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 Ondina Peteani fu catturata da una pattuglia tedesca l'11 febbraio del 1944 a Vermigliano (Ronchi dei Legionari) e rinchiusa nel comando delle SS di Piazza Oberdan a Trieste e poi trasferita nel carcere del Coroneo. Alla fine di marzo dello stesso anno fu deportata , a mezzo carro bestiame ad Auschwitz e successivamente trasferita prima nel campo di Rawensbruck e poi in una fabbrica di produzione bellica presso Berlino. Duranta la marcia forzata che doveva riportarla a Rawensbruck, Ondina riuscì a fuggire e raggiungere, attraverso le Cecoslovacchia, l'Ungheria e la Jugoslavia, Trieste il 12 luglio del 1945.
Nata a Trieste il 26 aprile 1925, aveva cominciato giovanissima l'attività antifascista nel cantiere navale di Monfalcone in contatto con il gruppo dell'Università di Padova guidato da Eugenio Curiel. Nell'inverno del 1943 si unì ai gruppi partigiani sul Carso che avevano formato il "battaglione triestino": in seguito è stata riconosciuta 'prima staffetta partigiana d'Italia' . Il Lager l’aveva segnata per sempre». Ai malanni fisici negli ultimi anni della sua vita si aggiunse la depressione nervosa e l'anoressia. Secondo chi le è stato vicino Ondina era rimasta segnata dalla prigionia, di cui pure parlava pochissimo, e rifiutava quel cibo che non poteva condividere con i compagni.
E' morta a Trieste il 3 gennaio 2003.
AVVERTENZA : Tutti i dati contenuti in questa pagina , sono stati concessi liberamente al Portale dal Signor Gianni Peteani , figlio di Ondina Peteani . Citiamo il testo :
Cortese Attenzione Maurizio Agostinelli Amministratore Portale www.lager.it
Preg.mo Agostinelli, mi chiamo Gianni Peteani e sono figlio di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d'Italia, deportata ad AUSCHWITZ n. 81672.
Desidero presentarVi una sintesi del materiale storico/didattico su Ondina Peteani disponibile sul web per proporVi la libera trattazione sul Vostro Portale dedicato alla tematica della Shoah. L'attenzione sulla figura di Ondina Peteani e` cresciuta ulteriormente dopo la certificazione del primato resistenziale e molteplici iniziative dal giorno della scomparsa avvenuta il 3 gennaio 2003 si accavallano con frequenza.
Libera proposta di accorpamento al Vostro sito internet e/o alle pagine tematiche da Voi trattate e/o analisi/studio didattico delle sottoriportate vicende di Ondina Peteani - prima staffetta partigiana d'Italia - deportata ad AUSCHWITZ n.81672.
11 Dicembre 2007 Gianni Peteani
Il Portale www.lager.it dedicato alla tematica e alla divulgazione didattica della Shoah , ringrazia di cuore il Signor Gianni Peteani .
LA RESISTENZA PRIMA DELLA RESISTENA |
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La tradizione storiografica nazionale fa nascere la lotta armata partigiana dopo l'armistizio con gli Alleati dell'8 settembre. In linea di massima questo giudizio storico è corretto per quasi tutta Italia fatta eccezione del Friuli Venezia Giulia. Qui la Resistenza armata nacque sin dal 1942 perché l'opposizione al fascismo nei venti anni di dittatura non si era mai spenta.
Gli storici hanno parlato di "anni del consenso" riferendosi agli anni Trenta del Novecento. Un consenso largo e diffuso che circondò il fascismo che coglieva il suo trionfo con la guerra di Etiopia e la conseguente "proclamazione dell'Impero". Gli antifascisti militanti in esilio o ridotti al silenzio in Italia erano certamente pochi in quegli anni di entusiasmi mussoliniani, pochi ma attivi. Alcune aree operaie italiane avevano ancora dei nuclei comunisti e socialisti che continuavano ad operare in clandestinità. In Friuli Venezia Giulia una delle zone di resistenza politica è Monfalcone e particolarmente il cantiere navale. Occorre tenere presente che Monfalcone - proprio grazie alla nascita dell'attività cantieristica - si era trasformato da piccolo villaggio anima a borgo operaio con più di diciannovemila abitanti nel 1936. La vicina Ronchi dei Legionari nel giro di qualche decennio arrivava a contare ottomila abitanti e così tutti i piccoli comuni dell'area. Uno sviluppo impetuoso che "operaizzò" ampie fasce di popolazione e che, per conseguenza, condusse ad un rapporto con la politica assai diverso rispetto a quanto accadeva in aree del Paese meno industrializzate. Il cantiere - come la fabbrica altrove - divenne il terreno di sviluppo della coscienza sindacale prima e politica poi dei nuovi operai friulani.
Così negli "anni del consenso" in questa zona gli operai socialisti e comunisti lanciano manifestini contro la guerra d'Etiopia nel 1935, nel 1937 fanno decollare un pallone con la scritta "Viva l'URSS. Morte ai criminali fascisti", creano un circuito di assistenza - il "Soccorso Rosso" - che dal 1936 raccoglie tra gli operai fondi per aiutare le famiglie dei militanti arrestati dalla polizia politica fascista. Nasce ed opera una tipografia clandestina. Si distribuiscono copie de "L'Avanti" portate clandestinamente da Padova, si tengono riunioni di partito nelle case operaie (1).
Non è difficile essere reclutati ed entrare nelle fila del dissenso. Giovanni Fiori, nome di battaglia "Cvetko" ricorda così il suo arruolamento: ".... un pomeriggio verso la fine dello stesso mese di agosto [1940] mentre, come ogni giorno ritiravo delle bollette dai rispettivi bollettari mi si avvicina Fontanot Armido [...] ed incomincia a dirmi che il fascismo è contro i lavoratori e fa solo gli interessi dei capitalisti ecc. e che deve essere abbattuto per vivere liberi. [...] mi parlò di Soccorso Rosso e che io avrei dovuto contribuire a quella forma di sussidio per aiutare le famiglie ed i compagni caduti in sventura (disgrazia) a causa del fascismo. Da quel giorno contribuii regolarmente versando una quota fissa di due lire al mese. Un giorno, fine ottobre 1940 Armido mi portò a conoscenza che ad un convegno della cellula i compagni che componevano detta cellula e cioè: Fontanot Giovanni (padre di Armido, Licio e Vinicio); Armido, sua moglie (Lisa), Licio, Vinicio e sua moglie (Giovanna "Nina"), Ondina Peteani; Ribella [Fontanot], Mario Campo e Rosa o De Rosa [...] aprirono una clausola per accogliermi come simpatizzante del PCI dandomi un programma di lavoro, cioè fare propaganda ai giovani locali [...] "(2)
(1) Fogar, Galliano, L'antifascismo operaio monfalconese fra le due guerre, Vangelista, Milano, 1982,
(2) Memoria scritta di Giovanni Fiori "Cvetko" del 20 agosto 1976 consegnata all'ex comandante dei GAP dell'Isonzo e Basso Friuli, Vinicio Fontanot "Petronio".
ONDINA CHE VOLEVA ESSERE "RAPITA" |
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Nella città operaia, nella cellula del Partito Comunista compare il nome di Ondina Peteani. Non si tratta di una militante politica di vecchia data, è una ragazzina che in quell'agosto del 1940 ha da poco compiuto quindici anni. È nata il 26 aprile 1925 a Trieste, è più giovane del regime fascista che combatte, è nata in tempo di dittatura. Ma avere quindici anni non significa non poter essere utili: da tempo uno degli incarichi di Ondina è andarsene in treno a Padova e a Udine per portare tra gli operai copie della "Unità" e del "Avanti".
