Il 20 luglio può diventare una data decisiva per il commercio nordamericano. In quel giorno i negoziatori di Messico e Stati Uniti torneranno a discutere del futuro dell’Usmca, l’accordo che regola gli scambi tra i tre grandi partner del continente e che oggi si trova in una fase delicata, tra richieste di revisione e timori per la stabilità delle regole.
Un vertice che serve prima di tutto a ridurre l’incertezza
Il punto politico, prima ancora che tecnico, è chiaro: riportare un po’ di prevedibilità in un rapporto commerciale che vale centinaia di miliardi di dollari e che incide direttamente su industria, prezzi e investimenti. Il ministro dell’Economia messicano Marcelo Ebrard ha spiegato che il mercato aveva già messo in conto il no di Washington al rinnovo automatico di 16 anni previsto dall’impianto dell’accordo, una scelta che apre la strada a revisioni annuali delle politiche commerciali. Per le imprese, soprattutto quelle che producono su filiere integrate tra Messico, Stati Uniti e Canada, non è un dettaglio. Significa dover programmare con un orizzonte più corto, con maggior prudenza su nuovi impianti, assunzioni e forniture. Ebrard ha insistito proprio su questo aspetto, sostenendo che l’incertezza non conviene a nessuno dei tre Paesi. In effetti l’Usmca non è solo un trattato doganale: è la cornice che regge una parte essenziale della manifattura nordamericana, dall’auto all’agroalimentare, fino ai componenti elettronici che attraversano più volte le frontiere prima di arrivare sul mercato.
Le richieste degli Stati Uniti e la risposta del Messico
La posizione americana è stata riassunta dal rappresentante commerciale Jamieson Greer, che ha collegato la linea di Washington alla necessità di affrontare i deficit commerciali. È un argomento ricorrente nella politica economica statunitense e torna a pesare anche in questa fase, in cui la Casa Bianca vuole maggiore controllo sugli effetti reali degli accordi di libero scambio. Dal lato messicano, la risposta punta invece su una logica più industriale che difensiva: aumentare la produzione nordamericana in settori considerati strategici, come elettronica e farmaci, per ridurre la dipendenza dalle importazioni extra-area. È una proposta che parla anche agli Stati Uniti, perché si intreccia con il tema della sicurezza economica e con il tentativo, già visibile da tempo, di accorciare le catene globali di approvvigionamento. Nello sfondo c’è il fenomeno del nearshoring, che ha favorito il Messico come piattaforma produttiva vicina al mercato americano. Proprio per questo il confronto sull’Usmca non riguarda soltanto i dazi o le clausole formali, ma anche il modello industriale che i tre Paesi vogliono costruire nei prossimi anni.
I dazi, i nodi aperti e gli effetti concreti
Uno dei dossier più sensibili resta quello dei dazi statunitensi imposti ai sensi della Sezione 232, misura che Washington usa per motivi legati alla sicurezza nazionale e che il Messico vorrebbe vedere alleggerita. Ebrard ha ricordato che nel 2025 il governo messicano ha ridotto le proprie barriere commerciali da 52 a 5, nel tentativo di disinnescare le contestazioni americane. Restano però 14 punti su cui Washington continua a premere, mentre Città del Messico chiede a sua volta la rimozione di altre 14 restrizioni da parte degli Stati Uniti. Il negoziato, quindi, è tutt’altro che chiuso, ma il ministro si è detto fiducioso sul fatto che non esistano divergenze davvero insanabili tra Messico, Usa e Canada. Per chi osserva da fuori, il tema può sembrare lontano, ma le conseguenze sono molto concrete. Se il quadro dell’Usmca diventasse più instabile, molte aziende potrebbero rallentare investimenti e spostamenti di produzione, con effetti su occupazione, costo dei beni e affidabilità delle forniture. Se invece dal vertice di luglio uscisse un’intesa almeno politica sulla direzione da prendere, il Nord America consoliderebbe la sua corsa a diventare un polo produttivo più autonomo e competitivo. Molto dipenderà dalla capacità dei governi di trasformare le richieste reciproche in compromessi praticabili, senza mettere in discussione il vantaggio principale dell’accordo: tenere integrate tre economie che, pur con interessi diversi, hanno ancora convenienza a restare strettamente legate.








