Nel 2026 i Comuni “rifiuti free” tornano a crescere in Italia e arrivano a quota 675 su 7.894 amministrazioni. Il dato, diffuso da Legambiente nella 33esima edizione di Comuni Ricicloni, racconta un Paese che si muove a velocità diverse ma che, in alcune aree, sta consolidando un modello di gestione dei rifiuti più efficiente e meno dipendente dallo smaltimento finale.
Un segnale positivo che va oltre il numero dei comuni
Per essere considerato “rifiuti free”, un comune deve mantenere la produzione pro capite di rifiuto indifferenziato sotto i 75 chili per abitante all’anno. È questo il parametro che misura, in modo molto concreto, quanto un territorio riesca davvero a ridurre ciò che finisce in discarica o negli impianti di smaltimento. I 675 comuni premiati nel 2026 sono 12 in più rispetto ai 663 del 2025, una crescita contenuta ma significativa soprattutto se letta insieme a un altro dato: i cittadini che vivono in questi territori passano da 3,7 a oltre 4 milioni. Significa che non stanno aumentando solo i comuni virtuosi, ma anche il peso reale di queste esperienze sulla popolazione. È un passaggio rilevante, perché il tema dei rifiuti non riguarda soltanto le percentuali di raccolta differenziata, spesso usate come unico indicatore, ma la capacità di ridurre a monte la quantità di scarti non recuperabili. In altre parole, conta meno quanto si separa e conta di più quanto poco si butta via senza possibilità di recupero. Per i cittadini questo si traduce, nei casi migliori, in servizi più organizzati, tariffazione più equa e una pressione minore sugli impianti, con effetti che toccano costi, qualità urbana e sostenibilità del sistema locale.
La geografia dei comuni virtuosi resta sbilanciata
La mappa italiana conferma uno squilibrio territoriale noto, anche se con qualche elemento di novità. Il Nord mantiene la quota maggiore di comuni rifiuti free, pari al 60,3% del totale, ma perde 16 amministrazioni rispetto allo scorso anno. Il Sud e le Isole salgono invece al 32,8% con 16 comuni in più, mentre il Centro si ferma al 6,8% ma registra anch’esso un incremento di 16 unità, arrivando a 46 comuni. Sono numeri che non ribaltano gli equilibri, ma mostrano un movimento interessante, soprattutto nelle aree tradizionalmente più in ritardo. A livello regionale il Veneto si conferma leader con 165 comuni, seguito dalla Lombardia con 104 e dalla Campania con 73, che resta la regione più avanzata del Mezzogiorno. Questo tipo di classifica, al di là del valore simbolico, dice una cosa precisa: dove esistono continuità amministrativa, impianti adeguati, raccolta porta a porta ben strutturata e una relazione più stabile con i cittadini, i risultati arrivano e tendono a consolidarsi. Dove invece il ciclo dei rifiuti resta fragile o frammentato, anche gli obiettivi più elementari diventano difficili da raggiungere.
I capoluoghi e la prova più difficile delle città
Se nei piccoli e medi comuni il modello rifiuti free è ormai una realtà diffusa, la vera sfida resta quella urbana. Tra i 54 capoluoghi di provincia che hanno partecipato al concorso di Legambiente, 35 hanno raggiunto o superato il 65% di raccolta differenziata, ma soltanto cinque possono essere definiti anche rifiuti free: Pordenone, Belluno, Nuoro, Trento e Treviso. Il dato chiarisce quanto sia complesso trasferire certe buone pratiche nei centri più grandi, dove densità abitativa, turismo, mobilità e utenze non domestiche rendono più difficile contenere il rifiuto indifferenziato. Il caso di Nuoro, che conferma il risultato ottenuto lo scorso anno, mostra però che anche nel Mezzogiorno urbano qualcosa si sta muovendo. Per chi vive in città, questa graduatoria non è una curiosità per addetti ai lavori: indica la qualità di un servizio pubblico e il grado di modernizzazione di un’amministrazione. Dove i rifiuti si gestiscono meglio, in genere si spende in modo più razionale e si riducono emergenze, trasferimenti fuori territorio e dipendenza dalle soluzioni tampone. Il salto vero, adesso, sarà capire se questi esempi riusciranno a uscire dalla logica delle eccezioni e a diventare uno standard più ampio.