Questa ragazzina cresce per certi versi a "pane e comunismo", un comunismo non da salotto o da teoria, un comunismo rischioso che porta dritti davanti al Tribunale Speciale. Nel 1942 lavora come operaia al cantiere di Monfalcone, sa usare il "tornio a revolver" una conoscenza che le tornerà utile ad Auschwitz. Nei suoi ricordi il ruolo dell'ambiente di lavoro è fondamentale per la crescita politica: "e così, da una parte i colleghi di lavoro e dall'altra un gruppo di studenti che frequentavo a Ronchi, attraverso chiacchierate e discussioni, cominciai ad interessarmi di problemi sociali e politici. Sia alcuni operai del cantiere, sia alcuni studenti, militavano già allora nelle file clandestine dell'antifascismo e quasi tutti erano comunisti ed io mi sentii progressivamente attratta da questi compagni ed infine cominciai a capire quanto eravamo incasermati" (3). Si tratta ancora soltanto di suggestioni e di discorsi, la resistenza armata è ancora qualcosa di distante, di epico e di elettrizzante per l'adolescente Ondina. "Allora in queste terre (soprattutto sul Carso) vi erano già operanti alcuni gruppi partigiani sloveni e parecchi ragazzi di queste località si aggregarono a queste formazioni. I loro familiari dicevano di non saperne niente, che i loro ragazzi erano stati rapiti (ovviamente per cercar di evitare le rappresaglie fasciste nei loro confronti). Da parte nostra, eravamo entusiasti e dicevamo a chi ci raccontava queste cose di dar loro anche il nostro indirizzo per farci "rapire" (4).
La realtà che circonda Ondina è un presente fatto di guerra continua. Sin dal maggio 1941 il Partito Comunista Italiano e l'Osvoboldilna Fronta (il Fronte di Liberazione sloveno) collaborano nella lotta armata nella Slovenia occupata. L'invasione italo-tedesca della Iugoslavia ha prodotto un cambiamento profondo nei confini orientali italiani: la Slovenia è divenuta una nuova provincia e la vicina Croazia un regno satellite affidato al duca Aimone d'Aosta che ha slavizzato il suo nome in Tomislav II. A cavallo tra il Friuli e la Slovenia combattono le formazioni partigiane slovene e vi si affiancano anche i comunisti italiani. Di questi scontri si parla anche nel cantiere di Monfalcone e Ondina sogna di essere rapita, di andarsene in montagna.
Nel 1942 il Partito Comunista Italiano si pone l'obiettivo di creare delle unità nazionali che, almeno inizialmente, siano di concreto supporto alla ben più organizzata attività slovena. Le trattative tra i comunisti italiani e gli sloveni portarono alla creazione nel marzo 1943 del "Distaccamento Garibaldi", una piccola unità nella quale sarebbero dovuti confluire tutti i combattenti italiani che si trovavano inquadrati nelle unità partigiane slovene. Si trattava del primo distaccamento partigiano italiano.
(3) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano, p. 1.
(4) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano, p. 1.
IL "DISTACCAMENTO GARIBALDI (Aprile - Giugno 1943) |
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Ondina nel 1942 non è stata "rapita": "Eravamo alla fine del 1942 e si parlava che la fuga era da effettuarsi nei primi giorni del 1943. Ma un successivo contrordine ci impedì questa azione. Il contrordine veniva da Padova con la cui Università i miei amici studenti avevano contatti da tempo. Lì operava Eugenio Curiel e da lì venne l'indicazione di formare gruppi antifascisti sul luogo" (5). Ondina distribuisce manifestini sovversivi e continua a sognare di andare in montagna. La nascita della "Garibaldi" e gli eventi legati al "Distaccamento" furono l'occasione per realizzare il sogno. Nei suoi appunti di ricordi Ondina scrive: "1943 - maggio - giugno: si fa vivo sul terreno un gruppo di cinque partigiani. Dicono che nel Collio era impossibile il mantenimento in zona. Il Davilla, giunto a sapere, li accusa di diserzione dai ranghi partigiani sloveni". I cinque che arrivano dal Collio sono i primi partigiani operativi nella resistenza armata che Ondina vede. Sino a quel momento ha assistito alla partenza dei giovani verso le brigate partigiane in montagna ma combattenti in pianura non se ne erano ancora visti. Se da un lato Ondina è interessata il Partito Comunista locale è invece preoccupato. I cinque partigiani che Ondina ricorda sono un gruppetto di uomini capitanati da Mario Karis, un comunista già condannato a dodici anni dal Tribunale Speciale fascista. Karis era ricercato e si era dato alla clandestinità raggiungendo nel marzo 1943 una unità di partigiani sloveni che operava nella zona del Collio: la "Briski-Beneski Odred". Karis era intenzionato a raggruppare gli italiani che operavano nelle unità slovene con il permesso del comandante della "Briski-Beneski Odred" si incontrò con il responsabile del Partito Comunista Italiano di Udine Mario Lizzero. Karis aveva fretta di costituire una unità italiana di partigiani mentre Lizzero aveva la necessità di procedere con metodo informando prima gli organi nazionali del Partito. I contatti però non riuscirono e Lizzero insieme ad un altro responsabile del Partito Comunista locale, Vincenzo Marcon detto "Davilla", ebbero un secondo incontro con Karis. Questa volta si decise che sarebbe dovuto nascere un distaccamento denominato "Garibaldi". L'avrebbe comandato Karis che per il momento doveva accogliere tutti i partigiani italiani che combattevano nelle unità slovene. La "Garibaldi" in realtà è più un atto politico simbolico che una unità in grado di reggere uno scontro armato con successo. Così la "Garibaldi" si stabilì nel paese di Clap in attesa di ingrandirsi con l'arrivo di altri combattenti.
Soltanto nell'aprile 1943 Lizzero riuscì ad informare i dirigenti del Partito Comunista della avvenuta costituzione della "Garibaldi". Non senza qualche discussione giunse il consenso politico alla "Garibaldi". Frattanto nella zona di Clap iniziarono i rastrellamenti per snidare i partigiani. Karis e i suoi non si sentivano al sicuro e così presero la decisione di spostarsi a Ronchi dei Legionari. Si era nel giugno del 1943 ed il distaccamento comandato da Mario Karis era composto fra gli altri da Giovanni Fiori, da Antonio Dettori e da Brunetto Parri.
L'arrivo inaspettato della "Garibaldi" suscitò sconcerto nel responsabile del PCI Vincenzo Marcon. Così si decise di prendere contatto con il gruppo che si era accampato in un bosco vicino a Monfalcone, incaricata di fare da staffetta fu Ondina Peteani. Così Giovanni Fiori ricorda l'incontro: "Dopo qualche giorno venne la compagna Ondina Peteani "Natalia", prima staffetta del movimento partigiano italiano, ci informava che il funzionario del Partito Comunista Italiano della zona Trieste-Monfalcone, certo "Davilla" (il suo vero nome, credo, Marcon Vincenzo) non trovava giustificazione della nostra presenza e ci considerava dei disertori. Da notare che ognuno di noi, come ogni volta, aveva una lettera e che il Karis le consegnò ai compagni del Partito Comunista di Udine. Quindi la compagna "Natalia", dopo aver pernottato con noi nel bosco ripartì per Monfalcone". Il gruppetto attese quattro giorni nel bosco ma, non avendo più notizie, decise autonomamente di raggiungere Ronchi dei Legionari. Qui si nascosero nella casa dei Fontanot (unici sicuramente affidabili) e di qui si spostarono a Trieste nella casa di Darko Pezza in via Seismit Doda.
Di fronte al fatto compiuto occorreva rifornire gli uomini e di mantenere i contatti. Occorrevano staffette, Ondina Peteani venne incaricata del compito. Finalmente Ondina è stata "rapita" e può "andare in montagna". La realtà della guerra e i suoi pericoli non tardarono a togliere a tutta l'impresa il velo romantico che l'adolescenza vi aveva ricamato.
(5) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano, pp. 1-2.
