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 Nella storia del XX secolo italiano l'8 settembre 1943 è una delle date simbolo del secondo conflitto mondiale. In questa data si ricorda il "Giorno dell'Armistizio" firmato il 3 Ottobre in provincia di Siracusa dai generali Castellano e Bedell Smith e annunciato ufficialmente al paese dal maresciallo Pietro Badoglio , a cui, il 25 luglio dello stesso anno, dopo la destituzione di Mussolini , il re aveva conferito l'incarico di capo del governo. Così l'8 Settembre 1943 il maresciallo Badoglio proclamava alla radio : «II governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria , nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione , ha chiesto l'armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane . La richiesta è stata accolta . Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
Molti si illusero che con la proclamazione di Badoglio si segnasse la fine delle ostilità e della guerra , ma purtroppo non fece altro che creare caos e l'immediata reazione tedesca per il "tradimento"subito e con la conseguente occupazione delle regioni centro-settentrionali della penisola . Altresì ricordiamo che , in questo tragico e caotico periodo , il Governo ed il Re si rifugiarono a Brindisi .
Il soldati del regio esercito, acquartierato in Italia e in diversi angoli d'Europa , privi di ordini precisi ed allo sbando, furono facile preda delle ben più organizzate ed equipaggiate milizie naziste . Era chiaro che la guerra era terminata e che non dovevano più combattere chi , sino a quel momento, era stato il loro avversario. Le richieste via radio, le interrogazioni tra i vari comandi, fra arma e arma , i consigli , i suggerimenti contribuirono, a creare maggiore confusione e ad indurre i diversi individui a reagire di propria iniziativa , nel modo che tutti oggi conoscono, con il sacrificio quasi totale, sopraffatti dalle truppe tedesche sopraggiunte in forze».
Le stime storiche parlano di circa 416 mila italiani , nella zona di Roma e nell'Italia meridionale che consegnarono le armi mentre ne furono disarmati circa 102 mila , oltre ai 59 mila nella Francia meridionale e circa 430 mila nei Balcani e nelle isole del Mediterraneo . Di questi , una parte scelse di collaborare con i tedeschi o con le milizie fasciste , un altra parte riuscì a sottrarsi, mentre la parte più consistente si rifiutò di collaborare e venne internata nei lager del Terzo Reich .
Tra quest'ultimi compare anche il signor Luigi Baldan ex I.M.I il quale , dopo le sofferenze patite in vari Campi di concentramento riuscì miracolosamente a sopravvivere alla fame , alle difficili condizioni di vita , e a fare ritorno alla propria terra in provincia di Venezia .
Di seguito riportiamo l'autobiografia dell'ex I.M.I Luigi Baldan in un' intervista resa possibile grazie alla disponibilità del figlio Sandro e alle preziose parole del testimone degli orrori dei Lager nazisti .
Relazione dell'intervista al signor Luigi Baldan ex I.M.I a cura dell'Amministratore del Portale Maurizio Agostinelli .
MA - Signor Baldan , ci racconti sinteticamente com'era la Sua vita prima dell'arresto ?
LB - Sono nato nel 1917 a Dolo (VE) ( Ora vivo a Mirano (VE) ). Mio padre morì quando io avevo circa 12 anni e così dovetti andare a lavorare quale meccanico in una officina d’auto dove imparai a fare il meccanico di precisione e ad usare il tornio. I miei fratelli continuarono invece a lavorare nella piccola fattoria di famiglia con mia madre.
Venni chiamato alle armi per fare il motorista navale nella Regia Marina Militare Italiana. Allo scoppio della guerra mi trovai così richiamato.
MA - In che data è stato arrestato e da parte di chi ?
LB - Sono stato catturato dalle Forze Armate Tedesche il 9 settembre 1943, proprio il giorno dopo l’annuncio fatto da Badoglio relativamente all’armistizio tra l’Italia e gli Alleati Anglo-Americani. Mi trovavo a svolgere il servizio militare nella Regia Marina Militare, in qualità di Motorista. Ero nel fronte di guerra dei Balcani, più esattamente nel porto militare adriatico di Sebenico in Yugoslavia (ora Sibenik, in Croazia, nella costa dalmata) . Effettuavo la manutenzione delle varie unità della Regia Marina Militare e della flottiglia Mas ivi presente.
