PRIMO LEVI

Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio del 1919, nella casa dove abiterà poi tutta la vita. I suoi antenati sono degli Ebrei provenienti dalla Spagna e dalla Provenza e insediatisi in Piemonte.
Nel 1934 si iscrive al Ginnasio-Liceo D'Azeglio, un istituto noto per aver ospitato docenti illustri, oppositori del fascismo (Augusto Monti, Franco Antonicelli, Umberto Cosmo, Zino Zini, Norberto Bobbio e molti altri). Il liceo è stato ormai «epurato» e si presenta politicamente agnostico. Levi è uno studente timido e diligente, gli interessano la chimica e la biologia, assai meno la storia e l'italiano. Non si distingue particolarmente, ma non ha insufficienze in alcuna materia. In prima liceo ha per qualche mese come professore di italiano Cesare Pavese. Stringe amicizie che dureranno tutta la vita. Lunghe vacanze a Torre Pellice, Bardonecchia, Cogne: inizia il suo amore per la montagna. Nel 1937, alla licenza liceale è rimandato a ottobre in italiano. Si iscrive al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell'Università di Torino.
Anche se
appartiene ad una famiglia ebraica, le leggi razziali del 1938 lo colpiscono relativamente e può continuare gli studi. Si laurea in chimica e nel 1941, trova lavoro a Milano presso una fabbrica di medicinali. Prende contatto con esponenti dell'antifascismo, nel 1942 entra nel Partito d'Azione e dopo la caduta del fascismo fa il partigiano in Val d'Aosta, dove il 13 dicembre 1943 viene catturato dalla Milizia fascista che irruppe nella notte nel rifugio dove era nascosto.
Negli interrogatori che seguirono , preferì dichiarare la sua condizione di "cittadino italiano di razza ebraica" per giustificare la sua presenza in quel luogo tanto appartato: ammettere la sua attività politica avrebbe comportato torture e morte certa.
Come Ebreo , alla fine di gennaio 1944 venne inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto Campo di Internamento e Transito, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americano, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
Nel campo si trovavano circa centocinquanta ebrei italiani, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava perlopiù di famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza o in seguito a delazione. Alcuni, pochi, si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per congiungersi con un familiare catturato, o anche, semplicemente per mettersi in regola con la legge.
Il 20 febbraio un reparto tedesco ispezionò il campo e il giorno dopo tutti gli Ebrei, senza nessuna eccezione, bambini, vecchi e malati sarebbero partiti per una destinazione sconosciuta, per un viaggio in vagoni merci della durata di quindici giorni. Per ogni Ebreo che non si sarebbe presentato all'appello, dieci sarebbero stati fucilati. Portati alla stazione di Carpi, li attendeva il treno composto da dodici vagoni merci e la scorta che li avrebbe portati a destinazione. Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera per una destinazione sconosciuta ai più: Auschwitz. Il treno viaggiava lentamente sfilando per gli ultimi nomi di città italiane. Dalla feritoia, nomi noti e ignoti di città austriache, Salisburgo, Vienna, poi ceche ed infine polacche. La neve era alta e, dopo una sosta in aperta campagna il treno riprese lentamente per poi fermarsi definitivamente. La portiera venne aperta con fragore e rabbiosi ordini di scendere vennero impartiti. In meno di dieci minuti, tutti gli uomini in salute furono divisi e caricati in un camion e portati al Campo, per i vecchi, i bambini e le donne pochi giorni dopo le Camere a gas gli inghiottirono.
Dopo vari lavori disumani in diversi Kommandos, entra finalmente in un laboratorio di chimica fino alla fine. Sopravvisse ad Auschwitz .
Primo Levi ha esordito nel 1947 con "Se questo è un uomo" (edito da una piccola casa editrice poi scomparsa, la Francesco Da Silva), testimonianza della prigionia patita nei Lager e della lotta per la sopravvivenza non solo fisica ma anche della propria dignità di uomo. Il libro-testimonianza, tra i migliori del genere grazie alla sua sobrietà stilistica, fu poi ripubblicato nel 1957 da Einaudi (che lo aveva in precedenza rifiutato) che sarà poi l'editore del resto dei libri di Levi. "La tregua" (1963) dà una descrizione lenta e stupita del ritorno alla vita dopo quella atroce esperienza. I racconti di "Storie naturali"(1966), pubblicati con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, svolgono una critica alla società contemporanea, tra ironia e l'assurdo: la scelta dello pseudonimo derivava anche da questa diversità contenutistica e stilistica rispetto ai primi due libri pubblicati da Levi. "Il sistema periodico" (1975) analizza la formazione morale di un giovane Ebreo. “La chiave a stella” narra l'epopea della professionalità di un operaio come scelta di rigore morale. Levi è tornato ai temi della guerra e del mondo ebraico con "Se non ora quando?" (1982).
