nazista è ricostruita attraverso schede nominative precise, accoramento di doti, storie, drammi componibili in un quadro unitario riconducibile alle variegate caratteristiche del territorio calabrese e atta cultura delle Calabrie.

MARIJA SKOBCOVA - L'esilio, la conversione, il lager nazista
a cura di Bea Pérez Emilia - Editrice Effatà
 Marija Skobcova (1891-1945), monaca e martire, è stata canonizzata dalla Chiesa ortodossa nel 2004. Dapprima socialista rivoluzionaria in Russia, viene successivamente costretta, con il marito e i figli, all'esilio a Parigi. Qui, guidata dal grande pensatore ortodosso Sergej Bulgakov, nel 1932 diventa monaca. La sua vocazione monastica sarà intesa non come allontanamento dal mondo ma più in consonanza con l'antico diaconato femminile come servizio da offrire, come "sacramento del fratello". Nel centro da lei fondato accoglierà infatti poveri, emarginati, rifugiati, ebrei perseguitati. Proprio per questo nel 1943 finirà nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà due anni dopo nella camera a gas. La sua vita, che corre lungo sentieri diversi, talvolta contrastanti, è un'intensa testimonianza di fede, dall'autentico valore ecumenico.

PSICOLOGIA DI MASSA DEL FASCISMO
a cura di Reich Wilhelm - Editrice Einaudi
 "Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell'umanità, considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico, per dirla con parole più blande, un "pregiudizio". Lo stesso dicasi per il politico irresponsabile e retorico. L'intensità e la vasta diffusione di questi "pregiudizi razziali" sono la prova che essi affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell'odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone. L'ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell'uomo orgasticamente impotente"

SOTTO FALSO NOME - Scienziate italiane ebree (1938-1945)
a cura di Simili Raffaella - Editrice Pendragon
 Il 14 luglio 1938 viene pubblicato il "Manifesto della razza". Subito dopo si scatena, violenta, la campagna antisemita. Coi successivi "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista" l'uragano che si abbatté sugli scienziati e sulle scienziate ebrei fu senza scampo: radiati dalle università, dalle accademie e dagli istituti culturali, costretti alla fuga, alla clandestinità, fino alla deportazione e alla morte. Furono specialmente le professoresse che il fascismo non perdonò, cancellandole perfino dagli elenchi ufficiali dei radiati. Questa memoria perduta le ha rese per lungo tempo doppiamente invisibili: come donne di scienza e come ebree. Attraverso le parole (tratte da testimonianze edite e inedite) delle protagoniste e di chi ha vissuto loro accanto, entriamo nelle case dei Volterra, dei Castelnuovo, dei Levi, dei Fermi, dei Pincherle, dei Sacerdoti, di Salvador E. Luria, Luciana Nissim Momigliano, Tullia Calabi Zevi e della stessa Rita Levi Montalcini che, prima di conquistare il Premio Nobel nel 1986, fu costretta a nascondersi nel periodo della clandestinità sotto il falso nome di Rita Lupani. Una sorta di diario privato che ci restituisce, dall'interno, il quadro di un'epoca che ha segnato la storia.

