Liliana Segre

Liliana SegreLiliana Segre, è nata a Milano il 10 settembre del 1930. La famiglia inizialmente era composta dal padre Alberto, dalla madre Lucia Foligno, morta all'età di 26 anni dopo pochi mesi dalla nascita di Liliana per un grave melanoma all'intestino.
Liliana ricorda solamente la madre dalle fotografie che le ritraggono insieme. Alberto rimasto vedovo all'età di 31 anni, tornò a vivere con i genitori, Giuseppe Segre e la madre Olga Lövvy. Il padre fu per Liliana anche una madre affettuosa e premurosa ed insieme ai nonni colmarono il vuoto materno prematuramente lasciato. L'amore della famiglia nei suoi confronti fece si che vivesse un'infanzia felice e spensierata, classica della sua età.
Alberto, laureato alla Bocconi in Scienze Economiche, lavorava nell'azienda familiare di tessuti. Vivevano in un appartamento modesto preso in affitto, con loro viveva da oltre 40 anni anche la collaboratrice familiare Susanna Aimo.
Si ricorda molto del nonno sopranominato "Pippo", prima che si ammalasse del Morbo di Parkinson, le uscite al cinema e le lunghe passeggiate nella vecchia Milano. Ha sempre riservato amore per il nonno paterno che, dopo la malattia, cercava di accudirlo e di aiutarlo nelle sue necessità quotidiane.
Liliana entra nel mondo scolastico, abitava all'epoca in corso Magenta 55 a pochi passi dalle scuole Elementari di via Ruffini, le stesse frequentate precedentemente dal padre ed in seguito anche dai suoi figli. Viveva una vita serena e tranquilla, e l'unica diversità che la distingueva dalle altre bambine era che durante l'ora di religione cattolica, poteva uscire dalla classe fino al termine della lezione religiosa e alcune volte, insieme a qualche altro bambino di religione ebraica, si riuniva in una piccola classe dove una signora anziana cercava di insegnare loro un po' di ebraico. La famiglia tipicamente laica se non atea, non frequenta la sinagoga, non segue le festività e le regole della Casherut.
Liliana ricorda i giochi, le molte bambole che riempivano la sua cameretta, e la nonna, sua compagna di giochi adorabile. Vale ricordare che era figlia unica e per la nonna, in mancanza di una figlia, sostituiva l'amore di una figlia mancata.
Con le Leggi Razziali fasciste del 1938, per la famiglia Segre iniziò, e per tutti gli ebrei italiani, il calvario e la sopravvivenza quotidiana negata dalle leggi discriminatorie antiebraiche. L'atmosfera si rese cupa e problematica quando il padre dovette annunciarle che non poteva più frequentare la scuola pubblica perché era un ebrea, e per loro vigevano leggi severissime. A meno di otto anni di età, per lei fu un trauma lasciare i compagni ed amici di scuola e sentirsi per la prima volta diversa o meglio essere segnata a dito come ricorda Liliana. Aver perso l'appartenenza all'interno di una società in senso generalizzato, recava agli appartenenti alla religione ebraica forti tensioni interne e non da meno suscitava nei bambini l'incapacità di capire il perché di tutto questo. Ben presto, furono allestite delle scuole ebraiche e per Liliana il padre scelse di mandarla dalle suore che accettarono la patetica figura di bambina umiliata senza colpe chiedendo in cambio il suo battesimo, svoltosi poi nella chiesa di San Vittore a Milano. Ricorda in questo frangente il padre piangente dietro ad una colonna della chiesa. Dopo questo primo impatto con la nuova realtà, il tempo trascorse come per ogni altro bambino della sua età. La scelta del battesimo era stata consigliata da un amico del padre, studioso delle Leggi Razziali affermando che, questo avrebbe esonerato la figlia da queste leggi perché sarebbe stata riconosciuta ebrea di terza generazione.
La quotidianità del padre era una vita di chi ha sofferto enormemente il lutto, la mancanza dell'amore coniugale. Svolgeva la sua quotidianità rivolta esclusivamente all'attenzione per la figlia e da una condizione di isolamento sociale, che Liliana definisce un "eremita". Tra le sue poche passioni c'erano i francobolli, le corse dei cavalli e una piccola scuderia vietata poi dalle leggi fasciste. La scuderia passò ad un suo caro amico.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la conseguente penuria negli approvvigionamenti, per gli ebrei e non solo, la situazione peggiorò ulteriormente. La paura dei bombardamenti, l'oscurità del coprifuoco, la vita cambio enormemente per tutti gli italiani specialmente agli inizi del 1942 con i bombardamenti su Milano. Siamo nel mese di ottobre/novembre 1942. Furono chiuse le scuole e la famiglia Segre si trasferisce in un paesino della Brianza (Inverigo) prendendo in affitto un modesto appartamento. Liliana detestava la campagna, era una cittadina, e qui non poté frequentare alcuna scuola rimanendo sempre a casa. Susanna, la collaboratrice domestica, viste le leggi che vietavano agli ebrei di tenere in servizio una cattolica, li seguì anche in questa nuova situazione.
Liliana nelle sue testimonianze pubbliche sottolinea con enorme soddisfazione che, alla collaboratrice domestica gli furono sempre pagati i "bollini", non obbligatori a quei tempi, godendo così della previdenza sociale (pensione) da lavoro dipendente, cosa rara ancora oggi per questo tipo di mansione lavorativa.
Nella nuova ubicazione, i proprietari dell'appartamento che, risiedevano prospicienti a loro, ascoltavano le notizie da Radio Londra sull'andamento del conflitto e questo dava alla famiglia Segre gli aggiornamenti in tempo reale. Liliana, era divenuta un'esperta di bollettini di guerra che poi riferiva dettagliatamente al papà e al nonno ormai costretto a letto. In casa l'atmosfera era triste, le luci tenute basse, poco riscaldamento e il problema dei soldi che stavano per finire.
Con la caduta del fascismo il 25 luglio, la famiglia visse giornate di speranza per il futuro e per la guerra che presto sarebbe finita e tutto sarebbe ritornato come prima. Poi con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e l'occupazione delle truppe germaniche del nord Italia, cominciò per gli ebrei il periodo più drammatico della loro esistenza.
Liliana due giorni dopo compie13 anni. Sempre in questi giorni un'altra numerosa famiglia sfollata, la famiglia Pontremoli - ricorda Liliana, fece visita al padre proponendogli di scappare in Svizzera perché a suo vedere non c'erano più speranze di salvezza. Giorgio Pontremoli, così si chiamava il capofamilia, insistette con il padre di Liliana, ma quest'ultimo, pensando alla sorte dei genitori, rifiuto la proposta. La famiglia partì in taxi - ricorda ancora Liliana - erano in cinque e si misero in salvo varcando la frontiera svizzera e tornarono a fine guerra in Italia. Nel frattempo, i nonni di Liliana ormai anziani e malati, il nonno tremava tutto essendo ormai infermo, la nonna aveva perso la sua stabilità mentale e per Alberto ogni decisione di fuga era sinonima di dolore e sofferenze per lo stato dei suoi genitori. Con molta fatica e caparbietà, Alberto chiese alla Questura di Como un permesso in cui c'era scritto che " Olga Lövvy e Giuseppe Segre, impossibilitati a nuocere al Grande Reich, potranno restare nella casa in cui ora risiedevano sotto la responsabilità della collaboratrice domestica Susanna Aimo e dei padroni di casa". Albero, il padre di Liliana, allora prese la decisione dell'espatrio. Allontana la figlia dalla casa nascondendola a Ballabio in Valsassina dall'amico Pozzi, il quale era un fornitore della ditta di famiglia. Per Liliana fu l'ultimo saluto ai nonni che non li avrebbe mai più rivisti.
La permanenza di Liliana dai Pozzi si protrasse per circa un mese, durante il quale, il papà, con molti problemi derivanti dai trasporti per raggiungere la località, fece qualche visita alla figlia con il pericolo reale e costante di essere arrestato e deportato dai nazisti. In una di queste, una notte, entrarono i tedeschi e portarono via tutti gli uomini, compreso suo padre. La cosa incredibile fu che la mattina del giorno dopo lasciarono liberi tutti. Liliana in seguito ammise che secondo lei i tedeschi non si resero conto che il cognome Segre fosse tipicamente ebraico; Altresì perché davanti al nome c'era la dicitura "Dott" e nell'interrogatorio svoltosi in caserma gli fu chiesto se fosse un medico ed il papà rispose affermativamente. Il giorno seguente, per paura di rappresaglie contro le Brigate partigiane, che già si stavano formando, Alberto prese la decisione di traslocare portando Liliana a Castellanza vicino Legnano a casa degli amici Civelli che al tempo delle Leggi Razziali si intestarono la sua scuderia. Arrivò il momento per i Segre, Liliana ed Alberto, di procurarsi dei buoni documenti falsi. Liliana prese il cognome della signora Civelli, passando così per una sua nipote e con la nuova identità in Liliana Cherubini, cognome da nubile della signora Civelli.
Alberto, in attesa del permesso chiesto anzitempo alla Questura di Como per i genitori (che poi averono), preferì allontanare Liliana dalla casa in Brianza, per tenerla e saperla al sicuro, ecco la giustificazione di tutti questi spostamenti della figlia da una casa all'altra. Le truppe tedesche intensificavano rappresaglie e controlli sempre più serrati per arrestare e fucilare i partigiani e deportare nei Campi di Concentramento gli ebrei.
Ricordiamo in questa nota importante che i signori Civelli pensarono a tutto nell'organizzazione dei contatti con i contrabbandieri (accompagnatori), al denaro per pagare quest'ultimi che era molto elevato, per poterli farli espatriare in Svizzera nel più breve tempo possibile. Loro stesero un programma di spostamenti, alloggi e l'incontro con chi li avrebbe portati al di là della frontiera italiana. Ovviamente era un espatrio clandestino e, visto la loro situazione e il loro status, espatriare legalmente era impossibile. Questa era l'unica via possibile di fuga per loro e per tutti gli ebrei in cerca di salvezza. Il viaggio in Palestina era più lungo e rischioso, mentre negli Stati Uniti vigevano leggi severe sull'immigrazione. La Svizzera era uno Stato neutrale a due passi e poteva dare ospitalità e ha dato a molti la possibilità della vita e della libertà. Tornare poi a fine guerra in Italia, nel caos generale, sarebbe stato più facile ed agevole. Malgrado le molteplici difficoltà e l'esistenza logorante di Alberto Segre, dopo estenuanti consigli dei Civelli, Liliana ed il padre presero la decisione della partenza.