MA - Subito dopo l’arresto in che luogo è stato detenuto ?
LB - Inizialmente da parte dei tedeschi ci venne richiesto di combattere ancora con loro contro le forze anglo americane e russe. Pochissimi di noi italiani si unirono a loro. Poi con l’inganno, venimmo spogliati delle nostre armi e ci promisero che ci avrebbero riportato in Italia. Venimmo trattenuti a Sebenico, poi dopo un estenuante e massacrante marcia a piedi lungo strade sterrate, assetati e affamati, , sorvegliati, bastonati e minacciati da cani e militari tedeschi, venimmo condotti a Knin e poi a Biach, paesi dell’entroterra yugoslavo. Durante questa tappa di trasferimento tentai di scappare ma venni ripreso da un soldato tedesco che mi sparò una raffica di mitragliatrice.
MA - Ci spieghi come è avvenuto il trasporto e lo stato psicologico in cui vi trovavate ?
LB - Ci caricarono, esausti, dentro dei vagoni bestiame, stipati come sardine, molti dei quali durante il viaggio al lager in Germania di circa 10-12 giorni, impazzirono, per le condizioni igieniche pessime e la fame. I nostri bisogni li facevamo dentro ad un buco fatto nel pavimento del vagone e durante alcune soste mangiavamo l’erba che si trovava tra i binari. Durante il viaggio, dalla piccola finestrella posta in alto e cinta di filo spinato, guardavamo l’esterno ma non capivamo dove eravamo diretti.
MA - Dove è stato internato ?
LB - Dopo questo viaggio arrivammo, in una notte di fine settembre 1943, in una località chiamata Bad Orb in Germania. Era il primo impatto traumatico con il sistema di internamento dei nazisti. Il Campo di concentramento si trovava a Wegscheide ( Stalag IX B). Era tutto un brulicare di persone denutrite e militari tedeschi che gridavano sempre parole a noi incomprensibili. Venimmo rinchiusi in baracche in legno, fredde e sporche, sempre affamati, alcuni ammalati perché privi di vestiti adeguati al clima germanico. Fummo Schedati e fotografati. Venni impiegato per qualche giorno quale bracciante agricolo in alcune case.
In seguito, circa un mese dopo, venni trasferito nel lager , credo, di Heddernheim a Francoforte sul Meno , in Germania, costretto, su delazione di qualche ex commilitone, a fare il mio vero mestiere, ovvero il meccanico tornitore di precisione, nella fabbrica bellica tedesca V.D.M. ( Vereinigte Deutsche Metallwerke). Costruivo, come “schiavo di Hitler”, parti meccaniche degli aerei tedeschi.
Durante questo lavoro, pur essendo del mestiere, evitavo di mettere in atto le mie vere capacità tecniche, per rallentare così la produzione bellica, sperando così che la guerra finisse il più presto possibile.
MA - In quale Lager è stato internato in modo permanente ?
LB - Dopo quasi 8 mesi in Germania, a Francoforte sul Meno, tra continui bombardamenti aerei alleati notturni e diurni, furti di cibo all’esterno del campo, maltrattamenti, patimenti alimentari, malattie, morte di soldati sfiniti, venimmo trasferiti nell’aprile 1944 a Sackisch Kudowa in Polonia, in un sottocampo del lager nazista di Gross-Rosen. Le condizioni di vita migliorarono notevolmente, perché i nazisti si resero conto che eravamo utili alla loro produzione bellica. La fabbrica ove eravamo costretti a lavorare, sempre legata alla ditta V.D.M., era un' ex industria tessile. Venimmo sistemati in una baracca in legno. Riuscimmo a procurarci un bidone che trasformammo in una stufetta e a rubare del carbone. Le condizioni erano migliorate e avevamo più libertà di movimento nel campo.
MA - Com’era strutturata la vita nel Campo ?
LB - A Francoforte sul Meno le condizioni erano esasperate, forse studiate a tavolino, per convincerci a collaborare con loro e magari aderire alle loro forze armate per combattere nei vari fronti di guerra.
Il personale del campo ci disprezzava e la gente del posto, durante le marce di trasferimento dal campo alla fabbrica dove facevamo gli “schiavi di Hitler”, ci sputava addosso o ci insultava. Venivamo percossi e umiliati per ogni cosa dal personale tedesco delle fabbriche e del campo.