LE STRAGI NASCOSTE
a cura di Franzinelli Mimmo - Editrice Mondadori
 Alla fine degli anni Quaranta, 695 fascicoli processuali sui crimini di guerra nazifascisti vennero occultati nella sede della Procura generale militare, a Roma, in uno sgabuzzino al pianterreno di Palazzo Cesi. Quella documentazione conteneva notizie su eccidi, omicidi, saccheggi e delitti commessi in Italia durante l'occupazione tedesca. E non solo relative agli episodi più tragicamente noti Cefalonia, le Fosse Ardeatine, Marzabotto ma anche a episodi mai portati a conoscenza dell'opinione pubblica.
A compiere quelle atrocità non furono solo gli occupanti tedeschi, ma anche i collaborazionisti della Repubblica sociale italiana. La rappresaglia non fu soltanto reazione agli attacchi partigiani, ma tecnica terroristica preventiva. Vennero massacrati di preferenza comunisti, anarchici, ebrei, prelevati dalle carceri; poi si passò alla gente comune con rastrellamenti di vecchi, donne e bambini, stragi in casolari isolati, villaggi rasi al suolo, razzie, saccheggi: una battaglia senza quartiere contro un popolo disarmato, ben più accanita delle scaramucce contro i partigiani. Poche furono le perdite tedesche, enormi quelle degli italiani. E, per loro, alla tragedia della morte violenta si sarebbe aggiunta quella della giustizia tradita e di u colpevole oblio.
Il materiale “provvisoriamente archiviato” fu ritrovato nel 1994. Tranne poche eccezioni, l'implacabile decorso del tempo ha lasciato che i persecutori concludessero la loro vita impuniti e insieme ha ostacolato la ricostruzione storica dei crimini di guerra.
A decenni di distanza gli archivi giudiziari restituiscono pagine sconvolgenti di tante vite spezzate e testimonianze dirette dei sopravvissuti, tasselli decisivi per la conoscenza del volto brutale della guerra ai civili. Le stragi nascoste documenta il quadro d'insieme di eventi sepolti per mezzo secolo, utilizzando per la prima volta i fascicoli occultati e ricostruendo i processi contro gli ultimi colpevoli. Ripercorre, come casi esemplari, il contorto itinerario giudiziario per l'eccidio di 67 internati nel campo di Fossoli (chiuso con l'archiviazione) e il procedimento contro Michael Seifert, “il boia di Bolzano” (recentemente condannato all'ergastolo dal Tribunale militare di Verona).
Questa ricerca, in controtendenza con la “ragion di Stato” cui la memoria delle stragi è stata sacrificata, vuole squarciare un velo, fornendo documentazione e analisi a quanti vogliano avvicinarsi alla comprensione del fenomeno tragico dell'Italia oppressa dal dominio nazista.

LA RESISTENZA TRICOLORE - La storia ignorata dei partigiani con le stellette
a cura di Arrigo Petacco, Giancarlo Mazzucca - Editrice Mondadori
 “Per «Resistenza» s'intende quasi sempre il movimento organizzatosi all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre che si oppose all'invasione tedesca del territorio italiano. Ma i resistenti non furono soltanto i circa 80mila partigiani che salirono alle pendici dei monti nel giugno del 1944, resistenti furono anche quei militari che, in obbedienza agli ordini ricevuti, rifiutarono di arrendersi al Terzo Reich. Fra i «resistenti» dobbiamo collocare i marinai della nostra Flotta che la sera stessa dell'8 settembre, mentre le caserme si svuotavano, raggiunsero i posti di combattimento a bordo della squadra navale che salpò dalla Spezia alla volta di Malta. Per quale motivo abbiamo dimenticato così a lungo la loro storia? Che cosa ci ha impedito di conoscere le disavventure belliche di migliaia e migliaia di militari che a Cefalonia, a Lero, in Jugoslavia e in tante altre località dello scenario bellico europeo rifiutarono di allearsi con Hitler e morirono combattendo? E come possiamo definire se non «resistenti» i 600mila militari italiani internati in Germania, che preferirono languire nei campi di concentramento anziché cedere alle lusinghe della Repubblica sociale di Mussolini? Arrigo Petacco e Giancarlo Mazzuca grazie anche a interviste ai sopravvissuti, testimonianze e ricostruzioni di vicende personali, aggiungono un capitolo significativo alla già ricca ma ancora incompleta storia della Resistenza italiana. Con stile chiaro e avvincente, il libro descrive l'epopea dei «partigiani con le stellette», onorando i tanti veterani ancora vivi, e costituisce un ulteriore, auspicato passo verso la ricostruzione di una memoria condivisa.

CHI SCRIVERA' LA NOSTRA STORIA?
a cura di Samuel D. Kassow - Editrice Mondadori
 Nel 1940, mentre la Polonia veniva inglobata nel Terzo Reich e per gli ebrei polacchi iniziava una tragica parabola che avrebbe avuto una conclusione terribile, Emanuel Ringelblum fondò a Varsavia un'organizzazione clandestina votata a raccogliere e conservare tutti i documenti che potevano raccontare la storia della comunità ebraica sotto i nazisti. Man mano che la Soluzione finale si sviluppava, lui e i suoi compagni misero insieme un archivio preziosissimo e insieme spaventoso, in cui si trova la cronaca della graduale distruzione di un popolo. Nonostante arresti, deportazioni e uccisioni, l'archivio continuò a crescere durante tutta la seconda guerra mondiale e anche se il suo ideatore scomparve, come tutta la sua famiglia, nei campi di sterminio nazisti, prima della fine riuscì a mettere in salvo migliaia di documenti nascondendoli in bidoni per il latte e in scatole di alluminio. Dopo la fine della guerra, solo tre delle molte persone che avevano lavorato all'archivio erano sopravvissute, ma la testimonianza di quella incredibile raccolta non era andata perduta.