Di buona mattina, con l'ausilio di corriere e treni, prendono la strada per Viggiù in provincia di Varese, dove incontrano i loro accompagnatori, figure losche commercianti di carne umana ai quali interessava solamente di portare al di là chi avrebbe pagato profumatamente senza avere un minimo di considerazione per chi si trovava nella disperazione più assoluta. Ad alcuni fuggiaschi, nel tentativo di espatriare, si recavano da queste persone che a volte più che portarli in salvo, con l'inganno venivano consegnati agli aguzzini nazifascisti di frontiera. La salita su per la montagna ebbe inizio di notte, al buio. Si fermarono in una sinistra casupola persa tra i monti nelle vicinanze di Saltrio. Lì incontrarono due vecchi cugini della nonna materna di Liliana, Giulio e Rino Ravenna, che Alberto non condivise discutendo animatamente con gli accompagnatori vista l'età avanzata, oltre 70 anni, dei cugini inaspettati pronti anche loro all'espatrio clandestino. I patti erano ben diversi e non quelli a cui si erano visti all'arrivo. Pagarono per la notte, senza mangiare ne bere, al freddo la folle cifra di lire 1.000. All'alba del giorno dopo il gruppo prende il sentiero per il vallico italo-svizzero. Arrivati sul crinale in cima discendono poi in una vecchia cava di pietra avendo pagato il prezzo concordato e rimanendo ora da soli. L'agognata libertà finalmente era arrivata tra pianti ed abbracci. Si incamminano verso il loro libero destino quando apparse una sentinella svizzera. Furono accompagnati al Comando di Polizia di Arzo (piccolo paese del Canton Ticino), interrogati da un ufficiale svizzero-tedesco, al quale presentarono i veri documenti d'identità che dimostravano la loro appartenenza alla "razza" ebraica (i documenti falsi furono gettati prima dell'arresto in cima alla montagna). Dopo suppliche e dichiarazioni sul maltrattamento in Italia contro gli ebrei, l'ufficiale indignato e furibondo - dichiarando loro che in Italia non esistevano queste cose – e che Alberto era un disertore renitente alla leva.
La disperazione dei quattro fuggiaschi era totale, al pensiero di essere consegnati ai nazifascisti, al carcere alla ... era finita. Alberto allora propose di tenere almeno la bambina (Liliana) .. non c'era verso di convincerlo ... la piccola Liliana non voleva assolutamente separarsi dal padre. Dopo unìattesa di ore senza aver ricevuto - ricorda Liliana - nemmeno un bicchiere d'acqua, vennero riaccompagnati al confine. Furono lasciati nella terra di nessuno, quelle stretta striscia di terra che divide i due confini per tutta la loro lunghezza. Liliana cercò di convincere il padre ed i Ravenna a riprovare il giorno dopo da un'altra parte più lontana. Passare la notte in quel posto selvaggio tipico dell'alta montagna fece persuadere il papà alla drastica decisione di tornare indietro. Cercarono un passaggio per varcare il vallico quando, trovandosi davanti ad un cancello che sembrava aperto, al tocco di questo suonò l'allarme per tutto il confine. Liliana ricorda: un suono terribile in quella valle deserta ... l'arrivo di due finanzieri in camicia nera (della RSI), chiesero chi fossimo ... lasciarono a noi la decisione (erano dei bravi e buoni padri di famiglia) se entrare nella caserma delle SS posta poco più sopra ed essere arrestati oppure fuggire ... fummo arrestati. Passarono la notte in una camera di sicurezza. Il giorno seguente, dopo un breve interrogatorio, i quattro furono portati via da una folta schiera di SS come se fossero dei pericolosi criminali. L'arresto di ebrei (due vecchi, una ragazzina e il suo papà, non potevano creare sicuramente problemi) scatenava fra le SS un ingente spiegamento di forze e di mezzi ingiustificati. Il tragitto prese la strada per il carcere di Varese ... Guardavo ipnotizzata e impietrita i polsi di mio papà con le manette ... aveva delle belle mani e polsi aristocratici ... non avevo il coraggio di guardarlo in faccia! ... potranno passare mille anni ... non dimenticherò mai ...
I ricordi di Liliana. "Entrai da sola a 13 anni nel carcere femminile di Varese e dopo l'iter della foto e delle impronte digitali, eccomi a seguire piangendo la sagoma scura di una truce secondina lungo un lunghissimo corridoio: mi fece entrare in una grande cella che condivisi per cinque giorni con altre donne ebree arrestate nei giorni precedenti ... si alzò da uno di questi pagliericci Violetta Silvera, una bellissima ragazza di 19 anni che conobbi in quel momento, la quale mi abbraccio stretta, un abbraccio indimenticabile, e mi portò lì dove stava con la sua mamma Bahia Laniado e furono per me in quel momento una mamma e una sorella .. Violetta era ottimista ... mi diceva ... vedrai che ce la caveremo". Poi fummo trasferiti in camion ... e fui sempre da sola nel carcere di Como. Il carcere era ancora peggio di quello di Varese: vecchio, umido, buio e un freddo terribile ... Agli ebrei non era concessa l'ora d'aria perché considerati poco meritrvoli ... Dividevo la cella con altre quattro-cinque donne e mi ricordo che c'era una madre con la figlia minorata ... le giornate erano eterne, non si capiva se era giorno o notte ... ad un certo punto entrò una guardiana con in mano una piccola valigetta quasi da bambola e disse: questa è per Liliana Segre! ... non c'era nessun biglietto e quando l'aprii trovai dei biscotti rotti che il mio papà, non so come, mi aveva mandato. Piangevo giorno e notte disperatamente, così quando, dopo otto giorni, fummo trasferiti a San Vittore a Milano, fui addirittura contenta perché lì ero con il mio papà. Il quinto raggio era stato destinato solo agli ebrei: uomini, donne, vecchi, bambini, neonati, eravamo tutti ammassati in attesa della deportazione annunciata". Le celle erano aperte, i tedeschi avevano portato via tutte le cancellate, forse per il bisogno di ferro delle industri degli armamenti. Il raggio era chiuso, separato dagli altri, ma nelle ore permesse potevamo spostarci e riunirci favorendo così una parvenza di socialità e di comunicabilità... Spesso i nazisti chiamavano gli uomini per interrogarli (La Gestapo del carcere che interrogava gli ebrei arrestati con insistenza voleva sapere molti particolari sulle loro proprietà in modo da poter poi confiscare ogni loro avere - infatti dalla loro casa di Corso Magenta portarono via tutti i mobili). Io restavo da sola nella cella e aspettavo il ritorno di mio papà, sapevo che picchiavano e torturavano. Guardavo i muri per ore: erano muri imbrattati da scritte drammatiche lasciate da chi ci aveva preceduto, erano addii, erano maledizioni. Poi, mio papà tornava, la barba più lunga, le occhiaie più profonde, mi abbracciava, non voleva raccontare, era di nuovo lì con me... E quello fu un periodo che durò circa quaranta giorni] ...
Nel raggio insieme a Liliana ed Alberto c'era una signora tedesca che proponeva di insegnare ai bambini un po' di tedesco in virtù dell'imminente partenza che presumeva come destinazione la Germania ed organizzò una piccola e rudimentale scuola all'interno del carcere per questo scopo. Si discuteva molto, in quei giorni, sulla destinazione prossima e si leggeva un giornale passato di nascosto per conoscere l'andamento bellico. Molti erano contrari all'idea della Germania, come si poteva e cosa potevano servire vecchi e bambini qui detenuti.
Verso la fine di gennaio 1944, il 30, arrivò un tragico appello che annunciava per circa 605 persone l'imminente partenza. Rino, uno dei fratelli Ravenna, salì all'ultimo piano di San Vittore, all'epoca c'era un ballatoio aperto, ora da anni chiuso, dal quale, in una crisi disperata si getto nel vuoto. anticipando il suo destino che sarebbe stato una settimana dopo arrivando ad Auschwitz. Vennero distribuiti dei piccoli pacchi (sette a testa) contenenti provviste che davano a pensare ad un lungo trasferimento di almeno una settimana. Nell'attraversare un'altro raggio dove si trovavano i detenuti comuni, il gruppo in partenza fu accolto da una carica umanitaria di benedizioni, incoraggiamenti. Un fatto straordinario che Liliana, nelle sue udienza scolastiche, racconta sempre con gioia questa umanità che poteva essere partita da un ladro, da un criminale ma comunque una meravigliosa e festosa umanità per l'essere umano a prescindere dalla loro appartenenza. Caricati su dei camion, furono portati alla stazione centrale dove, tra urla e percosse, furono caricati nei carri merci.
Qui bisogna aprire una piccola e importante parentesi: Alla stazione centrale di Milano c'era il "Binario 21". Si trovava e si trova tuttora (a breve sarà allestito un museo) nei sotterranei della stazione un particolare binario da cui si accedeva da Ferrante Aporti, nascosto da sguardi indiscreti. Con un sistema di particolare i deportati venivano caricati in singoli vagoni e una volta riempito veniva piombato e portato in superficie da un elevatore. Al termine del carico umano, che poteva durare per molte ore, il convoglio poi veniva agganciato in un unico treno pronto per la destinazione che era nella stragrande maggioranza diretta ad Auschwitz ma ignota alla povere vittime. Il primo convoglio partì da qui con circa 250 deportati il 6 dicembre del 1943. Ne sarebbero partiti altri fino a maggio del 1944. A questa organizzazione criminale facevano parte, oltre alla SS, anche appartenenti alla RSI. Tutto era svolto nel buio del sotterraneo illuminato da fari potenti solo nei punti strategici. Nel vagone buio, c'era un pò di paglia per terra e un secchio per i bisogni fisiologici. Una piccola finestrella chiusa da filo spinato era l'unica fonte d'aria.