Ammalarsi era rischioso perché si finiva di sicuro in qualche “lazzaret”, come lo chiamavano, una sorte di ospedale, da dove non si tornava più. Eravamo poi tormentati anche dai pidocchi che ci infestavano e portavano malattie infettive mortali.
La giornata tipo prevedeva, dopo notti insonni, freddo e denutrizione, la sveglia a bastonate , di notte, da parte di qualche nostro ex commilitone che faceva il “servo” dei tedeschi. Ci facevano fare i bisogni all’aperto, nel gelido inverno germanico, in un buco scavato nel terreno . Venivamo, ossessivamente contati numerose volte, sempre all’aperto. Molti di noi avevano i vestiti leggeri militari rimasti al momento della cattura nel settembre 1943. A Francoforte sul Meno dovevamo fare circa 7-9 km. a piedi per andare nella fabbrica. Dentro a quest’ultima si lavorava per turni continui di 12 ore di giorno alternati a 12 ore alla notte. Molti crollavano di stenti e sonno. Il giorno di riposo, di solito la domenica, invece di riposare, ci costringevano a rimuovere le macerie dei bombardamenti, tra morti e disperazione. Il cibo era di solito del pane raffermo, duro, nero e una brodaglia di rape che certamente non bastava a sfamarci. Dalla disperazione, in più occasioni, spesso da solo, di notte, durante i bombardamenti, uscivo di nascosto dal campo e rubavo, a rischio della mia vita, nelle case vicine delle patate che poi in baracca dividevo con i miei compagni.
Anche a Sackisch Kudowa , in Polonia, rischiai la vita per rubare cibo all’esterno del campo, però la sorveglianza era meno pericolosa e si viveva in condizioni migliori, benchè ci fosse un gruppo di soldati russi, con lineamenti asiatici, che collaboravano con i tedeschi e ci sorvegliavano .
MA - Tra italiani si ricorda qualcuno in particolare per bontà e/o crudeltà ?
LB - Molti di noi si dettero da fare per salvare persone, aiutare quelli più sfortunati e privi di cibo. In Germania la solidarietà era meno evidente, ma certamente ci furono molti casi, nonostante le bestialità che ci infliggevano. Noi eravamo trattati male , ma gli ebrei con cui mi è capotato di lavorare erano quelli più soggetti a crudeli lavori e angherie. Una domenica, di riposo dal turno lavorativo, vennero a svegliarmi per andare in città a rimuovere le macerie dei bombardamenti e spegnere i fuochi. Io mi nascosi, ma un soldato, il più cattivo del campo, mi trovò e mi fece caricare su un furgone a 3 ruote chiuso. Mi portarono in un altro lager. Vidi questi uomini ebrei , vestiti a strisce e mi spaventai per le loro condizioni fisiche estreme e per la ossessiva guardia a cui erano sottoposti. Uno di loro, credo un italiano ( lo chiamavano “il professore”), quando mi vide, nei pochi secondi del nostro contatto, mentre stavamo lavorando a costruire una baracca, ebbe anche la forza di dirmi poche parole di conforto. Fortunatamente , credo, grazie ad un tecnico tedesco chiamato Pulver, riuscii a tornare in fabbrica.
Ci furono alcuni italiani invece che per opportunismo, aiutarono e servirono i nazisti. Facevano la spia se qualcuno di noi stava male e non andava al lavoro. Ci svegliavano a bastonate. Pulivano le scarpe ai nazisti e da veri servi facevano altre incombenze quotidiane nelle baracche dei tedeschi.
In Polonia, a Sackisch Kudowa, un soldato italiano chiedeva oro o anelli alle prigioniere ebree lì presenti, per dare in cambio a loro del cibo. Dovetti dargli una lezione. Dopo averlo richiamato, arrivai, mio malgrado, a picchiarlo a pugni affinché smettesse di compiere tali gesti di miserevole commercio a danno delle ragazze ebree. Tale azione di giustizia mi creò problemi nei giorni seguenti perché temevo che nella notte questo indegno militare mi avrebbe ucciso per vendetta.
MA - Tra le SS si ricorda qualcuno in particolare per bontà e/o crudeltà ?
