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 Non è facile per uno psichiatra tedesco parlare qua in Italia su questo tema. Si tratta in ogni caso di un tema difficile.
Agli inizi degli anni ottanta alcuni giovani psichiatri, provenienti soprattutto dalle cliniche universitarie, assunsero la direzione di grosse istituzioni psichiatriche con l'intenzione di avviare la riforma psichiatrica. Molto presto essi appurarono che la resistenza ai cambiamenti era cospicua. Comprendemmo che tale resistenza era collegata al fatto che le vicende del passato non erano ancora mai state superate, né discusse.
Ci dovemmo rendere conto che dopo il 1945 non si era mai realizzata una netta cesura con il passato, dato che le terribili vicende successe tra 1939 ed il 1945 non erano mai state elaborate. La rimozione del passato aveva condotto ad una paralisi. A molti di noi era chiaro che il superamento di questa paralisi, così come il superamento dell'istituzione che presentava molte caratteristiche totalitarie, poteva riuscire solo se ci fossimo "costituiti" rispetto al passato. In molti ospedali si crearono piccoli gruppi di lavoro che rovistarono negli archivi e consultarono sia i colleghi che i pazienti più anziani per cercare di capire il passato. Noi non ci consideravamo degli storici che cercano di sezionare il passato in un modo distanziato e scientifico. Eravamo dell'opinione che sia noi, sia i pazienti che i colleghi anziani, dovessimo calarci, forse anche abbandonarci, al nostro passato come condizione necessaria per poter attuare la riforma psichiatrica.
Robert Leicht ha chiarito questo processo con una frase: "Solo guardando e cercando di penetrare ci si libera". Desidero dividere la mia relazione in due parti: per prima cosa desidero considerare accuratamente quanto è successo. Descriverò quanto è successo tra il 1939 e il 1945 nell'ospedale nel quale opero. Vorrei impostare la seconda parte sulla domanda di come una situazione, quale quella occorsa nella storia, possa divenire realtà e cosa sia necessario per evitare che nel futuro una tale congiuntura possa realizzarsi nuovamente.
Prima parte.
Ho ricevuto e ricevo lettere di familiari che ancora adesso chiedono notizie sulla sorte di pazienti ricoverati in quel periodo. Lettere alle quali non potrò mai dare una risposta senza una presa di posizione personale. Nella parte iniziale della cartella clinica dei pazienti ho trovato, accanto agli spazi riservati all'indirizzo e all'anno di nascita, la domanda: "Tara ereditaria: SÌ - NO". Quando siedo nella sala delle conferenze dell'ospedale dove opero mi trovo sempre di fronte alle fotografie allineate dei miei predecessori, tra le quali anche quella di colui che negli anni successivi al 1945 fu accusato di omicidio multiplo e condannato per complicità in omicidio. In questa fila di fotografie verrà aggiunta anche la mia? Quali collegamenti verranno stabiliti fra me e i miei predecessori? Un'allieva infermiera mi chiese un giorno: "Perché dopo la fine della guerra, nel 1945, mio nonno che lavorava da anni come infermiere in questo ospedale fu sospeso dal servizio?".
Le infermiere e gli infermieri iniziarono da allora, cautamente e timidamente, ad informarsi su quanto fosse effettivamente successo in quei tempi nell'ospedale psichiatrico. Voci e cose sapute a metà diventarono argomento di discorsi all'interno dell'ospedale. Non era possibile evitare un confronto diretto, così iniziammo a raccogliere materiale e tracce concrete sulla quotidianità di allora: le cartelle cliniche dei pazienti morti, i ricordi di anziani collaboratori, il diario del sacerdote dell'ospedale, dettagliati verbali di interrogatori compilati nella preparazione del processo contro gli indiziati di complicità negli assassini. Negli atti amministrativi dell'ospedale si trovano ben ordinate sia le lettere, sconvolgenti, dei familiari di pazienti trasferiti o eutanasizzati (parola che veniva allora quotidianamente utilizzata) sia le lettere di risposta del direttore. Ma desidero lasciare la parola, citando le fonti sopra menzionate, alle vittime, ai familiari, ai testimoni ed agli accusati per occuparmi solo brevemente, per una migliore comprensione, del percorso della così nominata "azione eutanasia".
