All’alba del 19 luglio il busto di Anna Magnani è tornato nella nicchia di via della Pelliccia, a Trastevere, da cui era stato strappato nel 2024. Un ritorno atteso dal quartiere e dalla città, arrivato senza cerimonie pubbliche ma con un valore che va oltre la semplice ricollocazione di un’opera.
Il ritorno di un simbolo a Trastevere
A riportare la scultura nel luogo per cui era stata pensata è stata l’Associazione Anima di Roma ETS, insieme allo scultore Gianluca Bagliani, autore e restauratore dell’opera. La scelta di intervenire in modo sobrio, quasi silenzioso, non è stata casuale: l’idea era quella di restituire Anna Magnani alla città senza trasformare il gesto in un evento di facciata, lasciando che fossero i residenti, i passanti e chi conosce bene quel tratto di Trastevere a ritrovarla lì, come parte naturale del paesaggio urbano. Il furto di quattro anni fa aveva provocato indignazione ben oltre il rione, perché quel busto non rappresentava soltanto un omaggio a una grande attrice, ma uno dei simboli più riconoscibili di una Roma popolare, orgogliosa e profondamente legata alla propria memoria culturale.
La cicatrice sulla scultura e il valore della memoria
La data scelta per la ricollocazione aggiunge un livello ulteriore di lettura. Il 19 luglio, per Roma, resta una giornata dolorosa, quella del bombardamento di San Lorenzo del 1943. Rimettere il busto al suo posto proprio in questa ricorrenza significa attribuire all’arte una funzione di ricucitura, quasi di riparazione civile. Anche per questo non è stato cancellato il graffio rimasto sul volto della scultura durante il tentativo di asportazione. Bagliani ha spiegato che quella cicatrice non va nascosta, perché racconta la violenza subita dall’opera ma anche la sua resistenza. È un dettaglio che cambia il modo in cui il busto si offre allo sguardo: non un monumento restituito a una perfezione astratta, ma un segno concreto di ciò che è accaduto. Nelle parole dello scultore c’è anche una dimensione privata, legata al ricordo della madre, che aveva visto l’opera soltanto quando era ancora in argilla. Per lui, riportarla nella sua sede originaria ha il senso di una promessa mantenuta. Ed è proprio questo intreccio tra vicenda personale e memoria collettiva a rendere la ricollocazione qualcosa di più di un semplice atto conservativo.
Un gesto civile che apre un nuovo progetto
La vicenda del busto di Anna Magnani dice molto anche sul rapporto tra cittadini e patrimonio. Secondo l’Associazione Anima di Roma, il ritorno dell’opera è il risultato di un impegno ostinato e concreto, costruito nel tempo da chi ha continuato a credere che quel simbolo dovesse tornare al suo posto. È un tema che riguarda da vicino anche il lettore: la tutela dei beni culturali minori, quelli inseriti nella vita quotidiana dei quartieri e non soltanto nei musei, passa spesso da reti civiche, associazioni e persone che decidono di occuparsene direttamente. Il commento del I Municipio va in questa direzione, legando la difesa dei simboli di Roma a una più ampia questione di identità, sicurezza e decoro urbano. Da questa ricollocazione, inoltre, nasce un progetto più ampio. Dal 20 luglio al 6 settembre è prevista una “staffetta silenziosa” in cui artisti, attori, musicisti e scrittori raggiungeranno individualmente la nicchia per lasciare un omaggio personale, senza assembramenti e senza ritualità ingombranti. Ogni contributo sarà documentato e confluirà in un documentario che verrà presentato a ottobre. È un modo per trasformare un episodio di sottrazione in una nuova occasione di racconto condiviso, con l’idea che certi simboli non appartengano solo alla memoria del passato, ma continuino a vivere se la città sceglie di riconoscerli, frequentarli e difenderli.