LB - La maggioranza dei tedeschi era completamente imbevuta, dal punto di vista ideologico, dei principi del nazismo. Ci furono però dei casi in cui la popolazione germanica mi dimostrò in quei tragici giorni momenti di solidarietà. A Bad Orb, in Germania, quando arrivai i primi giorni e mi utilizzarono quale lavorante agricolo nelle case dei contadini, trovai qualche donna anziana, che mi fece lavorare ma anche mi diede del cibo da nascondere nei vestiti e da portare in baracca. Una donna anziana mi raccontava di suo figlio, marinaio in Norvegia, che era in guerra. Forse capiva le nostre sofferenze.
Sempre a Francoforte sul Meno nel 1943-44, un bravissimo tecnico tedesco di nome Pulver, che lavorava nella fabbrica V.D.M. dove ero costretto a lavorare, era stato durante la prima guerra mondiale prigioniero dei francesi, e forse comprendeva i nostri patimenti. Mi procurò dei vestiti per proteggermi dal rigido inverno e forse, a mia insaputa, mi protesse.
Le persone più crudeli le trovai in Germania a Francoforte sul Meno , credo fossero delle SS. Mi pestarono per un furto che feci di zucchero trovato nelle macerie. Altri mi pestavano mentre cercavo di lavorare in fabbrica rallentando la produzione.
MA - Lei , Signor Luigi , ha prestato solidarietà ?
LB - Essere in un lager, vivere in condizioni precarie, lontano da casa, denutrito, impaurito, con il morale a pezzi, tra i maltrattamenti e le crudeltà quotidiane, ti rende certamente più insensibile a tutto. I tedeschi però non riuscirono a piegarmi.
Con i miei compagni ho sempre avuto un rapporto di lealtà, anche se molte volte non condivisa. Il cibo che mi procuravo rubandolo ai tedeschi, rischiando la vita, molte volte lo regalavo anche a loro. Molti però me lo rubavano di notte , mentre dormivo o ero a lavoro.
Non sono però riuscito a dimenticare i maltrattamenti cui furono sottoposte le giovani ragazze ebree a Sackisch Kudowa in Polonia. Seppure fossi anch’io prigioniero, cercai di aiutarle in ogni modo.
Le guardie femminili delle SS ci impedivano di parlare con loro. Molte mele verdi che rubavo di notte nell’esterno del campo le regalavo di nascosto alle ragazze ebree. Davo loro pezzi di stracci destinati alla pulizia delle macchine in fabbrica per coprire dal freddo la loro testa rasata. Rubavo pezzi di strumenti tecnici ai tedeschi e li davo ad alcuni operai cecoslovacchi o polacchi civili in cambio di cibo. Una parte di quel cibo lo donavo alle ragazze ebree e facevo avere loro quel cibo o gettandoglielo di nascosto o grazie ad un mio amico prigioniero che riusciva ad avvicinarsi a loro.
Con una ragazza ebrea di nome Teresa, addetta alla raccolta dei trucioli derivanti dalla lavorazione dei pezzi meccanici, riuscii a parlare e la tenevo informata sull’andamento della guerra, per confortarle e sostenerle moralmente nella loro lotta quotidiana per sopravvivere.
In un caso salvai da morte certa una ragazza ebrea che, a causa di un momento di stanchezza e di sonno, perse il controllo della macchina a cui era stata assegnata in fabbrica, provocandone la rottura. I tedeschi la volevano uccidere per dimostrare che non scherzavano. Credevano fosse un sabotaggio e la minacciarono con la pistola. Io mi feci avanti e con alcune parole in tedesco riuscii a convincerli di desistere perché si stavano sbagliando. La ragazza ebrea venne risparmiata e poco dopo quando tutti se ne andarono, lei tutta piangente mi lanciò uno sguardo, che non dimenticherò mai, come per ringraziarmi.
A Sackisch Kudowa in Polonia mi impressionò la crudeltà delle donne naziste delle SS che sorvegliavano le ragazze ebree ivi presenti. Non le lasciavano mai in pace e non le davano libertà. Anche quando queste si facevano male, le maltrattavano. Con una di queste ragazze tedesche delle SS riuscii a parlare e la rimproverai aspramente. Le chiesi di trattare più umanamente le ragazze ebree. Dopo quell’incontro vidi mutare l’atteggiamento della ragazza tedesca nei confronti delle povere ragazze. Forse ho contribuito a migliorare la loro vita.
