Un tuffo dal ponte, poi il silenzio e una macchina dei soccorsi che si è mossa in pochi minuti senza riuscire a evitare il peggio. Nel tardo pomeriggio di oggi, a Parabiago, nel Milanese, un giovane di 25 anni di origine pakistana è morto nelle acque del Canale Villoresi dopo essersi lanciato da un ponte in via San Sebastiano.
Il recupero nel canale
L’allarme è scattato poco dopo le 17.30, quando il ragazzo si è tuffato e non è più riemerso. La zona è stata raggiunta in breve tempo dai soccorritori, ma le operazioni si sono rivelate subito complesse perché il corpo era rimasto bloccato a una profondità di circa tre metri. Per questo si è reso necessario l’intervento dei sommozzatori del comando dei vigili del fuoco di Milano, entrati in azione per localizzare e recuperare il giovane. Il corpo senza vita è stato riportato in superficie nel tardo pomeriggio, al termine di un intervento delicato che ha impegnato diversi operatori sul posto. Una dinamica purtroppo rapida, che conferma quanto anche un tratto d’acqua apparentemente accessibile possa trasformarsi in pochi istanti in uno scenario ad alto rischio.
Gli accertamenti su identità e dinamica
Sulla vicenda sono ora in corso gli accertamenti dei carabinieri e della Procura, chiamati a chiarire con precisione sia l’identità della vittima sia le circostanze dell’accaduto. Al momento il quadro di partenza è quello di un tuffo dal ponte, seguito dalla mancata riemersione, ma saranno gli approfondimenti investigativi a stabilire se vi siano stati altri elementi da considerare, dalle condizioni del canale alla possibile presenza di ostacoli o correnti in grado di intrappolare il corpo sott’acqua. In casi come questo, la ricostruzione è fondamentale non solo per ragioni giudiziarie, ma anche per comprendere se si sia trattato di un gesto imprudente, di un incidente legato alle caratteristiche del punto in cui è avvenuto il tuffo o di una combinazione di fattori. Il fatto che il corpo fosse bloccato sul fondo rende plausibile l’ipotesi di un impatto o di un incastro che abbia impedito al giovane di tornare in superficie.
Un episodio che riapre il tema della sicurezza
La morte del venticinquenne riporta l’attenzione su un aspetto spesso sottovalutato, soprattutto nei mesi più caldi: canali, rogge e corsi d’acqua artificiali vengono percepiti da molti come luoghi in cui rinfrescarsi, ma presentano insidie molto diverse da quelle del mare o di una piscina. Profondità irregolari, fondali sporchi, correnti interne, pareti scivolose e visibilità quasi nulla possono rendere pericoloso anche un tuffo che a prima vista sembra banale. Il Canale Villoresi, molto conosciuto nell’area dell’Alto Milanese, attraversa zone urbane e periferiche dove non è raro vedere persone fermarsi lungo gli argini, ma questo non lo rende un luogo sicuro per entrare in acqua. La vicenda di oggi colpisce anche per la sua immediatezza: un gesto durato pochi secondi ha richiesto ore di ricerche e un intervento specialistico, lasciando dietro di sé domande che ora attendono risposta. È su questo scarto, tra percezione del rischio e realtà, che episodi del genere continuano a interrogare territori, famiglie e amministrazioni locali.