LA CAMPAGNA "NATALIA" VA ALLA GUERRA |
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La situazione del "Distaccamento" è assai confusa: il gruppo rimase in attesa di un segnale dai comunisti di Udine che gli permettesse di essere riconosciuti come affidabili e poter cominciare ad operareMario Karis e Darko Pezza facevano la spola in bicicletta da Trieste a Monfalcone per avere notizie. Ondina ha assunto il nome di battaglia di "Natalia" e si reca nell'appartamento di via Seismit Doda per portare cibo e notizie. Il 26 giugno 1943 Karis e Pezza di ritorno da Monfalcone si imbattono in un posto di blocco. Karis spara, ne nasce un conflitto a fuoco. Pezza riesce a rientrare subito a casa mentre Karis ferito di striscio rientra la sera del 27. Proprio la sera del 27 . Ondina, che non sa nulla, arriva nell'appartamento per portare come al solito viveri e notizie.
Così Giovanni Fiori ricorda gli avvenimenti successivi: "La sera del 27 giugno 1943 venne la compagna "Natalia" come altre volte per il consueto scambio di informazioni e per portarci da mangiare. La compagna "Natalia", il Karis e io dormivamo in una stanza, in un'altra adiacente alla nostra il Dettori dormiva da solo, mentre in cucina dell'altro appartamento dormiva il Pecic [Darko Pezza] anche lui da solo. Il mattino successivo (28 giugno 1943), alle ore cinque circa, trovammo la casa circondata da carabinieri e da squadristi-fascisti. Un momento prima il Karis era uscito per fare i bisogni corporali ma tutto ad un tratto sento la voce del Karis che grida: "Aiuto, siamo circondati" e nel medesimo istante entrava nella stanza occupata da me e dalla compagna "Natalia" . Il mio primo pensiero [fu] quello di saltare dalla finestra (da notare che l'appartamento si trovava al primo piano) ma vidi che il Karis mi rincorreva, pensai alla sua posizione politica e gli lasciai il passo poi feci per seguirlo ma un carabiniere mi puntava la pistola gridando "Fermo, mani in alto o sparo". In camera rimasi io e la compagna "Natalia", mi venne l'idea di far fuggire la compagna magari col sacrificio della mia vita. Finsi un mal di ventre e mi misi in atto di fare i bisogni corporali e dissi alla compagna "Natalia" di passare nella camera adiacente alla nostra [...] lei mi ascoltò malgrado il carabiniere voleva opporsi. Il carabiniere messosi alla porta della stanza da me occupata poteva benissimo controllare tutti e due [...] un momento vidi che il carabiniere aveva l'attenzione verso la compagna, feci un volo, ma in un attimo due squadristi e il carabiniere - che aveva sparato due colpi di pistola e poi mi aveva seguito nel volo - erano sopra di me e mi legarono per bene e poi mi condussero a piedi in caserma. Dopo un breve interrogatorio potei sapere che il Pecic [Darko Pezza], il Dettori feriti ed io eravamo [stati] arrestati mentra la "Natalia" ed il Karis erano fuggiti". (6)
(6) Memoria scritta di Giovanni Fiori "Cvetko" del 20 agosto 1976 consegnata all'ex comandante dei GAP dell'Isonzo e Basso Friuli, Vinicio Fontanot "Petronio
LA "BRIGATA PROLETARIA" NON SI ARRENDE |
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Mentre i carabinieri legavano Fiori, Ondina approfittando della confusione riuscì a fuggire. Non aveva molte altre possibilità se non ritornare a Monfalcone dai Fontanot e riferire quanto era accaduto. Ma neanche Monfalcone è sicura e lo stesso Vinicio Fontanot fugge in montagna per aggregarsi ai partigiani. Si tratta di un momento difficile: la partigiana Alma Vivoda è stata uccisa in uno scontro a fuoco a Trieste alla fine di giugno. Il cerchio si stringe anche intorno ad Ondina. Il 2 luglio la polizia politica l'arresta. Viene portata al carcere femminile dei "Gesuiti" e interrogata. La sua posizione è delicata e qualcuno ha parlato facendo nomi e raccontando fatti. Il carcere ospita prigioniere politiche soprattutto slovene, si fa la fame.
A salvare Ondina sono gli avvenimenti del settembre 1943. L'armistizio firmato l'8 settembre mette in subbuglio anche il Friuli Venezia Giulia. Il 9 settembre la folla libera i prigionieri dell'altro carcere triestino, quello del "Coroneo", il giorno successivo vengono liberate anche le recluse dei "Gesuiti". Ondina appena libera decide di unirsi ai partigiani. Ha poche scelte: è oramai conosciuta come attivista comunista e per i fascisti è una "evasa".
La situazione politica non è affatto chiara, l'unica certezza è che i tedeschi non rimarranno con le mani in mano. Rimanere a Trieste significherebbe per lei essere ripresa e questa volta dai nazisti. Va a Villa Montevecchio presso Ranziano. Molti operai dei cantieri di Monfalcone erano fuggiti e, tutti insieme, stavano cercando di organizzare una unità di combattimento. Ondina a questo proposito scriveva: "Da parte del comando partigiano viene impartito l'ordine a Fontanot Vinicio (Petronio) di scendere a Ronchi per reclutare largamente fra i compagni del terreno. A Selz incontra Marega Ferdinando alla testa di un nutrito gruppo di operai del cantiere che si arruolano volontari tra i partigiani. Si forma così la prima brigata partigiana italiana che assume provvisoriamente il nome di Brigata Triestina, col compito di operare principalmente nella parte più avanzata del Carso, sopra Monfalcone fino a Gorizia" (7). Il 10 settembre per Ondina fu una giornata memorabile. Il Comitato d'Azione del cantiere di Monfalcone ha deciso: millecinquecento operai ancora con la tuta da lavoro si avviano verso Villa Montevecchio dove c'è un centro di smistamento incaricato di inquadrarli in una unità partigiana. Ondina è con loro. Lungo la strada la colonna attacca il presidio dell'aereoporto di Ronchi e mette in fuga un corpo di guardia tedesco che sorveglia il cavalcavia. Nella notte gli operai raggiungono Villa Montevecchio. Le notizie non sono buone: i tedeschi riavutisi dalla sorpresa iniziale si avvicinano e si parla di carri armati e d'artiglieria.
In tutta fretta i nuovi arrivati vengono inquadrati in quella che provvisoriamente viene denominata "Brigata Proletaria". Il compito che i partigiani si danno è di resistere su una linea che va da Merna a Valvocciano in modo da interrompere i rifornimenti via terra destinati ai tedeschi che combattono nei Balcani. Il 12 settembre i tedeschi avanzano. Non è chiaro in questo momento dove sia Ondina, probabilmente nel 3° Battaglione comandato da Vinicio Fontanot che difende Monte Sagrado. I tedeschi avanzano con l'appoggio dei mezzi corazzati. La "Divisione Proletaria" regge l'urto, distrugge un carro e tre blindati, ventisei nemici rimangono uccisi. Si combatte con ferocia, i tedeschi ricorrono all'aviazione che bombarda le posizioni della "Proletaria" e verso il 21 settembre attaccano nuovamente e in forze. Il 3° Battaglione viene travolto e fatto a pezzi, gli operai continuano a combattere sin quando rimangono munizioni.
Quando i tedeschi completano lo sfondamento sul campo di battaglia rimangono i cadaveri di duecentocinquantasei operai di Monfalcone e di centonovantadue di Ronchi. Ondina scrive nel suo diario: "Solamente pochissimi riescono a rifugiarsi sulla parte più arretrata e a porsi in salvo", tra questi la stessa Ondina che, persi i collegamenti con il gruppo, torna verso casa.
