La fusione mancata tra EI Towers e Rai Way torna al centro del dibattito industriale con parole che vanno oltre la polemica politica. Per Pier Silvio Berlusconi, presidente e amministratore delegato di Mfe-Mediaset, lo stop a un’integrazione tra i due principali operatori delle torri televisive italiane rappresenta “una grande opportunità persa per il Paese”, non solo per gli equilibri del settore ma per la capacità dell’Italia di costruire infrastrutture media più forti e competitive.
Un dossier che riapre il tema delle infrastrutture strategiche
L’intervento di Berlusconi arriva in un momento in cui Mfe sta ridisegnando il proprio profilo europeo, ma riporta l’attenzione su una partita tutta italiana: quella delle reti di trasmissione. EI Towers, di cui Mfe possiede il 40% mentre il restante 60% fa capo a F2i, da anni è considerata un tassello chiave nel consolidamento delle infrastrutture broadcast. L’idea di una convergenza con Rai Way è stata a lungo vista come una possibile operazione capace di generare efficienze, razionalizzare i costi e creare un operatore nazionale più solido. Secondo Berlusconi, però, la politica avrebbe bloccato prima l’Opa tentata in passato e poi anche le successive richieste di Rai Way. Il punto, nella sua lettura, è che si sarebbe preferita una logica di breve periodo, fatta di “piccoli numeri e contabilità”, a una visione industriale di lungo respiro. È una critica che pesa, perché tocca un nervo scoperto del sistema italiano: la difficoltà di trattare le infrastrutture dei media come un asset industriale da rafforzare, e non solo come un presidio da amministrare con cautela.
Che cosa cambia per Mfe e quali strade restano aperte
Se sul fronte EI Towers-Rai Way il capitolo si è nuovamente raffreddato, Mfe non sembra intenzionata a fermarsi. Berlusconi ha chiarito che il gruppo sta valutando “tutte le alternative possibili”, pur escludendo nel breve termine nuove operazioni di mergers and acquisitions. È una precisazione rilevante, perché arriva dopo mesi in cui il gruppo ha accelerato la propria trasformazione in chiave paneuropea. L’integrazione di Prosieben, di cui Mfe controlla ormai oltre il 75%, e la partecipazione di minoranza nella portoghese Impresa indicano una linea precisa: crescere per scala, presenza geografica e capacità di raccolta pubblicitaria. Allo stesso tempo, il manager ha escluso per ora un’operazione di delisting del gruppo tedesco dalla Borsa di Francoforte, nonostante l’ipotesi sia stata presa in considerazione. La scelta suggerisce prudenza finanziaria e, insieme, la volontà di non aprire troppi fronti contemporaneamente. Berlusconi insiste su un concetto che nel settore pesa molto: essersi mossi per primi. Tradotto, significa aver costruito una posizione di vantaggio in un mercato europeo che tende sempre più al consolidamento e in cui le aziende nazionali isolate rischiano di restare schiacciate tra piattaforme globali e grandi gruppi continentali.
Perché la partita riguarda anche il pubblico e il mercato italiano
La discussione non interessa solo gli addetti ai lavori. Quando si parla di torri di trasmissione, reti televisive e integrazione industriale, in gioco ci sono anche la qualità del servizio, gli investimenti tecnologici e la capacità del sistema media di reggere l’urto della concorrenza digitale. Un operatore infrastrutturale più grande può teoricamente investire meglio, ottimizzare la copertura e accompagnare con maggiore forza l’evoluzione verso modelli di distribuzione ibridi, tra broadcast e piattaforme. Per questo Berlusconi definisce la mancata fusione un’occasione persa “per il Paese”, e non soltanto per le aziende coinvolte. Intanto i numeri di Mfe raccontano un gruppo in piena trasformazione: dai 2,6 miliardi di ricavi del 2020 ai 6,5 miliardi dello scorso anno, con 160 milioni di efficienze e sinergie già attese quest’anno grazie all’operazione Prosieben, molto sopra le stime comunicate in precedenza al mercato. I ricavi, ha spiegato il numero uno del Biscione, potrebbero flettersi leggermente per effetto della semplificazione delle partecipazioni del gruppo tedesco, ma con margini in miglioramento. È un passaggio che aiuta a capire la logica di fondo: meno dispersione, più redditività, più massa critica. Resta da vedere se questa strategia europea riuscirà anche a riaprire, prima o poi, il cantiere italiano delle infrastrutture televisive, che continua a muoversi tra cautela politica e ambizioni industriali mai del tutto sopite.








