La partita per la presidenza della Consob sembra arrivata a un passaggio decisivo dopo quattro mesi di vuoto al vertice. Il governo lavora a una soluzione che potrebbe approdare già in Consiglio dei ministri, ma dietro il ritardo non c’è solo un problema di tempi: pesano gli equilibri interni alla maggioranza e una lunga serie di nomi bruciati lungo il percorso.
Un’attesa che dura da quattro mesi
A riaccendere l’attenzione è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che al termine della relazione annuale dell’authority ha lasciato intendere che la scelta è ormai vicina. Il mandato di Paolo Savona è scaduto da tempo e da allora la guida dell’istituto è affidata alla presidente vicaria Chiara Mosca, una soluzione prevista dal regolamento interno e già adottata in passato per garantire continuità operativa. Sul piano formale, dunque, la macchina non si è fermata. Sul piano politico, invece, il ritardo è diventato il segnale più evidente di una trattativa complicata. La stessa Mosca, secondo indiscrezioni mai confermate, sarebbe stata valutata tra i possibili profili, mentre da più parti si continua a far filtrare l’attesa per un nome che possa incontrare il via libera di Forza Italia. La sostanza è che la Consob continua a funzionare, come ha ricordato la stessa presidente vicaria, ma un’autorità che vigila sui mercati finanziari non può restare troppo a lungo sospesa in una zona grigia, soprattutto in una fase in cui credibilità e autonomia istituzionale sono elementi osservati con attenzione anche dagli operatori.
I veti incrociati che hanno bloccato la nomina
Il nodo vero è politico e riguarda il profilo del futuro presidente. In questi mesi sono circolati diversi nomi, da Marina Brogi a Renato Loiero, fino a Gabriella Alemanno, senza che nessuno riuscisse a consolidarsi davvero. Lo stallo più pesante si è prodotto attorno a Federico Freni, sottosegretario al Mef e candidato sostenuto da Giorgetti, che si è scontrato con l’opposizione di Forza Italia e in particolare con la linea di Antonio Tajani, orientata verso una figura considerata più terza e quindi più adatta a presidiare l’indipendenza dell’autorità. Freni ha scelto di sfilarsi, spiegando di non voler diventare un fattore di divisione, ma il suo passo indietro non ha risolto il problema. Quando Giorgia Meloni ha provato ad accelerare sul nome di Federico Cornelli, già commissario Consob, è arrivato lo stop della Lega, segno che il dossier non riguarda solo il curriculum del candidato, ma il bilanciamento dei rapporti tra gli alleati. L’ultimo nome emerso è quello di Marco Osnato, presidente della commissione Finanze della Camera e responsabile economico di Fratelli d’Italia, profilo che potrebbe rappresentare un punto di caduta accettabile per più forze della coalizione.
Perché la scelta conta oltre la sola Consob
La presidenza della Consob non è una casella qualsiasi. L’autorità vigila sulla trasparenza dei mercati, sui prospetti informativi, sulle società quotate e sulla tutela del risparmio, cioè su temi che hanno effetti diretti sulla fiducia di investitori, imprese e piccoli azionisti. Per questo una nomina trascinata troppo a lungo finisce per avere un peso che va oltre il palazzo. C’è poi un altro livello, tutto politico, che rende il dossier ancora più sensibile: la Consob si inserisce in una più ampia partita sulle autorità indipendenti. Da maggio è scaduto anche il mandato di Roberto Rustichelli all’Antitrust e nel frattempo è terminato pure quello di Pierluigi Di Palma all’Enac. Tradotto, la scelta sul successore di Savona può diventare il primo tassello di un riassetto più ampio, nel quale ogni forza di maggioranza prova a difendere il proprio spazio. Se davvero nelle prossime ore arriverà una decisione, non sarà soltanto la fine di una lunga attesa burocratica: sarà soprattutto un test sulla capacità del governo di chiudere i propri dossier più delicati senza lasciare che i veti reciproci si trasformino in un problema di credibilità istituzionale.