(7) Riccardo Giacuzzo - Giacomo Scotti, Quelli della montagna. Storia del Battaglione Triestino d'Assalto, Centro di Ricerche Storiche, Rovigno, 1972, p. 29
ONDINA COMBATTE "SUL TERRENO" |
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Appena arrivata a casa Ondina si accorge di essere braccata. Un carabiniere viene a cercarla e per non essere arrestata è costretta a fuggire dalla finestra. A questo punto non rimane altro che passare alla clandestinità e combattere come si diceva allora "sul terreno". Ciò significa appoggiare le pattuglie che dalla montagna scendono verso i centri abitati per compiere azioni militari e colpi di mano. Ondina è fra i quadri del "Battaglione Triestino d'Assalto" addetta ai collegamenti.
Tra le azioni la più eclatante fu l'eliminazione della dell'ex partigiano "Blecchi" divenuto collaboratore dei nazisti. Con la sua opera di informatore aveva contribuito all'arresto e all'uccisione sia di partigiani che di civili che simpatizzavano per la Resistenza.
Nel gennaio 1944 il comando del "Battaglione Triestino" decise l'eliminazione di "Blecchi" incaricando Plinio Tommasin, Lojze Andric e Egone Settomini di portare a termine l'operazione. Ondina e Elio Tamburin vennero incaricati di seguire le tracce di "Blecchi" e segnalarne la posizione al gruppo incaricato di ucciderlo. Si tratta di una operazione pericolosa. Si tratta di appostarsi e seguire le tracce della spia ed aspettare il momento opportuno per agire. Qualcuno informa i carabinieri dei movimenti del piccolo nucleo partigiano e una pattuglia li intercetta. Nello scontro a fuoco che ne segue Lojze Andric viene ucciso. Ondina nel suo diario scrive che l'agguato è avvenuto su "denuncia della Chiaradia"Elio e Ondina continuano a rimanere sulle tracce di "Blecchi" e finalmente lo individuano nel pomeriggio del 29 gennaio a Vermegliano. La notizia arriva a Tommasin e Settomini che montati in bicicletta raggiungono il paesino. Arrivati vicinissimi senza smontare dalle biciclette scaricano le pistole su "Blecchi", sono certi d'averlo ucciso perché lo vedono cadere a terra. In realtà la spia indossa una specie di corazza che lo protegge dai colpi mortali. Ancora una volta è Ondina a reperire le informazioni: "Blecchi" è stato portato all'ospedale di Monfalcone. Un infermiere simpatizzante dei resistenti fa sapere che un capitano medico tedesco ha operato la spia che ora si trova fuori pericolo. Il Comando decide che l'operazione va conclusa, viene inviato di rinforzo Oliviero del Bianco. Nella notte del 2 febbraio il gruppo entra in azione. Fatta irruzione nella stanza di ospedale dove si trova "Blecchi" i partigiani lo trovano con la madre che tenta di dare l'allarme. Ne nasce una colluttazione e poi gli spari che uccidono sia "Blecchi" che la madre. Mentre il gruppo si ritira vedono alzarsi fiamme dall'aereoporto di Merne.
Il 20 gennaio 1944, mentre Ondina è impegnata nella operazione contro "Blecchi", cinquantaquattro militari della Repubblica di Salò, tutti originari della Sardegna disertano unendosi al "Battaglione Triestino". Si tratta di uomini ben armati e con esperienza, li comanda Luigi Podda detto "Corvo" di Orgosolo. Il Comando del "Battaglione Triestino" decide di far buon uso dei nuovi arrivati per riaffermare la sua presenza sul territorio.
All'alba del 3 febbraio il vicecomandante Riccardo Giacuzzo con un gruppo di uomini attacca l'aereoporto di Merne. A colpi di bombe a mano e bottiglie incendiarie vengono distrutti otto aerei tedeschi. Durante i combattimenti muoiono Carmine Congiargiu di Orgosolo e Salvatore Piras di Dorgali. Le fiamme che Ondina e i suoi compagni vedono mentre fuggono dall'ospedale di Monfalcone sono quelle degli aerei tedeschi che bruciano.
DA PIAZZA OBERDAN AD AUSCHWITZ |
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Sia l'operazione contro "Blecchi" che l'attacco all'aereoporto fanno crescere la fama del "Battaglione Triestino" ma, di conseguenza, provocano la reazione dei fascisti e dei tedeschi. I partigiani si installano nei camminamenti sotterranei costruiti dall'esercito austriaco durante la Prima Guerra Mondiale a Temenizza. Ovviamente occorre cibo, armi e vestiario ed è Ondina che li raccoglie per consegnarli alle pattuglie che scendono dalla montagna per ritirarli. Queste operazioni di rifornimento proseguono ogni notte sin dai primi di febbraio.
Ondina - dopo l'eliminazione di "Blecchi" è risalita in montagna: è troppo conosciuta e durante l'operazione si è esposta, si sente più sicura con il "Battaglione". Ma è proprio in una di queste azioni notturne che come racconta Ondina succede il peggio: "Dopo una settimana di permanenza lassù, decisi di scendere con la pattuglia per provvedermi di alcuni capi di vestiario invernali e incontrare un sostenitore con cui avevo appuntamento e che mi avrebbe portato medicinali e denaro raccolti, anche qualche arma. La notte dell'11 febbraio 1944, mentre tornavo al mio battaglione, venni catturata da un pattuglione di tedeschi in perlustrazione e venni portata al comando delle SS in piazza Oberdan a Trieste" (8).
Ondina non era stata catturata insieme ad altri, cosa che l'avrebbe fatta immediatamente identificare come partigiana operativa, durante l'interrogatorio raccontò di essere stata arrestata mentre si recava dal fidanzato. Per venti giorni venne trattenuta nelle celle del Comando delle SS e poi trasferita al carcere "Coroneo" ai primi di marzo. Mentre era in carcere le azioni della Resistenza continuavano in tutta la provincia di Trieste. I nazisti rispondevano con rastrellamenti e feroci rappresaglie.
Il 27 marzo 1944 a Trieste vennero impiccati pubblicamente quattro partigiani del "Battaglione Triestino": Sergio Cebroni, Giorgio De Rosa, Remigio Visini e Livio Stocchi.
Il 3 aprile vennero impiccati settantadue ostaggi in rappresaglia ad un attentato compiuto dalla Resistenza a Opicina.
Il 29 aprile, per rappresaglia rispetto all'uccisione di cinque tedeschi avvenuta a via Ghega a Trieste, i nazisti impiccarono altri cinquantasei partigiani.Tutte le vittime venivano prelevate dal carcere del "Coroneo" come ricorda nella sua testimonianza Ferruccio Derenzini: "Da giorni giacevamo in un tetro sotterraneo delle carceri del Coroneo a Trieste: la cella della morte". Era la riserva" di ostaggi a immediata disposizione del comando tedesco della piazza per le rappresaglie agli attentati e sabotaggi dei gruppi di azione partigiana. In quella cella, stipatissimi, eravamo circa in cento tra italiani e sloveni; rastrellati, quest'ultimi, nei paesi a nord di Trieste. C'era con loro anche un giovane prete che a suon di campane aveva dato il segnale della scorreria tedesca. Noi provenivamo dalle carceri di Fiume. Era l'aprile del 1944. Una notte le SS spalancarono la porta della cella e chiamarono uno dopo l'altro cinquanta compagni. Uno di questi che tardava a presentarsi, perchè non aveva ancora calzato gli stivali, si sentì gridare in faccia: "Dove vai tu, gli stivali non servono". Capimmo e ammutolimmo. Il prete si appartò in un angolo della cella per raccogliersi in preghiera. Li rivedemmo tutti cinquanta, assieme a cinque giovani donne, cinque partigiane, appesi con il filo di ferro alle ringhiere delle scale di un palazzo. Per un feroce eccesso di zelo il comandante della piazza aveva fatto trucidare anche le cinque partigiane come sovrapprezzo "alla regola" dei dieci per uno; sebbene i tedeschi uccisi da una bomba dei G.A.P. - in Via Ghega a Trieste - fossero cinque. Rivedemmo penzolanti quei compagni mentre le SS ci scortavano allo scalo ferroviario per deportarci a Dachau" (9).
