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 La sera del 27 febbraio 1933 viene appiccato il fuoco al palazzo del parlamento. Polizia e pompieri trovano all'interno un olandese, Marinus van der Lubbe, portatore di handicap al cervello, ex comunista, ma sorgono subito dubbi sulle sue responsabilità, perché è chiaro che l'incendio è partito da più punti ed è stato alimentato con ingenti quantitativi di materiali infiammabili. Subito si sospetta che l'incendio sia stato organizzato dai nazisti: la supposizione sarà confermata dagli avvenimenti successivi e dagli interrogatori resi in proposito durante il processo di Norimberga. Pesanti indizi gravano su un fido di Goering, il comandante delle SA di Berlino, capitano Karl Ernst, che assieme a suoi uomini sarebbe penetrato nel Reichstag attraverso l'unico accesso esistente quando il parlamento è chiuso, il sotterraneo che parte dalla residenza del presidente del Reichstag, Hermann Goering.
Implicite ammissioni vengono dallo stesso Ernst, che durante la "notte dei lunghi coltelli" (30 giugno 1934) pagherà con la vita la sua loquacità. Nel corso del processo di Norimberga il braccio destro di Goering, Rudolf Diehls, preciserà: «Goering, prima dell'incendio, mi ordinò di preparare la lista delle persone da arrestare subito dopo»; e Hans Gisevius, funzionario del ministero degli interni prussiano, preciserà: «Fu Goebbels ad avere l'idea di bruciare il Reichstag e di darne la colpa ai comunisti». Goering, nonostante le testimonianze probanti, negherà anche a Norimberga di essere il responsabile dell'incendio.
In ogni caso l'incendio gioverà a Hitler, che il giorno successivo si reca da Hindenburg sostenendo che questo è il primo atto rivoluzionario dei comunisti e proponendo un decreto legge per proteggere la costituzione e i poteri dello stato.
Hindenburg sottoscrive il testo preparato da Hitler, che si intitola "Protezione del popolo e dello stato", ma sospende tutti i diritti dei cittadini: ora la polizia può arrestare, perquisire e controllare ogni tipo di comunicazioni; è sospesa la libertà di stampa, di espressione, di riunione e di associazione. La legge vale per tutti i Laender e le autorità locali che non la applicano rischiano la rimozione. Viene introdotta la pena di morte. Il testo della legge, che resterà in vigore per tutta la durata del regime .
La polizia procede all'arresto di tutti i dirigenti e parlamentari comunisti, compreso il segretario generale Ernst Thaelmann, nonostante la legge sull'immunità parlamentare. Finiscono in carcere anche numerosi socialdemocratici, tra i quali i deputati Ernst Heillmann e Fritz Ebert, figlio del defunto presidente della Repubblica, e altri antinazisti, in tutto oltre 7.000 persone. Tutto si svolge in modo improvviso e inaspettato, così che pochi (l'ex ministro delle finanze Hilldferdig e il presidente del partito socialdemocratico Breitscheid) riescono a riparare all'estero, mentre altri, come il presidente del partito comunista John Scheer (che nel giugno del 1934 sarà catturato e ucciso) entrano nella clandestinità per proseguire la lotta al nazismo. Il giorno successivo all'incendio al Reichstag il presidente del gruppo parlamentare comunista Ernst Torgler si presenta alla polizia per proclamare l'innocenza dei comunisti, ma viene arrestato insieme con tre comunisti bulgari (Wassil Tanef, Bragoj Popof e il funzionario del Comintern Georgi Dimitrov); i quattro, con Lubbe, vengono accusati dell'incendio.
Al processo, che si terrà a Lipsia negli ultimi tre mesi del 1933, assisterà un centinaio di giornalisti stranieri. Dimitrov respingerà le accuse e le rivolgerà contro i nazisti, mettendo in ridicolo il teste a carico Goering, che lascerà l'aula infuriato. La magistratura, ancora indipendente, giudicherà Lubbe colpevole, ma assolverà gli altri imputati, con grande dispetto di Hitler. Lubbe, condannato a morte, sarà immediatamente giustiziato, Torgler finirà in un lager e i tre bulgari verranno espulsi dalla Germania. Dopo questa sentenza i nazisti costituiranno un "tribunale del popolo" presieduto da magistrati di loro gradimento, competente a giudicare tutti i reati politici.
Gli storici generalmente concordano che van der Lubbe, talvolta descritto come un mezzo matto, fu in qualche modo coinvolto nell'incendio del Reichstag. L'estensione del danno, comunque, ha portato a un considerevole dibattito sul fatto se agì da solo o meno. Al processo i comunisti vennero assolti, rendendo difficile credere che fossero stati coinvolti. Considerando la velocità con cui il fuoco invase l'edificio, la reputazione di van der Lubbe di essere uno sciocco assetato di fama, e i commenti oscuri di alcuni ufficiali nazisti, si ritiene in genere che la gerarchia nazista fu coinvolta, al fine di ottenere un guadagno politico (cosa che in effetti avvenne). Cionondimeno, non esistono prove definitive per nessuna ipotesi.
Berlino, 11 gennaio 2008 - Quasi 75 anni dopo l'incendio del Reichstag (il parlamento nazionale) a Berlino, la Procura generale tedesca ha annullato la sentenza di condanna a morte contro il comunista olandese Marinus van der Lubbe, giustiziato dai nazisti perché ritenuto responsabile del fatto. Alla base della decisione c'è una legge del 1998 che consente di abrogare tutte le sentenze illegittime pronunciate dai nazisti tra il 1933 e il 1945.
L'incendio del Reichstag rappresenta una delle tappe fondamentali nel processo di presa del potere dei nazionalsocialisti.
La sentenza di condanna a morte, ha spiegato la procura federale in una nota, si basava su disposizioni contrarie ai principi di giustizia e finalizzate a imporre il regime nazista. La pena di morte, inoltre, era stata introdotta dopo il fatto, nel marzo 1933, ma venne comunque applicata retroattivamente anche a reati commessi prima del 28 febbraio. Soltanto in questo modo fu possibile giustiziare van der Lubbe, conclude la procura.
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