Una madre che rivendica la propria scelta di vita, un libro usato come spazio di difesa pubblica e una vicenda giudiziaria che continua a far discutere. Alla scuola di psicoterapia fondata da Tonino Cantelmi, Catherine Birmingham ha presentato “La mia verità”, tornando sul caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” con parole che tengono insieme maternità, conflitto istituzionale e ricerca di un modello diverso di quotidianità.
Un libro che diventa racconto pubblico di una vicenda privata
La presentazione del volume, ospitata al TCI, Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, ha riacceso l’attenzione su una storia che da mesi divide opinione pubblica e osservatori. Catherine Birmingham ha scelto di partire dai figli, indicandoli come il centro del suo percorso e anche del libro: “I miei bambini sono quelli che più mi hanno insegnato nella vita”, ha detto, spiegando che alla domanda su cosa inserire nel testo la risposta dei ragazzi sarebbe stata semplice e diretta, “il fatto che siamo sempre insieme”. È una frase che, al di là dell’impatto emotivo, restituisce bene il senso dell’operazione editoriale: non solo memorie personali, ma una narrazione alternativa rispetto a quella emersa nella vicenda giudiziaria. Accanto a lei erano presenti figure molto diverse tra loro, dalla scrittrice Susanna Tamaro alla professoressa Anna Maria Giannini, docente di Psicologia generale alla Sapienza, fino all’avvocato Simone Pillon, che la assiste legalmente. Un parterre che segnala come il caso non venga più letto soltanto come fatto privato, ma come terreno di confronto su genitorialità, libertà educativa e limiti dell’intervento pubblico.
La tensione per i prossimi passaggi giudiziari
Nel corso dell’incontro, Birmingham ha ammesso apertamente la preoccupazione per i giorni decisivi che attendono la famiglia. “Siamo molto nervosi per lunedì, la prossima settimana sarà importante”, ha detto facendo riferimento alla consegna delle memorie difensive e alla questione dell’allontanamento dei figli. È questo il punto che rende la vicenda rilevante anche per chi ne ha seguito solo in parte gli sviluppi: dietro il racconto di una vita lontana dalla città c’è un procedimento che tocca nodi molto concreti, dalla tutela dei minori alla valutazione delle condizioni educative e familiari. Quando una storia di questo tipo entra in tribunale, il dibattito si allarga inevitabilmente. Da una parte c’è il diritto dei genitori di scegliere come crescere i propri figli, dall’altra il dovere delle istituzioni di verificare se quella scelta garantisca benessere, protezione e accesso ai diritti essenziali. La presentazione del libro, in questo quadro, assume anche il valore di una presa di parola preventiva, quasi un tentativo di spostare il baricentro del discorso dal sospetto alla testimonianza diretta.
La scelta di lasciare la città e il significato che assume oggi
A dare ulteriore sostanza al racconto è stato Nathan, il padre, che ha descritto la decisione di vivere lontano dai grandi centri come una scelta quasi naturale. “Noi abbiamo vissuto tutta la vita nelle grandi città e per i nostri figli non vogliamo questo”, ha spiegato, indicando tra le ragioni l’aumento dei problemi urbani, il peso dei social e il bullismo. È un argomento che intercetta una sensibilità diffusa: l’idea che la vita cittadina, soprattutto per chi ha figli, sia diventata più costosa, più frenetica e in certi casi più ostile. Negli ultimi anni molte famiglie hanno effettivamente cercato forme di vita più autonome, tra aree interne, homeschooling, lavoro da remoto e autosufficienza parziale. Ma quando questa scelta diventa estrema o viene percepita come tale, il confine tra stile di vita alternativo e possibile isolamento si fa sottile. Catherine ha chiuso il suo intervento dicendo che, se un tempo la sua vita era dominata da stress e paura, oggi i sentimenti principali sono “amore, libertà e scelta”. È proprio attorno a queste tre parole che il caso continua a muoversi, tra chi le legge come una legittima rivendicazione e chi invece si chiede dove finisca la libertà degli adulti e dove cominci il diritto dei figli a crescere dentro un equilibrio riconosciuto anche fuori dal bosco.