Di tutte le testimonianze dei sopravvissuti, si sottolinea con particolare fermezza la tragedia fisica e psicologica che tale viaggio a comportato per chi sfortunatamente ne è stato partecipe. Ammassati all'inverosimile (i trasporti venivano organizzati solo quando una quantitù di "pezzi" raggiungeva il numero prefissato), freddi d'inverno e arsi dal sole d'estate, l'attesa prima della partenza del convoglio poteva durare ore o giornate intere nelle condizioni atmosferica citate poc'anzi, nell'oscurità assoluta, senza alcuna protezione, dove non c'era la possibilità per tutti di sedersi nel pavimento nudo e sporco. I bisogni corporali venivano svolti nella più completa promiscuità e a volte da settimane intere chiusi prima della destinazione finale che per molti fu l'ultima stazione quella di Auschwitz. Oltre ai problemi di carattere fisico-materiale non bisogna escludere assolutamente il fattore psicologico sviluppatosi da queste situazioni indescrivibili. E qui inevitabilmente, desidero enfatizzare l'interpretazione, secondo me la più penetrante ed educativa, che fece Liliana nel suo percorso verso l'inferno.
I ricordi di Liliana. All'interno del vagone si viveva già una vita non vita ... le persone trattate come bestie che guardavano fuori da quel piccolo finestrino ... vitelli che stanno per essere portati al macello e che nelle stazioni fermi in attesa chiedono con muggiti un po' d'acqua, che nessuno però gliela da...
Un viaggio verso il nulla che nessuno sapeva il significato di quella scritta a fianco del vagone "Auschwitz bei Katowice". Liliana divide in tre "parti o fasi" fondamentali la sua esperienza che può essere inserita al centro di una forma indicativa e generalizzata.
a) La prima fase fu quella ... del pianto, perché tutti piangevano disperatamente ... non c'era uomo, non c'era vecchio, non c'era donna che non piangesse, era la disperazione totale, la fine di tutte le speranze;
b) La fase media o centrale ... in cui i più fortunati pregavano al centro del vagone con lamentazioni e preghiere e pregavano anche per quelli che non pregavano;
c) Poi ci fu la terza fase, forse la più coinvolgente emotivamente, e la più importante: la ... "fase del silenzio" perché quando si arriva così vicini al punto che per molti di noi fu il non ritorno, non c'é nessuna parola che serva e ci fu un silenzio infinito ... solo il rumore delle rotaie ci portavano lontani dalle nostre case ... anche i bambini non piangevano più, ognuno stava stretto al suo caro e non c'era più bisogno di parlare ...
Inizialmente, il convoglio prese in direzione sud passando per molte stazioni italiane conosciute dando la speranza a tutti di rimanere in terra italiana escludendo così la destinazione tedesca tanto discussa. Il treno si fermo a Verona dove furono agganciati altri vagoni. Nel tragitto Il treno si fermò in qualche stazione tenuta appositamente deserta ed in alcune di esse fu permesso di scendere e prendere dell'acqua. Il convoglio riprese la sua lenta marcia e all'alba del 6 febbraio 1944 si fermò: era Auschwitz. (Oswiecim nella lingua polacca prima dell'occupazione nazista).
La stazione di Auschwitz, con il suo aspetto sinistro, capeggiata da un grande orologio con numeri gotici che scandiva il tempo, accolse i nuovi arrivati. Furono spinti un po' più avanti, nello scalo merci di Oswiecim nella cosidetta "Judenrampe", la Rampa dei Giudei (a circa un chilometro e mezzo dall'ingresso principale di Auschwitz II Birkenau) dove venivano scaricati i convogli provenienti da tutta Europa (Nella primavera del 1944 (15 maggio) , un nuovo troncone ferroviario portava i convogli direttamente all'interno del lager di Birkenau facilitando così il lavoro di scarico dei vagoni merci, che ormai avevano raggiunto i quattro arrivi giornalieri. La nuova banchina, composta da tre marciapiedi venne nominata "Bahnrampe" ed entrava direttamente nel campo lungo il viale centrale che separava i settori BI e BII). Fatti scendere violentemente in una spianata ricoperta di neve, tra urla imprecazioni nella lingua che nessuno o quasi sapeva tradurre, il gruppo fu diviso, da una parte le donne con i bambini e dall'altra gli uomini. Ora sentiamo le parole di Liliana sul tremendo shock subito all'arrivo.
I ricordi di Liliana. Con una violenza inaudita, fummo scaricati da quei vagoni ... eravamo come ubriachi, pazzi, non capivamo cosa ci dicevano, dove fossimo arrivati ne cosa stava succedendo ... un momento di follia omicida dell'uomo contro l'uomo. Una quantità di persone immensa: noi oltre 600, molte SS con i cani e degli strani personaggi vestiti con divise zebrate (dopo capii che erano prigionieri addetti allo scarico) sostavano in questa banchina. Violentemente siamo stati separati, gli uomini da una parte e le donne dall'altra ... e ho lasciato per sempre la mano di mio papà, non l'ho mai più visto e io sono stata incolonnata con le donne. I nostri aguzzini ci tenevano calmi ... poi vi ritroverete perché andrete a lavorare, e io da lontano scorgevo la sagoma del mio papà. Mio papà mi aveva raccomandato, quando eravamo ancora a San Vittore a una certa signora Morais (Tedeschi Mafalda Ida), si preoccupava sempre che una figura femminile mi potesse seguire, starmi vicino sempre. La signora Morais con i suoi due bambini (Alberto Morais e Graziella), in quel momento tragico, mi prese vicino a sé e passammo insieme alla prima selezione, che noi certo non sapevamo che fosse una selezione. Gli aguzzini in mano avevano una lista, la "Transportlist", dalla quale avevano già deciso quanti uomini e quante donne sarebbero entrati nel Campo quel giorno per il lavoro ...
Dalle molte testimonianze dirette dei sopravvissuti, si sottolinea un forte richiamo allo shock psicologico provato all'arrivo al Campo. L'aspetto a cui i nuovi arrivati si trovarono davanti era apocalittico. Ordini urlati volgarmente in tedesco, i pià non capivano e iniziavano le prime percosse (nelle sue memorie, Primo Levi dichiara di fondamentale importanza la capacità di parlare una lingua e, in questo contesto, il tedesco poteva salvarti la vita), tutti si cercavano ed il disordine primeggiava. Si poteva essere avvicinati da qualche deportato addetto alla Rampa (scarico e carico), il quale poteva darti dei suggerimenti, dichiarare se troppo giovane un'età diversa, più anni significavano essere ammessi al lavoro, oppure dichiararne meno per le persone più anziane che secondo i nazisti sarebbero state inadatte al lavoro. Venivano separate le famiglie, donne e bambini da una parte e uomini dall'altra. Poi si passava ordinatamente davanti ad un medico SS, incaricato di valutare chi potesse essere idoneo al lavoro. Qui va specificato, per apprendere meglio il comportamento dei medici, alcuni punti:
a) La selezione era dettata esclusivamente dall'effettivo bisogno di manodopera schiava;
b) La selezione, seppur marginale, il medico chiedeva l'età, la professione e valutava l'aspetto fisico;
c) Non sempre questi parametri erano seguiti, Infatti molte donne giovani con in braccio i propri bimbi non erano selezionate per il lavoro. Secondo l'organizzazione del Lager, se ad una mamma si toglieva i propri figli e la si inseriva in un posto di lavoro, il trauma conseguente a tale perdita avrebbe tolto in lei ogni senso per la vita e quindi anche per il lavoro;
d) Non tutti i bambini andavano direttamente alle Camere a Gas o almeno non subito: il dottor Mengele, per i suoi esperimenti, selezionava i gemelli sulla Rampa d'arrivo;
e) Il lavoro, nella maggior parte dei casi, non era assegnato in relazione alla precedente professione da libero.
f) La quantità di persone da introdurre al Campo era già stabilita, pertanto il soggetto in fila che si sottoponevana alla selezione prima di altre, si garantiva, inconsapevolmente la vita.
...
I ricordi di Liliana. Eravamo alla selezione. ... Arrivammo vicino al gruppetto di SS che indicavano tu a destra, tu a sinistra e io andai per prima, e questo mi chiese se ero sola in tedesco? Non parlavo il tedesco, però mi ricordavo una canzone che riportava la stessa frase e risposi di si sono sola e con il cenno della mano mi manda a sinistra ... alla signora Morais, attaccata ai suoi bambini non gli chiese niente, la mandò direttamente a destra. Io dopo facevo di tutto per andare con la signora perché mio papà mi aveva detto di stare con lei e quindi ero abituata ad obbedire ciecamente al mio papà ... niente, non si poteva cambiar gruppo, ormai io ero a sinistra e fui fra le 31 donne che entrarono vive nel Campo ...
Su 605 persone appartenenti al suo convoglio, sono entrate 31 donne e 97 uomini. L'entrata al Campo non voleva dirsi salvi, per tutti la morte era stata spostata di qualche mese per i più fortunati. Tutto dipendeva dal lavoro assegnato e dalle condizioni a esso correlate; lavorare al coperto garantiva almeno quella minima protezione contro il vento gelido dell'inverno polacco e, non da meno, un lavoro non pesante ti garantiva una buona resistenza fisica alle condizioni estreme del Lager.
Liliana per i suoi tredici anni, era alta e dimostrava qualche anno di più. Si incammina a piedi, allineata con le altre compagne lungo la strada che l' avrebbe portata dentro il Campo. Nevicava e faceva un freddo terribile. Arrivata a Birkenau, assistette alla visione spettrale del Campo, era come un'allucinazione, era un mondo al di là di ogni immaginazione in una furia incontrollabile di elementi: il vento, la neve, le urla incomprensibili, latrati di cani, era l'inferno. Introdotta in una baracca di iniziazione, dove a tutte veniva eseguito l'iter dell'ingresso: rasatura completa, anche nelle parti intime, una doccia di pochi minuti, il più delle volte fredda e la distribuzione della divisa a strisce ancora disponibile - eravamo agli inizi dalle grandi deportazioni - una sorta di calze e un paio di zoccoli in tela con la suola di legno, un fazzoletto per coprirsi la testa, il tutto senza alcuna considerazione sulle effettive misure della persona e infine veniva tatuato nell'avambraccio destro il numero di matricola. A Liliana fu incredibilmente risparmiato il taglio dei capelli; aveva una folta chioma nera e una SS donna, vedendo questa massa di capelli ricci disse: che peccato, non tagliamoli. In effetti fu l'unica di questo gruppo di 31 donne ad uscire con ancora il nastrino verde che teneva in piega i capelli. L'unica traccia del suo passato che ancora le rimaneva. Certo che, in un ambiente dove regnava la sporcizia immonda infestato dai pidocchi e da ogni altro parassita non giovava certo tenersi i capelli, se non altro, perché i pidocchi si annidiavano dappertutto ed erano portatori del Tifo petecchiale il quale portava alla morte certa. Spogliata di tutto, ora era il numero 75190, Liliana e le altre varcano la baracca della "Quarantena" senza più identità. Tutto per un deportato ruotava attorno al numero tatuato, ogni cosa all'interno del Lager, dalla zuppa al vestiario avveniva tramite questo e soltanto questo. L'ingresso nella baracca "Quarantena" viene descritta cosi dalla sua esperienza.
