Tra il 2024 e il 2025, al Polo Nord, i satelliti hanno registrato un calo del 5,8% dell’estensione del ghiaccio marino invernale, il più marcato dall’inizio delle osservazioni moderne nel 1978: è il dato centrale di uno studio pubblicato su Pnas, coordinato da Duo Chan dell’Università di Southampton, che smentisce l’idea di una pausa nella fusione e riporta al centro una conclusione ormai netta, cioè che la crisi climatica nell’Artico prosegue e non mostra inversioni di tendenza.
La pausa dei primi anni Venti non regge ai dati
Per alcuni anni, all’inizio del decennio, una relativa stabilità dei ghiacci artici aveva alimentato letture più prudenti. Eppure, spiegano gli autori, si trattava di una fluttuazione breve, non di un cambio di rotta. Nello studio pubblicato dall’organo dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, i ricercatori ricostruiscono la serie storica e concludono che quel rallentamento era solo un episodio interno a un trend di lungo periodo in discesa. In altre parole, il riscaldamento globale non ha frenato: ha semplicemente mostrato, per poco, una superficie meno lineare.
Il record negativo dell’inverno artico
Il passaggio più delicato riguarda i mesi di febbraio e marzo, quando il ghiaccio raggiunge di norma il suo massimo stagionale. Proprio in quel momento, secondo l’analisi satellitare, si è verificata la contrazione più forte mai rilevata in inverno, con una perdita del 5,8% in un solo anno. È un dato che ha colpito la comunità scientifica, anche perché le osservazioni sistematiche partono dal 1978 e offrono quindi un confronto solido. Chan, citato dagli autori, osserva che i recuperi di breve periodo possono “confondere” la lettura pubblica del fenomeno, ma non cambiano la traiettoria reale: la riduzione del ghiaccio marino artico continua, e nel testo si segnala che il declino ha trovato continuità anche nel 2026.
Perché il ghiaccio del Nord pesa sul clima globale
La banchisa non è solo una distesa bianca lontana dalle città europee. Funziona, piuttosto, come una coperta isolante tra l’Oceano Artico e l’atmosfera gelida sovrastante. Quando questo strato si assottiglia o si ritira, aumenta lo scambio di calore tra mare e aria; solo allora gli effetti si propagano oltre la regione polare, interferendo con la circolazione atmosferica su larga scala. È un meccanismo noto alla climatologia: più energia passa dall’oceano all’atmosfera, più gli equilibri diventano instabili, con possibili ripercussioni anche alle medie latitudini.
Modelli climatici confermati, non smentiti
Il punto finale dello studio è forse il più netto. Il brusco calo tra 2024 e 2025, e la sua prosecuzione nei mesi successivi, resta coerente con le simulazioni dei modelli climatici, che da anni indicano una crescente vulnerabilità dell’ecosistema artico. Non c’è, al momento, un elemento che autorizzi a parlare di inversione. Secondo i ricercatori, la resilienza dell’Artico si è ridotta e le oscillazioni annuali, per quanto visibili, non modificano il quadro generale. Il messaggio, asciutto, è questo: la breve tregua osservata nei primi anni Venti era un’illusione statistica, mentre la perdita di ghiaccio resta una delle prove più chiare del cambiamento climatico in corso.








