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Montecassino, al cardinale Pizzaballa il premio Pacis Nuntius 2026: A Gaza la devastazione è totale

Cardinale di spalle in abito rosso davanti a una bandiera della pace arcobaleno su una scalinata in pietra
Un cardinale osserva una bandiera della pace distesa sui gradini dell’abbazia di Montecassino, simbolo di memoria e ricostruzione.

Da Montecassino, luogo che nella memoria europea porta ancora i segni della guerra e della ricostruzione, il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa ha rilanciato un appello che guarda ben oltre la cerimonia di un premio. Parlando di Gaza, dove “l’80% è distrutta”, il cardinale ha indicato una strada esigente ma concreta: la pace non nasce dagli slogan, comincia dal basso, dal lavoro sociale e culturale e da un linguaggio capace di non alimentare altra violenza.

Un premio in un luogo che parla da solo

Il conferimento del Pacis Nuntius 2026 a Pizzaballa non è stato soltanto un riconoscimento personale per il suo impegno in Terra Santa. A rendere più denso il significato della giornata è stato soprattutto il contesto: Montecassino, abbazia rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale e poi ricostruita, resta uno dei simboli più forti di ciò che la guerra cancella e di ciò che una comunità può decidere di ricostruire. Ad accogliere il cardinale sono stati il padre abate Dom Luca Fallica e la comunità benedettina, in una mattinata che ha intrecciato memoria storica, spiritualità e attualità internazionale. Nel suo saluto, Fallica ha richiamato il percorso che porterà al 2029, anno in cui si celebreranno i 1500 anni dell’arrivo di San Benedetto sul colle, indicando quattro parole chiave: pace, luce, comunione e speranza. Non un richiamo formale, ma una cornice precisa dentro cui leggere anche la scelta di premiare Pizzaballa, figura oggi tra le più esposte nel raccontare il dramma della regione israelo-palestinese senza semplificazioni e senza scorciatoie retoriche.

Il richiamo a Gaza e il nodo del linguaggio

Il passaggio più netto del suo intervento è arrivato quando ha evocato la devastazione di Gaza. Dire che l’80% è distrutta significa riportare il discorso fuori dall’astrazione diplomatica e dentro una realtà fatta di macerie, sfollamenti, vite sospese, servizi essenziali compromessi. Pizzaballa ha scelto però di non fermarsi alla denuncia, spostando l’attenzione su un punto che tocca anche chi osserva da lontano: il cambiamento, ha detto, deve partire dal basso. Vuol dire rete sociale, educazione, cultura, pazienza civile, capacità di costruire relazioni dove oggi prevale la frattura. E vuol dire anche cura delle parole, definite la “prima forma di violenza”. È una lettura che pesa, soprattutto in un tempo in cui il conflitto passa ogni giorno attraverso dichiarazioni incendiarie, propaganda, polarizzazione digitale e linguaggi pubblici sempre più aggressivi. Il messaggio del patriarca non riguarda solo il Medio Oriente: chiama in causa anche il modo in cui in Europa, in Italia, nelle comunità locali e perfino negli spazi online si alimentano ostilità che poi rendono più difficile immaginare qualsiasi mediazione.

Perché questo appello parla anche a chi è lontano

L’aspetto forse più rilevante dell’intervento di Montecassino sta proprio qui: la pace è stata descritta non come un gesto improvviso, ma come un processo lungo che chiede lavoro collettivo e responsabilità. Per un lettore italiano, apparentemente distante dal conflitto, il punto è meno teorico di quanto sembri. Le guerre entrano nella vita quotidiana attraverso l’energia, i flussi migratori, la sicurezza internazionale, il clima politico, ma anche attraverso la qualità del dibattito pubblico e il modo in cui ci si abitua a considerare normale la disumanizzazione dell’altro. In questo senso la scelta di Montecassino è apparsa quasi inevitabile: un monastero che ha conosciuto distruzione e rinascita diventa il luogo da cui ricordare che la ricostruzione comincia prima delle pietre, nel linguaggio e nelle relazioni. La mattinata si è chiusa con l’omaggio musicale della Gendarmeria Vaticana, con una bandiera della pace lunga venti metri distesa sulla scala del chiostro del Bramante e con la preghiera del cardinale nella cappella delle Reliquie e nell’oratorio di San Giovanni Battista. Gesti simbolici, certo, ma non marginali, perché mostrano come la pace abbia bisogno anche di segni condivisi per non restare una parola consumata. E oggi, mentre il conflitto in Terra Santa continua a produrre ferite profonde, il valore di un appello come questo sta forse proprio nella sua ostinazione a non considerare inevitabile ciò che ormai molti trattano come normalità.