Ondina era in gravissimo pericolo. L'11 maggio altri undici detenuti del carcere vennero impiccati dai nazisti. Alla prossima rappresaglia poteva essere il suo turno. "Alla fine di maggio ero nell'elenco di quelle che dovevano essere deportate. Non sembri strano se dico che ne fui contenta, ma durante la mia detenzione erano accaduti parecchi fatti preoccupanti: il peggiore era stato il prelievo di alcune detenute e la loro impiccagione per rappresaglia in via Ghega. Anche l'interprete mi sussurrò che lì stavano accadendo "brutte cose" e che era meglio così per me. Della famigerata Risiera ancora non si sapeva quasi niente, si diceva solo che era un centro di raccolta per la deportazione soprattutto di ebrei. Ma qualcuno sapeva già qualcosa, l'interprete ad esempio: "Vada via contenta" - mi disse - "qui stanno accadendo davvero cose molto brutte" poi aggiunse: "meglio via, lontano di qui che in Risiera". Il 31 maggio [1944], all'alba partimmo dalla stazione di Trieste, non dal solito binario (la gente non doveva vedere queste cose!) ma sul binario dei silos da dove partivano i treni merci. Difatti, da quel momento tali eravamo considerati: stavano partendo circa duecento pezzi e pezzi ci calcolarono da quel momento, ma noi non lo sapevamo ancora, per cui credemmo di partire in 200 persone di cui 40 donne" (10).
(8) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano, p. 5.
(9) Per l'intera testimonianza vedi a http://www.associazioni.milano.it/aned/tr_udine/1983/1-2/pages/1983-1-P-16.htm.
(10) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l'Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano.
UNA TESTIMONIANZA DA AUSCHWITZ |
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La testimonianza di Ondina è depositata alla direzione nazionale dell’Associazione nazionale ex deportati di Milano.
FORNI CREMATORI
Di notte nelle baracche c’era il riverbero delle fiammate che uscivano dai camini ma non dovevamo saperlo che sterminavano in massa ;
SOPRAVVIVENZA
Tre regole: imparare subito in tedesco e in polacco il proprio numero; non bere mai l’acqua, ubbidire subito agli ordini per evitare le botte degli aguzzini
«Si partì dunque il 31 maggio all'alba nei vagoni bestiame. Il convoglio era scortato da carabinieri e da tedeschi. Il comandante doveva aver ancora qualche parvenza di umanità, perché alla prima fermata oltre confine ci permise di tenere i vagoni con le porte in fessura; almeno si respirava un po'. Talvolta si arrivava persino a scambiare qualche parola con gli uomini (se la fermata era di notte, cosicché nessuno ci avrebbe visto e messo nei guai gli scortatori).
In una stazione (credo Monaco) i vagoni con gli uomini vennero staccati (e inviati d Dachau) e noi proseguimmo alla volta di Auschwitz. Al quinto giorno di viaggio, vennero a chiudere i vagoni e a sigillarli: si stava arrivando nella zona dei lager, controllata dalle SS. Se durante il viaggio eravamo state abbastanza allegre (specie noi più giovani) e chiacchierone, in quel momento diventammo serie e cominciammo a parlarci sottovoce: davanti a noi avevamo intravisto una desolata pianura sotto un cielo piatto, appestata da un odore che noi attribuimmo alla bruciatura di immondizie(!).
Mentre il convoglio avanzava lentamente, cominciammo a vedere i primi lager, arrampicandoci fino agli alti finestrini del vagone. Durante il viaggio avevamo intravisto prigionieri al lavoro sulle ferrovie ed erano vestiti con la tipica «zebra» e vedendo nel campo vestiti variopinti, pensammo che ci avrebbero lasciati i nostri. Per giunta (era domenica pomeriggio) sentimmo un'orchestrina che suonava e la cosa ci rallegrò alquanto: «Ragazze, si potrà anche ballare». Il nostro ottimismo crollò ben presto. Appena arrivate alla stazione ci fecero scendere ed in un primo tempo ci dissero di lasciare tutto nei vagoni, poi - visto che non eravamo ebree - ci permisero di riprenderci la nostra roba. Sapemmo successivamente che l'avrebbero catalogata e riposta, mentre per gli ebrei veniva subito requisito tutto.
Poco prima era arrivato un treno di ebrei ungheresi e sulla panchina erano rimasti gli ultimi: i vecchi e i non autosufficienti. C'era lì un camion e questi venivano presi per le braccia e per le gambe e gettati sul camion tra grida di dolore e orribili tonfi. Quello che ci raggelò fu il vedere che questo tremendo compito era affidato a dei prigionieri.
Ci inquadrarono in fila per cinque ed io mi sentivo un po' strana: avevo la sensazione che non ero io quella cui stavano accadendo quelle cose, mi pareva di viverle dall'esterno. E' una cosa difficile da comprendere e spiegare. Ci misero in fila per 5 e ci condussero attraverso un intricato dedalo di stradine. Ai lati c'erano montagnole di stampelle, di occhiali, di giocattoli ben divisi secondo il senso dell'ordine teutonico. Poi, arrivate in una baracca, ci ordinarono di spogliarci ed il nostro pudore di farlo davanti ai soldati fu ben presto vinto dalle violente bastonate che cominciarono a volare. Ci distribuirono dei vestiti provvisori. A me toccò un pastrano da uomo con una grande stella gialla e, mettendo le mani in tasca, trovai una pipa con un borsellino di tabacco. Mi sentii rabbrividire pur non conoscendo ancora la sorte del proprietario di quel cappotto. Fummo costrette a lasciare lì la nostra roba. Ci tolsero (a chi l'aveva) ogni monile, orologi, catenine e anche le fedi nuziali delle maritate.
Altro attraversamento di posti strani, che ora, vuoi per la distanza nel tempo, vuoi per la sensazione di incubo che ci pervadeva, non sono in condizioni di descrivere. Ci introdussero in una baracca che sulla soglia aveva una vaschetta piena di liquido disinfettante o disinfestante, nella quale bisognava mettere i piedi prima di entrare. Ora mi suona così ironico quel procedimento, come quello di raderci tutti i peli e di rapare quelle che avevano qualche lendine di pidocchi, quando poi nel campo imperversavano il tifo, la dissenteria, le cimici e i pidocchi! Ci fecero fare la doccia calda ma brevissima tanto che molte di noi uscirono con i capelli ancora pieni di sapone e così rimasero tutto il giorno perché di acqua, fredda o calda che sia, neanche a parlarne. Poi, sempre nude, ci fecero attendere per delle ore, finalmente poi arrivarono i vestiti. Erano vecchie vesti usate passate all'autoclave senza lavarle, un paio di mutandoni a righine (almeno quelli erano nuovi!) e un capo di biancheria che era a volte una sottoveste, a volte una camicia da notte, a volte una maglia (anche queste vecchie e usate). Infine un paio di scarpe (sempre vecchie) o zoccoli. Poi in un'altra baracca per la «timbratura», cioè il tatuaggio del numero e la consegna dello stesso numero che dovevamo cucire sulla manica del vestito, assieme al triangolo, rosso per noi «politiche». Il tutto con brevissime spiegazioni date in lingua tedesca o polacca (quando la spiegazione non era solamente uno spintone): se non capivi, dovevi comunque arrangiarti.
Durante le ore di attesa, alcune prigioniere che erano già da tempo nel lager, riuscirono a parlarci brevemente dalle finestre e a chiederci notizie della nostra città e della situazione in generale. Da loro apprendemmo, in quei rapidi colloqui, l'abc della sopravvivenza: imparare rapidamente il numero in lingua tedesca e polacca; obbedire rapidamente agli ordini, per non essere violentemente pestate; non bere assolutamente l'acqua del campo perché non era potabile, cioè infetta; infine dell'esistenza dei crematori, del loro funzionamento, di cui era proibito parlarne: dovevamo fingere di non sapere niente. (...)