Nell'ottobre del 1939 Hitler scrisse il seguente atto: "Il Reichsleiter Bouhler e il Dr. med. Karl Brandt sono incaricati, sotto propria responsabilità, di estendere la facoltà a determinati medici in modo che ai malati, che a giudizio d'uomo e secondo un'accurata valutazione del loro stato di malattia siano ritenuti inguaribili, possa essere concessa la eutanasia". L'esecuzione dei provvedimenti che erano stati ordinati fu attuata dalla cancelleria di Hitler. A tutti i direttori di ospedali psichiatrici si chiese "in considerazione della necessità del rilevamento secondo i canoni di economia pianificata degli ospedali psichiatrici" di presentare dei moduli, compilati direttamente dalla direzione, tramite i quali si dovevano denunciare tutte le seguenti tipologie di ricoverati:
- 1) quei malati che soffrivano di specifiche malattie mentali e che non potevano lavorare nelle aziende annesse all'ospedale, o che potevano essere occupati solo per lavori ripetitivi;
- 2) quei malati che si trovavano da. almeno 5 anni consecutivi negli ospedali psichiatrici;
- 3) i pazienti psichici criminali;
- 4) quelli che non possedevano la cittadinanza tedesca o che non erano di sangue tedesco o affine, con precisazione della razza e della cittadinanza.
Una commissione di lavoro, istituita dalla cancelleria di Hitler, trasmetteva questi moduli a medici periti scelti dalla stessa. Questi avevano il compito di decidere in base ai dati del modulo se il malato rientrava tra i canoni richiesti dall'azione eutanasia scrivendo nell'apposito spazio un: SI ... NO ... INCERTO. Questi medici periti erano stati istruiti dalla cancelleria del Fuhrer sullo scopo dell'azione. La succitata commissione di lavoro del Reich riunì in liste i malati selezionati, liste che venivano inviate ai rispettivi ospedali psichiatrici con la richiesta di preparare al trasferimento i malati nominati nelle liste, indicando una precisa data. Fu fondata, per il trasferimento dei malati in sei distinti manicomi di sterminio, un'apposita società di trasporto. Questi manicomi furono provvisti di camere a gas e crematori e liberati dei ricoverati precedenti. Subito dopo l'invio, i malati venivano spogliati e portati davanti al medico. Quest'ultimo aveva davanti a sé sia la cartella clinica che una fotocopia del modulo e doveva secondo questi atti, così come secondo il proprio giudizio, prendere la decisione definitiva. I malati ai quali il medico aveva ordinato l'eutanasia venivano prima fotografati e quindi portati nella camera a gas. In questa camera, dissimulata come doccia, si trovavano i tubi tramite i quali veniva introdotto il gas (ossido di carbonio). Dopo aver riunito tutti i malati nella stanza il medico lasciava fuoriuscire il gas per circa 10 - 15 minuti, quindi osservava da una finestra l'effetto prodotto fino a che fosse sopravvenuta la morte. Dopo circa un'ora le salme venivano trasportate e bruciate nel forno crematorio. Questo modo di procedere, che non poteva certo essere tenuto segreto alla gente, venne sospeso nell'ottobre del 1941. Le molte proteste dei familiari, dei rappresentanti del clero, ma anche di personaggi del partito, per esempio del ministro della Giustizia e dello stesso Himmler, condussero "alla cessazione di tali azioni". In questa prima fase furono uccisi circa 60.000 pazienti.
Nel manicomio di Hadamar Assia in questo primo periodo dovrebbero essere state uccise come minimo circa 10.000 persone visto che fu celebrata una festa in occasione della decimillesima cremazione. In quale modo si svolgevano i trasporti nei singoli ospedali? Fu una suora del mio ospedale che nel 1948 mise a verbale quanto segue: Fino all'agosto 1940 questi malati venivano rispettati. Ci si occupava di loro in modo eccellente e il direttore cercava con tutti i mezzi possibili di migliorare il loro stato fisico e psichico. Improvvisamente tutto cambiò. Quando tornai nell'agosto del 1940 dalle ferie, nel mio reparto F3b, dove erano ricoverati prevalentemente malati tranquilli, molti di loro erano spariti. Allora non si sapeva ancora dove. Noi pensavamo che essi fossero stati trasferiti in un istituto di carità.