UCCIDERE I CIVILI - Le stragi naziste in Toscana (1943-44)
a cura di Fulvetti Gianluca - Editrice Carocci
 Il volume si propone come la prima, completa ricostruzione degli oltre 200 massacri commessi dai diversi reparti dell'esercito tedesco ai danni delle popolazioni toscane, durante i mesi dell'occupazione nazista (che si chiude con il settembre-ottobre 1944 per la maggior parte del territorio regionale). Il libro presenta uno spaccato dei diversi "tempi" di una politica repressiva che sceglie la violenza sulla popolazione, la "guerra ai civili", come strategia metodica e non certo episodica funzionale al raggiungimento dei diversi obiettivi dell'occupazione. Il caso della Toscana - una delle regioni italiane più duramente colpite - diventa così una interessante cartina di tornasole per riflettere sulla responsabilità delle diverse componenti dell'esercito e sulle specificità della guerra ai civili nazista.

LA POLITICA DEL TERRORE - Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna
a cura di Luciano Casali e Dianella Gagliani - Editrice L'Ancora del Mediterraneo
 Dal settembre 1943 all'aprile 1945 l'intera Emilia Romagna fu teatro di numerosi episodi di violenza collettiva - frutto di una criminalità organizzata - sia da parte del Terzo Reich sia della Repubblica sociale italiana. Stragi di civili, distruzione integrale dell'habitat, guerra feroce ai partigiani, rastrellamenti, deportazioni, stupri, uccisioni indiscriminate, gestione arbitraria e crudele degli ostaggi, torture sui corpi dei prigionieri politici. A questi vanno aggiunti altri delitti, inclusi quegli omicidi commessi da gruppi e singoli, quasi "per caso". Il tutto a costruire una particolare forma di "guerra totale" che, nella regione, assume i caratteri di una vera e propria "guerra terroristica".

BINARIO 21 + 
a cura di Moni Ovadia - Editrice Promo Music
 Ad Auschwitz, il luogo simbolo da cui cominciare a ricordare, si sono incrociati due destini: quello di Liliana Segre, deportata dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, e quello del poeta Yitzhak Katzenelson passato attraverso la disperazione del ghetto di Varsavia. Sia Liliana sia Yitzhak sono in modo diverso dei sopravvissuti: la prima testimone della Shoah; il secondo lasciando uno straordinario documento poetico sull'Olocausto. Il dvd allegato "Binario 21. Il canto del popolo ebraico massacrato" di Felice Cappa, liberamente tratto dall'omonimo poema di Yitzhak Katzenelson, riporta anche la testimonianza di Liliana Segre, in memoria dello sterminio del popolo ebraico e di tutti coloro che hanno subito la deportazione, la prigionia e la morte.

AUSCHWITZ E IL «NEW HUMANISM» - Il Canto di Ulisse delle vittime della ferocia nazista
a cura di Evangelisti Letizia - Editrice Armando
 Il libro percorre un viaggio attraverso le opere degli artisti deportati ad Auschwitz-Birkenau alla ricerca dell'Umanità, negata dal Nazismo, riscoprendo il valore della cultura come strumento di sopravvivenza spirituale. I protagonisti del volume hanno riannodato i fili della memoria storico-artistica, ossia della tradizione pittorica, riappropriandosi della loro individualità.

LA NOTTE DEI CRISTALLI - 9 novembre 1938
a cura di Martin Gilbert - Editrice Corbaccio
 Il 7 novembre 1938 un giovane ebreo, sconvolto per l'espulsione dei genitori dalla Germania, entrò nell'ambasciata tedesca a Parigi e sparò cinque colpo di pistola a un diplomatico tedesco, ferendolo gravemente. Tre giorni dopo il diplomatico morì e la Germania divenne teatro di una drammatica campagna di violenze abilmente orchestrata ai danni degli ebrei. Nelle prime ore del 10 novembre squadre delle SA e delle SS entrarono in azione, con l'avallo del governo centrale, in tutta la Germania lasciando dietro di loro una scia di terrore e distruzione: centinaia di persone uccise, sinagoghe distrutte, decine di migliaia di ebrei inviati ai campi do concentramento. Non fu certo questo l'inizio l'inizio della politica antisemita del governo nazista, già in atto da anni, ma fu il manifesto conclamato della politica di sterminio.

