Paolo Fresco, presidente della Fiat tra il 1998 e il 2003 e manager di profilo internazionale, è morto a 93 anni. Il suo nome resta legato a una fase delicata per il gruppo torinese e a una delle operazioni più discusse e decisive di quegli anni, l’alleanza con General Motors.
Un manager globale chiamato a Torino
Quando Giovanni Agnelli lo volle al vertice della Fiat, Fresco aveva già alle spalle una carriera fuori dall’ordinario. Nato a Milano e cresciuto a Genova, dove si era laureato in legge, aveva costruito gran parte del suo percorso negli Stati Uniti fino a diventare il numero due di General Electric, una delle multinazionali simbolo del capitalismo americano. Il suo arrivo a Torino nel giugno 1998 aveva un significato preciso: portare in Fiat uno sguardo internazionale, manageriale, meno legato alle liturgie tradizionali dell’industria italiana e più vicino ai grandi equilibri dell’economia globale. In quegli anni il gruppo viveva una stagione complessa, stretta tra la concorrenza crescente nel settore auto, la necessità di ristrutturare e la ricerca di nuovi partner. Fresco entrò in quella fase come un presidente capace di parlare con i mercati, con le grandi corporation e con un mondo finanziario che stava cambiando rapidamente. Non a caso, nel ricordo diffuso oggi da John Elkann, emerge soprattutto questa dimensione: quella di un uomo che seppe dare alla Fiat “prospettive mondiali”, contribuendo a preparare il terreno per il rilancio successivo.
L’accordo con General Motors e il suo peso storico
Il passaggio che più di ogni altro ha legato Paolo Fresco alla storia recente della Fiat resta la negoziazione dell’alleanza con General Motors nel 2000. Fu un’intesa che allora apparve come una risposta industriale alla fragilità del gruppo torinese in campo automobilistico, in un momento in cui quasi tutti i grandi costruttori cercavano fusioni, sinergie e masse critiche per reggere la competizione globale. L’operazione prevedeva l’ingresso di GM nel capitale di Fiat Auto e conteneva una clausola destinata a diventare decisiva: la cosiddetta put option, che consentiva alla parte italiana di chiedere ai partner americani l’acquisto dell’intera divisione auto. Quella clausola non portò mai a una fusione vera, ma qualche anno dopo si trasformò in una leva negoziale potentissima. Nel 2005 General Motors preferì sciogliere l’accordo pagando a Fiat una liquidazione miliardaria, circa 1,55 miliardi di euro, risorse che contribuirono in modo concreto a mettere in sicurezza i conti del gruppo in una fase molto difficile. Per questo la scelta compiuta sotto la presidenza Fresco viene ancora oggi considerata una mossa chiave: non risolse da sola i problemi industriali, ma diede alla Fiat tempo, denaro e margine per riposizionarsi.
Il ricordo di Elkann e l’eredità lasciata alla Fiat
La scomparsa di Fresco riporta l’attenzione su una figura che per anni è rimasta un po’ ai margini del racconto pubblico della Fiat, spesso schiacciata tra il peso della famiglia Agnelli e la centralità assunta in seguito da Sergio Marchionne. Eppure il suo ruolo è stato tutt’altro che secondario. John Elkann lo ha definito “un grande italiano”, ricordandolo anche come amico e mentore agli inizi del suo percorso, e ha insistito su due tratti che ne hanno segnato la reputazione interna: la lealtà verso la famiglia e la capacità di leggere il futuro dell’azienda oltre i confini nazionali. Sono parole che aiutano a capire perché Fresco continui a essere considerato un protagonista della transizione Fiat tra Novecento e Duemila. In una stagione in cui l’industria italiana cercava ancora un posto dentro la globalizzazione, lui portò metodo, relazioni internazionali e una visione che guardava più lontano dell’emergenza del momento. Il bilancio del suo passaggio a Torino resta legato a una fase controversa, con risultati non sempre lineari, ma alcune scelte prese allora hanno avuto effetti molto concreti negli anni successivi. Ed è probabilmente da qui che nasce il peso della sua eredità: non soltanto nei ruoli ricoperti, ma nella capacità di aver spostato la Fiat dentro una dimensione diversa, quando ancora non era affatto scontato.