Quando però 1'8 novembre 1940 fu portato via il secondo gruppo di donne, e poco tempo dopo la loro biancheria ed i loro vestiti furono rispediti all'ospedale, ci insospettimmo: gli indumenti erano in uno stato indescrivibile, l'impressione che facevano era che fossero stati stracciati dal corpo dei malati. Il terzo trasporto di ammalate avvenne il 9 dicembre 1940. Per le infermiere era particolarmente difficile spedire ad una morte sicura, come se fossero stati animali da mandare al macello, malati che venivano curati da anni. Il personale che accompagnava i malati in questo "viaggio" sulle corriere, faceva parte di una società berlinese di trasporto per l'utilità pubblica. Erano persone rudi, sgradevoli, sia uomini che donne. Caricavano i malati molto in fretta, senza un minimo di attenzione, sugli automezzi ed in alcuni casi li legavano con delle catene. Avevo l'impressione che fossero membri delle SS camuffati. Le corriere non arrivavano mai dall'entrata principale dell'ospedale. Arrivavano quasi col buio, prelevavano i malati alla mattina presto nel cortile interno della cosiddetta casa di campagna e ripartivano ancora prima dell'alba. A poco a poco i malati si accorgevano di quanto stava succedendo, avevano terribilmente paura, piangevano ed in parte urlavano. I malati venivano scelti secondo delle liste che si trovavano nell'ufficio del direttore. Alcuni malati avevano intuito la loro futura sorte. Una malata che stava per essere trasferita dal reparto F3 alla casa di campagna, casa da dove partivano i trasporti, diceva ripetutamente: "Adesso so cosa mi attende". Questa malata desiderò ed ottenne prima di essere trasportata una frittata come ultimo saluto e si confessò piangendo dolorosamente. Dopo qualche tempo la sorella della malata ricevette la notizia che la paziente era morta di dissenteria". In questo modo furono trasferiti 633 pazienti dall'ospedale ai manicomi di sterminio di Hadamar nell' Assia, Grafencek nel Baden-Wurttemberg e Hartheim vicino a Linz, dove essi vennero uccisi. Poi crebbe l'agitazione tra il personale: suore ed infermieri cercarono di convincere i familiari dei pazienti a riprenderseli a casa, cosa che in effetti in alcuni casi avvenne. I familiari ricevettero la seguente lettera: "Con la presente La informo che Suo figlio, in base al piano di pianificazione economica e alle misure di sgombro è stato trasferito in un altro ricovero. Non sappiamo in quale. L'ordine di trasferimento è partito da uffici superiori secondo la direttiva del Commissario di difesa del Reich. Il nostro ospedale non ha nessuna possibilità di influire sulla decisione del trasferimento o meno dei pazienti. Lei sarà informata in tempo stabilito dal nuovo ospizio sullo stato di salute di Suo figlio". Numerosi familiari, profondamente preoccupati e che intuirono il vero scopo del trasferimento, scrissero al direttore dell'ospedale. Così una madre: "Oggi ho ricevuto una Sua lettera proprio quando avevo finito di prepararmi per prendere il treno di mezzogiorno per venire a trovare la mia amata figliola all'ospedale. Ero paralizzata dallo spavento leggendo la lettera, una cosa del genere è veramente terribile per una madre. Se avessi saputo che un nuovo trasferimento della mia ragazza sarebbe stato possibile certamente avrei insistito per riportarmela a casa e certamente il carico non sarebbe stato eccessivo. Lei mi informa di non sapere dove essa sia stata trasferita. Ma Lei sicuramente non permetterà il trasferimento senza essere a conoscenza di dove andrà, quindi esigo di sapere dove si trova mia figlia. All'inizio del ricovero di mia figlia stavo malissimo, perché molte persone mi facevano girare la testa con bruttissime parole. Da quando ho iniziato a venire a trovare regolarmente la mia amata figlia Elisabetta, ho creduto che la mia preoccupazione iniziale fosse ingiustificata, che non era così come diceva la gente. Fino ad oggi ho pensato che la ragazza fosse stata data in buone mani. Le chiedo sotto la mia responsabilità di riprendere la ragazza nel Suo ospedale, la verrò a trovare. È impossibile per me informare i miei familiari su quanto successo, tutti mi salteranno addosso, accusandomi che non è possibile che come madre io non sappia dove si trova mia figlia. Non posso far niente, come prima cosa devo sapere dove si trova la mia ragazza. Come già detto mi sembra impossibile che Lei possa trasferire una ragazza senza prima aver chiesto ai genitori. Se succedesse qualcosa alla ragazza siamo in grado di pagare il funerale, io ho sempre paura perché la ragazza è così debole". Questa lettera rimase senza risposta.
