⁠⁠Economia

L’oro non basta più come bene rifugio, il vero arbitro è la Federal Reserve

Funzionario bancario maneggia piccoli lingotti d'oro su un bancone di marmo in un ufficio istituzionale della Federal Reserve; dettaglio su tassi di riferimento e investimenti
le decisioni della Federal Reserve sui tassi d'interesse rimangono il fattore determinante per la stabilità dei mercati globali -lager.it

Quando benzina, bollette e trasporti tornano a correre, il riflesso è sempre lo stesso: pensare all’oro come al bene rifugio per eccellenza. Questa volta, però, il copione non ha tenuto. Dalla vigilia dell’operazione militare “Epic Fury”, il 27 febbraio 2026, il Brent è salito del 37% mentre l’oro ha lasciato sul terreno circa il 10%, secondo i dati riportati da Euronews su analisi di Goldman Sachs, Morgan Stanley e CME FedWatch. Un ribaltamento che riguarda anche chi non compra lingotti o futures, perché dice una cosa molto concreta: quando l’inflazione arriva da uno shock energetico, non basta chiedersi dove corre il mercato. Bisogna capire chi comanda davvero sul costo del denaro.

Tassi reali alti, Fed ferma: così il metallo perde terreno

Il punto è semplice: l’oro non paga interessi. Non stacca cedole, non produce reddito. Sta lì, fermo, mentre intorno i rendimenti si muovono. Quando i tassi reali scendono, tenerlo in portafoglio pesa meno e il metallo torna appetibile. Ma se i rendimenti salgono, o anche solo se il mercato capisce che resteranno alti più a lungo del previsto, il lingotto perde smalto.

È quello che sta succedendo nel 2026. Lo shock sull’energia legato al conflitto in Iran ha spinto in alto il petrolio e, insieme, i timori di un’inflazione più difficile da frenare. Da lì, le attese di tagli da parte della Federal Reserve si sono quasi azzerate. Il CME FedWatch, citato da Euronews, indica come scenario più probabile nessun taglio dei tassi entro l’anno e il mercato comincia persino a ritenere meno improbabile un rialzo che una riduzione. Per l’oro il messaggio è netto: se i Treasury Usa continuano a offrire rendimenti alti, tenere un asset che rende zero diventa molto meno conveniente.

Amy Gower, strategist di Morgan Stanley per metalli e materie prime del comparto minerario, lo ha detto chiaramente: in questa fase pesa di più la sensibilità dell’oro alla politica monetaria che il suo ruolo storico di bene rifugio. È un passaggio che spesso sfugge. La paura geopolitica conta, certo. Ma conta di più come la banca centrale risponde alla fiammata dei prezzi. Il petrolio corre perché colpisce il cuore dello shock inflazionistico. L’oro, invece, finisce schiacciato dalla prospettiva di tassi Usa più alti più a lungo. È il classico caso in cui il risparmiatore legge “crisi internazionale”, si aspetta una reazione, poi guarda il grafico e ne trova un’altra.

L’oro sale davvero quando vacilla la fiducia nella moneta

La chiave, forse, è proprio questa: l’oro non protegge in automatico dall’inflazione. Protegge soprattutto quando si incrina la fiducia nella capacità delle autorità monetarie di tenerla sotto controllo. Sembra una differenza sottile, ma cambia tutto.

Se i prezzi salgono e il mercato crede che la Fed abbia ancora strumenti, credibilità e spazio per intervenire, i tassi reali restano sostenuti e l’oro fatica. Se invece si rompe la fiducia nella moneta o nella banca centrale, allora il metallo torna a essere cercato con forza. È successo negli anni Settanta, durante la stagione di Arthur Burns alla guida della Federal Reserve, quando l’inflazione americana sfuggì di mano e la credibilità della politica monetaria finì davvero sotto accusa. È successo, in forme diverse, anche nelle prime fasi della crisi del debito dell’Eurozona e poi nel 2020, nel pieno della pandemia, quando l’espansione fiscale e monetaria ha alimentato il timore che la difesa del potere d’acquisto passasse in secondo piano.

Il 2026, almeno per adesso, non rientra in quel quadro. C’è uno shock di offerta pesante, ma non c’è ancora una crisi di fiducia nella Federal Reserve. La banca centrale americana viene vista come pronta a tenere il punto, anche se questo significa rallentare l’economia. Ed è per questo che l’oro non si sta muovendo come molti immaginavano. Può sembrare un dettaglio da addetti ai lavori, ma si traduce in qualcosa di molto concreto: vedere il pieno dell’auto aumentare non vuol dire, da solo, che il metallo giallo stia già difendendo il risparmio. Tutto dipende da come il mercato pensa che Washington reagirà a quel rincaro.

Banche centrali in acquisto, ma nel breve il rischio resta verso il basso

Sul lungo periodo il quadro resta più articolato. Goldman Sachs, nel report firmato dal team materie prime guidato da Daan Struyven e ripreso da Euronews, continua a vedere l’oro a 5.400 dollari l’oncia entro la fine del 2026. A sostenere questa previsione ci sono due fattori: da una parte gli acquisti delle banche centrali, che da anni spostano una quota delle riserve lontano dal dollaro; dall’altra la possibilità che, prima o poi, la Federal Reserve torni a tagliare i tassi.

Alla conferenza di Goldman dedicata alle banche centrali, circa il 70% degli istituti interpellati ha detto di aspettarsi un aumento delle riserve auree globali nei prossimi dodici mesi. Una quota simile vede anche prezzi sopra i 5.000 dollari entro un anno. Ma il breve periodo racconta altro. Se le interruzioni nello stretto di Hormuz dovessero andare avanti, Goldman avverte che il Brent potrebbe restare intorno ai 90 dollari nel quarto trimestre del 2026 e superare anche i 100 dollari nello scenario peggiore. E più il petrolio resta caro, più cresce la pressione sull’inflazione, si restringe lo spazio per i tagli dei tassi e aumenta la fragilità dell’oro.

In altre parole, le banche centrali possono anche continuare a comprare e sostenere il quadro di fondo, ma nel frattempo il mercato guarda soprattutto al calendario della Fed. Molto più che alle vetrine dei compro oro. Per cittadini e consumatori la lezione è meno astratta di quanto sembri: nelle fasi di tensione internazionale non esiste una copertura perfetta, valida in ogni momento della crisi. Il petrolio reagisce subito allo shock. L’oro, spesso, arriva dopo: quando non si teme soltanto il rincaro dei prezzi, ma anche il rischio che chi dovrebbe fermarlo non ci riesca più. Finché questa fiducia regge, il metallo può deludere proprio quando tutti si aspettano il contrario.