Nei giorni successivi alla fine della guerra ritrovai alcune di queste ragazze a Praga. Con esse passammo una giornata spensierata ricordando quei giorni. Mi spiace non avere mantenuto i contatti.
Ora, a distanza di oltre 60 anni, mio figlio Sandro durante le sue ricerche storiche relative al libro che ho scritto, è riuscito a ritrovare alcune di quelle ragazze e spero di poterle un giorno incontrare.
MA - Si ricorda di qualche tentativo di fuga dal Lager ?
LB - A Francoforte sul Meno era possibile scappare dal campo, anche se era sorvegliato giorno e notte. Il momento giusto era durante i bombardamenti, perché i tedeschi scappavano tutti e ci lasciavano da soli in balia delle bombe. Comunque una fuga in Germania non permetteva al fuggitivo la possibilità di girare indisturbato. Sarei stato facilmente ripreso e ucciso perché eravamo riconoscibili per le nostre caratteristiche somatiche , dalla fame e per i numerosi delatori.
Ricordo un ragazzo triestino che durante un bombardamento si accodò ai tedeschi che stavano fuggendo verso l’esterno. Venne freddato con un colpo di fucile alla schiena.
In Polonia invece, dove fui internato nel campo di lavoro a Sackisch Kudowa, essendo vicino al confine con la Cecoslovacchia, verso la fine della guerra, riuscii a scappare da solo. Corsi nel bosco di notte e raggiunsi la Cecoslovacchia. La popolazione che incontrai mi aiutò fornendomi abiti e cibo durante i miei vari spostamenti. Arrivai a Dvur Kralove, una piccola cittadina, e venni aiutato da un ferroviere cecoslovacco, ex prigioniero degli italiani, durante la prima guerra mondiale a Rovigo. Questo era in contatto con i partigiani cecoslovacchi e insieme mi consigliarono di consegnarmi alle SS tedesche del luogo, spacciandomi per lavoratore civile italiano, altrimenti avrei rischiato di essere catturato dagli stessi tedeschi e ucciso per essere scappato dal campo in Polonia. Ai tedeschi dissi che avevo paura dei russi che avanzavano e che mi trovavo in Cecoslovacchia per essere aiutato da loro.
MA - Ci racconti il giorno della liberazione della città dove si era nascosto?
LB - Il giorno in cui la città di Dvur Kralove insorse contro i tedeschi , era il 5 maggio 1945, mi trovavo proprio dentro la caserma delle SS e venni così imprigionato come ostaggio con gli operai cecoslovacchi.
La fortuna volle che nel trambusto di quei tragici momenti intravidi tra i tedeschi delle SS un operaio motorista con cui ero riuscito a scambiare alcune parole di meccanica. Questo mi portò dal suo fanatico comandante che mi voleva portare in Germania. Riuscii a convincerli che non potevo andare con loro e vista la situazione di confusione data dalla loro resa, non potendo infliggermi punizioni, mi lasciarono andare.
Nei giorni successivi arrivarono i russi. Venne organizzata una festa in piazza. Gli italiani presenti, provenienti da un vicino campo di internamento, mi spinsero a rappresentarli nel palco di cerimonia che era stato allestito sopra il balcone del Municipio.
Così a fianco dei russi e dei cecoslovacchi ringraziai tutti per la nostra liberazione e fummo salutati con un applauso dopo che intonammo una canzone italiana ( Quel mazzolin di fiori ) invece del nostro inno nazionale che noi non conoscevamo.
MA - Come è avvenuto il ritorno in patria ?
LB - La confusione e lo sbandamento di quei giorni era ormai incontrollabile. Non si sapeva dove andare. Tutte le linee ferroviarie erano danneggiate. Non c’erano altri mezzi. Quasi tutti ci recammo all’ambasciata d’Italia più vicina. Io andai a Praga. Dovemmo aspettare il ripristino delle linee e delle comunicazioni. Io di mia iniziativa tentai di ritornare con un treno, ma dopo varie peripezie, mentre il treno mi stava portando verso la direzione sbagliata, ovvero a Odessa in Russia, ritornai a Praga. Finalmente verso agosto 1945 riuscii a trovare il treno giusto e grazie alle forze armate americane venimmo portati in alcuni luoghi per disinfettarci e portarci in successive stazioni ferroviarie che ci portavano in Italia.