Nell'agosto del 1941 i trasporti furono sospesi e finì in tutto il territorio del Reich il programma di eutanasia. Al posto di questo iniziò una fase che venne chiamata del1'"eutanasia selvaggia". I1 direttore di un ospedale psichiatrico della Baviera confessò nel 1948 quanto segue:
Nel novembre del 1942 tutti i direttori degli ospedali psichiatrici bavaresi vennero urgentemente convocati dal ministero degli Interni, reparto Sanità, a Monaco, tramite una lettera altamente segreta. La seduta venne subito dichiarata sotto Segreto di Stato, i direttori dovettero giustificarsi per il numero di morti negli ospedali, che, sia per la sottoalimentazione, sia per la tubercolosi erano notevolmente aumentati. Ciò nonostante venne spiegato dal presidente che erano ancora troppo poche le persone che decedevano e che non sarebbe stato più necessario curare le malattie che sarebbero insorte. Quindi prese la parola il direttore di Kaufbeuren che espose il proprio modo di agire. All'inizio egli sarebbe stato contrario all'eutanasia, poi osservando le cifre ufficiali la rimpiangeva. Nel suo ospedale lui interveniva nel modo seguente: a tutti quei pazienti che prima sarebbero rientrati nell'azione eutanasia veniva somministrata una dieta assolutamente priva di grassi, richiamando chiaramente l'attenzione sull"'assolutarnente privo di grassi". Entro tre mesi i malati morivano a causa dell'edema da fame. Egli consigliò a tutti gli ospedali, come necessità impellente, questo modo di procedere. Il presidente ordinò che da quello stesso momento questa cosiddetta dieta della fame fosse attuata immediatamente in tutti gli ospedali. Non sarebbe seguito nessun ordine scritto, ma sarebbe stato controllato che questo ordine fosse effettivamente eseguito". Dopo questo incontro al ministero i direttori degli ospedali psichiatrici selezionavano i pazienti che dovevano essere sottoposti alla dieta, chiamata E, l'attuazione della stessa veniva controllata dall'amministrazione. A questo proposito un infermiere riferì: "Per quanto riguarda la dieta " E nell'ospedale sono in grado di citare il seguente caso che mi fu raccontato da una lavoratrice della cucina: un giorno in cucina c'erano due pentoloni di brodo di carne, un'infermiera pregò l'ispettore amministrativo di poter dare il brodo ai malati a regime ristretto perché questi per la fame cominciavano ad aggredirsi a vicenda. Questi iniziò a bestemmiare ed a strillare e urlando disse che avrebbe preferito buttare via il brodo piuttosto che darlo a quei malati".
Il sacerdote dell'ospedale riferì: "Vorrei poter illustrare il carattere cinico del responsabile con il seguente esempio: i pazienti sottoposti alla dieta " E che per molti mesi interi non ricevevano carne, proprio il mercoledì delle ceneri ed il venerdì santo potevano mangiarla". Infermieri e suore riferirono di aver cercato di nascosto di dare da mangiare a quei malati, così come avevano consigliato i familiari di mandare dei pacchi con degli alimenti. Cose queste che, secondo dichiarazioni del personale infermieristico di fronte all' Autorità Istruttoria dopo la fine della guerra, erano assolutamente proibite. Questa dieta "E", che venne attuata fino alla fine della guerra, moltiplicò la mortalità nell'ospedale. L'Autorità Istruttoria non riuscì a stabilire con precisione quanti pazienti morirono a causa della dieta da fame o delle conseguenze provocate dalla stessa. Dai rapporti annuali sappiamo che negli anni 1943,1944 e 1945 morirono in totale 1808 pazienti solo a Kaufbeuren. I posti letto che si liberavano tramite la morte dei pazienti venivano subito occupati da malati di altri ospedali psichiatrici, ospedali che erano stati sgombrati al fine di poterli utilizzare per altri scopi.
