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G8 di Genova, Placanica rompe il silenzio: Quel giorno una parte di me è morta

Memoriale con candele e garofani rossi sull’asfalto di una piazza, con furgone e agenti sullo sfondo sfocato
Un piccolo memoriale in una piazza cittadina richiama la memoria e le ferite civili legate al G8 di Genova.

Venticinque anni dopo, il nome di piazza Alimonda continua a riaprire una ferita che in Italia non si è mai davvero chiusa. Le parole di Mario Placanica al Tg1 riportano al centro una vicenda che resta insieme giudiziaria, politica e personale: l’uccisione di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova del 2001.

Il ritorno di una voce che pesa ancora

Placanica, all’epoca diciottenne e in servizio come carabiniere, ha raccontato davanti alle telecamere un dolore che dice di portare dentro da allora: “È come se una parte fosse morta dentro di me. È cambiato il mio destino quel giorno”. Sono frasi che non riaprono il caso sul piano processuale, chiuso da tempo, ma riportano in primo piano il peso umano di una giornata che segnò una generazione e cambiò il rapporto tra ordine pubblico, politica e opinione pubblica. Nel suo racconto, l’ex militare insiste sulla condizione di assedio in cui si trovava il mezzo dei carabinieri in piazza Alimonda, circondato dai manifestanti e colpito da pietre e oggetti. Dice di avere sparato “più in alto possibile”, di non avere avuto nessuno davanti e di essere stato stordito dai lacrimogeni. Parole che si inseriscono in una memoria già stratificata da sentenze, ricostruzioni, polemiche e da una frattura mai sanata tra verità giudiziaria e verità pubblica percepita.

Perché il G8 di Genova resta un nodo italiano

Il punto non è soltanto ciò che accadde in quei secondi, ma il contesto in cui maturò quella morte. Il G8 di Genova fu uno spartiacque: per la violenza nelle piazze, per la gestione dell’ordine pubblico, per le immagini che fecero il giro del mondo e per il trauma civile che ne seguì. L’uccisione di Carlo Giuliani, 23 anni, divenne il simbolo più potente di quei giorni, insieme alle successive vicende della scuola Diaz e di Bolzaneto. Ogni nuova testimonianza, soprattutto se arriva da uno dei protagonisti diretti, riaccende quindi una discussione che va oltre il ricordo personale. Tocca il modo in cui uno Stato affronta il dissenso, il livello di preparazione degli apparati chiamati a gestire situazioni estreme e anche il modo in cui il Paese ha elaborato o rimosso quella pagina. Per chi oggi ha meno memoria di quei fatti, le parole di Placanica funzionano anche come un richiamo: Genova non è un episodio lontano da archiviare, ma un precedente che continua a pesare ogni volta che si parla di piazza, sicurezza e responsabilità istituzionali.

Il peso umano oltre le sentenze

C’è poi un elemento che colpisce più di altri nell’intervista: il tentativo, avvenuto anni fa, di incontrare il padre di Carlo Giuliani. Placanica gli disse di non sentirsi colpevole, perché stava facendo il proprio dovere, ma aggiunse anche che il G8 fu “una cosa più grande di noi”. Dentro questa frase c’è forse il punto più difficile da sciogliere. Da una parte resta il dolore irreparabile di una famiglia che ha perso un figlio; dall’altra c’è la vita di chi quel colpo lo sparò e sostiene di esserne rimasto segnato per sempre. Non è una simmetria, né una compensazione possibile, ma il riflesso di come certi eventi travolgano tutti i protagonisti, pur in modi profondamente diversi. Per il lettore di oggi, il valore di questo ritorno mediatico sta qui: ricordare che dietro le immagini cristallizzate nella memoria collettiva esistono ancora persone, biografie e ferite aperte. E che il dibattito su Genova, a distanza di tanti anni, non riguarda solo il passato ma anche l’idea di democrazia e di forza pubblica che l’Italia vuole consegnare al presente.