Durante il viaggio di ritorno all’interno della Germania vedemmo i luoghi distrutti dai bombardamenti e la gente del posto che non ci guardava nonostante le nostre invettive nei loro confronti.
Giunto a Pescantina , nel veronese, dovetti aspettare un’altra notte all’aperto, prima di essere riportato al mio paese con un camion. Il guidatore aveva utilizzato il camion destinato per il nostro trasporto per fare alcuni suoi interessi e ci venne a prendere il giorno dopo. Così tutti coloro come me che erano della provincia di Venezia, dopo tutto quello che avevamo passato, dovemmo aspettare il giorno dopo per ritornare a casa!
MA - Le possiamo chiedere di narrarci l’emozione nel rivedere i Suoi cari ?
LB - Quando arrivai alla fermata del tram a Mira, in provincia di Venezia, vidi poco dopo arrivare di corsa alcuni dei miei fratelli e dei miei nipoti. Per me fu un momento di gioia rivederli tutti vivi dopo due anni passati nei lager nazisti. Poi divenni triste perché al mio ritorno non c’era mia madre che era morta il 23 luglio 1943 e che al ritorno da ogni mia licenza militare mi aspettava serena. Quel tragico giorno mi trovavo a Sebenico in Dalmazia.
MA - Come ha passato il primo periodo dal rientro a casa ?
LB - Negli anni seguenti al rientro venni tormentato da incubi notturni, incertezza per il presente, amarezza nel notare il disinteresse delle istituzioni e delle persone alle nostre vicende di internati militari italiani nei lager nazisti. Venimmo volutamente dimenticati da tutti in quanto scomodi protagonisti della vittoria contro il nazifascismo. Altri miei compagni più sfortunati dovettero essere ricoverati negli ospedali per tubercolosi o altre malattie psicofisiche.
Quando ritornai ove lavoravo come meccanico prima della guerra, in molti , che se erano stati comodamente a casa, cercarono addirittura di negarmi il lavoro, pensando fossi stato un collaborazionista! Dovetti lottare ancora per riavere ciò che mi apparteneva di diritto, nonostante quello che avevo sacrificato e subìto!
Ai molti ai quali tentavo di raccontare la mia storia e quella degli altri compagni di prigionia trovavo indifferenza, diffidenza e in taluni casi derisione. Ecco perché, molti di noi preferirono il silenzio nel dopoguerra e solo ora vengono rispolverate le nostre storie.
Credo che tutti noi soldati, catturati nei vari fronti della guerra e poi internati militari nei lager nazisti ( oltre 700 mila) , contribuimmo in maniera determinante , non aderendo alle continue richieste di combattere con i nazisti e fascisti, a minare le fondamenta del nazifascismo. La nostra fu una “Resistenza senz’armi” nei lager, non inferiore per sacrifici a quella combattuta in Italia.
Per non dimenticare, nel 1951, scrissi un manoscritto relativo alla mia storia in quei due anni da prigioniero nei lager nazisti. Mio figlio Sandro a distanza di quasi 50 anni ha rispolverato tale lavoro e, a spese nostre, sono riuscito a pubblicarlo nel 2007 in un libro chiamato “Lotta per sopravvivere - La mia Resistenza non armata contro il nazifascismo”,ed. Cafoscarina , Venezia. L’ho donato a tutte le principali associazioni di ex internati e deportati italiani nonché a tutte le biblioteche della zona , allo Yad Vashem di Gerusalemme in Israele e allo United States Holocaust Memorial Museum di Washington in U.S.A.
MA - Nei primi anni del dopoguerra ha incontrato qualche compagno di vita dei lager ?
LB - Si, spesso casualmente. Con Pasqualin Bruno, trevigiano, ci ritrovammo nel primo dopoguerra nella fabbrica ove lavoravo a Porto Marghera. Lui era un camionista, in seguito divenne proprietario di una grande impresa di trasporti. Ci rivedemmo alcune volte. Purtroppo è morto di tumore circa trent’anni fa. Un altro fu Giuseppe Portesani da Manerbio (BS) che andammo a trovare a casa sua, purtroppo anche lui da circa venti anni è morto della stessa malattia. Un altro ancora, Giorgio Ragazzon da Mirano (VE), lo ritrovai che faceva l’operaio. Morì soffocato dalle esalazioni tossiche mentre lavorava dentro una cisterna a Venezia.
