⁠⁠Economia

Bankitalia frena la crescita: Pil a +0,6%, poi +0,4% nel 2027, pesa il rischio Hormuz

Uomo preoccupato al desk con bollette e grafici, laptop e calcolatrice, con radiatore e vista industriale fuori dalla
Un imprenditore rivede conti e bollette in ufficio, con sullo sfondo un’area industriale: l’impatto dei costi energetici sulla crescita.

L’Italia si prepara a un 2026 con il freno tirato: la crescita prevista resta positiva, ma si muove su margini stretti e con un’incognita che pesa più delle altre, quella energetica. Le nuove stime della Banca d’Italia raccontano un’economia che tiene, ma senza slancio, esposta a tensioni internazionali che possono cambiare rapidamente il quadro.

Una crescita debole e sempre più esposta ai fattori esterni

Nel bollettino economico di luglio, Bankitalia indica per l’Italia un Pil in aumento dello 0,5% nel 2026, dello 0,4% nel 2027 e dello 0,9% nel 2028, valori corretti per il numero di giornate lavorative. Tenendo conto delle revisioni Istat, il dato del 2026 salirebbe allo 0,6%, mentre quello del 2027 scende di un decimale rispetto alle previsioni di aprile. Il punto, però, non è soltanto la limatura statistica. La fotografia scattata da Via Nazionale è quella di un Paese che continua a crescere meno dell’area euro, attesa allo 0,8% nel 2026 e poi sopra l’1% nei due anni successivi. È un divario che colpisce anche perché l’Italia ha beneficiato di una quota molto rilevante delle risorse del Pnrr, con 166 miliardi tra sovvenzioni e prestiti già erogati, in gran parte confluiti in investimenti pubblici. La spinta c’è stata, ma non è bastata a cambiare davvero passo. Dopo lo 0,3% registrato tra gennaio e marzo, anche la primavera avrebbe mostrato un rallentamento, segno che la domanda interna e la fiducia delle imprese restano fragili.

Il nodo Hormuz e il rischio energia che torna a pesare

La vera variabile che incombe sulle stime è geopolitica. Lo scenario di base della Banca d’Italia incorpora un livello di incertezza definito elevato, legato alla crisi tra Stati Uniti e Iran e ai timori per la regolarità dei flussi nello stretto di Hormuz, passaggio chiave per petrolio e gas. Da qui deriva la previsione di un’inflazione al consumo al 3,1% nella media dell’anno in corso, spinta soprattutto dal rincaro dell’energia, con un ritorno verso il 2% solo nel biennio successivo. Per famiglie e imprese il meccanismo è noto: bollette più alte, costi produttivi in aumento, prezzi finali sotto pressione e margini che si restringono. Se il prezzo di gas e petrolio dovesse scendere, oppure se la nuova spesa europea per la difesa producesse un effetto economico più forte del previsto, potrebbero arrivare sorprese positive. Al contrario, una prosecuzione delle tensioni e ritardi nel ripristino dei traffici da Hormuz avrebbero, scrive Bankitalia, effetti negativi particolarmente pronunciati sulla crescita. È questo il passaggio che rende il quadro così instabile: la traiettoria italiana dipende sempre più da fattori che si decidono fuori dai confini nazionali.

Che cosa cambia per imprese, famiglie e lavoro

Gli effetti concreti si vedono già nei comportamenti economici. Le imprese investono con più cautela e nei primi mesi dell’anno la domanda di credito è rimasta debole, un segnale classico di attesa e prudenza. Anche i consumi delle famiglie avrebbero rallentato, nonostante un mercato del lavoro che continua a reggere e una disoccupazione vicina ai minimi storici. Il problema è che l’occupazione da sola non basta quando i redditi reali vengono erosi dall’inflazione e le retribuzioni crescono in modo moderato. In Italia, osserva Bankitalia, la dinamica salariale nei prossimi mesi resterà contenuta anche per il numero limitato di contratti collettivi da rinnovare; nel resto dell’Europa, intanto, le retribuzioni contrattuali stanno già rallentando. Per il lettore questo si traduce in una sensazione concreta: lavoro più stabile non significa automaticamente maggiore capacità di spesa. Mutui, prestiti, acquisti rinviati, piani di investimento familiari o aziendali continueranno a dipendere dall’evoluzione dei prezzi energetici e dalle future mosse della Bce. L’economia italiana, insomma, non è ferma, ma procede su un sentiero stretto, dove basta poco per trasformare una crescita modesta in una fase molto più complicata.