Incominciammo la giornata lavorativa subito. Ci portarono in una parte del lager dove c'era una strada agli inizi di costruzione. Alle più giovani e alte affidarono delle mazze per rompere la pietra, le altre dovevano spalare il terreno e portare le pietre da rompere. La kapò che ci prese in consegna era una tedesca e dal triangolo rosso capimmo che era una prigioniera politica. E da lei ci sentimmo sempre gridare forse degli insulti ma non bastonò mai nessuna di noi, cosa che fece invece una sua aiutante, con particolare accanimento, ma lei non interveniva mai in questi casi. Dico questo per far capire che chi voleva sopravvivere là dentro doveva indurirsi l'animo e non intervenire mai in favore dei prigionieri. Eppure Monika (così si chiamava) aveva mantenuto quel tanto di umanità per sfogarsi urlandoci parolacce (forse lo faceva per farsi sentire dagli altri kapò che era cattiva?) ma aveva cura che le prigioniere del suo «komando» ricevessero il «Zulage». cioè un supplemento settimanale di cibo per il lavoro pesante. che consisteva in un pezzo di pane e salame al giovedì. A mezzogiorno distribuivano il pranzo che consisteva in una ciotola di zuppa e dopo mezz'ora si tornava al lavoro. Per i primi giorni, dovemmo sorbirla senza posate. Dopo sapemmo che bisognava «organizzarci».
Ecco un termine usato molto là dentro: quello che non avevi dovevi «organizzarlo», che poteva dire comprarlo con il tuo pranzo o con un pezzo di pane, oppure, se riuscivi, potevi anche rubarlo, perciò quando riuscivi ad averlo, te lo portavi addosso, ben legato anche a dormire. E legata alla cintura dovevi tenere la tua ciotola, altrimenti addio tè al mattino e zuppa a mezzogiorno! Nel lager c'era di tutto, dovevi comprarlo!: sapone, potevi avere un vestito migliore, pettine. Spazzolino da denti era troppo lussuoso. Potevi comprare forbicine, aghi, fazzoletti ed un sacco di altre cose, ma allora saresti morta di fame, oppure bisognava cercare di rubare.
Comunque, tornando alla giornata in lager, alle cinque di sera si finiva il lavoro e poi in fila alla baracca per l'ulteriore appello, quasi sempre più lungo del mattino. Era esasperante, affrante com'eravamo dal durissimo lavoro della giornata ed affamate, dover stare qualche ora ferme sull'attenti e guai a parlare, altrimenti schiaffoni e calci. Finalmente anche questo finiva e poi c'era la cena: un pane (quella specie di mattone tedesco) e circa 20 grammi di margarina o di salame. Il pane era diviso in quattro parti (più avanti il pane sarà per sei e verso la fine, per otto). Alla sera si riusciva ad avere qualche momento libero. Si andava nelle altre baracche a cercare qualche connazionale, si cercava di lavarsi un po' con quell'acqua color ruggine, dato che al mattino bisognava far presto per l'appello. La domenica pomeriggio era di riposo, se non venivano a beccarti per qualche lavoro extra che naturalmente non potevi rifiutare di fare.
Ho avuto la sventura di conoscere il «Revier» o infermeria. Vi sono stata accompagnata perché febbricitante (avevo 40°). C'era una specie di accettazione e dentro c'era - fra le altre - una dottoressa polacca che parlava italiano. Mi chiese se conoscevo il motivo della febbre, se provenivo da zone malariche, se avevo diarrea e alle mie risposte negative optò per una febbre di tipo reumatico (la più probabile, dato che Auschwitz era stata costruita in una zona paludosa e quando pioveva, non era un modo di dire lo sprofondare nel fango fino alle ginocchia). Sul momento non c'era posto, ma aspettai poco perché appena morta una ricoverata mi dissero di occupare quel letto (ovviamente senza cambiare materasso e di lenzuola neanche parlarne). Riuscii almeno a girare il materasso, mi diedero una polverina (un antipiretico?) e lì fui lasciata fino all'indomani. Quando vennero le infermiere per misurarmi la febbre approfittai di un loro momento di distrazione, per vedere e, visto che avevo 38°, scossi il termometro fino a 36°. Dissi che ero sfebbrata e che potevo tornare al lavoro. Ero terrorizzata all'idea di trascorrere ancora una notte in quell'allucinante girone infernale, tra urla e lamenti, che avevano poco di umano, ormai. E poi avevo paura di rimanere perché avevo sentito che spesso e volentieri lì dentro si effettuavano vari esperimenti. (...) Ben presto dovemmo abituarci a tutto e cercare solamente di sopravvivere. Da parte mia continuavo ad avere quella sensazione che non ero io a subire quella vita e mi continuavo a vedere dall'esterno. Difatti non soffrivo, né inorridivo di quello che mano a mano venivo a vedere e a sapere; l'orrore è venuto dopo, quando ormai ero a casa. Ricordo che un giorno fui prelevata per andare a trainare la botte che trasportava le fognature del «Revier». Bisognava andare a vuotarla sopra i letamai, sistemati lontano dal campo. Là vidi un gruppo di prigionieri che doveva spargere il letame sopra quello che avevamo portato. Dal numero sul vestito capii che erano ebrei italiani. Anche se ormai la loro età era indefinibile, si capiva ancora che erano giovani ed io, fingendo di raccattare il letame, mi avvicinai e chiesi, stando bassa, a quello che mi era più vicino se erano italiani e da quanto tempo erano là. Lui alzò la testa e guardò dalla mia parte, ma non me, il suo sguardo andò oltre e non mi rispose. Dio, quella faccia! Era ormai in fase terminale e dopo, quando ci allontanammo, mi voltai e vidi che li stavano bastonando e loro continuavano a muoversi come spinti dalla forza d'inerzia e non sentivano più neanche le bastonate. Non fui più destinata a quel lavoro, ma sono certa che se fossi tornata dopo pochi giorni, avrei trovato degli altri su quel letamaio.
Poi le infami selezioni. Mettevano in fila quelle da esaminare e il medico (non sempre era un dottore, a volte anche un semplice SS) con un cenno le ridistribuiva in due file ed era chiaro quale era la fila da eliminare! Le donne destinate a quelle file non si davano a smaniare o a disperarsi. Quasi tutte vi andavano come inebetite, in silenzio e quel silenzio era più tremendo di qualunque pianto. Gli aguzzini avevano raggiunto il loro scopo: era bestiame da macello, vi andava senza protestare. Talvolta alla sera c'era il «Lagersperrer», cioè l'ordine di ritiro nelle baracche. Lo facevano quando avevano da eliminare le occupanti di una intera baracca e noi non dovevamo vedere quelle donne attraversare il campo ed uscire dalla parte dei crematori. Alla notte avevi il riverbero sulle finestre delle enormi fiammate che si sprigionavano dai camini. Così fu eliminato un intero campo di zingari. In una notte furono uccisi centinaia di nomadi. Di questi si parla pochissimo e ciò mi indigna, c'è del razzismo nel fatto di ignorare che anche queste popolazioni sono state perseguitate e che fanno parte dell'olocausto. (...)