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I ricordi di Liliana. Imparai immediatamente a memoria questo 75190 in tedesco, perché mi dissero delle ragazze francesi, arrivate qualche settimana prima di noi: impara subito qusto numero, , se lo dimentichi ti possono succedere cose terribili ... così io lo imparai. La mia identità cambiò drasticamente perché, fino a quel giorno, l'avevo sempre considerata "figlia di mio padre", io vivevo e facevo le cose che lui mi diceva di fare. Da questo momento sono restata sola e la mia identità è cambiata profondamente. Dalla bambina protetta, che si dava sempre il meglio, la "principessina di casa", era diventata una schiava che però voleva vivere a tutti i costi ... nonostante la mia disperazione, in ogni istante cercavo la vita, ho sempre sperato vivere, di farcela, ho scelto la vita ... Ci spiegarono cosa succedeva nel Campo ... non ci volevamo credere ... non volevamo credere alle Camere a gas ed ai Forni crematori, non volevamo credere al sapone fatto con il grasso dei nostri morti, non volevamo credere che uomini fossero capaci di tali orrori, non volevamo credere che non avremmo più rivisto i nostri cari. In seguito pensai che queste ragazze sapevano ben poco, la realtà era molto più peggiore ... si poteva morire in qualsiasi momento ... iparai a essere ... essere Liliana ... fratellanza ed amicizia erano morte ...
Passato il primo periodo, fra pianti e disperazione, con un gruppo di 700 donne di ogni nazionalità, Liliana fu mandata a lavorare nella fabbrica di munizioni «Union» che lavorava per la guerra e non si fermava mai; turni di 12 ore giorno e notte; era l'industria pesante tedesca che si avvaleva di mano d'opera schiava (ad Auschwitz, esistevano molte altre piccole industrie esterne le quali attingevano manodopera dal Campo). Era un'operaia che oltre ad essere assolutamente incapace, cercava (come le altre del resto) di lavorare al peggio. Lavorare al coperto fu comunque una grande fortuna, in quegli inverni gelidi (dalla sua testimonianza, il lavoro al coperto nella fabbrica, almeno nel periodo della sua permanenza ad Auschwitz, salvò la vita a molte deportate). Dopo un'interminabile appello, che poteva durare molte ore, le squadre di lavoro uscivamo dal Campo e, sulla porta del Lager, la famosa orchestrina di prigioniere violiniste scandiva la marcia. Molti lavori erano organizzati con il solo scopo di uccidere, lavori pesanti ed inutili, con qualsiasi situazione atmosferica e in qualsiasi stagione, senza alcuna utilità, che non facevano altro che abbassare la resistenza fisica e psicologica. Scaricare un camion e poi ricaricarlo era uno di questi e ce ne sono molti altri appartenenti a questa categoria. Liliana ci racconta la sua esperienza in fabbrica.
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I ricordi di Liliana. Ero in fabbrica da tre/quattro giorni quando, con la mia massa di capelli, non lavata, non pettinata ormai dalla partenza da San Vittore, erano passati due mesi e mezzo, mi sentii camminare sulla faccia qualche cosa ... era un pidocchio. Già da giorni mi prudeva la testa e, la prigioniera che lavorava vicino a me, chiamò la Kapò e il giorno dopo, alla mattina chiamarono il mio numero e passai tutta la giornata nella "Sauna" (era un reparto di disinfestazione dove si trovavano le docce), nuda al freddo di un enorme stanzone, senza capelli, in attesa che mi riportassero lavati quei pochi stracci. Quella fu la peggiore giornata della mia vita. Persi anche il nastrino verde, l'unica cosa che mi era rimasta dalla vita precedente ... la mia testa nuda con quel freddo era terribilmente umiliante ...
Ogni gruppo di lavoro era destinato in una specifica baracca numerata. Lì le prigioniere dormivano vestite, in cinque/sei per ogni pagliericcio, con gli zoccoli sotto la testa come cuscino e per impedire di farseli rubare, lì si doveva mangiare e lì passavano tutta la loro vita. Anche l'amicizia era un fattore psicologico di abbattimento fisico-mentale, per cui, provare sentimenti amichevoli e di conforto reciproco per una persona amica, risultava infine una ulteriore sofferenza se a questa sarebbe successo qualcosa o peggio la morte (Le selezioni erano periodiche, bisognava fare posto ai nuovi arrivati, asserivano le SS, così chi non era più nelle condizioni fisiche di poter "produrre", veniva mandato a morire nella Camera a gas). L'isolamento più completo, scacciare dalla propria mente tutti quei sentimenti che nella vita libera arricchiscono la personalità di ognuno, nel Lager poteva associarsi all'annientamento totale, alla morte. Per questo, ogni prova di solidarietà era proibita dalla direzione del Campo.
La sveglia avveniva molto presto (i deportati non potevano sapere l'ora, e in relazione alla stagione, alle ore di chiaro disponibili, al tipo di lavoro (all'aperto o al coperto) veniva data la sveglia, che poteva avvenire anche alla 4.30), fra urla e percosse, le detenute si dirigevano ai bagni, un piccola lavata al viso e alle mani e poi via per la distribuzione del "caffè" (surrogato nero a base di rape) amaro, disgustoso ma almeno caldo. Poi in fila ordinata per l'appello e in marcia per il luogo di lavoro. A mezzogiorno le SS, facevano una piccola pausa di 20/30 minuti durante i quali alle deportate veniva distribuita della "zuppa" (acqua calda con bucce di patate e di rape).
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Ritorno per una attimo alla sveglia dei deportati: non era una norma assoluta l'impiego schiavo nella produzione, nel senso che non si privilegiava il lavoro dall'annientamento. Forti contrasti fra SS e industrie, anche nella cerchia delle più alte cariche naziste, sulla sorte dei prigionieri. Alcuni asseriscono che molti Lager erano Campi di lavoro, cioè diversi dai Campi di sterminio. Errato. Se vogliamo falsificare la Storia e i fatti possiamo condividere queste dichiarazioni. Se inseriamo in questo contesto la morte diretta, quindi al momento dell'arrivo come succedeva in alcuni Campi di sterminio, dobbiamo essere consapevoli che la morte può non essere immediata ma a distanza di tempo. Quindi se abbiamo la possibilità di sfruttare, guadagnare e poi, ridotti allo sfinimento, senza problemi di ribellione o resistenza, annientare i nostri schiavi, il vantaggio è molteplice. La morte avveniva lentamente (in media dopo tre mesi) per sfinimento derivato dal lavoro e, se non vengono classificati come veri Campi di sterminio propriamente detti, erano comunque Campi di sterminio a lungo termine. Finiamola con queste interpretazioni astratte sulle definizioni cognitive che si vogliono dare alla classificazione dei Campi. E qui, per i sordi, vanno ulteriormente distinti dai Campi per IMI (Internati Militari Italiani) ben diversi senza però togliere onere e sofferenze subite da quest'ultimi. Un altro fattore fondamentale era l'alimentazione: se un "buon lavoro" al riparo dal gelo invernale e dalle percosse poteva garantirti, sotto una certa misura, la sopravvivenza, l'alimentazione era il fattore più importante e causa di sofferenze e mortalità. Gli invisibili, i comuni deportati appartenenti a quella infima zona grigia - ed erano la stragrande maggioranza - , non avevano la possibilità di "organizzare" qualcosa che potesse essere barattata con del cibo da poter integrare con la magra razione del Lager. Quindi molti morirono di Edemi provocati dalla sottoalimentazione calorica pesando anche metà del proprio peso corporeo (anche meno di 30 Kg). L'alimentazione dei Campi può benissimo essere considerata l'erede del "Programma E" adottata dai centri Psichiatrici di Eutanasia, la quale comportava la morte lenta a causa di una alimentazione priva di grassi indispensabili per lo svolgimento motorio del corpo umano.].
Al termine della lunga giornata di lavoro, si rientrava nel Lager - se percosse, iinfortuni e resistenza te lo permettevano - con le consuetudini di sempre: Appello serale, distribuzione del rancio e poi a letto. Anche il breve riposo era un momento di tortura: un ronzio continuo, come in un alveare di migliaia di esseri umani stipati all'inverosimile, i lamenti continui dei sofferenti e le improvvise apparizioni notturne delle SS per qualsiasi motivo, rendevano il sonno molto precario. Questa era la giornata tipica per tutte le detenute. In fabbrica, in un settore speciale, due ragazze polacche furono scoperte mentre rubavano della polvere da sparo (materiale occorrente sicuramente per far saltare i Crematori). Queste attività rientravano nelle operazioni del comitato di Resistenza del Campo, per organizzare al momento opportuno l'insurrezione generale. Fu seguito da una esemplare punizione a tutto il gruppo di lavoro di Liliana con l'impiccagione sul piazzale di Auschwitz I delle due deportate alla presenza in ginocchio di tutte. Fu un supplizio lento, durò molte ore prima che le due disgraziate perdessero completamente i sensi con la conseguente morte. Al rientro in baracca ricevettero doppia razione di pane. Queste erano le assurdità quotidiane del Lager.
Col passare dei mesi, il corpo di Liliana cominciava ad assomigliare a tutte le altre compagne ormai ridotte a pelle e ossa. Il suo sguardo da bambina ormai invecchiato, solcato da occhiaie, affamata e scheletrita, avrebbe fatto qualsiasi cosa per un pezzo di pane. E passavano i mesi.