Venivano anche ricoverate donne (le cosiddette lavoratrici dell'Est) che presumibilmente si erano ammalate psichicamente nel lager, donne che venivano dalla Russia, dalla Polonia, dai Paesi Baltici.
Nel 1944 venne introdotta una nuova forma di eutanasia. Un'infermiera riferì: "Circa a metà aprile fui mandata, direttamente dal capo del personale della TiergartenstraBe 4 - Strada del giardino zoologico numero 4 - a Berlino dove si trovava la Fondazione di Utilità Pubblica per l'assistenza agli ospedali psichiatrici, all'ospedale di Kaufbeuren con il compito preciso di eutanasizzare i malati di mente. A Kaufbeuren mi presentai al direttore, il quale aveva specificatamente fatto richiesta a Berlino di infermieri che fossero in grado di attuare l'eutanasia, come egli stesso mi spiegò. Egli mi raccontò che nell'ospedale c'erano molti malati cronici e infettivi, e il mio compito sarebbe stato quello di somministrare a questi pazienti, sotto la sua guida, dei farmaci. Mi era chiaro che l'unico scopo era quello di uccidere i soprannominati pazienti. Ricevevo il compito di svolgere l'eutanasia dal direttore durante la visita o dall'ufficio dell'ispettore dell'amministrazione. Quando mi viene rinfacciata l'uccisione di 254 persone dichiarerei volentieri a questo proposito che la cifra di 254 mi sorprende, ma visto che non sono fornita di annotazioni personali non voglio e non posso contestare. Gli ammalati ricevettero Luminal o Veronal, alcuni anche Trional in pastiglie, così come Luminal e Morfinscopolamin in sciroppo. Se la somministrazione di Luminal o Verona1 non produceva l'effetto desiderato veniva utilizzata la Morfinscopolamin. I1 mio compito era quello di somministrare i farmaci, controllandone sia il tipo che la quantità, ai malati che il medico aveva ritenuto di inserire nella lista dei pazienti da sottoporre ad eutanasia. Il medico comunque seguiva il percorso della morte. Molto spesso mi chiedeva che cosa avessi somministrato. Il direttore invece non se ne occupava. Iniziavo abitualmente con la somministrazione di 2 pastiglie al giomo di Luminal 0,3 aumentando, secondo il percorso, la dose. La conseguenza della somministrazione di questi farmaci era un sonno profondo e pesante, dal quale non si risvegliavano. Ogni tanto la morte sopraggiungeva molto velocemente, già nel primo giorno, di solito però nel secondo o nel terzo. I medicamenti necessari per l'eutanasia li ricevevo dal direttore, o me li consegnava personalmente o me li mandava o li ritiravo dall'ufficio dell'ispettore amministrativo".
Dai verbali d'interrogatorio del personale infermieristico risulta che l'intero personale infermieristico era a conoscenza di questi fatti, nonostante il tentativo del direttore di isolare i due reparti speciali (adibiti all'eutanasia) dal resto della clinica. Certi infermieri riferirono che alcuni pazienti venivano nascosti al direttore durante la visita per paura che potessero essere inseriti "nella lista".
Nell'interrogatorio venne chiesto al direttore quali erano le motivazioni che lo avevano spinto ad agire in quel modo. Lui si riferì ad una sua dichiarazione scritta: "Sono da circa 43 anni un funzionario dello Stato, come funzionario statale sono stato educato a rispettare ed eseguire qualsiasi ordine e legge quindi anche il decreto relativo all'eutanasia che era da considerare come una legge. Prima che l'eutanasia venisse eseguita, ogni singolo caso veniva esaminato in modo scrupoloso e coscienzioso e ci si basava sulla valutazione di medici specialisti. A questo punto aggiungo chiarendo che io, cosi come quasi tutti i direttori di ospedali psichiatrici tedeschi, non avevo niente a che fare con la prima attuazione del decreto. lo agii sempre in buonafede secondo le norme umanitarie e nella più assoluta convinzione di agire fedele al proprio dovere attuando i presupposti giuridici e legali".