MA - Ha ricevuto delle onorificenze per la sua vita da internato militare italiano?
LB - Si, mi hanno decorato con la “Croce al Merito di Guerra” nel 1990, con la medaglia quale “Volontario della Libertà” nel 1997 e più recentemente nell’aprile 2008 sono stato insignito della “Medaglia d’onore ai deportati e internati” ma sono ancora in attesa della sua consegna ufficiale. Spero non troppo tardi. Per le prime invece non ci sono state manifestazioni ufficiali di consegna da parte delle Istituzioni che potevano dare un significato a tali riconoscimenti per i pochi reduci ancora viventi.
MA - Ha fatto visita in qualche ex Lager nazista ?
LB - No,perché in tutti questi anni avrei sofferto nel rivedere i luoghi dove molti hanno patito come me e molti sono morti. Mi piacerebbe rivedere il campo di lavoro in Polonia , a Sackisch Kudowa , ove fui internato con le ragazze ebree e magari proprio con qualcuna di queste lasciare un segno perenne e simbolico della nostra vita condivisa e sofferta. Ora tale campo mi risulta sia stato inglobato all’interno di un moderno complesso industriale polacco, ma temo che il Comune stesso e la ditta non gradiscano offuscare la loro immagine turistica e commerciale con qualche memoria scomoda.
Nel lager di Gross Rosen (Sackisch Kudowa ne faceva parte quale sottocampo) in Polonia, mi stanno aspettando per onorami in quanto, per il mio libro, sono l’ unico testimone italiano delle vicende di solidarietà con le ragazze ebree a Sackisch Kudowa. Sono stato contattato inoltre da una rete televisiva satellitare polacca storica (TVN) per raccontare la mia storia.
In Cecoslovacchia, a Dvur Kralove, mi aspettano nella Biblioteca Storica, dove conservano una copia del mio libro, per festeggiarmi in quanto sono stato aiutato dalla popolazione locale dopo la mia fuga dal campo nazista.
MA - In questi ultimi anni , molti ex internati nei Lager nazisti hanno chiesto un risarcimento alla Germania per il loro lavoro coatto nelle industrie belliche tedesche . Trova giusto che le generazioni di oggi debbano pagare gli orrori commessi dai loro nonni ?
LB - Anch’io ho fatto tale richiesta all’organizzazione O.I.M. nel 2001 per ricevere il misero risarcimento, ma, come immaginavo, dopo aver fatto mille documenti, autentiche varie, speso soldi per bolli e rispolverato tristi ricordi, non sono stato risarcito ( come quasi tutti i 100 mila che avevano fatto la domanda ). La mia richiesta era finalizzata a devolvere in beneficenza l’esiguo importo che volevano darci. Ho scritto nei giornali molti articoli ove chiedevo giustizia per il tramite dei nostri politici, ma anche in questo caso siamo stati dimenticati e abbandonati da tutti. Non credo però sia sufficiente tale riconoscimento economico. Va fatto invece un atto politico concreto bilaterale di ammissione delle colpe e va realizzato un atto simbolico ( es. la costruzione di un grande Museo in Germania) con iniziative collaterali di pace tra i popoli, che racconti ai giovani la nostra storia.
Abbiamo cercato con più lettere inviate a tale organizzazione ( la O.I.M. di Ginevra ) di avere i dati dal loro elenco dei richiedenti risarcimento per poter ritrovare qualche prigioniero novantenne come me ancora in vita. La insensibilità ha prevalso sull’ umanità e adducendo a regole sulla privacy ci hanno negato l’accesso alle informazioni che sicuramente hanno. Peccato mi sia negato poter reincontrare negli ultimi anni di vita qualcuno che ha condiviso con me le sofferenze o regalare ai loro famigliari i ricordi scritti nel mio libro.
MA - Cosa si sente di dire alle nuove generazioni ?