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I ricordi di Liliana. Io cercavo di crearmi un mondo fantastico ed irreale, cercavo di sdoppiarmi e di non vedere e non sentire. Guardavo il cielo e immaginavo di correre su un prato, nel sole, nei fiori; immaginavo di essere una stellina con la quale mi ero identificata e volevo convincermi che avrei vissuto fino a quando la stellina avesse brillato nel cielo. Ricordo un particolare che ora voglio raccontare. Ci portarono al “cinema”. In fila entrammo dentro una sala a vedere un film di propaganda nazista … e pensavo ... che mondo è questa pazzia, mentre ci uccidono ci portano anche a vedere un film. Mentre percorrevamo la strada traversammo un reparto, come un corridoio tortuoso, in cui c'erano delle prigioniere sulle quali venivano fatti gli esperimenti … e noi vedemmo delle ragazze tutte pelose come delle scimmie, altre che erano giallastre e altre cose spaventose … un museo degli orrori che io ho visto. Passai tre volte la selezione nell'anno che fui ad Auschwitz; erano selezioni annunciate: sapevamo che erano condanne senza appello … nude nei locali delle docce, sfilavamo una per una davanti ad un piccolo gruppo di ufficiali SS … senza pietà venivamo osservate davanti, dietro, in bocca per vedere se eravamo ancora sufficientemente forti per il lavoro e poi con un gesto della testa ... per quel giorno eravamo ancora vive ... era la sorte che decideva se andare al gas o continuare a vivere... fino alla prossima volta … io volevo vivere ...
Ormai siamo alla fine di gennaio 1945, da mesi l'esercito sovietico avanzava su tutti i fronti e le truppe tedesche rientravano, giorno dopo giorno, sempre più all'interno del Reich. Alcune flotte volanti angloamericane sorvolarono ripetutamente il Lager e nel cuore di tutti si accese un filo di speranza. I russi erano ormai a pochi chilometri e il giorno 19 , il comandante entrò in fabbrica e dette l'ordine a tutto il gruppo di prepararsi immediatamente per un trasferimento. Liliana e le altre, così com'erano, iniziarono a mettersi in marcia, la famigerata “Marcia della Morte” per destinazione ignota. Verso altri Campi, verso il Nord e verso il centro della Germania. Liliana descrive lcosì a sua esperienza.
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I ricordi di Liliana. Fummo trasferite verso il nord, e da lontano, nei primi chilometri di marcia vedevamo il Campo bruciare … cercavano di cancellare le prove ai Russi di quello che era stato fatto, però non fecero in tempo a distruggere tutto. Eravamo degli scheletri che camminavano sulla neve al gelo, ma la forza della disperazione era tale che ce la dovevi fare … io non mi voltavo a guardare quelli che cadevano perché chi restava indietro veniva freddato con un colpo alla testa ... io volevo vivere a tutti i costi ... comandavo le mie gambe di camminare e così feci molti chilometri. Dormivamo nei fienili, nelle stazioni abbandonate e ci buttavamo come pazze negli immondezzai quando ne incontravamo uno … qualunque cosa ci rendeva felici, un cavolo marcio, un osso spolpato dal cane di casa, tutto … sapevamo di star male poi, mangiando quelle schifezze, ma quello che ci importava era riempire lo stomaco. Avevo i piedi pieni di vesciche, insanguinati ma camminavo. Un ascesso si stava formando sotto l'ascella sinistra e mi ricordo che tenevo il braccio staccato perché mi faceva male. L'ultimo tratto lo facemmo con un treno scoperto prima di arrivare, dopo giorni di marcia, sfinite, al Campo di Ravensbrùck ...
Negli ultimi giorni, prima della resa incondizionata della Germania, molte migliaia di persone furono evacuate dai Campi dell'est all'interno del Reich con l'ausilio di carri ferroviari scoperti per il trasporto del carbone (venivano coperti alcuni tratti e non l'intero itinerario). E ' ovvio pensare, eravamo a gennaio - dove gli inverni erano molto più freddi e lunghi di adesso - che moltissimi morirono di congelamento o assideramento. Il vestiario era insufficiente per coprirsi sotto la neve in un treno in corsa.
L'arrivo a Ravensbruck di Liliana, Campo ormai affollato all'inverosimile per l'evacuazione dagli altri Lager . Qui nel Campo Liliana venne messa in una baracca insieme con altre italiane. Nei giorni seguenti una compagna che non conosceva le chiese il nome e le disse: ma tu non avevi dei nonni che si chiamavano Olga e Pippo? ... rispose si e che erano a casa .. no le rispose non sono a casa, sono morti. Questa ragazza, che Liliana non ricorda più il nome, aveva fatto il viaggio con i suoi nonni - e si ricorda che parlavano sempre di una nipote di nome Liliana - nonostante il permesso che il papà Alberto, prima della fuga aveva fatto avere dalla Questura di Como, pagandolo a caro prezzo. Furono deportati ad Auschwitz nel maggio del 1944 e destinati subito alla Camera a gas.
A Ravensbruck, in quell'ultimo periodo di esistenza del Lager, le prigioniere non lavoravano. Il rancio veniva distribuito saltuariamente ed in modo del tutto casuale, questo causava tra le prigioniere arruffamenti e scene indescrivibili. Le più forti mangiavano nel pentolone lasciato in un punto. La sua permanenza ebbe la durata di circa quindici giorni poi fu trasferita nuovamente in un sottocampo per alcuni giorni. Gli ultimi mesi gli trascorse nel campo di Malchow fino alla fine dell'aprile 1945. In qusto Campo Liliana, spinta dai dolori e dalla paura, un giorno si recò al River per farsi tagliare l'ascesso ormai purulento diventato grosso come un'arancia. Una SS, forse un medico, con la forbice taglio l'ascesso e fu fasciato con della carta. La situazione di Liliana peggiorava ogni giorno di più. Ormai la guerra per la Germania era perduta e regnava un caos terribile. La liberazione era ormai vicina .. era una questione di giorni.
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I ricordi di Liliana. Eravamo in quei giorni di fine aprile ... io e Luciana Sacerdote di Genova, nel pomeriggio andavamo spesso dietro alla baracca e vedevamo il confine del Campo .. c'erano dei prati e io sognavo di correre tra i fiori. Vedevamo da lontano dei gruppi di soldati francesi prigionieri che, passando fuori dal campo, ci urlavano parole di speranza e ci dicevano che la guerra stava per finire e che stavano per arrivare gli americani ed i russi. Ci chiesero chi fossimo, quanti anni avessimo, da dove venivamo, eravamo ragazze ebree e loro stupiti non ci credettero, ormai non avevamo più niente della femminilità di un tempo … poi si accorsero che eravamo veramente delle donne e ci incoraggiarono che presto tutto sarebbe finito. Nei giorni seguenti cominciavamo a sentire il rombo della guerra … allora era vero quello che quei giovani ragazzi ci dicevano. Gioia e paura crescevano perché credevamo che le SS ci avrebbero uccise tutte … invece … verso la fine del mese (29 aprile) ci fu comandato di evacuare anche il Campo di Malchow: i nazisti erano nervosi, la macchina nazista si era inceppata. Non pensavamo di farcela, eravamo ridotte all'estremo delle nostre forze … non sentivamo più, come un tempo, i morsi della fame, ormai i nostri stomaci si erano ristretti. Uscire da quel cancello era stato un sogno così desiderato che, tutte, anche quelle che giacevano nei pagliericci, nelle ultime estenuanti forze, uscirono. Laura Sacerdote, la sorella di Luciana non c'è l'ha fatta ad uscire e come lei poche altre. Ci trascinavamo per quella strada .. e c'era l'erba, mi ricordo, e con una fatica immensa ci chinavamo a prenderla per metterla in bocca e non avevamo nemmeno la forza di masticarla. Così passammo un giorno ancora … la strada era piena di civili tedeschi che lasciavano le loro case e fuggivano verso la zona già in mano agli americani perché non volevano stare nella zona dei Russi più severa e più dura. Carretti, animali, persone da tutte le parti, questa era la realtà dei giorni prossimi alla liberazione. Nel giro di pochissimo, le nostre guardie SS buttarono via le armi e indossarono abiti civili, sciolsero i cani, tornavano ad essere quelle «persone normali» che erano state prima, tornavano alle loro case, ai loro affetti. Noi sbalordite le guardavamo … e poi son quelli che dissero che non sapevano niente, che non avevano visto niente … e tornarono a casa, baciando i propri figli dove prima ne avevano ammazzati a migliaia. Io vidi passare vicino a me l'ufficiale comandante a Malchow: anche lui si metteva in borghese, anche lui buttava la sua pistola proprio ai miei piedi. Era crudele, picchiava le prigioniere. Io ero una disgraziata ragazzina di 14 anni che per più di un anno si era nutrita di odio e di vendetta e quella pistola era lì, ai miei piedi. Pensai per un attimo di prenderla e sparare a quell'ufficiale. Mi sembrava giusto, mi avevano ucciso i miei cari e questa finalmente sarebbe stata la giusta vendetta e non mi sarei sentita nemmeno colpevole. Ma fu un attimo, un attimo che dimostrava la differenza tra me e il mio assassino … io non avrei mai potuto uccidere nessuno per nessun motivo, la mia era una cultura di vita, un'etica che imparai dai miei familiari e non una cultura di morte come quella nazista. Nella mia estrema debolezza ero io la più forte perché sceglievo la vita, sceglievo istintivamente di non vendicarmi. In quel momento, in quella strada della Germania fui libera. Era il 30 aprile 1945 ...
Con la fine del conflitto mondiale, l'esercito americano, che liberò il Lager dove poco prima si trovava Liliana, si trovò davanti ad un immagine inaspettata, anche dopo anni di guerra, alla liberazione dei Campi. Prestarono i primi immediati e a volte vani soccorsi ai molti che giacevano ormai moribondi, scheletri umani invasi da ogni tipo di parassita, affamati, sporchi, coperti di stracci e ridotti all'estremo della cognizione umana. Analoga situazione trovarono Russi ed Inglesi.
In tutta fretta, varie associazioni di assistenza di ogni nazionalità (Croce Rossa) si adoperarono per dare soccorso medico e alimentare. Molti purtroppo morirono anche mesi dopo la liberazione. Si organizzarono i primi Campi per “despaced persons”, cercando di unire i reduci della stessa nazionalità per facilitarne il rimpatrio. A Liliana, con l'ausilio della miracolosa “ penicillina” le fu curato l'ascesso sotto il braccio. Ricominciava lentamente a tornare a vivere. Fu portata insieme con l'amica Graziella Coen in un Campo dove si trovavano già dei soldati ed ufficiali italiani. L'accoglienza fu festosa. I mesi intanto passavano e da un Campo all'altro arrivò finalmente la notizia del rimpatrio. Liliana dai 32 chilogrammi al momento della liberazione, ora a fine estate ne pesava 70.
