La fotografia scattata dalla Consob sulle società italiane quotate racconta un doppio movimento che va in direzioni diverse. Da un lato la presenza femminile nei consigli resta alta e sopra la soglia di legge, dall’altro arretra proprio nei ruoli che contano di più, quelli di presidente e amministratore delegato, mentre si assottiglia anche il peso degli investitori istituzionali, soprattutto esteri, nell’azionariato di Piazza Affari. È un segnale che riguarda gli equilibri di potere nelle imprese, la loro attrattività sul mercato e, più in generale, la capacità del sistema italiano di consolidare i progressi fatti negli ultimi anni. Sullo sfondo c’è anche un’altra tendenza che non si ferma, quella del delisting, con un numero di società quotate in calo da 196 a 185 nel giro di un anno.
Più donne nei consigli ma meno ai vertici
Il dato che colpisce di più nel Rapporto Consob sulla corporate governance 2025 è questo: la presenza femminile nei consigli di amministrazione sfiora il 44%, quindi resta sopra il minimo del 40% previsto dalla normativa, e in circa una società su cinque le donne sono pari o più numerose degli uomini. È un risultato che conferma una trasformazione diventata ormai strutturale nelle board italiane. Il problema, però, emerge quando si guarda alle posizioni apicali. Le donne con incarico di presidente scendono a 21, contro le 24 del 2024, mentre quelle nel ruolo di amministratore delegato passano da 18 a 17. La distanza, quindi, non è tanto nell’accesso ai consigli quanto nella possibilità di arrivare al comando operativo o alla guida formale dell’azienda. Per chi osserva il tema della parità di genere, il messaggio è chiaro: le regole sulle quote hanno inciso sulla rappresentanza, molto meno sulla distribuzione effettiva del potere. E questo ha un effetto concreto anche sul mercato del lavoro manageriale, perché senza un ricambio visibile ai vertici il rischio è che la crescita delle competenze femminili resti confinata ai livelli intermedi o ai ruoli non esecutivi.
Meno investitori istituzionali e una Borsa che si restringe
Il secondo elemento riguarda la struttura dell’azionariato. Nel 2025 gli investitori istituzionali che superano le soglie rilevanti nel capitale delle quotate italiane scendono a 46, dai 53 dell’anno precedente. Il calo, segnala la Consob, interessa in particolare gli investitori esteri, cioè quei soggetti che spesso portano capitali stabili ma anche pressione su trasparenza, performance e qualità della governance. Quando la loro presenza si riduce, non cambia soltanto la composizione del capitale: si modifica anche il tipo di interlocutore con cui le imprese si confrontano. In parallelo continua il delisting, con 185 società italiane quotate a fine 2025 contro le 196 di fine 2024. È una dinamica che pesa sulla profondità del mercato e sulla sua capacità di attrarre nuove imprese. Per i risparmiatori significa avere meno scelta, per il sistema produttivo un canale di finanziamento che si fa più stretto, mentre per Piazza Affari il tema non è solo quantitativo ma reputazionale, perché una Borsa che perde società e investitori tende a diventare meno centrale nello scenario europeo.
Come cambia la governance delle quotate
Accanto a questi segnali, il rapporto registra anche alcuni cambiamenti meno visibili ma rilevanti nella macchina interna delle imprese. Cresce il peso delle aziende che adottano il modello di governance monistico, una struttura che concentra nel consiglio di amministrazione funzioni gestionali e di controllo, con l’obiettivo di rendere più snelle alcune decisioni. Si consolida poi la presenza degli amministratori indipendenti, ormai una componente stabile delle board, e si rafforza il ruolo delle minoranze nei consigli. Sono aspetti tecnici solo in apparenza, perché incidono sul modo in cui vengono prese le decisioni, sui contrappesi interni e sulla tutela degli azionisti che non hanno il controllo. Nel complesso, la fotografia restituisce un capitalismo quotato che resta in movimento ma senza una direzione univoca: alcune aperture si consolidano, altre si inceppano, soprattutto quando si arriva al nodo della leadership. Ed è proprio lì che si misurerà nei prossimi anni la distanza tra un cambiamento formale e una trasformazione davvero compiuta.