Un infermiere che lavorava nel reparto dei bambini riferì: "lo avevo compassione dei malati, non mi è mai stato chiesto se volevo o no, dovevo solamente eseguire le istruzioni dei medici. Mi sentivo obbligato di fronte al mio grado di servizio. Se mi viene rimproverato il fatto che in base al mio giuramento di servizio ero obbligato a mantenere i segreti ma non ad attuare omicidi, rispondo che una persona in fin dei conti ciò doveva fare e il medico mi aveva indicato come la persona "chiamata". Il medico aveva in me una corrispondente fiducia".
Tra il direttore di Kaufbeuren ed il suo collega dell'ospedale di Haar (Monaco) esisteva un contatto sufficientemente stretto. Si consultavano su quali pazienti dovessero essere sottoposti ad eutanasia, quali dovessero essere esclusi e sul modo dì procedere. I1 direttore dell'ospedale di Haar durante il suo interrogatorio spiegò: "La nostra opinione riguardante l'eutanasia è che essa fosse un procedimento esclusivamente per quei malati di mente per i quali un miglioramento era da escludere, cioè schizofrenici gravissimi, gravi casi di idiozia e psicosi organiche difettuali senza speranza. Quindi quei casi che giacevano come casi senza speranza nel reparto degli infermi cronici, che non potevano in nessun modo provvedere a se stessi e che erano bisognosi sia di continue cure specialistiche sia di un reparto chiuso. Noi psichiatri chiamiamo questi pazienti asociali". Il paziente L. aveva 13 anni, quando nel 1942, fu ricoverato a Kaufbeuren. Il ragazzo venne trasferito da un istituto di rieducazione, nel quale erano subentrate difficoltà, e a causa di queste fu richiesta una perizia psichiatrica che ebbe come conseguenza il trasferimento di L. a Kaufbeuren. Nella cartella clinica, così come nella perizia, non esistono tracce di informazione biografiche, manca completamente l'anamnesi. Dalla perizia emergono le seguenti informazioni sul ragazzo: "L. possiede capacità medie, non si lava ed è disordinato, gli manca quasi totalmente il senso dell'igiene sia per quanto riguarda il corpo sia per gli abiti; la sua ossessione a rubare sembra patologica, porta via, senza riflettere e senza un motivo, tutto quello che vede. Sue caratteristiche tipiche sono la chiusura e la falsità. In un interrogatorio sono stati osservati soprattutto il suo portamento non eretto e il suo sguardo sempre in agguato. A lui non manca la buona volontà. Dopo ogni guaio lui promette di migliorare, ma la sua buona volontà è troppo debole nei confronti della forza delle sue inclinazioni negative. Tramite il racconto di cose oscene, mette in pericolo i ragazzi del suo gruppo. Il lavoro manuale riesce a svolgerlo bene solo se viene osservato, appena ci si gira abbandona il lavoro ed inizia a fare delle scemenze. Questo giovane senza controllo è un pericolo per tutti e per questo deve essere rinchiuso. Non è possibile sopportarlo in un normale istituto, perché tutto l'ordinato lavoro di educazione di un intero gruppo soffre della presenza di un ragazzo anormale e asociale, per il quale non ci sono possibilità di un successo educativo".
Dai rapporti della cartella clinica: 10.6.1943: "È un ragazzo vivace, scaltro, pieno di piccole malvagità e cattiverie, se si cerca di prendere il sopravvento su di lui è arrogante e monello. È incline alla scontentezza ed alla ribellione. Ha bisogno di un trattamento energico, ritiene la bontà debolezza".
- 25.7.1943: "Facilmente irritabile, collabora con gli infermieri svolgendo piccole commissioni ma non in modo costante. A volte è vivace, altre irritato e scontroso, ha un'essenza irrequieta, ruba tutto quello che vede, spia le piccole debolezze che lo circondano, difficile da trattare".
- 9.12.1943: "I1 tentativo intrapreso poco tempo fa di farlo lavorare fallisce. L. rubava tutto quello che poteva, particolarmente le chiavi; riuscito ad entrare nella dispensa delle mele le ha spartite cori gli altri pazienti. Bugiardo, ladresco, brutale. Per la sua evidente tendenza antisociale non può più essere inserito nel gruppo di lavoro della casa".
- 9.8.1944: " È fallito un nuovo tentativo di lavoro. L. ha iniziato a rubare, si nascondeva, creava difficoltà, fa delle scemenze".