Bisogna qui aprire una piccola parentesi per comprendere fino in fondo le tematiche di quei giorni: ricordiamoci che l'Italia era entrata in guerra a fianco della Germania e dopo l'Armistizio avvenuto l'8 settembre 1943, nacque, nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana (RSI), collaborazionista dei nazisti nella cattura e deportazione degli ebrei italiani, oltre a combattere su vari fronti con l'esercito tedesco. Gli italiani trovatesi in terra tedesca al momento della liberazione da parte degli alleati, erano lì perché non avevano aderito alla RSI, dopo l'armistizio o come Liliana deportate perché ebree. Tutti senza colpa alcuna ma comunque erano pur sempre italiani. L'Italia, anche se alleata da meno di due anni con gli angloamericani, era una nazione sconfitta e aveva perso la guerra. In effetti, molti reduci di altre nazionalità, oltre ad avere avuto un'assistenza migliore rimpatriarono molto prima degli italiani, e molti italiani rimpatriarono, con mezzi di fortuna, da soli.
A fine agosto 1945, per Liliana arrivò il momento della partenza. vere
Questa volta la tradotta militare viaggiava con i portelloni aperti. Erano sempre vagoni bestiame ma erano liberi verso la loro terra e stavano tornando senza sapere cosa avrebbero trovato. Sfilavano città e paesi bombardati della Germania, dell'Austria e poi il Brennero, Bolzano: finalmente in Italia!
Qui era stato allestito un ufficio dove si registravano tutti i reduci rientrati in Italia (un bollettino annunciava per radio i nomi dei superstiti). Questa organizzazione reclutava personale (salario, vitto, alloggio e vestiario per sei mesi) per varie mansioni di sostegno per le seguenti tradotte in arrivo dalla Germania. Liliana si iscrisse, almeno per un breve periodo, nella male augurata ipotesi di non trovare nessuno a casa, poteva essere indipendente. Dopo rinunciò scoprendo di avere ancora in vita dei familiari. Partita da Bolzano arriva a Pescantina, vicino a Verona, e poi con un camion militare arrivò a Milano, c'era con lei anche Graziella Coen, una ragazza ebrea romana che scelse di seguirla. L'autista del camion le fece scendere sul piazzale della Stazione Nord. La stazione era stata bombardata, la gente stava riprendendo possesso della città ferita dai bombardamenti. C'erano dei passanti che si fermarono a guardarle, un signore gli fece l'elemosina: due lire e un barattolo di marmellata. Da via Carducci arrivarono poi in corso Magenta: la sua casa!
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I ricordi di Liliana. Sotto l'androne il portinaio fermò me e la mia amica, ci respinse urlando: fuori questi zingari … dove andate! Io timidamente gli dissi: «Antonio, ma io sono Liliana Segre!» e guardai in su le finestre della mia casa, chiusa per sempre. Ecco che allora lui mi riconobbe, si mise ad urlare esterrefatto come un pazzo: scesero tutti gli inquilini che avevano seguito la tragedia della famiglia, ma di loro che cosa mi importava? … Fummo ospitate dalla signora Gatta che stava al primo piano, fummo lavate, mangiammo e ci rivestirono. Arrivarono i miei zii, che abitavano lì vicino ed i miei nonni materni: baci, abbracci, emozione. Ero contenta di vedergli, gli volevo bene ma gli altri, i miei santi martiri, loro non sono tornati....
Il ritorno alla vita per Liliana è stato difficile, un ritorno deludente se concepito con le sofferenze subite nei Campi della morte. Rieducare una ragazzina strappata agli affetti familiari non era facile, non soltanto per gli zii e poi per i nonni materni che la tennero in casa ma anche per lei. Le volevano bene, erano brave persone ma non capivano e da allora Liliana ha cominciato a tacere, a tenersi tutto dentro per quasi cinquant'anni.
Il mondo voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati, nessuno gli voleva ascoltare, tutti volevano ricominciare a vivere.
Voglio citare come esempio Primo Levi e pochi altri: subito dopo il suo rientro diede con difficoltà alle stampe le sue memorie: molte Case Editrici di fama rifiutarono la pubblicazione! L'argomento non aveva mercato, si voleva politicamente insabbiare queste infamie, a molti avrebbero causato problemi o peggio scontri diplomatici. Ora si doveva pensare alla ricostruzione e ad riallacciare i rapporti con i vincitori. L'Italia era una nazione distrutta in balia delle potenze vincitrici.
Liliana si rifugia nello studio, vuole ricuperare gli anni perduti. Era profondamente infelice, niente e nessuno era come aveva sognato guardando il cielo nel Lager. A 18 anni, nell'estate del 1948, incontra l'uomo che divenne suo marito. Con lui, e per lui, ha cominciato ad essere una donna normale anche se con un bagaglio di ricordi dolorosi, indelebili. Ora siamo alle ultime battute di questa lunga storia.
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I ricordi di Liliana. Provare amore dopo tanta solitudine, dopo odio, dopo morte … è stata una esperienza così bella che ho desiderato così tanto di essere morta nei tre anni precedenti (prima di conoscere lui) che ero felice di essere viva. Mi perseguitava la paura di non poter avere figli, tanto durò la perdita delle mestruazioni nel Campo.
E' nato Albero, che porta il nome di mio papà, appena lo vidi uscire da me, dopo tanta morte … ho pianto perché era straordinario piangere di nuovo con le lacrime. Poi ho avuto Luciano, e infine Federica.
Mio marito, i nostri tre meravigliosi figli e i nostri due nipoti Edoardo e Davide sono la più bella risposta alla cultura nazista di morte, perché essi sono la vita!
... Io non piansi più per anni, anzi, avevo il motivo per farlo ma non mi scesero più le lacrime. Per anni e anni non fui più in grado di piangere con le lacrime. Con la nascita del mio primo figlio, Alberto, piansi di nuovo dopo anni con le lacrime ... Noi ad Awuschwitz eravamo gli schiavi degli schiavi.
Grazie Liliana per saperci trasmettere tante emozioni della tua tragedia passata. Maurizio Agostinelli

La tragedia di Liliana è la stessa condivisa da Luciana Sacerdote. E' opportuno analizzare e interpretare l'aspetto dei ricordi. A distanza di molti anni, anche se quel tragico periodo le hanno viste fianco a fianco nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, è ovvio che la misura dei ricordi di ognuna esprime alcuni dettagli sfuggiti a una e ricordati dall'altra, anche se i dettagli delle sofferenze sono condivisi e ricordati da entrambe.
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I ricordi di Luciana Sacerdote. La mia esperienza è analoga a quella di Liliana e di molte altre familie ebree allora in fuga dai rastrellamenti tedeschi. Io, Laura, la mamma ed il papà, insieme con il mio fidanzato e la sua mamma, in una buia notte invernale, andavamo verso la nostra salvezza su per i monti di Varese. Varcammo il confine italo-svizzero e da lì ci mandarono indietro e così fummo arrestati. Dal carcere di Varese a quello di San Vittore e poi via verso l'ignoto. Partimmo dai sotterranei del “Binario 21” della stazione centrale di Milano, e facemmo parte dei 605 partiti il 30 gennaio 1944 con il convoglio RSHA nr. 6. All'arrivo ad Auschwitz, io, Laura e mamma, fummo messe nel gruppo dove stava Liliana, il mio fidanzato, Mario Fubini, che parlava molto bene il tedesco fu inserito nel gruppo degli uomini e in seguito lavorò come interprete, di sua mamma Enrichetta Rimini, invece si sono perse le tracce ... e mi ricordo papà ... l'abbiamo visto salire su un camion e da lontano ci salutava con la mano … questa è l'ultima immagine che io ricordi … non l'ho più rivisto.
Dopo l'iter dell'entrata, mi avevano tatuato il numero di matricola 75192, mia sorella Laura 75191 e la mamma penso il 75193 (eravamo insieme, vicine e presumo sia questo il suo numero). Dopo la “quarantena” e un breve lavoro di spostamento di pietre, da un posto all'altro, a Birkenau, io e Liliana fummo inserite in una squadra di lavoro presso la fabbrica di armamenti Union e ora stavamo ad Auschwitz I. Mia sorella e mamma rimasero a Birkenau. Dopo circa un mese, se ben ricordo, il 4 marzo 1944 (4 aprile 1944 CDEC), la mamma ci lasciò per sempre. Feci in modo di portare Laura a lavorare con noi in fabbrica … adesso non ricordo come ma riuscì. Io lavoravo seduta davanti a un bancone e dovevo controllare e selezionare i pezzi di metallo che mi stavano davanti. Forse il destino ha voluto darmi questa “fortuna” che, come dichiara anche Liliana, ci ha dato la forza di resistere. Stavo sempre insieme a Liliana, ho condiviso con lei, la deportazione, la selezione e le selezioni, il lavoro in fabbrica e la “Marcia della Morte” verso il Campo di Ravensbruck e poi la liberazione.
La fame era la cosa che più ci tormentava, la mancanza di calorie ci rendeva, giorno dopo giorno, sempre più fragili sempre più vicine alla morte. Mi ricordo benissimo due episodi inconsueti: il primo è che ci distribuirono, in due (?) occasioni, dei pacchi della Croce Rossa, contenenti cioccolata, pane, marmellata e altre cose; il secondo è che, in fabbrica c'era una Kapò, chiamata “Tigre”, fredda, dura terribile, tutti ne avevano paura e la cosa incredibile è che, quando ha potuto mi a aiutato. Ricordo un giorno, mentre stavo al bancone, mi a portato un paio di scarpe normali, con la gomma sotto, avevamo, come tutti sanno gli zoccoli di legno e un'altra volta un pezzo di pane bianco. Queste erano anche le contraddizioni di Auschwitz. Forse gli ricordavo una figlia? Altresì ricordo bene le due ragazze polacche impiccate sul piazzale.
Si lavorava fino alle sei di sera, e dopo ci incamminavamo verso il Campo. Il rancio veniva distribuito verso le sette (?) e fino a mezzogiorno (?) del giorno dopo non mangiavamo più niente. Mettevo sempre da parte qualche pezzo di pane che dopo dividevo con Liliana che mangiava avidamente e sempre mi diceva: quando torneremo a Milano ti ricambierò con riso e ossibuchi. E' ovvio che le persone ricordino la loro tragedia con particolari diversi, nella quantità e nella misura. Nelle sue dichiarazioni Luciana, afferma che tutte le sere ... ci portavano a fare la doccia.