STREIKERTRANSPORT - La deportazione politica nell'area industriale di Sesto San Giovanni (1943-1945)
a cura di Valota Giuseppe - Editrice Guerini e Associati
 Il libro raccoglie racconti dettagliati di esperienze e diari di perseguitati, deportati per motivazioni politiche, colpevoli esclusivamente di essere operaie e operai scioperanti, di cui sono state elaborate e predisposte anche schede biografiche che ne consentono ancora oggi l'identificazione. In una prospettiva corale sono raccolti i ricordi, le memorie e le testimonianze dei lavoratori deportati di una comunità radicata nel rifiuto del fascismo e ancora attualmente impegnata nel promuovere il sentimento civile e umano, la coscienza collettiva dell'opposizione operaia e della resistenza, nel tratto forte della memoria della Seconda Guerra Mondiale, con le lotte di fabbrica, nella guerriglia e nella Resistenza partigiana di opposizione al regime. I testimoni dimostrano molto orgoglio, raccontando sommessamente le privazioni: la fame, il freddo, e le umiliazioni per condizioni di vita disumane, che tuttavia non fanno dimenticare a nessuno la propria dignità. Nei ricordi, nei racconti, nelle narrazioni domina lo spaesamento, con il graduale dileguarsi di ogni parametro di esistenza normale, nell'ostinato rifiuto dell'accettazione degli eventi terrificanti, della tragedia delle deportazioni, contraddistinta dal carattere inatteso, che appare gratuito e casuale, della cattura e del viaggio, il Transport appunto, verso i campi di concentramento e di sterminio. La vicenda che ha coinvolto e travolto queste lavoratrici e questi lavoratori si conclude senza trionfalismi, senza proclami altisonanti di vendetta e di patriottismo esasperati, ma con il ricordo duraturo del dolore e con il lutto per i compagni e gli amici morti nelle persecuzioni e nelle deportazioni di civili.

ALLE SPALLE DELLA LINEA GOTICA - Storie luoghi musei di guerra e resistenza in Emilia Romagna
a cura di Claudio Silingardi - Editrice Artestampa
 L'autore di questo accurato lavoro realizza un vero e proprio percorso della memoria, tracciato attraverso una descrizione appassionata e ben articolata di musei, luoghi, fotografie, monumenti e storie. Tale museo diffuso si snoda in una regione, l'Emilia Romagna, teatro di una guerra spesso fratricida che ha prodotto tra le stragi più cruente che la storia italiana ricordi. La Resistenza delle brigate sulle colline, il coraggio, la determinazione e la solidarietà tra partigiani trovano, per esempio, compiuta realizzazione nel racconto dell'onta subita dalla suicida Iris Versari, Silvio Corbari e i loro compagni di brigata, prima traditi, poi trucidati nell'agosto del 1944, quindi impiccati dai nazisti (una foto ritrae l'evento) a scopo dimostrativo e intimidatorio nei confronti della popolazione. Una guerra, quella di Resistenza contro il nazifascismo, senza esclusione di colpi, in cui i nazisti non facevano più distinzione tra partigiani e civili e che, tra i luoghi ripercorsi, ci conduce a Sant'Anna di Stazzema e agli orrori della strage ivi compiuta ai danni della popolazione. E' la memoria storica e iconografica a trionfare tra le pagine del libro, dai documenti dell'epoca ai manifesti di propaganda fascista, dalle fotografie ritraenti i sentieri partigiani a quelle delle fosse comuni, dai sacrari alle sale sale museali fino agli squarci di paesi e abitazioni bombardate dagli alleati. Insomma Silingardi, direttore dell'Istituto storico di Modena, esperto di storia della Resistenza e delle problematiche inerenti i luoghi della memoria della seconda guerra mondiale ci fornisce con quest'opera una sorta di guida itinerante e simultanea attraverso musei ed eventi storici, luoghi e fotografie, vita vissuta e memoria.

LA LINEA GOTICA - I luoghi dell’ultimo fronte di guerra in Italia
a cura di Gabriele Ronchetti - Editrice Mattioli 1885
 Un’ampia guida storica, che descrive in modo semplice e divulgativo quelli che furono i passaggi chiave, i protagonisti e i luoghi della Linea Gotica, ultimo fronte della Seconda Guerra Mondiale in Italia, dove, dall’agosto 1944 fino all’aprile 1945, si fronteggiarono le truppe tedesche e le armate anglo-americane.
Un viaggio fra gli Appennini e le coste marittime, alla scoperta di tracce e testimonianze: dalle località coinvolte ai crinali fortificati, dai monumenti ai musei, dagli archivi ai manufatti bellici. Tutti gli itinerari proposti nella guida sono facilmente raggiungibili con i mezzi di trasporto o pochi minuti di passeggiata e si accompagnano a utili informazioni turistiche.
Una guida completa ai luoghi della Linea Gotica, ultimo fronte della seconda guerra mondiale.

