La Banca dei regolamenti internazionali, l’istituzione di Basilea che riunisce le banche centrali, lancia un allarme che va oltre la finanza specialistica: una possibile bolla dell’intelligenza artificiale, sommata a debito pubblico record e inflazione ancora alta, potrebbe innescare effetti a catena sull’economia globale. Nel rapporto annuale diffuso oggi, la Bri indica un punto critico spesso trascurato, cioè il legame sempre più stretto tra titoli di Stato, fondi altamente indebitati e stabilità dei mercati, in una fase in cui l’entusiasmo per l’AI continua a spingere valutazioni, aspettative e flussi di capitale.
Che cosa preoccupa davvero la Bri
Il nodo non è soltanto la corsa all’intelligenza artificiale, che negli ultimi mesi ha attirato investimenti enormi e alimentato rialzi in Borsa soprattutto nel comparto tecnologico. La preoccupazione della Bri riguarda il modo in cui questo entusiasmo potrebbe trasformarsi in fragilità sistemica se i prezzi degli asset salissero troppo rispetto ai risultati reali delle aziende. Una correzione brusca, in altre parole, non colpirebbe solo i titoli legati all’AI ma potrebbe propagarsi a un sistema finanziario già esposto a tensioni più profonde. Il rapporto annuale mette insieme tre fattori: valutazioni elevate nei mercati, debito pubblico su livelli storicamente molto alti e inflazione che in molte economie resta difficile da riportare sotto controllo. È questa combinazione a rendere il quadro delicato, perché riduce i margini di manovra dei governi e delle banche centrali proprio nel momento in cui potrebbe servire un intervento per contenere uno shock.
Il legame tra debito sovrano e finanza a leva
Il passaggio più rilevante del documento riguarda il ruolo crescente degli hedge fund che operano con leva finanziaria elevata, cioè utilizzando capitale preso a prestito per amplificare i rendimenti. Secondo la Bri, questa presenza sta creando un nuovo collegamento tra debito sovrano e stabilità finanziaria. Tradotto in termini concreti, significa che i titoli di Stato non sono più soltanto il termometro della fiducia verso un Paese, ma diventano anche un punto di possibile trasmissione del rischio all’intero mercato. Se aumenta la volatilità sui bond governativi, per effetto di tassi alti, dubbi sui conti pubblici o vendite forzate da parte di operatori molto indebitati, le tensioni possono estendersi rapidamente ad altri segmenti della finanza. Non è un’ipotesi astratta: negli ultimi anni diversi episodi, dal mercato britannico dei gilt fino alle turbolenze sul reddito fisso globale, hanno mostrato quanto la liquidità possa ridursi in fretta quando il sistema si appoggia troppo su strategie a leva. In questo quadro pesa anche il fatto che, con il costo del denaro più elevato rispetto al decennio passato, rifinanziare il debito è più oneroso sia per gli Stati sia per gli operatori privati.
Perché l’allarme riguarda anche l’economia reale
L’avvertimento della Bri interessa da vicino anche famiglie, imprese e risparmiatori, perché una fase di instabilità finanziaria raramente resta confinata ai mercati. Se una bolla legata all’AI dovesse sgonfiarsi in modo disordinato, l’effetto immediato sarebbe una perdita di valore per chi è esposto ai listini, ma il punto più sensibile arriverebbe dopo: credito più costoso, investimenti rinviati, maggiore prudenza nei consumi e conti pubblici sotto ulteriore pressione. Per i governi significherebbe dover gestire spese per interessi più alte in un contesto già complicato; per le imprese, soprattutto quelle più dipendenti dal finanziamento bancario o dal mercato, vorrebbe dire operare con meno ossigeno; per i cittadini potrebbe tradursi in mutui meno convenienti, rendimenti più incerti e un clima economico più fragile. Non a caso la Bri insiste sulla necessità di non sottovalutare i rischi accumulati sotto la superficie mentre l’attenzione pubblica resta concentrata sulle promesse dell’innovazione. Il fatto che nel board dell’istituto sieda ora, come presidente, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta dà a questo richiamo un peso ulteriore anche nel dibattito europeo. La questione, a questo punto, non è se l’intelligenza artificiale cambierà davvero l’economia, ma se il sistema finanziario saprà reggere l’onda senza trasformare una rivoluzione tecnologica in un nuovo fattore di instabilità.








