Stefano Antonio Donnarumma si prepara a lasciare la guida di Ferrovie dello Stato, con un’uscita anticipata che il ministero dei Trasporti presenta come il passaggio alla “fase due” del gruppo. La decisione arriva dopo un nuovo faccia a faccia con Matteo Salvini e chiude, almeno formalmente, settimane di tensioni tra risultati rivendicati, disservizi sulla rete e scosse interne alla governance.
Un’uscita anticipata che cambia gli equilibri
La nota diffusa dal Mit parla di una conclusione concordata del mandato, con Donnarumma impegnato a chiudere i dossier più delicati prima delle dimissioni. Il punto politico, però, è che l’addio arriva con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale e dopo una fase tutt’altro che lineare. Solo pochi giorni fa, al tavolo convocato al ministero per fare il punto su puntualità, lavori sulla rete e piano estivo, il clima sembrava essersi disteso. Lo stesso amministratore delegato aveva rivendicato un miglioramento della puntualità dell’Alta velocità, mentre il ministero aveva attribuito parte dei problemi a fattori esterni, dai furti di rame ai guasti di convogli di altre compagnie. Il nuovo incontro a Porta Pia ha invece prodotto un’accelerazione netta, segno che la questione non riguardava soltanto i numeri ma anche il rapporto di fiducia tra vertice aziendale e politica.
I risultati rivendicati e le fragilità aperte
Il ministero, nel congedare Donnarumma, sottolinea i target del Pnrr raggiunti da Fs, ormai vicina alla soglia dei 25 miliardi, la gestione di 1.300 cantieri al giorno, il miglioramento del 7% nella puntualità a giugno e il ritorno all’utile per 30 milioni nell’ultimo bilancio. Sono elementi che raccontano un’azienda tutt’altro che ferma, impegnata a tenere insieme investimenti enormi e operatività quotidiana. Allo stesso tempo, però, nelle ultime settimane Ferrovie ha mostrato crepe evidenti: le dimissioni di due consiglieri e del direttore finanziario hanno segnalato turbolenze sul piano societario, mentre i disagi su diverse tratte hanno finito per pesare sull’immagine pubblica del gruppo. Per chi viaggia, questo passaggio ai vertici conta più di quanto sembri. Fs non è solo una grande holding pubblica, è l’infrastruttura che incide sulla mobilità di pendolari, lavoratori, studenti e imprese. Ogni cambio di governance, soprattutto in una fase piena di cantieri e scadenze europee, può riflettersi sulla capacità di tenere insieme continuità industriale, manutenzione della rete e qualità del servizio.
La successione e il terreno politico
Il nome più accreditato per raccogliere l’eredità di Donnarumma è quello di Gianpiero Strisciuglio, attuale amministratore delegato di Trenitalia e figura interna al gruppo, in linea con l’orientamento indicato dal ministero. La sua eventuale nomina, però, non sarebbe priva di ombre: Strisciuglio è tra le 21 persone per cui la procura di Ivrea ha chiesto il rinvio a giudizio nell’inchiesta sulla strage di Brandizzo del 31 agosto 2023, quando persero la vita cinque operai. All’epoca era amministratore delegato di Rfi. Sullo sfondo si muove intanto lo scontro politico. Le opposizioni leggono le dimissioni come la certificazione di un fallimento nella gestione dei trasporti e attaccano direttamente Salvini, accusandolo di scaricare sui manager responsabilità che sarebbero invece politiche. Per il governo, al contrario, il cambio al vertice serve a inaugurare una nuova fase dopo il raggiungimento degli obiettivi più urgenti. Il nodo vero sarà capire se la discontinuità resterà confinata ai nomi o se si tradurrà in una diversa capacità di affrontare l’estate, i cantieri e la tenuta di un sistema ferroviario che, al di là delle letture di parte, resta sotto osservazione ogni giorno sui binari.