LE DUE BATTAGLIE DI SAVIGNANO - Linea Gotica 1944: dal Rubicone a Bologna
a cura di Amedeo Montemaggi - Editrice Guaraldi
 L'offensiva della Linea Gotica, a cui presero parte 1.200.000 soldati e migliaia di aerei, di cannoni, di carri armati fu la più grande battaglia di mezzi mai combattuta in Italia. La lotta infuriò dall'Adriatico al Tirreno. Dal 25 agosto al 30 settembre si chiamò Battaglia di Rimini. Si concluderà sulle rive del Rubicone a Savignano (Prima battaglia di Savignano) con la perdita di 100.000 uomini fra morti e feriti. La Seconda battaglia di Savignano avrà inizio dieci giorni più tardi e si combatterà sino alla fine di ottobre con il duplice arresto: britannico al Ronco, americano a 15 km da Bologna. Il Nord Italia non sarà liberato. Perché?

UNA GUERRA A PARTE - I militari italiani nei balcani, 1940-1945
a cura di Elena Aga Rossi, Maria Teresa Giusti - Editrice Il Mulino
 "Un fronte che si è cercato di dimenticare perché, più di ogni altro, ha mostrato l'assurdità di una guerra voluta dal fascismo, ma combattuta da tutti gli italiani".
Nel 1939 l'Italia fascista invadeva l'Albania e di lì, nel 1940, tentava la conquista della Grecia, portata a termine con il soccorso decisivo della Germania. Poi fu la volta della Jugoslavia. Fra 1940 e 1943, l'Italia aveva occupato in tutto o in parte Slovenia, Croazia, Dalmazia, Erzegovina, Montenegro, le isole Ionie, la Grecia.
Quando sopravvenne l'armistizio dell'8 settembre 1943, oltre il trenta per cento dell'esercito italiano, 650 mila uomini, era nei Balcani, che l'Italia insieme alla Germania. Della "guerra a parte" che il nostro esercito combatté in quelle terre il volume presenta la prima storia complessiva: dall'occupazione alla crisi dell'8 settembre, fra rimpatri caotici, cattura da parte dei tedeschi, collaborazionismo, resistenza, come nel caso di Cefalonia, adesione alla lotta partigiana jugoslava, per terminare nel dopoguerra con le complesse questioni del rientro dei prigionieri e della mancata punizione dei crimini di guerra italiani.

DA ATENE AD AUSCHWITZ
a cura di Meier Christian - Editrice Il Mulino
 Che cos'è la storia? Quanto pesa sulla vita degli uomini e quanto essi possono indirizzarne il corso? È questo interrogativo che muove la riflessione di Meier attorno ad alcune delle tematiche più attuali di una società che pare non aver più bisogno di guardarsi alle spalle. Cruciale appare l'interrogativo sull'esistenza di una specificità dell'Europa, un filo che ne lega attraverso i millenni la cultura, un'eredità morale e scientifica che ci ha resi quello che siamo. È un filo tessuto dalla politica greca, dal diritto romano, dalla religione cristiana che hanno dato forma a una civiltà multiforme: individualità, libertà e solidarietà sono un'eredità da conquistare continuamente, perché Auschwitz dimostra che il progresso non è irreversibile.

