Il taglio temporaneo sulle accise è finito e i prezzi dei carburanti hanno già ricominciato a salire. L’aumento, almeno per ora, non è esplosivo, ma basta a riportare il gasolio molto vicino alla soglia psicologica dei 2 euro al litro, soprattutto in autostrada, con effetti immediati per chi viaggia, lavora su strada o usa l’auto ogni giorno. Il punto, per i consumatori, è che la correzione verso l’alto arriva mentre il greggio corre in direzione opposta e torna sotto i 70 dollari al barile.
Lo stop allo sconto si vede subito alla pompa
I numeri diffusi oggi, sabato 4 luglio, dal Mimit attraverso l’Osservatorio prezzi carburanti fotografano un rialzo netto già dal primo giorno senza sconto. Sulla rete ordinaria in modalità self service la benzina passa in media da 1,803 a 1,820 euro al litro, mentre il gasolio sale da 1,882 a 1,899 euro. In autostrada il livello è ancora più alto: 1,907 euro per la benzina contro 1,894 del giorno precedente e 1,978 euro per il gasolio rispetto a 1,968. Non si tratta di uno scarto enorme sul singolo rifornimento, ma la tendenza è quella che pesa davvero, perché riporta il costo del pieno su livelli che molte famiglie avevano appena smesso di considerare eccezionali. Le stime circolate nei giorni scorsi parlavano di un aggravio medio di circa 3 euro a pieno, una cifra che presa da sola può sembrare limitata, ma che su base mensile incide eccome per pendolari, autotrasportatori, piccoli artigiani e partite Iva che macinano chilometri ogni settimana.
Il nodo politico tra accise, greggio e stretto di Hormuz
La decisione del governo di non prorogare il taglio era stata annunciata, anche alla luce delle indicazioni europee, ma il tema è rimasto aperto fino all’ultimo. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva parlato di possibili ulteriori misure in caso di nuove tensioni sul fronte internazionale, legando il quadro anche alla sicurezza della navigazione nello stretto di Hormuz, passaggio centrale per gli approvvigionamenti energetici globali. Il problema, però, è che il messaggio che arriva agli automobilisti è meno sofisticato: il petrolio scende rapidamente, i prezzi al distributore molto meno. Tre mesi fa il barile aveva superato i 120 dollari, oggi viaggia sotto quota 70, eppure la riduzione alla pompa si è vista solo in parte e con tempi più lenti. È su questo scarto che si concentra la sfiducia dei consumatori, perché la sensazione diffusa è che gli aumenti vengano trasferiti subito, mentre i ribassi restino spesso incompleti o ritardati. In questo quadro il venir meno dello sconto sulle accise ha fatto da acceleratore, rendendo più visibile una tensione che era già presente.
Le conseguenze concrete e la partita più ampia del settore
Per i gestori, finire nel mirino come responsabili diretti dei rincari è una lettura troppo semplice. Faib Confesercenti e Fegica indicano da tempo un altro fronte, quello del commercio illegale di carburanti, che secondo le associazioni sottrarrebbe ogni anno circa 12 miliardi alle casse pubbliche, una cifra molto superiore ai 2 miliardi spesi fin qui per contenere i prezzi con il taglio delle accise. Anche Fapi insiste sulla necessità di interventi strutturali e non emergenziali, sostenendo che una riforma complessiva del comparto potrebbe tradursi in un risparmio fino a 10 centesimi al litro per gli automobilisti. Tradotto nella vita quotidiana, significa che il tema non riguarda soltanto la spesa del weekend o le partenze estive: tocca i costi di trasporto delle merci, il lavoro di chi usa un furgone o un’auto aziendale, i bilanci familiari e, a cascata, anche i prezzi di molti beni. Per questo il rialzo certificato oggi va oltre il semplice aggiornamento dei tabelloni. Segna il ritorno di una domanda che in Italia si ripresenta ciclicamente: fino a che punto il prezzo dei carburanti dipende davvero dai mercati e quanto invece da regole, tasse e distorsioni interne su cui la politica, prima o poi, dovrà scegliere se intervenire sul serio.