Dopo poche settimane del nostro arrivo cominciò a farsi sentire in modo cronico la fame fino al punto che eri già disposta a prenderti qualche bastonatura per arrivare a ripulire i mastelli della zuppa. C'erano già i segni di indebolimento nelle compagne che erano meno forti; cercavamo di sostenerci, infondendoci la certezza che ormai i tedeschi erano prossimi a cedere e che tutto sarebbe finito ben presto, ci esortavamo perciò a tener duro ancora per poco, altrimenti c'era il pericolo di ridursi a larve come ne vedevamo in giro: non avevano un etto di carne addosso, camminavano lentamente e parlavano con una vocina appena udibile, con le gambe rigate dai loro escrementi che ormai non potevano trattenere. Forse mi ripeterò, ma anche qui quando nell'autunno corse la voce che ci avrebbero trasferite in un altro campo, ne fui contenta: peggio di così era impossibile! Purtroppo non tutte partirono con noi e di loro non ebbi più notizie. Per il viaggio ci distribuirono i vestiti a zebra, ben puliti e caldi (c'era rischio che per strada qualcuno ci vedesse) che ci fecero regolarmente restituire all'arrivo a Rawensbruck. Da qualche indiscrezione sapemmo che stavano lentamente evacuando il campo di Auschwitz perché il fronte sovietico stava avanzando e questo ci rese anche ottimiste. Uscendo dalla stazione, mi voltai e vidi l'infame portone con la scritta «Arbeit macht frei». Bene, mi dissi, forse ora ce la faremo».
(Trieste, aprile 1989)
ONDINA E L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE NEL VENTENNIO FASCISTA |
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L'espressione del contributo della Donna alla Lotta di Liberazione rappresenta ancor’oggi l’affermazione delle paritetiche potenzialità dell’Universo Femminile.
La storia di quelle giornate eroiche determinò l'inderogabile cognizione della nuova collocazione che la Donna, con sacrifici inimmaginabili aveva finalmente guadagnato. Il martirio socio-culturale imposto dal regime fascista durante tutti i vent’anni di dittatura accentuò in noi giovani l’irrefrenabile bisogno di Libertà. La negazione di una Cultura Libera e Democratica e l’imposizione di una ferrea censura indusse schiere di giovani ad acuire la curiosità e l’interesse in direzione di una sostanziale sete di Sapere. L’aver imbavagliato la Libertà di Conoscenza si tradusse infatti in uno degli stimoli contrapposti più intensi per la creazione spontanea dei primi gruppi di dibattito, di contrasto e poi d’azione, contro un Governo reo fra l’altro dell’applicazione delle aberranti Leggi Razziali del 1938, tese nell’apocalittico progetto comune al Reich Hitleriano della Germania Nazista. Così ci schierammo. Decidemmo da che parte stare. Oltre ad un ideale forte e coeso anche il versante emotivo ebbe un ruolo inconsapevolmente determinante. Eravamo straordinariamente felici. Un rigoglioso altruismo ci univa e ci rafforzava nella consapevolezza ben più matura della nostra giovane età, portandoci con convinta determinazione alla soglia di scelte di sacrificio troppo spesso fra la Vita e la Morte. Fronte operaio, povero di mezzi ma ricco di un entusiasmo vincente, puro ed orgoglioso. Nessuna di noi, come nessuno dei nostri giovani temerari compagni di Lotta poteva immaginare quale livello di scontro fossimo prossimi ad affrontare.
Assolutamente inimmaginabile fu l’orrore in cui milioni di bambini, donne, anziani e uomini sarebbero stati trascinati dalla degenerazione della Ragione partorita dalla lucida follia della Soluzione Finale che trova oggi in AUSCHWITZ il terrificante simbolo di un passato che ha profondamente segnato e mutato il corso della Storia.
ONDINA ED IL CONCETTO DI "RESISTENZA" |
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Resistenza: sinonimo dell’ ostinata Forza della Libertà all’apice della motivazione primaria dell’oppresso contro il suo oppressore.
Resistere fu il verbo che ci permise di affrontare un nemico forte della più organizzata e potente macchina bellica mai concepita. E mentre Wermacht ed SS, in sanguinaria collaborazione con il fascismo locale sbranavano villaggi interi, trucidando, torturando, impiccando civili innocenti, le nostre piccole formazioni eran divenute Brigate, Battaglioni. Quasi dei reggimenti con giovani e giovanissimi animati da un unico ideale: LIBERTA’. Queste formazioni perlopiù di giovani, affamati, con equipaggiamenti raffazzonati, il più delle volte guadagnati a caro prezzo sul campo, spesso con stracci al posto delle calzature e zero esperienza di tattica di guerriglia, imposero altresì la nuova realtà anche nello scacchiere dell’Italia nord-orientale. I primi significativi risultati quali il sabotaggio dei velivoli all’aeroporto e l’eroica Battaglia di Gorizia a cui ebbi l’onore di partecipare, rafforzarono nelle nostre genti la speranza e talvolta la convinzione di poter sconfiggere il nemico e riguadagnare l’agognata Libertà. Sul terreno il consenso verso di noi crebbe ed anche se pesantemente ostacolato da delazioni (risultato di un capillare apparato spionistico installato e diffuso dal nemico propriamente per sconfiggerci) le nostre Brigate crebbero, aumentando di unità, spiegamento di mezzi e potenza di fuoco.
La Lotta Partigiana crebbe d’intensità e le iniziali nostre numerose, rocambolesche fughe lasciarono spazio a precisi e tattici assalti ai quali il nemico dovette soltanto arrendersi. Personalmente non vissi la gioia della Liberazione. Mi trovavo in quei giorni, assieme ad una babele di relitti umani, a più di mille chilometri di distanza, in ciò che rimaneva dell’Europa messa a ferro e fuoco. Ero sopravvissuta ad AUSCHWITZ e Ravensbruck. Ma irrimediabilmente provata nel fisico e brutalizzata nella mente. Né più né meno di tutti i reduci da quell’ orrore d’Inferno. Spesso mi chiedo come personalmente ne sia uscita viva. La ragione puntualmente mi porta l’unica risposta possibile: Resistenza!
Resistenza contro l’aggressore nazifascista.
Resistenza in Cantiere e in Fabbrica.
Resistenza di casa in casa.
Resistenza mentre le pallottole fischiavano sopra la testa.
Resistenza sotto interrogatorio. Resistenza in Carcere.
Resistenza a davanti ai miei aguzzini al comando SS di Piazza Oberdan a Trieste dove venni segregata.
Resistenza mentre mi si tatuava il numero 81672 sul braccio.
Resistenza contro la perdita di dignità e l’annientamento di umanità.
Resistenza contro una fame demoniaca.
Resistenza al latrare di cani aizzatici contro.
Resistenza al sottile desiderio di lanciarsi contro il filo spinato ad alta tensione per farla finita.
Resistenza contro le bastonate e le frustate inferte dai nostri carnefici.
Resistenza contro uomini fregiati dalla svastica che di umano non avevano ormai nulla.
Resistenza per Resistere ad AUSCHWITZ. Contro ogni forma di razzismo, contro qualsiasi discriminazione e prevaricazione razziale, sociale, culturale e religiosa,
OSTINATAMENTE, ORA E SEMPRE Resistenza!
Ondina Peteani Trieste, 20 Aprile 1990
Lettura ad opera dell'attrice già regista Rai, Marisanna Calacione (Audio Mp3) 
COMMEMORAZIONI IN ONORE DI ONDINA PETEANI |
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Il 26 gennaio 2004, nel quadro delle celebrazioni della Giornata della Memoria, si e` tenuta in Trieste la prima conferenza sulla sua storia nella quale e` stato letto uno stralcio dell'iniziale lavoro biografico, che ben configura l'originale spirito dell'opera, intenzionalmente non confinato all'esclusiva narrazione resistenziale e bellica, altresi` capace di illuminare con luce nuova settan'tanni stupendi e terribili di una vita incandescente.
Testimonianza edita dal quotidiano il manifesto il 27 gennaio 2004 ( tiratura 87.500 copie ) che ha pubblicato a tutta pagina (pag.12) uno stralcio della testimonianza di Ondina rintracciata presso l'archivio della Direzione dell'ANED di Milano, tramite la preziosa collaborazione della Segretaria generale, Miuccia Gigante
La città di Cassino, città simbolo della catastrofe della Seconda Guerra Mondiale in Italia, per tramite della sua Scuola Media Statale ha intitolato IL SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DI AUSCHWITZ, 27 GENNAIO 2005, GIORNO Della MEMORIA 2005, a nome di Ondina Peteani, istituendovi una Conferenza in cui parlerà il figlio Gianni Peteani.