NEI CAMPI DI TITO - Soldati, deportati e prigionieri di guerra italiani in Jugoslavia (1941-1952)
a cura di Amedeo Montemaggi - Editrice Ombre Corte
 Militari e civili italiani prigionieri nei lager della Jugoslavia, un pezzo di storia da raccontare per far luce su una delle conseguenze più tragicamente dimenticate del Secondo conflitto mondiale. Nei campi di concentramento dei partigiani «rossi» di Tito i trattamenti degli italiani incarcerati - censiti in oltre 50 mila - erano «disumani»; nelle numerose strutture di internamento - nomi come Lissa e Biševo suonano sinistri alle orecchie di chi sa - le persone venivano trattate «come bestie». Tanto che quei nostri connazionali che avevano provato l'esperienza dei campi nazisti ammettevano che quelli titini (ne sono stati registrati 65) erano addirittura peggiori di Mauthausen. Ad approfondire questi avvenimenti postbellici è lo storico Costantino Di Sante in questo libro appena uscito per i tipi di Ombre rosse. L'impianto dell'accurato volume cerca di restare in equilibrio tra due posizioni: da una parte, la comprensione che molto del sentimento anti-italiano dei partigiani titini - a gennaio '46 ancora 12 mila italiani erano dietro il filo spinato oltre il confine slavo - fu una reazione alle violenze di cui si macchiarono i fascisti durante l'occupazione fascista della Jugoslavia. Dall'altra parte, però, Di Sante ha il merito di riportare una folta documentazione di nostri connazionali incarcerati dai titini: i racconti sulle loro condizioni di prigionia e sulle efferatezze dei combattenti comunisti sminuiscono il rapporto di «causa-effetto» tra l'azione bellica italiana e la gratuità della repressione su inermi prigionieri di guerra. Ecco cosa scrisse sulla sua detenzione iugoslava Marsilio Bellardinelli, un civile di Jesi, deportato per motivi politici dai tedeschi nel '44: «Posso assicurare che neanche a Mauthausen subimmo tante umiliazioni, privazioni e sofferenze, come a Baronizza». Amerigo Iannucili, universitario napoletano, finito in un campo a Novi Sad: «I partigiani di Tito mi menarono insieme ad altri italiani, chiamandoci fascisti e minacciandoci d i morte. Non esisteva infermeria né alcun senso di umanità: chi era ammalato moriva perché non curato. I partigiani di Tito non rispettano nessuna legge internazionale del prigioniero». E la Croce svizzera relazionò: «In Serbia si trovano 4 mila fra ufficiali e soldati italiani. Le loro condizioni sono pietose. Vestiti di cenci; alimentazione insufficiente; nessuna forma di assistenza». Ma c'è di più: il sentimento anti-italiano dei combattenti titini colpì anche quei nostri connazionali che dopo l'armistizio del '43 erano passati dalla parte dei partigiani. L'artigliere Sebastiano Zappulla era a Ragusa (l'attuale Dubrovnik) con la divisione Messina: dopo l'8 settembre venne internato dai tedeschi a Sarajevo; evaso, si unì ai partigiani anti-nazisti. Rimasto ferito, venne ricoverato a Lissa: «I partigiani si sforzavano di ignorare che io ed i miei compagni avevamo combattuto per la stessa causa ed eravamo pure stati feriti. Essi ci chiamavano fascisti solo perché eravamo italiani. Ci facevano lavorare come cani, non avevano riguardo delle nostre condizioni di salute». Dall'isola di Lissa lo Stato maggiore della marina l'8 gennaio 1945 inviò al ministero degli Esteri un rapporto drammatico: «Dal 10 novembre al 20 dicembre si calcola siano stati fucilati circa 1800 soldati, buttando i cadaveri in mare. Le esecuzioni in massa avvengono a Biševo». Di Sante scandaglia anche le vicende del lungo impasse diplomatico consumatosi tra Italia e Jugoslavia circa lo scambio di prigionieri: una vicenda in cui l'ideologia comunista ebbe una parte notevole. Il Partito di Togliatti cercò in tutti i modi di accaparrarsi il favore degli internati italiani in Jugoslavia, organizzando spedizioni apposite di indottrinamento ideologico. Un esempio? Il commissario politico Piero Mirandola fu inviato a Dubrovnik dal Partito nonostante i capi militari avessero cercato di bandire ogni attività politica dal campo di internamento. Danilo Dolfi, altro esponente Pci in Jugoslavia, scrisse al Mig liore: «La situazione degli italiani è critica, ci sono ancora 30 mila italiani sparsi in tutta la Jugoslavia che soffrono, occorre che non se ne faccia 30 mila anticomunisti». E successivamente il parlamentare Pci Ugo Giovacchini, inviato da De Gasperi a visionare la condizione degli italiani detenuti da Tito, cercò di minimizzare le reale, drammatica situazione. Intanto il leader iugoslavo chiedeva a Roma che la commissione italiana sullo spinoso dossier degli internati fosse composta da «buoni democratici» (ergo, filo-comunisti). Anzi, riferisce Di Sante, per poter rimpatriare in Italia bisognava o essere «affetti da malattie« oppure avere «la documentazione di appartenenza al partito comunista«. Fu l'Alto Commissariato per i prigionieri di guerra, in una relazione del luglio '45, a riconoscere che «le Autorità iugoslave tratteneva arbitrariamente nel loro territorio» 40 mila italiani come «ostaggi» per aver più garanzie sulle proprie rivendicazioni verso Roma.

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