Attualità

Pietracatella, il giallo si infittisce: cibo e vestiti tra i reperti inviati a Berlino

Tecnico di laboratorio con guanti e mascherina esamina campioni sigillati e indumenti in buste su tavolo d’acciaio
Reperti sigillati e campioni alimentari in laboratorio durante analisi tossicologiche legate all’inchiesta di Pietracatella.

Il giallo di Pietracatella entra in una fase ancora più delicata: tutti i reperti raccolti dopo la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita sono stati inviati in Germania, al Robert Koch Institut di Berlino, per accertare l’eventuale presenza di ricina. Intanto slitta di nuovo il deposito della relazione finale sulle autopsie, un passaggio atteso da mesi e considerato decisivo per dare un assetto più chiaro all’inchiesta sulle due donne morte a Natale per avvelenamento.

Il passaggio a Berlino e il peso delle analisi

La novità più rilevante riguarda proprio i reperti finiti in Germania. Non solo campioni biologici, ma anche abbigliamento e resti del cibo consumato, materiali che possono offrire risposte più precise sulla sostanza che avrebbe causato la morte delle due vittime. La scelta del Robert Koch Institut non è secondaria: si tratta di una struttura di riferimento internazionale per analisi complesse, soprattutto quando si entra nel campo delle tossine e degli accertamenti di laboratorio ad alta specializzazione. Nel caso di Pietracatella il punto da chiarire resta la possibile presenza di ricina, una sostanza tossica che, se confermata, cambierebbe in modo netto il quadro tecnico e investigativo. Per chi segue il caso, questo invio all’estero dice due cose: da un lato la Procura vuole evitare margini di incertezza, dall’altro gli esami finora svolti non sono bastati a chiudere il cerchio. È un passaggio che allunga i tempi, ma che serve a blindare il lavoro scientifico su un’indagine destinata a reggersi in gran parte proprio sulla solidità dei risultati tossicologici.

Perché il deposito delle autopsie è stato sospeso

Il rinvio della consulenza tecnica non nasce, almeno formalmente, da una nuova proroga concessa ai periti. La Procura di Campobasso, guidata da Elvira Antonelli, ha invece disposto una sospensione del deposito in attesa dell’elaborato definitivo, completo delle firme originali di tutti gli specialisti e dei relativi allegati. Il provvedimento è del primo luglio e arriva dopo una comunicazione del medico legale Benedetta Pia De Luca, che avrebbe trasmesso via mail soltanto le conclusioni della relazione, riservandosi l’invio del documento completo una volta raccolte tutte le sottoscrizioni del collegio peritale, impegnato in sedi diverse sul territorio nazionale. Sul piano processuale è un dettaglio meno formale di quanto possa sembrare. Un conto è mettere a disposizione una sintesi delle conclusioni, altro è consentire a indagati, parti offese e difensori di leggere l’intero fascicolo con allegati, motivazioni tecniche e firme. La Procura ha scelto di attendere proprio per questo: evitare contestazioni sulla completezza degli atti e garantire a tutte le parti la possibilità di formulare eventuali osservazioni sulla base di un quadro pienamente definito.

Cosa cambia adesso per l’inchiesta

Per l’indagine significa soprattutto una cosa: i tempi si allungano ancora, ma il cuore del caso si sposta sempre di più sul terreno della prova scientifica. In una vicenda così delicata, dove l’ipotesi dell’avvelenamento ha già segnato l’impianto investigativo, ogni risultato dovrà essere difficilmente attaccabile in aula. È anche per questo che il deposito della relazione autoptica e gli esami di Berlino si tengono insieme: la ricostruzione finale non dipenderà da un solo elemento, bensì dall’incrocio tra autopsie, tossicologia, analisi sugli oggetti e verifica dei residui alimentari. Per i familiari e per l’opinione pubblica locale il nuovo rinvio può suonare come l’ennesima attesa, ma dal punto di vista giudiziario il rischio di forzare i passaggi sarebbe ben più pesante. Se dai laboratori tedeschi dovessero arrivare conferme sulla presenza della tossina, l’inchiesta potrebbe compiere un salto decisivo; se invece emergessero dubbi o risultati meno netti, la Procura sarebbe chiamata a riconsiderare tempi, pesi e direzione degli accertamenti. È in questo equilibrio, fra prudenza tecnica e bisogno di verità, che il caso di Pietracatella continua a muoversi.