Nel coordinamento Nazionale delle Celebrazioni del 60° Anniversario della Liberazione del25 Aprile2005, si colloca l’80° anniversario ( 26 Aprile 1925 ) della nascita di Ondina Peteani, - prima staffetta partigiana d’Italia - deportata AUSCHWITZ n. 81672 che verrà celebrata nel quadro delle Manifestazioni della Festa della Liberazione in ogni Regione.
Titolo a 6 colonne sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO d.d. 9 gennaio 2005 pag.31 - Antonello Venditti : una canzone per Ondina Peteani -prima staffetta partigiana d'Italia - deportata AUSCHWITZ n.81672
Sul sito edito dal ROMA CIVICA in collaborazione con l'ANPI, colloca Ondina fra i grandi della Repubblica, tra Ferruccio Parri ed il Presidente Sandro Pertini.
Riguardo ad onoreficenze è stata insignita di Croce al Merito e di Medaglia Garibaldina.
ONDINA PETEANI "- La lotta partigiana, la deportazione ad Auschwitz, l’impegno sociale: una vita per la libertà |
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 «È bello vivere liberi»: sono le ultime parole di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, deportata ad Auschwitz n. 81672, morta a Trieste il 3 gennaio 2003.
«È bello vivere liberi» sono le ultime parole scritte da Ondina Peteani, l’epitaffio di una vita passata dalla parte dei giusti. Ha solo quattordici anni quando viene mandata a lavorare in un cantiere a Monfalcone: per la ragazzina l’incontro con compagni più grandi è l’inizio della formazione politica e quasi subito l’impegno nelle file della Resistenza. Il pericolo e la passione civile, l’entusiasmo della giovinezza e la forza delle idee: questa è la vita di Ondina nei territori orientali dove la repressione tedesca si fa molto dura dopo l’8 settembre.
Nel 1944 viene arrestata e deportata nel Lager di Auschwitz: un’esperienza che la segnerà per sempre. Nel suo racconto non fa sconti, non c’è retorica nelle sue parole, ma solo la cruda, tragica realtà della ferocia umana. Ha guardato nel baratro e il ricordo la tormenterà per sempre, indelebile come il numero tatuato sul suo braccio.
Nel dopoguerra, nonostante le ferite del corpo e dell’anima lasciate dal Lager, continua il suo impegno civile e politico. La sua è la storia emblematica di una generazione di donne che la guerra, paradossalmente, ha reso libere, ma che per quella libertà hanno pagato un prezzo elevatissimo.
ONDINA PETEANI, SCENOGRAFIA DA PREMIO - ”Scenario per Ustica 2009” |
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«Mi piace il mio lavoro, è così vario», racconta Belinda De Vito. «È una sfida continua, non ci sia annoia mai, sempre alla ricerca di soluzioni nuove. Certo è faticoso ma altrettanto stimolante e gratificante».
Professione scenografa, ovvero come trasformare idee e sogni in forme reali. È quanto ha appena fatto Belinda per il concorso di moda ”Its”, la scorsa settimana nell’ex Pescheria: a partire dal filo conduttore scelto per l’edizione 2009, l’ambientazione circense dei primi del '900, ha creato un allestimento affascinante, partendo da bozzetti e schizzi progressivamente adattati alle esigenze organizzative. «Alla parte progettuale - spiega Belinda - fa seguito quella operativa in cui alcune cose vengono fatte fare da laboratori specializzati, noleggiate, ricercate o realizzate personalmente, mentre gli ultimi giorni sono quelli dell'allestimento vero e proprio. Il momento più bello, quello in cui dai finalmente vita alle tue realizzazioni».
Dopo l'Accademia di Belle Arti a Venezia e una gavetta come assistente scenografa con Pier Paolo Bisleri, Belinda ha deciso di camminare da sola: all'inizio si è dedicata alla scenografia teatrale, poi ha voluto reinventarsi con il bagaglio di conoscenze acquisite nel corso degli anni, arrivando a realizzare allestimenti cinematografici e per eventi. Dopo un'esperienza da assistente per Paola Comencini, Belinda ha anche realizzato la scenografia di due documentari storici sulla Trieste americana messi in onda da Fox History Channel e Mediaset. Tra gli ultimi lavori spicca «È bello vivere liberi!», uno spettacolo ispirato alla biografia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d'Italia deportata ad Auschwitz, ideato dalla monfalconese Marta Cuscuna e vincitore del Premio Scenario per Ustica 2009, prestigioso premio nazionale per il teatro di innovazione e di impegno civile.
«È stata una delle esperienze più belle della mia vita», commenta Belinda. «Marta mi aveva proposto l'idea e l'abbiamo portata avanti nei ritagli di tempo tra un lavoro e l'altro. Per la semplicità e la serenità con cui abbiamo lavorato, libere da produzioni e seguendo soltanto le nostre idee, lo spettacolo è stato accolto molto bene anche dalla giuria che ne ha capito e premiato le potenzialità».
”È bello vivere liberi!” si ispira alla prima parte della vita di Ondina fino alla liberazione dai campi di concentramento, mettendo in luce il contributo fondamentale apportato dalla Resistenza femminile all'emancipazione della donna, i sogni di libertà, gli ideali di pace e fratellanza dei giovani che aderirono al Movimento di Liberazione, l'incubo della deportazione nazista e la sopravvivenza nei lager. «La sfida più grossa è stata raccontare il Campo di concentramento senza cadere nel banale», racconta Belinda. «Così abbiamo immaginato un vagone in miniatura ispirato a quello dei deportati, ne abbiamo trasformato l'essenza facendolo diventare un baule con maniglie, dentro al quale viene a trovarsi un pupazzo in ginocchiato. L'attrice che infila le mani dentro al vagone-baule, comincia a dare vita al pupazzo, lo spoglia, gli toglie i capelli e gli imprime un numero, quello di Ondina ad Auschwitz».
Definirla solo scenografa però sarebbe riduttivo: Belinda si occupa anche di interior design e oltre ad aver realizzato l'arredamento dell'archivio creativo di ”Its” in piazza Venezia, con il marito ha aperto ”Atelier Mècano”. Insieme firmano installazioni artistiche e producono pezzi unici: il lavoro entra a tal punto nella vita privata che le due cose finiscono per coincidere. Con gioia naturalmente. «Non riesco ad immaginare la mia vita senza questo lavoro che ho sempre sognato di fare fin da quando, da bambina, ho visto il ”dietro le quinte” del palcoscenico del Teatro Verdi».igante
VIDEOGRAFIA
Ondina Peteani - L'eroica staffetta della Resistenza Partigiana racconta
L'eroismo e la tragica disavventura nella testimonianza di Ondina Peteani .
Ondina Peteani - Testimonianza della deportazione - L'eroica staffetta della Resistenza Partigiana racconta
La testimonianza di Ondina Peteani dal suo arresto alla deportazione nel Campo di Auschwitz. Toccanti parole che ci fanno riflettere e ci rendono consapevoli delle sofferenze subite durante la sua prigionia.
Consegna della Medaglia d'Onore alla memoria di Ondina Peteani
Trieste, 14 Gennaio 2013 - Su emanazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri il 27 Gennaio 2013 si terrà a Trieste la consegna della Medaglia d'Onore alla memoria di Ondina Peteani - deportata Auschwitz n. 81672
Il 27 Gennaio 2013, presso la Prefettura - Ufficio Territoriale del Governo di Trieste, il Prefetto, dott.ssa Francesca Adelaide Garufi, consegnerà a Gianni Peteani la Medaglia d'Onore a memoria di sua madre, Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d'Italia, deportata Auschwitz n. 81672 .
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