Bruxelles colpisce Google con due multe per un totale di 890 milioni di euro e le assegna 60 giorni per cambiare rotta. Al centro ci sono il modo in cui il motore di ricerca mette in evidenza i propri servizi e le regole imposte agli sviluppatori su Google Play, due nodi che per l’Unione europea incidono direttamente su concorrenza, prezzi e libertà di scelta degli utenti.
Che cosa contesta l’Europa a Google
Le decisioni adottate dalla Commissione europea chiudono l’indagine avviata nel marzo 2024 nell’ambito del Digital Markets Act, la legge con cui l’Ue prova a limitare il potere dei grandi intermediari digitali. La prima sanzione, da 460 milioni di euro, riguarda Google Search: secondo Bruxelles, il gruppo di Mountain View avrebbe favorito i propri servizi, tra cui shopping, hotel, trasporti e sport, assegnando loro una visibilità migliore rispetto a quella concessa ai concorrenti. La seconda multa, da 430 milioni, colpisce invece Google Play e le restrizioni imposte agli sviluppatori di app, ai quali non sarebbe stato consentito di indirizzare gli utenti in modo libero verso canali alternativi per pagamenti e abbonamenti, spesso più convenienti. La Commissione non contesta solo il principio delle commissioni, ma anche la loro entità e la durata del periodo in cui queste venivano richieste quando un utente veniva reindirizzato fuori dallo store. Per Bruxelles, in queste condizioni Google ha superato i limiti ammessi dal Dma e ha ostacolato la possibilità per gli sviluppatori di proporre offerte più vantaggiose.
Perché la decisione pesa anche per utenti e imprese
La posta in gioco va oltre la sanzione economica. Se un motore di ricerca favorisce i propri comparatori o i propri servizi verticali, chi cerca un hotel, un volo o un prodotto potrebbe vedere per primi risultati selezionati non solo in base alla qualità, ma anche all’interesse commerciale della piattaforma che li ospita. Allo stesso modo, se uno store limita la possibilità per gli sviluppatori di comunicare offerte esterne, il margine per trovare prezzi più bassi o formule di abbonamento diverse si restringe. È su questo terreno che la vicepresidente della Commissione Teresa Ribera ha insistito di più: i prodotti migliori, ha detto, dovrebbero affermarsi perché migliori, non perché appartengono al proprietario del motore di ricerca. Per le imprese digitali europee, soprattutto quelle più piccole, il messaggio è altrettanto rilevante. Avere accesso a condizioni meno squilibrate nella ricerca online e nella distribuzione delle app significa poter competere con qualche barriera in meno. Per i consumatori, invece, il punto concreto è la scelta: più trasparenza nei risultati e più possibilità di essere informati su offerte esterne allo store possono tradursi in prezzi più bassi e in un mercato meno chiuso.
I prossimi 60 giorni e lo scenario che si apre
Google dovrà ora adeguarsi alle decisioni dell’esecutivo europeo entro 60 giorni, altrimenti rischia sanzioni periodiche fino al 5% del fatturato globale totale. In pratica, la società dovrà garantire ai servizi concorrenti un trattamento equo nei risultati di ricerca e consentire agli sviluppatori che distribuiscono app su Google Play di promuovere offerte e concludere contratti anche al di fuori dello store. La Commissione ha riconosciuto alcuni progressi già compiuti da Google nella presentazione dei propri servizi gratuiti e degli annunci shopping, e ha preso atto delle proposte relative ad AI Overviews e AI Mode, che saranno comunque monitorate. Resta aperta anche la strada del ricorso: le decisioni possono essere impugnate e il confronto legale è destinato a continuare. Ma il segnale politico è già chiaro. L’Europa vuole dimostrare che il Dma non è un manifesto di principi ma uno strumento operativo, capace di intervenire su meccanismi che finora sono rimasti quasi invisibili agli utenti eppure decisivi per orientare acquisti, traffico e ricavi. Ed è proprio su questo equilibrio, tra piattaforme dominanti, concorrenti e cittadini, che si misurerà la tenuta della nuova stagione regolatoria europea.








