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Rai, Vigilanza nel caos: spunta il nodo dei nuovi componenti

Tavolo di commissione con sedie vuote, microfoni spenti e fascicoli; sullo sfondo bandiere italiana e UE
Sedie vuote e microfoni su un tavolo istituzionale evocano lo stallo sulla Commissione di Vigilanza Rai.

La commissione di Vigilanza Rai resta bloccata e il nodo, ormai, non è più soltanto procedurale. Nel confronto tra maggioranza e opposizione si è aperta una partita politica che riguarda gli equilibri parlamentari, la governance del servizio pubblico e, sullo sfondo, anche le regole da applicare quando la campagna elettorale entrerà nel vivo.

Uno stallo che nessuno riesce a sbloccare

La scadenza indicata dai presidenti delle Camere per la nomina dei nuovi componenti della bicamerale è passata senza risultati concreti. La maggioranza ha fatto la sua parte, l’opposizione ha scelto invece di non indicare i nomi, lasciando di fatto la Vigilanza Rai in una situazione di paralisi. Ignazio La Russa ha provato a riportare il tema sul terreno politico, spiegando che spetta ai partiti trovare una soluzione senza scaricare la responsabilità sui vertici di Camera e Senato. Dall’altra parte, però, il Pd accusa proprio i presidenti delle Camere di avere gestito il dossier in modo puramente burocratico, senza affrontare per tempo una questione che nel frattempo è diventata istituzionale. Il richiamo al precedente del 2008, con il caso Villari, fa capire quanto il clima si sia irrigidito. Anche per questo il rinvio non appare più come un semplice incidente di percorso, ma come il segnale di un conflitto più profondo sul controllo e sul funzionamento della commissione chiamata a vigilare sul servizio pubblico radiotelevisivo.

Perché la Vigilanza Rai conta più di quanto sembri

La posta in gioco va ben oltre la composizione di una commissione parlamentare. La Vigilanza Rai ha un ruolo delicato perché incide sulle regole della par condicio, sui rapporti tra Parlamento e azienda pubblica e, indirettamente, anche sugli assetti della governance Rai. Proprio qui si concentra l’allarme dell’opposizione, che propone di ripartire dall’European Media Freedom Act e di recepire prima le indicazioni europee sull’autonomia dell’informazione pubblica. La maggioranza, dal canto suo, osserva che non si può arrivare troppo vicino alle elezioni senza un organismo pienamente operativo, soprattutto per approvare le regole che dovranno disciplinare gli spazi televisivi e l’equilibrio tra le forze politiche. È un passaggio molto concreto, perché se la commissione non funziona si crea un vuoto su un terreno che nei mesi pre-elettorali diventa inevitabilmente sensibile. Il rischio, per il lettore e per chi guarda al pluralismo dell’informazione, è quello di vedere trascinarsi un impasse che finisce per indebolire la credibilità del servizio pubblico proprio quando la sua neutralità dovrebbe essere più visibile.

Gli equilibri interni e il timore di una forzatura

A complicare tutto ci sono i nuovi rapporti di forza dentro i gruppi parlamentari. Il riequilibrio della commissione era considerato necessario già dopo i cambi di casacca e le nuove collocazioni maturate nel corso della legislatura. Forza Italia ha rivendicato un posto in più, Azione è osservata speciale per il ruolo che potrebbe giocare, mentre nel Misto si è aperta una contesa sulla rappresentanza che può pesare nei numeri finali. È qui che lo stallo assume un significato ancora più politico. In Parlamento circola l’ipotesi di una sorta di cooptazione forzata dei componenti da parte dei presidenti delle Camere, sul modello già visto per altre commissioni, ma l’opposizione ha fatto sapere che in quel caso si dimetterebbe di nuovo. Il timore dichiarato è che la maggioranza possa avvicinarsi ai due terzi necessari per alcune decisioni decisive, compresa la ratifica del presidente Rai, e arrivare così a far ripartire la Vigilanza con un assetto squilibrato. Per chi segue la vicenda da fuori, il punto è semplice: non si discute solo di poltrone, ma di chi avrà la forza di orientare le regole del servizio pubblico in una fase politicamente molto delicata. E infatti, mentre le dichiarazioni ufficiali restano ferme sulle rispettive posizioni, a Roma cresce l’idea che la vera trattativa sia ormai affidata a un lavoro sotterraneo, meno visibile ma probabilmente decisivo nei prossimi giorni.