Poi ci fu l'evacuazione e il trasferimento a Ravesbruck e in vari altri sottocampi. Fui liberata il 30 aprile 1945.
A fine agosto tornai a Genova e mi recai in via Granello, al secondo piano dove abitavamo. Non trovai più la mia casa, avevano fatto degli uffici e la nostra collaboratrice domestica dei tempi prima dell'arresto, mi ospitò a casa sua (la casa dei nonni che non c'erano più) già occupata da altri sfollati, dandomi la sua camera. Non dimenticherò mai quanto fattomi da Amelia Santacroce, mi ha mantenuto lei per molto tempo.
Poi riaprì il negozio di tessuti di papà in via XX Settembre a Genova e ricominciai a vivere. Devo dire che durante il periodo delle Leggi razziali, gli amici non ebrei, erano rimasti amici anzi, la nostra amicizia con il susseguirsi delle persecuzioni si era rafforzata. I Furlanetto di Genova, poi trasferitesi a Nervi ci aiutarono molto. Quando decidemmo di partire per la Svizzera, la famiglia ci custodì molti preziosi ed oggetti di valore che mi furono restituiti al ritorno. I ricordi di mamma e papà.
Luciana Sacerdote è nata ad Alba (Cn) l'8 maggio 1924. Nei Campi di concentramento nazisti perse: Il papà, la madre, la sorella, il fidanzato e la suocera oltre a molti altri parenti.
Luciana è mancata ai suoi cari nel 2010.

I Nomi delle 605 persone deportate (Fonte: Liliana Piccioto "Il Libro della Memoria. Gli Ebrei deportati dall'Italia 1943-45)
Abenaim Ettore, Abenaim Mario, Abenaim Mario, Abenaim Oreste, Abenaim Ottorino, Abenaim Renzo, Abenimolo, Abolaffia Rebecca, Abraham Hilde Fanny, Abrahamson Betti, Acco David Dario, Ackerman Feige, Adato Amata, Alhaique Emilio, Altmann Hinde, Altschueler Samuel, Anscherlik Augusta, Anscherlik Franca, Anscherlik Paola, Aschenasj Sally, Ascoli Margherita, Ass Ester, Astrologo Silvia, Attal Davide, Attal Dina Bona, Attias Giacobbe Giacomo, Attias Giacomo, Attias Nella, Attias Vitale, Auerhahn Israel, Auerhahn Mose, Aufrecht Anna, Azria Luigi, Azzarelli Lina, Bachi Armando, Bachi Arturo Enrico, Bachi Avito, Bachi Michele, Bachi Pia, Bardavid Amalia Caden, Bardavid Ester, Baruch Baruch' Baruch Flora, Baruch Giosue Alessandro, Baruch Isacco, Baruch Mose, Baruch Rita, Baruch Salomon Silvio, Baruch Salvatore, Baruch Violetta, Basevi Adele, Bassani Giuseppe Benedetto, Bayona Carlo, Bayona Dora, Bayona Isacco, Bayona Lucia, Beer Lazar, Belgrado Mario, Bemporad Adolfo, Bemporad Lelia, Benaroyo Fortunata, Benedetti Elena, Benedetti Jole, Benedetti Valentina, Benvenisti Giannina, Berl Silvio, Bermann Moritz, Berndt Elisabetta, Bernheim Luisa, Besso Elsa Jolanda, Besso Lina, Besso Menachem, Bick Max Herbert, Bick Paula, Bick Sigismondo, Bidussa Elsa, Bincer Giovanni, Blinder Etta, Bloch Katherina, Blonder Sara, Boccara Sciaula Dori, Bdhm Michelangelo, Bolaffi Annita, Borgetti Ernestina, Brasch Elsa, Brasch Heinrich, Brauer Jolanda, Brauner Jolanda, Brogi Giuseppe, Buchsbaum Kurt, Bueno Dino' Bueno Silla, Bueno Sirio Renzo, Caffaz Ida' Caivano Angelina, Calo Fernando, Calo Fiorella, Calo Mario, Calb Matilde, Calo Sara, Camerino Aurelia, Camerino Benvenuta, Camerino Ettore Felice, Camerino Eugenia, Camerino Jole, Cantoni Margherita, Carmi Adele' Cassuto Nathan, Chimichi Piero' Coen Aronne, Coen Gilda, Coen Giuseppe, Coen Vittorio Angelo, Coen Beninfante Franco, Cohen Rachele, Cohn Erich, Colombo Alessandro, Colombo Decima, Colombo Elda, Colombo Elsa, Colombo Federico Giacomo, Colombo Rita, Colonna Leo, Cottignoli Bruno, Cszopp Bernardo, Curiel Amelia, Cuzzeri Amalia, Cuzzeri Elisa, Cuzzeri Irma, Damidt Erna, Dana Sara, Danon Davide, Danon Joel, David Sandor, De Benedetti Elisa, De Benedetti Ernesta, De Benedetti Esterina, De Benedetti Giacomo, De Benedetti Vittorio, De Semo Vittorino, Del Vecchio Emma, Della Torre Pia, Della Pergola Giulio, Dente Anna, Dente Matilde, Dente Moise Morris, Deutsch Nada, Deutsch Zeliko, Diena Ester Wanda, Di GioacchinoAnna, Dina Salomone Moise Davide, Dina Smeralda, Disegni Anna, Drechsler Lina Sali, DresnerLisa, Echl Barbara, Epstein Simon, Eskenasi Bora, Eskenasi Marina, Fano Bice, Fano Cesare, Fano Fausta, Fano Guglielmo, Farchy Michele, Feintuch Anna, Feintuch Henia, Feintuch Jakob, Feintuch Manfredo, Feintuch Mayer, Feintuch Rosa, Feith Maurizio, Feliks Maurizio, Ferrari Angela, Ferro Ferruccio, Fiedler Joseph, Finzi Gina, Finzi Contini Dora, Fiorentino Iginia, Fiorentino Salvatore, Fiorentino Samuel Emilio, Fitzer Feige Adele, Fleischer Amalia, Foa Augusto, Foa Bianca, Foa Giacomo, Foa Italo, Foa Wanda Debora, Forti Anna, Forti Elda, Forti Giulio, Forti Ida, Forti Lina, Forti Lucia, Forti Marianna, Fraenkel Arturo, Fraenkel Walter, Franchetti Olga, Franco Luisa, Frankel Margherita, Frassineti Alfredo, Frassineti Rodolfo, Fresco Dora, Freund Anna Elena, Friedrich Andrea, Frisch Azriel, Frisch Fritz Efraim, Frisch Leni, Frisch Max, Fubini Mario, Fuchs Oscar Moritz, Fuerst Arturo, Funaro Mattia Ernesto, Gabbai Salomone, Galletti Piera, Garda Donato, Geltner Minka Sara, Geltner Renee, Geltner Salomone, Genazzani Lia, Gerstl Matilde, Ghiron Enrichetta, Giuli Enrica, Giuli Sergio, Goldberg Elisabetta, Goldfarb Rosa, Goldfrucht Lea, Goldschmiedt Giorgio, Goldstein Oscar, Golombek Elena, Gormezzano Stella, Grauer Marco, Grauer Samuel, Grauer Tto, Grossberger Francesca, Gruenberger Erico, Guglielmi Gino, Haas Sabine, Haim Giza' Hakim Matilde, Halua Allegra, Halua Rachele, Hanau Margherita, Harmik Isak, Harpfen Arturo, Haselnuess Anna, Haselnuess Lea, Hasson Abner, Hasson Edith Nelly, Hasson Gilberto, Hasson Jean Pierre, Hauser Bela, Hazan Maurizio, Heier Fanny, Heiman Wanda Vera, Hendrix Gertrude, Herzberg Maddalena, Heymann Clara, Heymann Elena, Hirschen Haendel, Hirschhorn Lea, Hirschl Vera, Hoffmann Olga, Hohn Zora, Horitzki Adele, Horitzki Regina, Horowitz Gisella, Horvatic Ivana, Jabes Giuseppe Enrico, Jacchia Beatrice, Jacchia Diana, Jacchia Dina, Jachia Alberto, Jacob Diamante, Jacoby Paolo' Jeret Marie, Johanan Anna Adalgisa, Jona Giorgio, Jona Giuseppe, Jona Massimo, Jona Roberto, Jordan Rosa, Jung Bertha, Kabiljo Levi, Kahlberg Hans, Kalmann Ulrich, Karpeles Anna, Karpeles Arturo, Katz Ethel, Katzenstein Ester, Kaufmann Sofia Sara, Kirschen Regina Maria, Koen Milo, Koen Nina, Koen Oscar, Koffler Leopoldo, Koffler Michael, Kohn Margherita, Koretz Amalia, Kramm Emil, Krzentowsky Salomone, Krzentowsky Simeone, Labi Wanda, Lacher Brucha, Landmann, Moses, Landmann Walter Heinz, Laniado Bahia, Lascar Italia, Lascar Luciana, Lascar Wanda, Latis Leone, Latis Liliana, Lattes Leone Davide, Leblis Giuseppe, Leinberg Marco, Leoni Arturo, Levi Aldo, Levi Aldo, Levi Angelo Giacomo, Levi Anita, Levi Arrigo, Levi Carlo, Levi Celestina, Levi Cesarina, Levi Clotilde, Levi Elda, Levi Elide, Levi Elios Natale, Levi Emilia, Levi Emilio, Levi Giannetta, Levi Giuseppe, Levi Margherita, Levi Marietta, Levi Ugo, Levi Zelinda, Levitan Alessandro, Levy Rudolf, Lind Kurt, Lind Moses, Loewenthal Helmuth, Loewenthal Ugo, Loewy Alice, Loewy Charlotte, Lublinsky Lipa, Lumbroso Edwin, Luzzatti Silvio, Mano Gioia Perla, Marcos Sara, Matatia Camelia, Matatia Nino, Mauer Frimeta, Melauri Paolo, Menasce Farida, Menasci Roberto Raffaello, Mendelsohn Abraham, Mendelsohn Benzion, Mendelsohn Israel, Mendelsohn Jechiel, Mendelsohn Miriam, Mendes Ida, Mendler Leopold, Millul Egisto Mario, Modiano Flora, Modiano Isacco, Modiano Laura, Modigliani Milena, Molco Oreste Sergio, Momigliano Ester Tranquilla, Montalcini Virginia, Morais Alberto, Morais Carlo, Morals Graziella, Morpurgo Abram Alberto, Morpurgo Alice Annetta, Morpurgo Bianca Maria, Morpurgo Maura, Morpurgo Oscar, Moses Clara, Moses Frieda, Moses Hedwig, Nacamulli (side, Nacamulli Ruggero, Nagler Giacomo, Nagler Salo, Nathan Fritz, Nathan Fritz, Nathansen Samuel, Negri Guglielmo, Nemes Maria, Neuberger