LB - Sono stato chiamato recentemente a testimoniare nelle scuole e dai Comuni in occasione delle celebrazioni della “Giornata della Memoria” e del “25 Aprile”. Uno studente universitario di Treviso, ha dedicato quest’anno un capitolo della sua tesi alla mia storia.
A tutti ho cercato di trasmettere la mia esperienza e ho cercato di insegnare poche ma essenziali azioni concrete : Non cedete alle ideologie politiche, ma meditate pensando sempre al rispetto dell’uomo, alla solidarietà verso il prossimo. Riflettete sui veri valori dell’esistenza. Studiate la storia della nostra generazione per capire la genesi delle nostre tristi vicende , per evitare che si ripetano.
Mirano (Venezia), 13 Dicembre 2008
Grazie di cuore al Signor Luigi Baldan ed al figlio Sandro . Questa testimonianza ha valore morale ed educativo per le generazioni di oggi e per quelle future come monito di pace e democrazia tra i popoli . Grazie ancora .
Senza l'impegno e la collaborazione del figlio Sandro Baldan questo lavoro non avrebbe avuto seguito .
Nel 2007 è uscito il libro che racconta la tragica vicenda di Luigi Baldan (Vedi bibliografia )
Una testimonianza per non dimenticare e perché non si ripeta. Per questo Luigi Baldan, nato a Sambruson di Dolo (VE) nel 1917, ma residente a Mirano (VE) dal 1954, ha scritto un libro di memorie sulla sua esperienza di internato militare nei campi di concentramento e di lavoro nazisti.
È la storia vera, di un motorista della Marina Militare Italiana, imbarcato nella Nave Titano, poi nella 1° flottiglia Mas di La Spezia e quindi in servizio nel 1943 nel porto di Sebenico, in Dalmazia. A Sebenico, subito dopo lo sbandamento seguito dall’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, come i circa settecentomila militari italiani dispersi nei vari fronti di guerra, viene catturato dai tedeschi.
Viene così internato prima a Bad Orb e poi a Francoforte sul Meno in Germania e infine a Sackisch-Bad Kudowa in Polonia.
Come la maggioranza di tutti gli internati militari italiani, nonostante la fame, le privazioni, le umiliazioni, le sofferenze e il massacrante lavoro nelle fabbriche belliche, respinge le continue proposte di aderire al nazifascismo. La sua è un’audace lotta quotidiana per sopravvivere, con tutti gli espedienti possibili, sabotando anche la produzione bellica tedesca.
In questa drammatica situazione riesce a far rivivere la solidarietà e l’amore verso chi soffre più di lui: rischiando la propria vita, aiuta e sfama, con le poche risorse alimentari trovate, le ragazze ebree del campo di lavoro di Sackisch-Bad Kudowa in Polonia.
Ritorna in Italia nel 1945, dopo quasi due anni passati nei lager nazisti, consapevole che il suo rifiuto a collaborare con il nazifascismo e la sua personale lotta di “Resistenza senza armi” nei lager nazisti, hanno contribuito a portare la libertà e la democrazia in Italia.
Luigi Baldan è stato insignito dal Ministero della Difesa della «Croce al Merito di Guerra» e di «Volontario della Libertà» e nell'aprile 2008 "Medaglia d'onore ai deportati e internati".
COMUNICATI STAMPA
2001_01 La Nuova Mestre: Un Diario sui Campi di Concentramento 
2001_04 Mirano: Un Deportato miranese nei Campi di Sterminio nazisti 
2003_06 Il Gazzettino di Venezia: Rievocate le vicende degli Internati Militari nei Lager nazisti 
2003_07 La Piazza: Scuola Azzolini , la storia in diretta 
2007_03 Mirano: Lotta per Sopravvivere - Un libro su Luigi Baldan per non dimenticare
2007_04 Il Gazzettino di Venezia: Lotta per Sopravvivere 
2007_05 La Nuova: La Resistenza silenziosa 
2007_06 L'Opinione: Lotta per Sopravvivere 
2009_02 La Piazza del Miranese: Ai miei figli ho insegnato la libertà 
2009_06 Mirano: Un'Onoreficenza e una tesi di laurea per l'ex internato militare Luigi Baldan 
2009_11 Il Gazzettino di Venezia: Luigi Baldan nominato Cavaliere 
2011_10 Il Gazzettino di Venezia: La storia di Luigi Baldan va su You Tube 
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