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Presidio del sindaco di Bologna, il caso Fakir: nessun preavviso formale agli organi di sicurezza

Cittadini con candele in una veglia in piazza, con una fila di poliziotti sullo sfondo sotto i portici
Veglia silenziosa in centro con presenza discreta delle forze dell’ordine, sullo sfondo degli edifici storici della piazza.

Il punto che sta facendo discutere a Bologna non è soltanto politico. Al centro c’è una questione molto concreta: il presidio convocato dal sindaco Matteo Lepore per Abderrahim Fakir, morto durante un intervento di polizia, sarebbe partito senza un preavviso formale alla Questura, passaggio che per le manifestazioni pubbliche rappresenta la prassi ordinaria e, secondo l’interpretazione più rigorosa delle norme, anche un adempimento preciso.

Il nodo del preavviso che divide Comune e Questura

La verifica, riferita dall’Adnkronos, ha riacceso una polemica già molto tesa. Lepore ha sostenuto che ci siano state interlocuzioni tra amministrazione comunale e organi preposti alla sicurezza, chiarendo poi in una nota che nessuno avrebbe avanzato una richiesta formale di annullamento del presidio per ragioni di ordine pubblico. Il punto, però, è un altro: secondo quanto emerso, in Questura non sarebbe arrivato un preavviso formale dell’iniziativa. Da Palazzo d’Accursio la replica si concentra sull’articolo 18 del Tulps, che impone di “darne avviso” senza indicare espressamente la forma scritta. Una lettura che il Comune considera sufficiente a sostenere la correttezza del proprio comportamento, almeno sul piano strettamente letterale.

La questione si complica però se si guarda al regolamento di esecuzione del Tulps. L’articolo 19 specifica infatti che l’avviso per una riunione pubblica deve contenere giorno, ora, luogo, oggetto dell’evento, generalità di chi prende la parola, generalità e firma dei promotori, e deve pervenire al questore almeno tre giorni prima. È il passaggio su cui si concentrano le contestazioni, perché segna la distanza tra un’interlocuzione istituzionale, magari telefonica o informale, e una comunicazione che consenta all’autorità di pubblica sicurezza di organizzare il servizio in modo pienamente tracciabile. Per il lettore la ricaduta è semplice da capire: non si discute solo di burocrazia, ma di come si governa una piazza in un momento di forte tensione.

Perché la vicenda pesa oltre il caso bolognese

Il presidio nasceva in un contesto delicatissimo, segnato dalla morte di Fakir e da una richiesta pubblica di verità. In piazza Nettuno, secondo i sostenitori del sindaco, si sono radunate migliaia di persone in modo pacifico, mentre le violenze successive vengono attribuite a gruppi che avrebbero trasformato il dolore in scontro. Ed è proprio qui che la vicenda assume un rilievo nazionale: quando a convocare o sostenere un’iniziativa pubblica è un sindaco, il confine tra partecipazione civica, responsabilità istituzionale e gestione dell’ordine pubblico diventa molto più sensibile. Non è un dettaglio per addetti ai lavori. Significa capire se le regole valgano allo stesso modo per tutti, cittadini, comitati, associazioni e amministratori, oppure se il peso istituzionale di chi promuove l’iniziativa cambi la sostanza delle procedure.

In questo quadro si inserisce anche il dibattito politico, che rischia di sovrapporsi alla questione giuridica. La maggioranza di centrodestra ha attaccato il sindaco, mentre il centrosinistra ha letto le critiche come un tentativo di trasformare un fatto doloroso in uno scontro tra istituzioni. La distinzione, però, resta essenziale: una cosa è la valutazione politica sull’opportunità del presidio, un’altra è verificare se le modalità di convocazione siano state coerenti con le regole previste. Quando i due piani si mescolano, il rischio è che il merito si perda e che ai cittadini arrivi soltanto il rumore della contrapposizione.

La lettera dei sindaci e il messaggio che arriva al Paese

A sostegno di Lepore è arrivata una lettera firmata da numerosi sindaci, da Roberto Gualtieri a Beppe Sala, da Gaetano Manfredi a Silvia Salis, oltre a molti primi cittadini di città grandi e medie. Il documento difende la scelta del sindaco di Bologna come assunzione di responsabilità istituzionale accanto alla famiglia di Fakir e dentro un percorso democratico, ribadendo al tempo stesso la condanna netta delle violenze e la solidarietà agli agenti feriti. Politicamente è un segnale forte, perché sposta il caso da Bologna a un terreno più ampio: quello del rapporto tra amministrazioni locali, governo e forze dell’ordine in passaggi ad alta tensione sociale.

Per chi osserva da fuori, la posta in gioco è meno astratta di quanto sembri. La trasparenza delle procedure, la chiarezza dei ruoli e la capacità delle istituzioni di non delegittimarsi a vicenda incidono direttamente sulla fiducia pubblica. Se una manifestazione nasce per chiedere verità su una morte avvenuta durante un intervento di polizia, ogni passaggio formale diventa ancora più decisivo, perché serve a proteggere insieme il diritto a manifestare e la tenuta dell’ordine pubblico. È su questo equilibrio, più che sulle dichiarazioni di giornata, che si misurerà il seguito della vicenda.