Il farmaco è l’unico indicatore promosso in tutte le regioni dal XIV Rapporto Crea Sanità, un dato che riporta al centro una questione spesso trattata solo in chiave contabile. Per l’industria, e per una parte del mondo sanitario, il punto è semplice: considerare i medicinali solo come una voce di spesa rischia di indebolire un pezzo essenziale del Servizio sanitario nazionale.
Un dato che pesa più di altri
Alla presentazione del rapporto sulle performance regionali del sistema sanitario italiano, Silvia Beghin, National Public Affairs Lead del Gruppo Menarini, ha richiamato un elemento che attraversa tutte le differenze territoriali messe in fila da Crea Sanità. Tra i nove indicatori analizzati, l’accesso al farmaco è l’unico percepito positivamente in tutte le regioni, con una valutazione che va da 7,5 a 8,9 su 10 anche nell’indice di soddisfazione dei cittadini. In un contesto in cui la sanità italiana continua a muoversi a velocità diverse da Nord a Sud, il dato assume un valore che va oltre la semplice statistica. Significa che il medicinale resta, agli occhi delle persone, uno dei punti più solidi del sistema pubblico e uno degli strumenti più riconoscibili di tutela concreta della salute. Non è un caso, del resto, che il farmaco rientri nei livelli essenziali di assistenza e che il settore venga descritto come un asset strategico, capace di investire in Italia circa 2,5 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo. Il tema, allora, non riguarda soltanto la disponibilità di nuove terapie, ma il modo in cui il sistema decide di valutarle: come costo da comprimere o come leva per ottenere salute, autonomia e minore pressione sugli ospedali.
Perché il medicinale incide sulla vita reale
La tesi sostenuta da Beghin è che il farmaco produca effetti che il bilancio pubblico non sempre riesce a misurare fino in fondo. Il punto non è astratto, perché riguarda ricoveri evitati, complicanze ritardate, giornate di lavoro o di assistenza familiare risparmiate, qualità della vita dei pazienti cronici e, in prospettiva, anche liste d’attesa meno gravose. I numeri richiamati durante l’incontro aiutano a leggere il quadro: negli ultimi 25 anni l’aspettativa di vita in Italia è salita fino a sfiorare gli 84 anni, mentre la mortalità per patologie croniche si è ridotta del 41 per cento, un risultato al quale hanno contribuito anche i progressi terapeutici. È una questione che interessa da vicino milioni di famiglie, soprattutto se si considera che in Italia i pazienti cronici sono circa 25 milioni. Per questa platea la continuità terapeutica non è un aspetto secondario, ma una condizione che incide sulla stabilità clinica e sulla gestione quotidiana della malattia. Anche per questo il tempo di accesso all’innovazione farmaceutica resta uno dei nodi più sensibili: quando una terapia arriva tardi, il ritardo non pesa solo sulle statistiche, ma sulla possibilità di curarsi prima e meglio.
Il nodo dei prezzi e della revisione del prontuario
Accanto al tema dell’innovazione, l’industria segnala però una fragilità meno visibile e molto concreta, quella dei farmaci consolidati destinati soprattutto ai malati cronici. Sono medicinali essenziali, spesso con prezzi di vendita bassi, che negli ultimi anni hanno dovuto assorbire aumenti dei costi delle materie prime arrivati, secondo quanto riferito da Menarini, fino al 25 per cento anche per effetto delle crisi internazionali. Il rischio, in questo scenario, è un progressivo calo della redditività della produzione e, con esso, una possibile desertificazione industriale, perché mantenere certi livelli di prezzo può diventare sostenibile solo delocalizzando sempre più fuori dall’Europa. La preoccupazione si intreccia con le discussioni in corso sulla revisione del prontuario farmaceutico, un passaggio che potrebbe avere ricadute dirette su accessibilità alle cure, personalizzazione dei trattamenti e continuità terapeutica. Da qui la richiesta di aprire un tavolo di confronto che coinvolga non solo istituzioni e industria, ma anche società scientifiche e associazioni dei pazienti. Il messaggio che arriva da Roma è netto: se il farmaco continua a essere uno degli elementi più apprezzati del sistema sanitario, ridurlo a una voce da tagliare potrebbe avere conseguenze ben più ampie del risparmio immediato, proprio mentre il Servizio sanitario nazionale cerca un equilibrio sempre più difficile tra sostenibilità economica e diritto alle cure.