A Torino l'11 aprile 1987 Primo Levi muore suicida gettandosi dalla tromba delle scale della sua abitazione .
Primo Levi ha inaugurato il memoriale italiano ad Auschwitz : www.lager.it/memoriale_italiano.html
COMUNICATI STAMPA
Torino 16 giugno 2009: E' morta la moglie di Primo Levi (Leggi articolo de La Stampa )
Torino 16 giugno 2009: E' morta la moglie di Primo Levi (Leggi articolo de La Repubblica )
La tomba dimenticata di Primo Levi
Torino - Il cimitero ebraico sommerso di erbacce, nessuna segnalazione per il sepolcro dello scrittore
L'altra mattina sono andata a trovare mio padre al cimitero ebraico», scrive una lettrice su Specchio dei Tempi di domenica 4 luglio. «Tutte le lapidi erano coperte da sterpaglie alte oltre un metro, compresa quella dello scrittore Primo Levi». È facile sincerarsi della veridicità di quanto afferma la signora Lorena Robutti, molto meno trovare la tomba dell'autore di «Se questo è un uomo», «La tregua» e «La chiave a stella».
I cinque campi riservati alle sepolture degli ebrei torinesi sono infatti in uno stato di semi-abbandono. Si salvano a mala pena le cappelle di famiglia, almeno quelle curate direttamente dagli eredi, e i loculi sotterranei. Le centinaia di tombe disseminate ovunque, quasi alla rinfusa, nel centro dei campi sono praticamente irraggiungibili. E quando ci si riesce ad avvicinare, si fa persino fatica a leggere il nome del defunto perché le erbacce e i rovi sono dappertutto.
«Abbiamo stipulato un contratto di manutenzione con una società che si è impegnata ad eseguire tre interventi l’anno, e il prossimo è previsto a giorni - dice Tullio Levi, presidente della comunità ebraica torinese - La situazione attuale è aggravata dalle piogge di quest’anno, che hanno fatto crescere a dismisura le sterpaglie. Fino ad una paio di anni fa della manutenzione se ne occupava una società partecipata dal Comune: poi i tagli di bilancio hanno portato a questo cambiamento di rotta».
Chi vuole rendere omaggio allo scrittore non ha altra scelta che aggirarsi tra le lapidi sperando in un po’ di fortuna, facendo al contempo leva su un gran bel colpo d’occhio: né all’ingresso principale del Cimitero Generale, né di fronte ai settori israelitici a cui si accede da corso Regio Parco 80 e 90 esiste infatti la benché minima indicazione che conduca al luogo in cui riposa Primo Levi.
Il suo sepolcro, di un semplice marmo nero, è ombreggiato da un paio di aceri nani. Oltre al nome e alle date di nascita e morte, è riportato il numero che gli venne cucito sulla casacca nel campo di concentramento di Monowitz, vicino ad Auschwitz. Una rosa rossa e una pietra appoggiata sul marmo, un nastrino multicolore piantato sull’erba: troppo poco per segnalare l’esistenza della sua tomba. Anche se su Internet c’è l’oscura indicazione (B 46) di dove si trovi. «Tempo fa ci siamo limitati ad apporre un piccolo cartello rosso che evidentemente qualcuno ha rubato. È il Comune che dovrebbe occuparsi di inserire la sua tomba tra quelle che meritano una visita e qualche minuto di raccoglimento», spiega Tullio Levi. La famiglia del chimico-scrittore preferisce non rilasciare dichiarazioni al riguardo.
Invece, secondo l’assessore ai Cimiteri Tom De Alessandri, il problema risiede nei rapporti «difficili ma comunque buoni» con la comunità ebraica. «Non possiamo decidere noi autonomamente: se ci venisse chiesto di aggiungere Primo Levi nel percorso dei personaggi illustri sepolti nel Monumentale, nulla osterebbe da parte nostra. Anzi, come cittadino penso che sia un atto doveroso al quale provvedere in tempi brevi».
Forse aveva ragione lo scrittore, che nel 1985 aveva scritto che nei cimiteri ebraici «non predomina l’impressione del lutto. Qui il lutto è remoto, travolto dai secoli: prevale la sensazione della pace, del riposo eterno che tutti i rituali promettono ai defunti. Su tutti si estende il mantello verde dei rampicanti, immagine della vita greggia, immemore, che sommerge il ricordo».
06/07/2010 - La Stampa

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