- 9.8.1944: "Exitus: eutanatizzato (sottoposto ad eutanasia)".
Questo tipo di cartelle cliniche non rappresenta, per quell'epoca, qualcosa di raro. Due sono le cose che in questa cartella colpiscono: la totale rinuncia a descrivere la problematica del paziente in linguaggio scientifico e psichiatrico. Staccato da ogni tentativo di capire la problematica de1 ragazzo in modo dinamico, sia dalla sua storia, sia dai suoi contatti sociali, il suo comportamento viene giudicato brutalmente. Secondariamente si cercano invano frasi di commiserazione e di compassione, le quali erano presumibilmente le motrici dei responsabili dell'eutanasia. Come si può scrivere cartelle cliniche del genere?
C'era davvero questo atteggiamento di disprezzo nei confronti dei pazienti che l'azione eutanasia produceva, o non c'era forse il contrario, il fatto cioè che i pazienti dovevano essere trasformati in esseri non degni di vita, in modo da poterli uccidere? Il leggere molte di quelle cartelle cliniche ha completamente eliminato la mia idea che i responsabili dell'azione eutanasia fossero persone tratte in inganno "che agivano" con una motivazione anche se per noi incomprensibile, che avremmo potuto chiamare "morale".
Con ciò sono arrivato alle conclusioni. La cosiddetta azione eutanasia non ha nulla a che fare con il nostro concetto di eutanasia. Non si trattava di sollevare, di compassione, di pietà, tanto meno si trattava di una "bella morte", bensì di una morte che non poteva essere più orrenda e inumana. Si trattava esclusivamente dell'eliminazione e dell'assassinio di persone bisognose di aiuto, che non rientravano però in quell'immagine perversa dell'uomo elaborata dalla cultura nazista.
Ora è giunto il momento di svelare questi avvenimenti senza abbellirli, cosa che in effetti sta avvenendo in modo crescente negli ultimi anni. È ora che questa orrenda eredità non venga rimossa dalla psichiatria, bensì respinta in modo da stabilire un chiaro distacco. Quando parliamo pubblicamente di questo tema, con i cittadini della nostra provincia, non riscontriamo mai rifiuto bensì sospiri di sollievo e comprensione. In questo modo vengono anche smantellate paure ed atteggiamenti negativi nei confronti dei malati psichici.
Solo se rendiamo pubblico e condanniamo chiaramente quanto allora è successo, possiamo essere in grado di costruire una psichiatria nuova, umana e democratica.
Desidero ora passare alla seconda parte della mia relazione.
Come poteva succedere qualcosa dei genere? In quel periodo lavoravano nelle cliniche psichiatriche molte migliaia di persone, medici, infermieri, amministratori, suore e sacerdoti. Sappiamo che l'opposizione era molto scarsa lo sono sicuro, e testimonianze dopo il 1945 lo documentano, che tutti sapevano molto bene che quanto stava succedendo ora contro alle leggi in vigore, contro le norme professionali e contro i valori cristiani. Siamo a conoscenza che solo pochissimi rifiutarono di denunciare i pazienti a Berlino o che cercarono di ritardarne la denuncia. La maggioranza delle persone che lavoravano all'interno della psichiatria hanno tollerato quanto stava succedendo, molti di loro hanno collaborato attivamente. Se si osserva la biografia degli psichiatri colpevoli di aver collaborato, sul mio predecessore all'ospedale è appena stato pubblicato un libro, si osserva che la maggior parte di loro non erano né mostri né possedevano personalità gravemente disturbate; ma erano invece buoni medici, per alcuni di loro si può addirittura dire che il loro impegno ad ottenere un miglioramento dell'assistenza per i pazienti, era decisamente sopra la media dì quei tempi. Ad esempio il mio predecessore era famoso perché negli anni venti e all'inizio degli anni trenta aveva ideato ambulatori esemplari; veniva considerato come psichiatra progressista, e all'inizio degli anni trenta si era dichiarato apertamente come contrario a eutanasia. Cosa successe con queste persone che poi divennero assassini? Klaus Dorner, uno psichiatra di Gutersloch, che si è occupato molto intensamente di questo tema, è dell'opinione che gli psichiatri hanno inteso l'uccisione, l'omicidio, come atto terapeutico. Erano disposti a difendere e intercedere per i pazienti