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 La visita tanto attesa al Campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau del Papa Benedetto XVI doveva essere per molti un occasione storica per spingere la chiesa cattolica a confrontarsi con i silenzi del proprio passato riguardante la Shoah e a migliorare i rapporti con il popolo ebraico, una speranza che tutti si auspicavano.
Il Papa Ratzinger, nel suo discorso imputa le colpe del nazismo ad un gruppetto di facinorosi, assolvendo così il popolo tedesco da ogni responsabilità su quanto accaduto nelle zone di dominio del Terzo Reich.
Dagli archivi storici ormai di dominio pubblico si ha la certezza, senza alcun dubbio, che gran parte del popolo tedesco appoggio il nazismo in tutte le sue attività di persecuzione contro gli Ebrei, e che la maggior parte degli esecutori erano consapevoli dello sterminio in atto contro il popolo ebraico. Ha molti farebbe bene la lettura del libro di Daniel Jonah Goldhagen "I Volenterosi Carnefici di Hitler" dove si narra il coinvolgimento di buona parte dei comuni tedeschi in tutte quelle azioni che portarono alla creazione e allo svolgimento dello sterminio di massa su larga scala.
Le «rotelle» che garantirono il funzionamento della macchina dello sterminio furono infatti «uomini come noi» fa notare lo storico.
Continuando con il discorso del Papa, non si sente dalle sue parole nessun accenno sul ruolo della chiesa cattolica nei riguardi della Shoah , cosa che invece fece Giovanni Paolo II mel 1998 con il documento "Noi ricordiamo" (vedi Noi ricordiamo) dove citava le scuse agli Ebrei per lo scarso interessamento che i cattolici hanno avuto nei confronti dello sterminio. Egli si sofferma solo sul tema del silenzio divino davanti al Male: "Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? Dov'era Dio in quei giorni? ".
Negli anni in cui dominava in buona parte d'Europa il nazismo di Hitler, le chiese cristiane non hanno invocato il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù perché intervenisse a favore del suo popolo Israele e neppure lo hanno fatto per molto tempo dopo. Non "dov'era Dio?", ma "dove erano i cristiani, in particolare i vertici delle chiese?": questa è la prima e più drammatica domanda che ogni cristiano - tanto più il papa che pretende di parlare come vicario di Cristo e pastore della chiesa universale dovrebbe farsi.
Doveva parlare, inoltre, del secolare radicalismo antigiudeico portato avanti dalla chiesa e dai cattolici e propagato da predicatori e teologi di ogni confessione in ogni parte d'Europa e non da meno da vescovi , cardinali e Papi.
Doveva dire che , con i nostri silenzi, la nostra indifferenza per ciò che stava accadendo al popolo ebraico, ci siamo resi tutti colpevoli e complici davanti a Dio di ciò che i nostri fratelli cristiani stavano compiendo contro un intero popolo.
Un "dovere" essere ad Auschwitz, da Papa ma soprattutto da "figlio del popolo tedesco". Per ben due volte, e con il peso della propria storia che porta sulle spalle, Benedetto XVI ha ribadito: "Non potevo non venire". Ha scelto lui, personalmente, di recarsi in quello che lui stesso chiama "luogo dell'orrore, luogo della memoria, Shoah".
La permanenza del Papa dura un ora nella visita del Campo di concentramento di Auschwitz I e il Campo di sterminio di Auschwitz II Birkenau. Li ad attenderlo c'erano 4 mila ex deportati, le loro famiglie, i rappresentanti delle comunità ebraiche e delle altre confessioni religiose, le autorità polacche riuniti intorno al Monumento Internazionale alle Vittime della Shoah. Benedetto XVI si è soffermato sulle 22 lapidi che ricordano il milione di Ebrei, 150 mila polacchi, 23 mila rom, 15 mila prigionieri di guerra sovietici, nonché decine di migliaia di cittadini di altre nazionalità sterminati nei Campi di Auschwitz e Birkenau.
Il discorso ufficiale del Papa si svolge inaspettatamente in lingua italiana, la lingua di noi italiani identificati con il titolo di "Brava gente ". Sentendo così pronunciare una lingua conosciuta mi sento di riflettere e far riflettere su tutto quello che fece il fascismo e a quanti contribuirono alla creazione di una dittatura antidemocratica che limitò la libertà e di più, perseguitò, con le sue leggi razziali il popolo ebraico italiano. Perseguitato e messo ai margini inizialmente, per poi essere internato e deportato nei luoghi della morte che tutti noi ben conosciamo. Non si può altresì dimenticare i luoghi italiani di sofferenza e "di sola andata" che noi italiani abbiamo contribuito alla loro realizzazione. Fossoli di Carpi, Bolzano-Gries e la Risiera di San sabba e altri nomi ai più sconosciuti, ci fanno ritornare alla memoria le crudeltà sopportate dai nostri connazionali Ebrei in tutta indifferenza. Donne, uomini, vecchi e bambini partirono, grazie a noi, in luoghi di internamento sparsi in tutta Europa dove la parola d'ordine era "sterminio".
Bisogna prendere atto che, anche noi abbiamo le nostre responsabilità - certo in maniera limitata rispetto ai comuni tedeschi - e questo ci deve far riflettere italiani "brava gente" se un giorno il popolo ebraico ci potrà mai perdonare!
28 maggio 2006 - Il Papa ha offerto a tutti una comoda scappatoia assolutoria, troppo facile, però, per essere davvero praticata.
Nel passato di Papa Benedetto XVI l'arruolamento nella "Gioventù Hitleriana" e nella Luftwaffe
Joseph Ratzinger nacque il 16 aprile 1927 (Venerdì Santo) nella località di Marktl am Inn in Baviera, figlio di un poliziotto. Dopo il 1933 - anno dell'ascesa di Hitler al potere - il padre professò una fede politica antinazista, ragione che portò la famiglia a diversi trasferimenti.
Nel 1941 il quattordicenne Joseph si arruolò nella "Gioventù hitleriana", un'iscrizione che per i giovani della sua età era OBBLIGATORIA, ma riuscì ad ottenere una "dispensa" dato che aveva già iniziato a studiare in seminario. Secondo il suo biografo John Allen, Ratzinger non fu mai entusiasta dell'associazione giovanile nazista.
Due anni dopo fu inquadrato nella Luftwaffe - l'aviazione militare tedesca - e piazzato ad una mitragliera antiaerea in un villaggio, a difesa di un impianto industriale della Bmw. Sempre secondo quanto riportano i biografi ed i giornalisti del "Times", anche a causa di un'infezione ad un dito, Joseph Ratzinger non sparò mai un colpo. Fu quindi mandato in Ungheria, dove «preparò alcune trappole anti-carro», per poi nell'aprile del 1944 disertare e tornare libero dopo alcune settimane in un Campo di prigionia.
Sono stati i giornalisti del "Times" Justin Sparks, John Follain e Christopher Morgan - il 17 aprile 2005, in pieno Conclave dopo la morte di Giovanni Paolo II - a ricordare il passato "in divisa" di Joseph Ratzinger, il cardinale che sotto il pontificato di Papa Woytila fu prefetto della Congregazione della Fede.
Il discorso integrale di Benedetto XVI ad Auschwitz (Leggi )
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