⁠⁠Economia

Acqua dispersa in rete, un buco da 9,8 miliardi l’anno: l’allarme della Cgia di Mestre

Tecnico comunale ispeziona una perdita d’acqua da una tubatura corrosa in uno scavo stradale
Uno scavo in strada mostra una tubatura che perde acqua mentre un tecnico controlla la rete idrica urbana.

In Italia quasi un litro d’acqua potabile su due non arriva mai al rubinetto. Si perde lungo la rete, tra tubature vecchie, guasti, misurazioni imprecise e allacci irregolari, mentre il Paese affronta anche quest’estate una nuova fase di pressione sulle risorse idriche.

Una dispersione enorme che pesa su famiglie, territori e conti pubblici

I numeri messi in fila dall’ufficio studi della Cgia, sulla base dei dati Istat 2022, descrivono un sistema che continua a perdere troppo: il 42% dell’acqua potabile immessa in rete viene disperso, pari a 3,8 miliardi di metri cubi in un anno. Tradotto nella vita quotidiana, significa 157 litri al giorno persi per ogni abitante. Il danno non è soltanto ambientale, perché la dispersione ha anche un costo economico stimato in 9,8 miliardi di euro l’anno. In una stagione segnata dall’emergenza idrica, questi dati raccontano una fragilità strutturale più che un episodio contingente. L’acqua viene captata, trattata, pompata e distribuita con costi elevati, ma una quota enorme si disperde prima ancora di essere utilizzata. Per il cittadino questo si traduce in un paradosso sempre più evidente: da una parte l’invito a consumare meno, dall’altra una rete che continua a sprecare una risorsa essenziale prima ancora che entri nelle case. È un nodo che riguarda la qualità dei servizi pubblici, la capacità di programmare gli investimenti e la tenuta di territori che nei mesi più caldi diventano più vulnerabili.

Le aree più in difficoltà e le differenze che attraversano il Paese

La geografia delle perdite mostra un’Italia molto diseguale. Tra le città capoluogo, le situazioni più critiche si registrano a Potenza con il 71% di dispersione, Chieti con il 70,4%, L’Aquila con il 68,9%, Latina con il 67,7% e Cosenza con il 66,5%. Sul fronte opposto si trovano Como, Pavia e Monza, tutte sotto o poco sopra il 10%. Il divario Nord-Sud resta netto, ma non mancano eccezioni che smentiscono letture automatiche: Lecce, per esempio, si ferma al 12%, meglio di Milano che registra il 13,4%. A livello regionale il dato peggiore è quello della Basilicata, con una dispersione del 65,5%, seguita da Abruzzo e Molise, mentre l’Emilia-Romagna è la regione più virtuosa davanti a Valle d’Aosta e Lombardia. Il Lazio è invece la regione dove le perdite generano il danno economico più alto, 1,5 miliardi di euro, seguito da Sicilia e Lombardia con poco più di un miliardo ciascuna. Dietro queste differenze ci sono fattori tecnici e storici molto concreti: reti costruite decenni fa, manutenzioni rinviate, investimenti non omogenei, gestione frammentata. Il risultato è che la possibilità di avere un servizio efficiente dipende ancora troppo dal territorio in cui si vive.

Perché il problema riguarda anche agricoltura, imprese e sicurezza futura

La questione non si esaurisce nel servizio idrico urbano. L’Italia è il Paese europeo con il prelievo d’acqua più alto, 36,5 miliardi di metri cubi nel 2023, davanti a Spagna e Francia. Quasi la metà viene destinata all’agricoltura, poi arrivano usi civili, industria e produzione di energia. Questo significa che ogni inefficienza della rete si inserisce in un equilibrio già sotto pressione, aggravato dal cambiamento climatico, dalla riduzione delle piogge regolari e da eventi estremi sempre più frequenti. Le ricadute possono essere pesanti anche per il sistema produttivo, soprattutto nei comparti manifatturieri ad alta intensità idrica come tessile, ceramica, carta, farmaceutico, petrolchimico ed estrattivo. Quando l’acqua manca o diventa più costosa, il problema si sposta rapidamente dai rubinetti alla filiera economica. La richiesta della Cgia è quella di un piano infrastrutturale urgente che non si limiti a riparare le falle, ma punti anche sul recupero dell’acqua piovana, oggi fermo attorno al 10%, e sulla costruzione di invasi, vasche di laminazione e grandi adduzioni. Il punto, al di là degli slogan, è tutto qui: senza una rete più moderna e una capacità maggiore di trattenere l’acqua quando c’è, ogni estate rischia di diventare la conferma di un’emergenza annunciata.