Ugo, Neufeld Irma, Neufeld Paolina, Norsa Giulio, Norsa Mario, Norsa Sergio, Norzi Marco, Nuernberg Salomone, Oblath Ivan Gelza, Orefice Edoardo, Orefici Guido, Orvieto Guido Fortunato, Orvieto Leone Alberto, Osimo Ada, Ostrowka Alfredo, Ottolenghi Dorina, Ottolenghi Enrica, Ottolenghi Giacomo Salvador David, Ottolenghi Gianni, Ottolenghi Giorgio, Ovazza Ada, Ovazza Alessandro, Pacifici Loris, Pacifici Luciana, Padovani Grazia Lidia, Paggi Goffredo, Passigli Giuseppe, Passigli Goffredo, Passigli Leone, Passigli Lidia, Perlmutter Gilmo, Perugia Giacomo, Pescarolo Eleonora, Piazza Angelo, Piazza Maria Luisa, Pickholz Augusta, Pinsk Regina, Pinto Vera, Pinto Wanda, Piperno Aldrato, Piperno Odorico, Piperno Rambaldo, Piperno Renzo, Piperno Sigfrido Ezio, Pisetzky Arturo, Plesneri Rachele, Polacco Enrica, Polacco Giulia, Polacco Giuseppe, Polacco Mose, Polacco Regina, Popper Alice, Prato Laura, Prister Margherita, Procaccia Aldo, Procaccia Amedeo, Procaccia Elda, Procaccia Paolo, Raba Lanciotto, Raba Lina, Rabbeno Carla, Raffael Emilia, Ragendorfer Benno, Ragendorfer Lucia, Rajner Darko, Rajner Hela, Reggio Gisella, Reggio lole, Reggio Rina, Reitzmann Alexander, Revere Ines, Revere Olga, Richetti Vittorina, Richter Sigfried, Riesenfeld Berthold, Riesenfeld Hans, Rimini Enrichetta, Ritter Ester, Rodriguez Berta, Rosenberg Friedrich, Rosenberg Otto, Rosenfeld Bertha, Rosenfeld Haim Enrico, Rosenfeld Ottone, Rosenholz Emilia, Rosenholz Ester Elsa, Rosenholz Leone Lajb, Rosenkranz Feige, Rosenthal Otto, Rossi Sergio Pellegrino, Roth Sabina, Rozay Teodoro Ella, Rubinfeld Chaim, Rubinfeld Edward, Rubinfeld Enrica, Rutkowski Maria, Sacerdote Claudio, Sacerdote Giacomo, Sacerdote Laura, Sacerdote Luciana, Sacerdoti Camilla, Sadun Amiel, Sadun Diodato Gastone, Sadun Lya, Sadun Vittorio Emanuele, Salambrassi Vassiliki Basilia, Samaia Angelo, Sanguinetti Umberto, Saphier Henni, Schatz Jakob, Schlesinger Luisa, Schnapp Gerda, Schnapp Littman Eisig, Schocenstein Sonja, Schoenstein Rosette, Schotten Irma, Schulmann Gabriel, Schwertfinger Ester, Segall Maximilian, Segre Alberto, Segre Annetta, Segre Liliana, Segre Isidoro, Segre Marianna Fanny Nella, Servi Fernanda, Servi Lucia, Sezzi Augusto, Siebzehner Joseph, Silvera Lelio, Silvera Violetta, Simon Max Guenther, Sinigaglia Livia, Sleidinger Arturo, Slukin Anna, Solal Olga, Sonino Paola, Sorani Aldo, Soria Davide, Spitz Ella, Spizzichino Alfredo, Spizzichino Iride, Spizzichino Rina, Stabholz Menasse, Staineri Emanuele, Subert Edvige, Syrkus Paul, Talmatzky Gersch, Talmatzky Regina, Talmatzky Valerio, Tedeschi Eugenia, Tedeschi Giacomo, Tedeschi Mafalda Ida, Tempel Adele Anna, Timberg Sabina, Todesco Angela, Treves Adelaide, Urbach Kurt, Urhach Leo, Urbach Liliana, Usigli Silvia, Vamos Alberto, Vamos Mira, Varon Bohor Nahman, Varon Ida, Varon Moisb, Varon Signuru, Verderber Leo, Vigevani Eda Anna Tesaura, Vitale Aldo, Vitale Cesare Sanson, Vitale Elvira, Vitale Emilia, Vitale Eugenio, Vitale Italo, Vitale Rosa, Vitale Sergio, Vitta Simone, Vivante Salvatore, Vogelmann Schulim, Vogelmann Sissel Emilia, Waldbaum Meta, Wallach Lotte, Weinberger Haim Joseph, Weinreich Hilda, Weiss Alfredo, Weiss Felicita, Weiss Franco, Weiss Hermann, Weiss Mira, Weisskopf Alois Jacob, Weisz Desiderius, Weisz Elisabetta, Weisz Hilda, Wessler Elvira, Wiener Max Israel, Witzmann Ida, Wohlgemuth Alexander, Wohlgemuth Ella, Wohlgemuth Herta, Wohlgemuth Margherita, Wohlgemuth Max, Wohlgemuth Siegfrid, Wolf Rachele, Wolfstein Margarethe, Yeni Isak, Yohai Rebecca, Zaccar Allegra, Zaduk Ivan Alfredo, Zamorani Amalia, Zamorani Elsa, Ziegler Jack, Ziegler Joseph, Ziegler Liana, Ziegler Susanna, Zimmermann Giulia, Zucker Jacob.

Note (Fonte: Liliana Piccioto "Il Libro della Memoria. Gli Ebrei deportati dall'Italia 1943-45)
Il 6 febbraio 1944, dei 605 partiti dai sotterranei del Binario 21 con un Convoglio RSHA nr. 6, provenienti dal carcere di San Vittore a Milano, 31 donne immatricolate da 75174 a 75204 e 97 uomini immatricolati da 173394 a 173490 entrarono nel Campo, 477 furono uccisi immediatamente nelle camere a gas ((Archivio Museo di Auschwitz). Dei sopravvissuti a questa prima selezione solo 20 tornarono alla fine della guerra (CDEC). Come si può ben capire, dalla lista seguente, che furono deportate intere familie..
Alberto Segre (Padre di Liliana Segre): Arrivato ad Auschwitz il 6 febbraio 1944, matricola nr. 173472, deceduto il 27 aprile 1944
Giuseppe Segre (Nonno paterno di Liliana Segre): Arrestato a Inverigo (Co) il 18 maggio 1944 da italiani, detenuto nel carcere di Como, carcere di San Vittore, Campo di Fossoli. Partì con il Convoglio RSHA nr. 13 del 26 giugno 1944 per Auschwitz. Arrivato il 30 giugno 1944 e selezionato per la Camera a gas
Olga Lövvy (Nonna paterna di Liliana Segre): Arrestata a Inverigo (Co) il 18 maggio 1944 da italiani, detenuta nel carcere di Como, carcere di San Vittore, Campo di Fossoli. Partì con il Convoglio RSHA nr. 13 del 26 giugno 1944 per Auschwitz. Arrivata il 30 giugno 1944 e selezionata per la Camera a gas
Giulio Ravenna: (?)
Rino Ravenna: Suicida al Carcere di San Vittore
Carlo Morais (Coniugato con Tedeschi Mafalda Ida): Arrestato a Tirano (So) l'11 dicembre 1943 da italiani, detenuto nel carcere di San Vittore,. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivato il 06 febbraio 1944, matricola nr. (?), deceduto il 18 gennaio 1945
Mafalda Ida Tedeschi: Arrestata a Tirano (So) l'11 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di San Vittore,. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944 e selezionata per la Camera a gas
Alberto Morais (Figlio di Carlo e Mafalda Ida Tedeschi): Arrestato a Tirano (So) l'11 dicembre 1943 da italiani, detenuto nel carcere di San Vittore,. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivato il 06 febbraio 1944 e selezionato per la Camera a gas
Graziella Morais (Figlia di Carlo e Mafalda Ida Tedeschi): Arrestata a Tirano (So) l'11 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di San Vittore,. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944 e selezionata per la Camera a gas
Leilo Silvera (Coniugato con Bahia Laniado): Arrestato a Porto Ceresio (Va) il 03 dicembre 1943 da italiani, detenuto nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivato il 06 febbraio 1944 e selezionato per la Camera a gas
Bahia Laniado: Arrestata a Porto Ceresio (Va) il 03 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944 e selezionata per la Camera a gas
Violetta Silvera (Figlia di Lelio e Bahia Laniado): Arrestata a Porto Ceresio (Va) il 03 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944, matricola nr. (?), deceduta il (?) 1944
Claudio Sacerdote (Coniugato con Ernestina Borgetti): Arrestato alla frontiera italo-svizzera il 18 dicembre 1943 da italiani, detenuto nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz e selezionato per la Camera a gas
Ernestina Borgetti: Arrestata alla frontiera italo-svizzera il 16 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944, matricola nr. (?), deceduta il 04 marzo 1944
Luciana Sacerdote (Figlia di Claudio e Ernestina Borgetti): Arrestata alla frontiera italo-svizzera il 18 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944, matricola nr. 75192, liberata nel circondario di Ravensbruck il 30 aprile 1945
Laura Sacerdote (Figlia di Claudio e Ernestina Borgetti): Arrestata alla frontiera italo-svizzera il 18 dicembre 1943 da italiani, detenuta nel carcere di Varese, carcere di San Vittore. Partì con il Convoglio RSHA nr. 6 del 30 gennaio 1944 per Auschwitz. Arrivata il 06 febbraio 1944, matricola nr. 75191, deceduta il 19 luglio 1945 in evacuazione da Ravensbruck dopo la liberazione

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