La sostenibilità d’impresa prova a cambiare pelle e questa volta il punto di partenza non è un bilancio ambientale o una policy interna, ma il modo in cui si lavora ogni giorno. A Milano, durante l’Assemblea nazionale di AssoGentile Ets, è stata presentata la nuova Certificazione della Gentilezza, un percorso pensato per misurare e valorizzare il benessere delle persone, la qualità delle relazioni e il clima organizzativo dentro aziende di ogni dimensione.
Un nuovo tassello nel pilastro sociale degli Esg
L’idea di fondo è semplice, ma tocca un nervo scoperto del lavoro contemporaneo: la competitività da sola non basta più a raccontare la qualità di un’organizzazione. La certificazione lanciata da AssoGentile punta infatti a dare una forma concreta a un tema spesso evocato ma raramente tradotto in indicatori verificabili, cioè la dimensione umana dell’impresa. Il riferimento è al pilastro Social degli Esg, l’area che riguarda condizioni di lavoro, inclusione, sicurezza, rispetto delle persone e benessere psicofisico. Secondo il presidente Giuseppe Gabriele Mazzetta, la gentilezza non va intesa come un gesto di facciata né come un valore astratto da esibire, ma come una vera competenza organizzativa capace di incidere sulla qualità del lavoro e sulla sostenibilità sociale. In altre parole, il progetto prova a spostare l’attenzione da una visione puramente economica dell’azienda a un modello in cui contano anche ascolto, relazioni interne e dignità professionale. In una fase segnata da stress lavorativo, turnover elevato e crescente attenzione alla salute mentale, il messaggio è chiaro: il benessere dei lavoratori non è un tema accessorio, ma uno dei criteri con cui si misurerà sempre di più l’affidabilità di un’impresa.
Come funziona la certificazione e perché punta anche alle Pmi
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto è la sua struttura modulare. La certificazione, ha spiegato AssoGentile, è stata costruita per adattarsi a organizzazioni molto diverse tra loro, dalle microimprese fino alle realtà con migliaia di dipendenti. I percorsi cambiano in base alla dimensione aziendale, con soglie differenziate fino a 15, 50 e 200 addetti, per poi estendersi alle strutture più complesse. È un passaggio non secondario, perché una delle critiche più frequenti ai modelli Esg riguarda proprio la loro difficile applicazione nelle piccole e medie imprese, dove risorse, tempo e competenze interne sono spesso limitati. Il delegato alle attività di certificazione Paolo Negri ha insistito su questo punto: l’obiettivo è introdurre livelli di impegno progressivi e sostenibili, trasformando procedure percepite come complesse in pratiche accessibili e coerenti con un clima di fiducia e collaborazione. Per le aziende, il vantaggio potenziale non si esaurisce nell’ottenimento di un riconoscimento formale. Se il metodo sarà applicato con rigore, potrà diventare uno strumento utile per leggere tensioni organizzative, migliorare i processi interni, ridurre attriti quotidiani e rafforzare il senso di appartenenza. Tutti elementi che hanno effetti molto concreti anche su produttività, retention e capacità di attrarre persone qualificate.
La validazione di Rina e il peso crescente della reputazione interna
A dare ulteriore peso all’iniziativa c’è il coinvolgimento di Rina, gruppo multinazionale attivo nei servizi di certificazione, ispezione e consulenza ingegneristica, che ha inserito il progetto tra quelli distintivi del 2026. Il sostegno di un soggetto terzo e riconosciuto rafforza la credibilità metodologica della proposta, soprattutto su un terreno delicato come quello della misurazione di aspetti immateriali. La sfida, del resto, è proprio questa: rendere verificabili dimensioni organizzative che finora sono rimaste spesso affidate a slogan, codici etici o iniziative sporadiche. Secondo Daniela Asaro, Head of Italy Certification Commercial Strategic Initiative di Rina, la possibilità di applicare criteri di valutazione indipendente anche alla qualità degli ambienti di lavoro apre uno spazio nuovo dentro le politiche Esg. Ed è uno spazio che interessa sempre di più le imprese, anche per ragioni molto pragmatiche. La reputazione interna oggi pesa sulle selezioni, sulla fidelizzazione dei dipendenti e sulla capacità di parlare alle nuove generazioni, che chiedono contesti professionali più rispettosi, inclusivi e attenti all’equilibrio personale. Per questo la Certificazione della Gentilezza arriva in un momento in cui il lavoro non viene giudicato solo per stipendio e carriera, ma anche per la qualità dell’esperienza quotidiana. Resta da capire quante aziende sceglieranno di misurarsi davvero con questo standard, accettando che la sostenibilità, prima ancora di essere raccontata, debba essere praticata.