che ritenevano guaribili ed uccidevano quelli ritenuti inguaribili, per evitare di essere confrontati con i loro insuccessi. Contro questo punto di vista parla però il modo ed i metodi usati per le uccisioni; queste erano crudeli e brutali, Le persone che venivano uccise erano state private della loro natura umana, venivano utilizzate a scopo sperimentale e torturate. Non esiste nessuna spiegazione plausibile per quanto è avvenuto. Mi ha colpito in modo particolare la spiegazione dì Hanna Arendt, la quale come osservatrice del processo Eichmann, ha coniato il concetto della banalità del male. Gli uomini possono divenire assassini, sia quando viene dato a loro un potere che non viene controllato, sia quando la loro coscienza individuale viene sostituita da una coscienza di stato. Queste persone non si assumono più la responsabilità delle proprie azioni né di fronte a se stesse né di fronte agli altri; la responsabilità ce l'ha qualcun altro, il capo, in fin dei conti il Fuhrer. Poco tempo fa è stato pubblicato in Germania un libro di Goldhagen in cui l'olocausto degli ebrei viene attribuito al fatto che in Germania dominava sempre una forma particolare di antisemitismo, la quale, diversamente che in altre nazioni, aveva sempre avuto un forte carattere eliminatorio. Questo modello di spiegazione è giusto anche per I'olocausto psichiatrico. A quei tempi in tutta l'Europa ed in America esistevano progetti sull'eutanasia e il darwinismo sociale. In Germania però la lingua con la quale questi concetti venivano espressi, già prima di Hitler, era molto più concreta e brutale.
Credo sia molto importante che noi ci occupiamo di questo passato, non solo per poterlo elaborare ma bensì per impedire che qualcosa del genere si verifichi ancora. Dobbiamo sempre fare attenzione che la nostra coscienza e responsabilità individuale siano i fili conduttori del nostro agire. Di fronte a queste riflessioni sul passato, ad esempio, non posso appoggiare la convenzione bioetica dell'unione Europea, firmata anche dall'Italia. Questa convenzione ammette che vengano condotti esperimenti su persone che non sono in grado di intendere e di volere. La Germania è l'unica nazione europea che non ha firmato questa convenzione, proprio a causa delle riflessioni sul passato.
Desidero concludere la mia relazione in un modo un po' insolito. Vi prego di non meravigliarvi se vi farò sentire una bellissima ninna nanna di Puccini. Poi vi spiegherò in che modo questo canto è collegato con l'olocausto psichiatrico. Questo canto simboleggia per me che anche di fronte al terribile passato non dobbiamo perdere la fede nell'umanità della psichiatria. Puccini aveva un amico molto caro a Lucca, che morì prematuramente quando la moglie aspettava un bambino. Puccini scrisse nel 1898 la ninna nanna per la nascita di questo bimbo che non avrebbe mai potuto conoscere il proprio padre; questo bambino divenne poi psichiatra e direttore della clinica psichiatrica di Lucca. A causa del suo atteggiamento antifascista, ma soprattutto perché si era rifiutato di consegnare alle SS dei pazienti ebrei, doveva essere arrestato dai fascisti. Lui riuscì a scappare, si rifugiò in un convento vicino; lì fu trovato dalle SS e fucilato, anche il figlio dodicenne venne ucciso durante questa azione.
Questo è l'unico caso a me conosciuto di uno psichiatra che ha pagato con la vita la sua umanità. Questo è un esempio concreto di coraggio e fermezza che ci fa sperare che cose del genere non capitino mai più. Questo però non è tutto. Nel 1944 un ricercatore di tubercolosi si mise in contatto con il mio predecessore e gli chiese di poter sperimentare una nuova vaccinazione antitubercolare sui pazienti. Nello stesso periodo vennero trasferiti all'ospedale psichiatrico di Kaufbeuren, nell'ambito della deportazione di pazienti psichiatrici, dei giovani handicappati mentali dei Tirolo Italiano. Su questi bambini venne sperimentata la nuova vaccinazione tramite scalfittura della pelle. E di questi molti morirono tra dolori terribili, con la maggior parte della cute infiammata a causa della vaccinazione.
Atti del convegno Psichiatria e nazismo di Michael Von Cranach .
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